Regia di Aki Kaurismäki- Finlandia, 2023

con Alma Pöysti, Jussi Vatanen, Janne Hyytiäinen

 

 

 

 

 

 

FOGLIE AL VENTO DI AKI KAURISMÄKI: LA POESIA DEL QUOTIDIANO

Quando pensiamo alla Finlandia la prima cosa che ci viene in mente non è il senso dell’umorismo. Per usare dei luoghi comuni, forse si forma nella nostra mente prima l’immagine della Nokia e poi lo xilitolo. Invece un autore come Aki Kaurismäki è la prova che non bisogna mai pensare per stereotipi: cerchiamo di spiegare come un film possa essere asciutto, quasi gelido, e allo stesso tempo molto romantico e divertente.
Foglie al vento è la storia di Holappa (Jussi Vatanen), ormai senza più alcun entusiasmo, se non per i vecchi film, che va a vedere in un cinema che sembra appartenere a un’altra epoca. Trascinandosi tra un lavoro che non sopporta e l’altro, l’unico suo contatto con il mondo esterno è l’amico Huotari (Janne Hyytiäinen), con cui va puntualmente a ubriacarsi.
In Finlandia fa freddo, ma è soprattutto un freddo esistenziale. Almeno fino quando non incontra Ansa (Alma Pöysti). Anche lei pero è disillusa e non vuole un alcolizzato accanto. Gli impone quindi una scelta: o lei, o la bottiglia. Ce la può fare una persona che ormai si sente come una foglia secca sbattuta dal vento a ricominciare a credere nel futuro solo perché glielo chiede un’altra persona?
Holappa e Ansa non sono romantici. E sono anche dei perdenti. La società li tratta come fossero invisibili, salvo poi accanirsi quando non serve, come quando lei viene licenziata per aver portato a casa un panino scaduto, che sarebbe stato comunque buttato dall’azienda, ma viene considerato un furto. Eppure nei loro incontri goffi, davanti a una cena romantica che fa tenerezza per la sua semplicità, vediamo nascere un amore dignitoso e commovente, che scalda il cuore.

Il cinema spesso fa sognare con gesti romantici eclatanti, ma la vita vera spesso è molto più simile a quella raccontata da Kaurismäki. È impossibile quindi non fare il tifo per questa coppia sgangherata, che quasi non vuole cedere alla scintilla che improvvisamente sconvolge l’abitudine e il grigiore da cui ormai sono anestetizzati. Eppure il destino continua a farli incontrare, finendo per far credere loro che forse anche per due così c’è possibilità di felicità, nonostante alla radio non si faccia che parlare di guerra e recessione economica.
Foglie al vento non è soltanto una storia d’amore tra i due protagonisti: c’è anche una grande celebrazione del cinema d’autore e soprattutto dell’atto romantico di andare in sala. I due protagonisti sono legati a questo luogo ed è come se i poster di grandi film del passato facessero da testimoni al loro amore. Vengono citati Bresson, Godard. Poi il cane della protagonista si chiama Chaplin. E in effetti nel racconto di Kaurismäki c’è qualcosa di tutti loro.

Valentina Ariete – Movieplayer.it


Il cinema di Kaurismäki è ormai entrato in una dimensione a parte, che solo pochi hanno conosciuto. Quella in cui racconto, forma, vita si uniscono in una semplicità assoluta.


Un’umanità minore, emarginata, deprivata della propria identità sociale, che però – ed è questa la tesi del regista – conserva sentimenti, dignità, desiderio di riscatto, di amicizia, di amore. Quell’amore che i due intravvedono una sera, e inseguono caparbiamente, cadendo e rialzandosi, tra lunghi silenzi e battute fulminanti, attese e pentimenti.


Recensioni
4/5 Cineforum
5/5 Sentieri Selvaggi
4/5 Movieplayer

 

LO STRALUNATO AKI KAURISMÄKI

 

Nato in una famiglia della campagna finlandese, si trasferisce a Helsinki in gioventù con il fratello Mika, oggi anche lui cineasta, con il quale coltiva fin dall’infanzia la sua passione per il cinema. Sopravvive con umili lavori manuali, frequentando contemporaneamente cineteche e cineclub, e ben presto inizia la sua carriera come critico cinematografico.
Decide poi di creare con il fratello la casa di produzione Villealfa Filmproductions che realizza a budget ridotto i film di entrambi, opere minimali caratterizzate da uno stile tipicamente nordico, laconico ed essenziale.

