Regia di Celine Song – USA, 2023 – 106′
con Greta Lee, Teo Yoo, John Magaro

 

 

 

 

 

 

Un piccolo gioiello. È “Past Lives”, film statunitense di produzione indipendente – tra i produttori figura la sempre più nota A24 – passato con successo al Sundance Film Festival nel 2023. In cartellone anche alla 18a Festa del Cinema di Roma, ha ottenuto 5 candidature ai Golden Globe e 2 ai Premi Oscar, tra cui miglior film. “Past Lives” segna il debutto alla regia della sudcoreana Celine Song, anche sceneggiatrice (tra i suoi lavori la serie fantasy “La Ruota del Tempo”, Prime Video). Il film è una storia minuta, poetica, intima: sembra una polaroid di un’amicizia d’infanzia che nel corso del tempo non ha mai trovato la forza per virare in amore. Un legame speciale che si rincorre per decenni, lungo due continenti. La storia. Seul, Nora e Hae Sung sono due preadolescenti compagni di scuola; passano molto tempo insieme e il loro legame cela un sentimento intenso, sfumato tra l’amicizia e qualcosa di più. Nora si trasferisce poi con la sua famiglia in America e il legame tra i due si disperde. Dodici anni dopo i due si cercano online, su Facebook: lei studia scrittura nella Grande mela, lui sta completando i suoi studi universitari. Ritrovarsi a distanza, dopo così tanto tempo, li riconduce esattamente al crocevia emotivo dove si erano lasciati… Con grande controllo e poesia visiva, Celine Song ci regala una storia di esistenze, identità, radici e sentimenti che si snoda in maniera dolce e dolente. Seguiamo le traiettorie di vita di Nora e Hae Sung in tre grandi blocchi temporali, a intervalli di dodici anni. Le loro vite procedono spedite, rincorrendo sogni e ambizioni professionali, ma il loro cuore sembra riportarli sempre allo stesso punto, a quella promessa sussurrata nelle stanze dell’infanzia. Il loro è un amore non espresso, custodito al sicuro nel cassetto della memoria, che non appassisce mai. A Nora e Hae Sung manca però il coraggio del grande salto, di mettere quel loro sentimento prima di tutto. Esitanti, lasciano che la carriera abbia la meglio, e che le tradizioni familiari – soprattutto sudcoreane – scandiscano tempi e dinamiche relazionali. A questo si aggiunge l’amore di Nora per Arthur, uno scrittore conosciuto in un corso professionale. Incapace di attendere Hae Sung, la giovane costruisce il suo domani sentimentale, provando a mettere radici nel Nuovo mondo, perché è lì ora che si sente a casa. Arthur le schiude dunque un amore adulto, stabile e rassicurante; lui la sa amare con attenzione e premura. Arthur le regala un ancoraggio nella terra a “stelle e strisce”, un sogno di felicità nel quotidiano, dove però irrompe a volte il ricordo di Hae Sung. Magnifico è il modo in cui Celine Song scrive e dirige questo film, che trova ulteriore intensità e luminosità grazie ai tre interpreti Greta Lee, Teo Yoo e John Magaro, tutti di grande fascino e abilità nel saper dar voce a sentimenti e tormenti sottopelle. “Past Lives” conquista e convince con raffinatezza.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche
Amicizia, Amore-Sentimenti, Arte, Bambini, Dialogo, Dolore, Donna, Educazione, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Internet, Lavoro, Letteratura, Libertà, Mass-media, Matrimonio – coppia, Metafore del nostro tempo, Rapporto tra culture


Il film ha ottenuto 2 candidature a Premi Oscar, 5 candidature a Golden Globes, 3 candidature a BAFTA, 1 candidatura a British Independent, Il film è stato premiato a National Board, 3 candidature a Critics Choice Award, 4 candidature a Spirit Awards, 1 candidatura a Directors Guild, Il film è stato premiato a AFI Awards.


Un film sull’ amore come atto di fede, di incontri predestinati e accettazione del cambiamento. Un esordio intimo e intenso per la cineasta di origine coreana.