 

 

I due debuttano nel 1981 con il film La sindrome del lago Saimaa, documentario sulla musica rock girato a quattro mani sulle sponde del più grande lago della Finlandia.
Nel 1983 realizza poi un Delitto e castigo tratto da Dostoevskj. Poi vengono Calamari Union, Ombre nel paradiso e nel 1987 Amleto si mette in affari, personale rilettura della tragedia shakespeariana in chiave anticapitalistica.

 

 

 

Dopo Ariel (1988) realizza nel 1989 La fiammiferaia, con cui prosegue la sua indagine attraverso l’universo del proletariato tramite la storia di Iris, un’operaia di cui racconta la triste esistenza in fabbrica e le delusioni amorose.
Nello stesso anno porta di nuovo la musica sul grande schermo con Leningrad Cowboys Go America, folle e surreale road movie che si dipana attraverso il mondo del rock americano.
Con Tatjana (1994) Kaurismäki giunge alla più pura essenzialità nordica realizzando un’opera quasi priva di dialoghi, ambientata in un mondo surreale, dolce e sconsolato allo stesso tempo.
Due anni più tardi nasce Nuvole in viaggio, commedia che prende spunto dall’attualissima problematica della disoccupazione, mentre nel 1999 Kaurismäki realizza, nello stile del cinema muto con tanto di didascalie, il film in bianco e nero Juha, adattamento di un classico della letteratura finlandese di Juhani Abo.
Del 2002 è invece il fortunatissimo L’uomo senza passato, che ha visto in tutto il mondo una consacrazione da parte della critica e del pubblico. Nel 2006 il maestro finlandese ha confermato lo stile surreale e malinconico del suo cinema, commuovendo il pubblico con la triste storia di un solitario guardiano notturno innamorato di una donna che si rivelerà un’esca per una rapina (Le luci della sera).

 

 

Nel 2011 fa centro ancora una volta con il toccante Miracolo a Le Havre. Torna al cinema con L’altro volto della speranza, vincitore dell’Orso d’Argento per la Miglior Regia al Festival di Berlino, una commedia surreale e poetica che vede incrociarsi le strade di un rifugiato siriano sbarcato a Helsinki e di un commesso viaggiatore finlandese con l’hobby del gioco d’azzardo.
Nel 2023 presenta al Festival di Cannes – vincendo il premio della Giuria – il film Fallen Leaves, l’incontro tra due solitudini ambientato nella notte di Helsinki che chiude l’ideale quadrilogia dedicata al lavoro e iniziata nel 1986 con Ombre in paradiso.

 

 

 

MGF

 

 

Regia di Ridley Scott – USA, Gran Bretagna, 2023 – 158′

con Joaquin Phoenix, Vanessa Kirby, Tahar Rahim

 

 

 

 

 

COME IL VERO NAPOLEONE, DUE VOLTE NELLA POLVERE E DUE VOLTE SULL’ALTARE, LA STORIA MESSA IN SCENA DA RIDLEY SCOTT SI DIVIDE IN DUE STRADE, TRA STRAORDINARIE SCENE DI GUERRA E UNA STORIA D’AMORE DA ROMANZO D’APPENDICE, CHE NON S’INCONTRANO MAI.

Eccolo, il Napoleon di Joaquin Phoenix. Lo troviamo subito tra la folla che attende la decapitazione di Marie Antoinette, ne seguiremo poi l’incredibile ascesa nella Francia post-rivoluzionaria, dalla battaglia di Tolone alla campagna d’Egitto, passando per la presa del potere con il colpo di stato nel 1799, la proclamazione a Imperatore dei francesi nel 1804, la battaglia di Austerlitz del 1805, arrivando poi alla disastrosa campagna di Russia, all’esilio dell’Elba, al ritorno in patria e al tentativo fallito di Waterloo, fino all’ultimo respiro sull’Isola di Sant’Elena, nel 1821, dopo sei anni di esilio.
Si salta dunque da un periodo all’altro, eludendo molto certo (d’altronde la lunghezza pur notevole del film, quasi 160’, non potrebbe mai contenere tutto) e procedendo seguendo le linee guida del “classico” film storico, incentrato però sull’ambiguità di un personaggio talmente lucido e risoluto nell’arte della guerra, tremendamente goffo e fragile altrove.
Fatta salva la solita, indiscutibile grandeur con cui il regista 85enne restituisce l’epica nelle scene di battaglia, Napoleon è un biopic plumbeo che stupisce per la scelta di non voler mai eccedere, evitando così tanto il rischio di situazioni grottesche o sopra le righe (i momenti ridicoli dell’Imperatore sono sì accennati, mai caricati troppo), ma anche il pathos che un film come Il gladiatore – sicuramente più imperfetto e più fantasioso di questo – riusciva a regalare.
La volontà è piuttosto quella di “ingabbiare” il personaggio di Napoleone in un limbo perenne dove l’egotismo e la megalomania, unitamente al genio strategico in battaglia, combattono con il sentimento d’amore che lo lega alla donna della sua vita, Giuseppina (Vanessa Kirby), moglie fedifraga, poi imperatrice, poi lasciata perché incapace di donargli l’atteso erede maschio, figura che però accompagnerà la storia di quest’uomo anche all’indomani della di lei morte.
“Francia. Esercito. Giuseppina…”, le ultime tre parole che avrebbe proferito in punto di morte Napoleone, uomo che al comando della fanteria e della cavalleria francese, nel corso di una ventina d’anni, ha ucciso più di 3 milioni di persone. Ma che ha dovuto rinunciare all’amore per lasciare se stesso alla patria.

Valerio Sammarco – Cinematografo.it


Napoleon, nuovo film sul Primo Imperatore di Francia con protagonista Joaquin Phoenix: intellettualmente ambiguo, storiograficamente preciso, dal tono schizofrenico ma esteticamente sontuoso e memorabile.


Il Napoleone di Phoenix è ironico, egocentrico, osservatore, imprenditore, ma anche outsider e si approfitta delle debolezze altrui, pensando di saperne sempre di più. Campagne militari, intrighi politici, gelosia, litigi e sesso animano la sceneggiatura.


Recensioni
6/10 Ondacinema
3,8/5 Sentieri selvaggi
4/5 Coming Soon

 

5 MAGGIO 1821: COSI’ MORIVA NAPOLEONE

Napoleone chiude gli occhi per sempre sull’isola-prigione di Sant’Elena, uno scoglio sperduto nell’oceano Atlantico, a 1.900 km dalla costa africana. Ad assicurarsi lo scoop è il giornale inglese The Statesman, nell’edizione del 4 luglio 1821: due mesi dopo l’evento. La contessa de Boigne, animatrice di salotti fra Londra e Parigi, ricorderà nelle sue Memorie: «Uomini del popolo, piccoli borghesi si incontravano per strada stringendosi la mano piangendo, ma la massa dell’opinione pubblica, schierata con la monarchia, felice della pace e della prosperità ritrovata, rimase inerte».

 

 

I tempi erano cambiati: l’Europa del 1821, nata dal Congresso di Vienna, non era più quella del 1815, e Napoleone non faceva più notizia. L’interesse nei confronti dell’ex imperatore si risvegliò solo due anni più tardi, sull’onda dello straordinario successo del Memoriale di Sant’Elena, dettato in gran parte da Napoleone, con l’aggiunta, da parte di Emmanuel de Las Cases (funzionario e amico dell’imperatore), di particolari della vita in esilio.

 

 

 

Per quasi sei anni, dal dicembre 1815, l’uomo che aveva segnato i destini d’Europa visse in un’abitazione (Longwood House) su quell’isola in mezzo al nulla dal clima malsano, caldo e umido, flagellata da venti fortissimi e senza nessuna comodità. La casa era infestata da insetti, zanzare e topi. Il circondario era sorvegliato costantemente dai gendarmi agli ordini dell’ostile governatore britannico Hudson Lowe. In quel contesto, la salute di Napoleone non poteva che peggiorare rapidamente. Il suo medico personale, l’irlandese O’Meara, gli diagnosticò un’epatite cronica. Nel 1818 il dottore fu costretto a lasciare Longwood House, perché Lowe non approvava la sua crescente familiarità con il prigioniero.
Per rimpiazzare il dottor O’Meara, il 22 settembre 1819 arrivò a Sant’Elena il chirurgo còrso Francesco Antommarchi, accompagnato dagli abati Buonavita e Vignali. Il fedele servitore Louis Marchand introdusse il medico nella stanza del malato: l’imperatore giaceva a letto in una camera piccola e oscurissima.