Elaborando l’artificio narrativo classico della molteplicità dei punti di vista e una scrittura che intreccia i tempi e le prospettive in modo mai meccanico, Song si interroga e ci interroga su come si possa diventare spettatori della propria vita – e delle vite degli altri – quando ci si comincia a fare domande


Recensioni
7/10 IGN Italia
4/5 Sentieri selvaggi
4/5 Cineforum.it

PAST LIVES, UN’INSOLITA RIFLESSIONE SULL’IDENTITA’

 

 

Al suo esordio cinematografico, la regista Celine Song realizza un film semplice quanto complesso emotivamente. Ogni dettaglio è funzionale a una trama che insegna ad accogliere il vissuto di ciascuno, e ringraziare per tutto ciò che lo ha condotto fino a qui.
Quanto sono belli i film come Past Lives. Così semplici in superficie, ma così complessi emotivamente.

 

 

La storia è esile: Nora è emigrata in America da piccola, ora è ben integrata a New York. Grazie ai social network entra in contatto con Hae Sung, il suo amore d’infanzia che ha dovuto lasciare in Corea del Sud. L’incontro virtuale le fa provare un’emozione mai incontrata prima: la nostalgia per una vita che non ha mai vissuto. Questa malinconia le genera un interrogativo. Cosa sarebbe diventata, Nora, se quell’amore non fosse mai stato interrotto?

 

 

La regista Celine Song, qui al suo esordio cinematografico dopo un’apprezzata carriera teatrale, confeziona un film di stampo semi autobiografico veramente eccezionale. Uno di quelli in cui ogni inquadratura e movimento di macchina sono funzionali ai sentimenti che raccontano. Past Lives è una profondissima riflessione sull’identità e su come questa sia legata a ciò che amiamo e ciò che ci lasciamo alle spalle. Una storia romantica in cui gli adulti si comportano come persone vere e mature (che rarità!), dove il melodramma patinato non ha spazio, al suo posto si prende ogni secondo la complessità dell’umano.
Ogni persona è un’anima in cammino. Si cambia continuamente. Quando gli innamorati si incontrano per la prima volta si conoscono per ciò che sono nel presente. Il futuro che viene costruito insieme è facile da accettare. Il passato, tutto ciò che di personale è stato lasciato in un altro luogo o in un altro punto del tempo, è più complesso da digerire. Il vero atto d’amore, afferma il film, la grande promessa di chi si ama, sta proprio nell’accogliere il vissuto di ciascuno e ringraziare per tutto ciò che lo ha condotto fino a qui. Non serve la gelosia di ciò che avrebbe potuto essere l’esistenza, ma la gioia di accogliere quel che è ora. Sta qui la forza di un film che, con le sue splendide immagini, fa venire voglia di gustarsi ogni possibilità della vita che ci è data.

Gabriele Lingiardi – Chiesa di Milano

 

MGF

AUTODEFINIZIONE di Teresa Wilms Montt

Sono Teresa Wilms Montt
e anche se sono nata cento anni prima di te,
la mia vita non è stata tanto diversa dalla tua.
Anche io ho avuto il privilegio d’essere donna.
E’ difficile essere donne in questo mondo.
Tu lo sai meglio di tutti.
Ho vissuto intensamente ogni respiro e ogni istante della mia vita.
Ho distillato una donna.
Hanno cercato di reprimermi ma non ci sono riusciti con me.
Quando mi hanno voltato le spalle, io ci ho messo la faccia.
Quando mi hanno lasciato sola, ho dato compagnia
Quando hanno voluto uccidermi, ho dato vita.
Quando hanno voluto rinchiudermi, ho cercato la libertà.
Quando mi amavano senza amore, ho dato ancora più amore.
Quando hanno cercato di zittirmi, ho urlato.
Quando mi hanno picchiato, ho risposto.
Sono stata crocefissa, morta e sepolta,
dalla mia famiglia e la società.
Sono nata cento anni prima di te
comunque ti vedo uguale a me.
Sono Teresa Wilms Montt,
e non sono adatta per le signorine.