 

Le pillole mercuriali usate frequentemente dai medici che lo curarono non fecero che peggiorare la situazione. A 51 anni Napoleone ne dimostrava venti di più: era molto sovrappeso e, nelle rare uscite in giardino, doveva appoggiarsi al braccio di Marchand. Nell’ aprile del 1821 il male (un’ulcera cancerosa: fu questa infine la causa di morte) si manifestò in tutta la sua violenza: crampi allo stomaco, vomito, vertigini, sudori abbondanti. Per mettere a suo agio il malato, fu montato il suo letto da campo nel salone, più grande e meglio areato della sua piccola stanza. E fu lì che, nel pomeriggio del 3 maggio, l’abate Vignali gli somministrò l’estrema unzione. La notte fra il 4 e il 5 maggio fu agitatissima: Napoleone delirava, parlava a stento, pronunciava parole incomprensibili. Mormorò “la France, l’armée, tête d’armée, Joséphine». Poi più nulla. La piccola corte dal mattino presto si era radunata per assisterlo fino alla fine.

 

Il polso era ormai debolissimo e dopo il tramonto, alle cinque e undici minuti, l’imperatore dei francesi esalò l’ultimo respiro.

 

MGF

OH ME! O VITA!

Oh me! Oh vita! Di queste domande che ricorrono,
degli infiniti cortei di infedeli, di città gremite di stolti,
di me stesso che sempre mi rimprovero, (Perché chi più stolto di me, chi più infedele?)
di occhi che invano bramano la luce, degli scopi meschini, della battaglia sempre rinnovata,
dei poveri risultati di tutto, delle sordide folle ansimanti che vedo intorno a me,
degli anni inutili e vuoti del resto, io intrecciato col resto,
la domanda, ahimé! Così triste, ricorrente
-Cosa c’è di buono in tutto questo, oh me, oh vita?

 

 

Risposta:
Che tu sei qui – che la vita esiste, e l’identità,
Che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un verso.

 

 

 

 

Oh me! Oh vita! è una poesia che inizia con un lamento, una sorta di grido di disperazione, un singulto d’affanno, ma che si rivela poi essere un appassionato elogio alla vita, alla bellezza di essere, di esistere.
La lirica fu pubblicata nel 1855 nella prima edizione della celebre raccolta di Walt Whitman Foglie d’erba, che il poeta inizialmente stampò a proprie spese presso la tipografia Rome Brothers di Brooklyn per poi pubblicarla in un’edizione definitiva, contenente 389 canti, nel 1892.
Si tratta di un componimento fortemente spirituale volto ad esplorare l’inafferrabile significato della vita. Il poema di Whitman si articola in due strofe composte di versi liberi e dalla struttura molto diversa, a tratti incoerente: alla lunghezza fluviale della prima strofa si oppone l’arguta brevità della seconda che in soli due versi ci offre una risposta fulminante. Nell’accezione finale di “verso” Walt Whitman racchiude l’irrepetibilità della vita, di ogni vita, e richiama ciascuno a esserne testimone. Alle incertezze dell’esistenza, al vuoto, alla sensazione vertiginosa di precarietà, l’autore oppone il ruolo attivo dell’essere umano che è chiamato a essere attore, costruttore, poeta.


WALT WHITMAN

Walter Whitman nasce nel 1819 a Long Island, vicino a New York, da genitori di fede quacchera (una setta protestante inglese). Secondo di nove figli, a undici anni Walt deve lasciare la scuola per aiutare la famiglia. La sua prima occupazione è quella di stampatore, che gli consente di accostarsi alla letteratura grazie alla lettura dei classici di cui si trova a pubblicare le opere.

Nel 1836 inizia la carriera di insegnante, adottando un rivoluzionario metodo didattico fondato sul coinvolgimento e sul rispetto delle esigenze dei bambini.

Nel 1841 diventa giornalista a tempo pieno, e nel 1848 fonda a New York il Brooklyn Freeman, giornale dalle posizioni democratiche e antischiaviste. Dopo un romanzo in cui denuncia la piaga sociale dell’alcolismo (Franklin Evans, 1842), la carriera letteraria di Whitman si orienta verso la poesia, culminando nel 1855 con la pubblicazione, a spese dell’autore, di Foglie d’erba. Questa raccolta, che Whitman ripubblicherà in altre otto edizioni, aggiungendo continuamente nuove composizioni e modificandone profondamente altre, è uno dei momenti più alti del cosiddetto Rinascimento americano, la stagione che segna, per la letteratura statunitense, il definitivo raggiungimento della maturità.

Nel 1871 Whitman pubblica la raccolta di scritti in prosa Prospettive democratiche, in cui espone con chiarezza le proprie idee sulla democrazia, in parte anche in reazione alle accuse di oscenità che gli costano il posto di lavoro presso il Dipartimento degli Interni. Queste accuse continuano a inseguirlo fino agli ultimi anni di vita, quando prepara l’edizione definitiva di Foglie d’erba, pubblicata nel 1891-92 e nota come edizione del letto di morte.

Walt Whitman si spegne nel 1892 a Camden. La sua è un’eredità inestimabile di coraggio politico e spericolatezza linguistica, e soprattutto una testimonianza di amore sconfinato per l’America e la sua umanità.

 

MGF

 

 

 

 

 

 

 

Regia di Fabio De Luigi – Italia, 2024 – 110′
con Fabio De Luigi, Stefano Accorsi, Elisa Di Eusanio

 

 

 

 

 

IL TERZO FILM DI FABIO DE LUIGI E’ UNA COMMEDIA (MOLTO DIVERTENTE) SUL VALORE DELLA DELICATEZZA DEI SENTIMENTI (MASCHILI) LEGATI AD UN PASSATO CHE RIGUARDA IL FUTURO

Se i Blues Brothers, vestiti di nero, in un completo sgualcito ma leggendario, erano in missione per conto di Dio, ecco Fabio De Luigi e Stefano Accorsi che, nella stessa identica estetica, sono invece in missione per legittimare l’intimità e i sentimenti maschili. Come? In una commedia che è sì un remake (l’opera matrice è 25 km/h di Markus Goller), ma è uno di quei remake fatti bene, ispirati, coerenti, intellettualmente oculati nella scrittura e, soprattutto, nell’interpretazione (l’eccezione che conferma la regola?). Una commedia che fa la commedia, dall’inizio alla fine: si ride, si pensa, ci si emoziona, seguendo un viaggio che ha il sapore della catarsi e del cambiamento. Insomma, al terzo film da regista, De Luigi con 50 km all’ora, molla le regole impolverate del family movie e vira verso la maturità. In tutti i sensi.
Del resto, il filo del film è quello di un viaggio che assomiglia ad una tardiva occasione di crescita, perché restare bambini per sempre, in un mondo oscuro e disilluso come il nostro, è un pericolo non da poco. Dunque, tra tempi comici perfetti, imbarazzanti balletti, insetti nelle minestre e scorribande in giro per i colli dell’Emilia Romagna, 50 km all’ora diventa il divertissement che non ci aspettavamo, capace di prendere di petto l’emotività maschile – e l’emotività fraterna – delineando, in chiave divertita, il profilo di due uomini sperduti e malinconici a cui voler spassionatamente bene.
Com’è che si diceva? Non è la meta che conta, ma il viaggio. Una frase fatta perfetta per spiegare il senso di 50 km all’ora, in cui il Fabio De Luigi regista incontra la sua controparte attoriale in un’unione meravigliosamente amalgamata con un indomabile e giggionesco Stefano Accorsi. Coppia strana, coppia complementare per sguardi e per parole: se la commedia italiana non se la passa benissimo (basti vedere gli incassi), De Luigi e Accorsi riescono a dare un nuovo senso al concetto, risultando credibili e, senza dubbio, umani. In fondo, di umanità parla il film: un’umanità sgangherata, storta, sconnessa e ammaccata. La stessa umanità di una famiglia che vive di memorie, ferma tra la rabbia e il perdono, covando però il bisogno naturale di un affetto fortissimo, che attende di essere ristrutturato.
Attenzione, però: 50 km all’ora non è l’ennesimo melenso film sul valore del perdono, ma un road movie che somiglia ad un coming-of-age disfunzionale, intervallato dagli scherzi, dagli incontri, dalle liberazioni emotive che pesano come macigni. Un romanzo di formazione in cui la crescita è uno stato mentale, dove una risata stempera il risentimento, puntando ad una crescita, tanto narrativa quanto metaforica. C’è un nevralgico cambiamento nei due protagonisti, e c’è un costante cambio di tono nel film che, sotto, delinea quel sentimento maschile dato fin troppo per scontato, eppure sfumato in una delicatezza riconoscibile, fragile e ritrovata.