 

I versi della poetessa e scrittrice cilena Teresa Wilms Montt parlano a tutte le donne.
Inizia presentandosi, ma sembra parlare dall’aldilà come un fantasma: Sono Teresa Wilms Montt/e anche se sono nata cento anni prima di te e richiama subito una vicinanza, una forma di sorellanza quando, in un sussurro, aggiunge “la mia vita non è tanto diversa dalla tua”. L’immediatezza della sua morte è già tangibile in questi versi: il lettore sa che, nel momento stesso in cui li sta leggendo, lei, Teresa, non è più viva, perché i verbi sono coniugati al passato e la voce pare provenire da ineludibili lontananze, da un luogo ormai irraggiungibile.
Il titolo originale della poesia è Autodefinición,  ed è una sorta di autoritratto che ci restituisce, in parole, la descrizione perfetta di Teresa Wilms Montt. Un ritratto a tinte forti, non edulcorate che inizia piano, come una melodia, e poi acquisisce un ritmo scandito, basato su contrapposizioni forti; accostando termini tra loro opposti Teresa formula il suo grido di libertà che non si è ancora spento. Non è più viva, ma in questi versi sembra ancora urlare, battere i pugni, respirare intensamente e infine, stringerci le mani, dicendo “io lo so, ti vedo, sei uguale a me”.


 

TERESA WILMS MONTT

 

Teresa Wilms Montt era nata a Viña del Mar, in Cile, nel 1893. Crebbe in una nobile famiglia aristocratica che la educò sin da bambina allo studio della letteratura e del pianoforte. Teresa, però, aveva un carattere ribelle e solitario, che rivelò sin da piccola opponendosi alle tradizioni familiari e alle imposizioni delle governanti.
La sua ribellione, come accadeva per molte donne all’epoca, culminò nel matrimonio: la sua unica via di fuga.
Nel 1910, all’età di 16 anni, Teresa Wilms Montt sposò Gustavo Balmaceda Valdés (1885-1924), un impiegato del servizio fiscale dello Stato, che aveva dieci anni in più di lei. La coppia ebbe due figlie: la prima, Eliza, Teresa la portava già in grembo prima del matrimonio, mentre la seconda, Sylvia Luz, venne al mondo dopo un travaglio sofferto che Teresa patì da sola, senza il sostegno del marito.
Dopo il matrimonio marito e moglie conducevano un’esistenza bohémienne e Teresa iniziò a dedicarsi alla scrittura pubblicando articoli e alcune raccolte di poesie. Poi tutto precipitò. Nel 1915 Teresa iniziò a intrecciare una relazione clandestina con Vicente Balmaceda, cugino del marito. Quando Gustavo venne a conoscenza dei fatti la trascinò davanti a un tribunale, incolpandola di adulterio.
Dopo diversi giorni di custodia cautelare, in cui fu tenuta rinchiusa in una stanza, il verdetto del tribunale dispose che Teresa fosse rinchiusa nel Convento del Preziosissimo Sangue, dove la scrittrice rimase per otto mesi. In quelle mura, sola e separata dalle sue adorate figlie, Teresa compì il primo tentativo di suicidio.
Quello che il verdetto del Tribunale non aveva detto era che anche Gustavo aveva un’amante, una giovane donna di nome Nubia. Ma l’amore e la libertà sono colpe che una donna – all’epoca, forse anche oggi – pagava care: Teresa aveva chiesto il divorzio, ma non le fu mai concesso, perché era un affronto che ledeva l’onore della famiglia Balmaceda.
Grazie alla complicità dell’amante, Vicente, riuscì a fuggire dal convento e si trasferì a Buenos Aires dove, nel 1917, pubblicò le sue prime opere dal titolo Inquietudes sentimentales e Los tres cantos, entrambi i volumi andarono esauriti in breve tempo.
Nel 1919 avrebbe pubblicato quello che sarebbe stato il suo ultimo libro, una raccolta di otto storie Cuentos para los hombres que son todavía niño (Racconti per gli uomini che sono ancora bambini).
Nel frattempo anche Gustavo Balmaceda pubblicò un libro autobiografico che voleva essere una sorta di “vendetta” contro la moglie. L’uomo continuava a impedirle di vedere le figlie che Teresa riuscì ad abbracciare di nuovo a Parigi grazie all’intervento del nonno, José Balmaceda. Poco tempo dopo le vennero di nuovo sottratte e lei sprofondò in una terribile depressione. Una notte assunse una grande quantità di Veronal, il barbiturico che di solito utilizzava per dormire. Era il 22 dicembre 1921, poco prima di Natale. Due giorni dopo morì nell’ospedale di Läennec.
Il referto medico riportava una scritta inequivocabile: “per cause sconosciute”.
Questa la breve vita di Teresa Wilms Montt, una donna libera. La sua esistenza è tutta racchiusa in Autodefinizione, dalla quale ancora la sua voce racconta la propria lacerante verità.