Damiano Panattoni – Movieplayer


Due fratelli, un viaggio in motorino, il passato da elaborare per andare incontro al futuro. De Luigi scrive, dirige e interpreta questo film sincero, onesto, pieno di buoni sentimenti ma senza inutili sentimentalismi.


Fabio De Luigi e Stefano Accorsi sono la riuscita coppia cinematografica che non ci si aspettava, insieme sono protagonisti di 50 km all’ora, terza commedia diretta dallo stesso De Luigi e da lui scritta insieme a Giovanni Bognetti. Un road movie tutto italiano, anzi romagnolo, che coniuga divertimento e tenerezza.


Nasce una nuova strana coppia: Fabio De Luigi e Stefano Accorsi. Hanno una buona alchimia, divertono e si completano. Hanno differenze all’apparenza inconciliabili, e proprio per questo funzionano.

Recensioni
3/5 ComingSoon
3,5/5 Movieplayer
4/5 Ciak Magazine

*****

I ROAD MOVIE

Nella storia del cinema i “film su strada” hanno fotografato anima e cultura di moltissimi Paesi e periodi storici. Quello dei road movies è uno dei generi cinematografici più iconici e peculiari di tutti, costellato da pellicole nelle quali i protagonisti sono sempre alla ricerca o in fuga da qualcuno o qualcosa. Tutto questo a bordo di veicoli iconici, entrati nel cuore di cinefili (e non solo) di tutto il mondo.
Un filone dominato da personaggi irrequieti, tormentati e “maledetti” ma dotati di una vitalità a volte sbalorditiva. Tra i tanti generi di cui si compone la storia del cinema, quello dei “film su strada” è uno di quelli che nel corso degli anni sono stati in grado di sondare nel profondo temi complessi come l’alienazione, la voglia di riscatto, la mascolinità tossica e la follia, spesso cristallizzando le tensioni e l’identità culturale di un Paese o di un periodo storico.

Tutto questo utilizzando il viaggio come metafora della metamorfosi compiuta sia dai personaggi protagonisti delle vicende narrate sia dei luoghi all’interno dei quali queste ultime avvengono. Le scene di viaggio tendono inoltre a suscitare nostalgia per un passato mitico idealizzato.

I protagonisti del road movie sono in movimento per tutto il film; pertanto, sono elementi iconografici importanti i mezzi di trasporto (principalmente automobili), le riprese “a carrellata” e gli spazi aperti. I road movie del secondo dopoguerra sono stati fortemente influenzati dal romanzo Sulla strada di Jack Kerouac (1957), in quanto in esso viene delineato il futuro dei road movie, fornendo la sua principale narrativa di esplorazione, ricerca e viaggio.

 

La consacrazione di tale genere arrivò solo negli Anni Sessanta con film come Gangster Story e Easy Rider.

I primi road movie degli Anni Trenta erano incentrati su coppie eterosessuali, mentre, a partire dal secondo dopoguerra, i protagonisti sono diventati principalmente amici maschi; le donne appaiono solitamente come personaggi occasionali che si incontrano lungo il percorso, oppure come compagne temporanee di viaggio.

 

 

 

 

Più raramente sono effettive protagoniste, come nel caso di Thelma e Louise del 1991.
Celebri road movie italiani sono La strada di Federico Fellini (1954), Il sorpasso di Dino Risi (1962), Bianco, rosso e Verdone di Carlo Verdone (1981) e Basilicata coast to coast di Rocco Papaleo (2010). Tre uomini e una gamba (1997) presenta diversi sketch dei comici Aldo, Giovanni e Giacomo, riproposti in salsa road movie misto a commedia romantica.

 

 

 

             

MGF

 

Se riesci a tenere la testa a posto quando tutti intorno a te
l’hanno persa e danno la colpa a te,
se puoi avere fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te,
ma prendi in considerazione anche i loro dubbi.
Se sai aspettare senza stancarti dell’attesa,
o essendo calunniato, non ricambiare con calunnie,
o essendo odiato, non dare spazio all’odio,
senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo da saggio;

 

Se puoi sognare, senza fare dei sogni i tuoi padroni;
se puoi pensare, senza fare dei pensieri il tuo scopo,
se sai incontrarti con il Successo e la Sconfitta
e trattare questi due impostori allo stesso modo.
Se riesci a sopportare di sentire la verità che hai detto
Distorta da imbroglioni che ne fanno una trappola per gli ingenui,
o guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
e piegarti a ricostruirle con strumenti usurati.

 

Se puoi fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
e rischiarlo in un unico lancio di una monetina,
e perdere, e ricominciare daccapo
senza mai fiatare una parola sulla tua perdita.
Se sai costringere il tuo cuore, nervi, e polsi
a sorreggerti anche quando sono esausti,
e così resistere quando in te non c’è più nulla
tranne la Volontà che dice loro: “Resistete!”

 

Se riesci a parlare alle folle e conservare la tua virtù,
o passeggiare con i Re, senza perdere il contatto con la gente comune,
se non possono ferirti né i nemici né gli amici affettuosi,
se per te ogni persona conta, ma nessuno troppo.
Se riesci a riempire ogni inesorabile minuto
dando valore a ognuno dei sessanta secondi,
tua è la Terra e tutto ciò che contiene,
e – cosa più importante – sarai un Uomo, figlio mio!

 

La poesia Se è dedicata al figlio John e contiene una serie di suggerimenti su come affrontare la vita e su come trovare un equilibrio. Il testo si configura come una lettera al figlio, nella quale sono presenti indicazioni che intendono aiutare il bambino a tracciare il suo percorso di crescita, affinché egli possa diventare un Uomo.
Nella poesia Kipling sostiene che si diventa davvero uomini quando si raggiunge una stabilità tale da non perdere la calma quando intorno è il panico e quando vengono apprese virtù importanti come la fiducia in se stessi, l’autocontrollo, il coraggio, la tenacia, la pazienza, l’amore e la capacità di credere nei propri sogni, pure non facendosi dominare da essi. Insomma, si diventa uomini prendendo coscienza di se stessi attraverso le esperienze, mantenendo la fiducia in ciò che si fa e dando valore a ogni singolo istante che si vive.
Scritta all’incirca nel 1895 è un esempio letterario dello stoicismo dell’Età Vittoriana. Pubblicata in Rewards and Fairies (1910), una raccolta di poesie e racconti.

 

RUDYARD KIPLING

 

Joseph Rudyard Kipling (Bombay, 30 dicembre 1865 – Londra, 18 gennaio 1936) è stato uno scrittore, poeta e giornalista britannico, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1907 a 41 anni, il più giovane e il primo scrittore di lingua inglese. Dopo la sua morte, le sue ceneri furono interrate nel Poets’ Corner, una sezione del transetto meridionale dell’Abbazia di Westminster.

Egli nacque nell’India britannica, che ispirò molta della sua produzione. Le sue opere narrative più note, subito acclamate fin dal loro apparire e ancor oggi considerate dei classici senza tempo, includono: la dilogia dei racconti Il libro della giungla (The Jungle Book, 1894; The Second Jungle Book, 1895); i romanzi Capitani coraggiosi (1897), Kim (1901); le Storie proprio così (1902); moltissimi i racconti, di incomparabile talento e straordinaria bellezza, tra cui L’uomo che volle essere re (1888). Copiosa anche la produzione di poesie, tra le quali si segnalano le seguenti: Mandalay (1890), Se (If, circa 1895), Il fardello dell’uomo bianco (The White Man’s Burden: The United States and the Philippine Islands, 1899), Gli dei delle intestazioni del quaderno (The Gods of the Copybook Headings, 1919).

Uno dei più popolari scrittori dell’Impero britannico tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, di lui Henry James disse: «Kipling mi colpisce personalmente come il più completo uomo di genio, come distinto da fine intelligenza, che io abbia mai conosciuto». Candidato alla carica di Poeta laureato (British Poet Laureateship) e molte volte al cavalierato, rifiutò entrambi i titoli.

 

MGF