Fonte: Sololibri.net

 

MGF

 

 

 

THRILLER
Regia di Michael Keaton – USA, 2023 – 114′
con Michael Keaton, James Marsden, Al Pacino

 

 

 

 

 

Stati Uniti oggi, John Knox è uno spietato killer sessantenne che conduce una vita solitaria. Quando gli viene diagnosticata una malattia neurodegenerativa particolarmente aggressiva, capisce che ha poche settimane per sistemare gli irrisolti della sua esistenza, a cominciare dal rapporto deragliato con il figlio Miles. Proprio per lui si rivolge all’amico di lunga data Xavier Crane, intenzionato a seminare le incalzanti indagini della detective Emily Ikari…

È stato due volte Batman per Tim Burton (1989, 1992), ma anche l’attore ammaccato di “Birdman” (2014) di Alejandro González Iñárritu e ha vinto un Golden Globe e un Emmy per la serie denuncia “Dopesick. Dichiarazione di dipendenza” (2021, Disney+). Parliamo dell’attore hollywoodiano Michael Keaton, sulle scene dalla fine degli anni ’70. Keaton, dopo una prima regia nel 2008 con “The Merry Gentleman”, è tornato dietro alla macchina da presa per dirigere un crime-thriller esistenziale, intestandosi il ruolo principale e scegliendo come comprimari Al Pacino, Marcia Gay Harden e James Marsden. È “La memoria dell’assassino” (“Knox Goes Away”), presentato al 48° Toronto International Film Festival. La storia. Stati Uniti oggi, John Knox (Keaton) è uno spietato killer sessantenne che conduce una vita solitaria. Quando gli viene diagnosticata una malattia neurodegenerativa particolarmente aggressiva (la Malattia di Creutzfeldt-Jakob), capisce che ha poche settimane per sistemare gli irrisolti della sua esistenza, a cominciare dal rapporto deragliato con il figlio Miles (Marsden). Proprio per lui si rivolge all’amico di lunga data Xavier Crane (Pacino), intenzionato a seminare le incalzanti indagini della detective Emily Ikari (Suzy Nakamura).

La cornice è quella del crime asciutto e algido, dove i corpi delle vittime cadono come birilli sotto raffiche di colpi di pistola. Mettendo però da parte tale sfondo narrativo, che localizza il film nel perimetro del cinema di genere, la linea del racconto schiude un interessante dramma esistenziale che oscilla tra il desiderio di far pace con le proprie angosce, irrisolti di vita, e sanare (e salvare) il rapporto con un figlio mai amato. In più, Keaton tratteggia con convinzione i volteggi finali di un uomo che sa che sta andando incontro all’oblio, alla perdita totale dei ricordi, un percorso che vuole compiere da solo, senza poter contare su tenerezza e calore familiare. Un cammino fosco, tortuoso – John Knox resta sempre un killer, che non rinnega i suoi metodi spietati –, che però trova sfumature umane acute nel desiderio di sacrificio di sé e nel voler dare “senso” agli ultimi gesti, un senso che si lega in parte al desiderio di espiazione delle proprie omissioni.

Film sfidante per temi e linguaggio, ma di certo non banale.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche:
Amicizia, Amore-Sentimenti, Avidità, Carcere, Denaro, Dolore, Donna, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Gangster, Malattia


Cadenzato dalle settimane che scorrono, La memoria dell’assassino riesce a essere più efficace ogni volta che si muove sul filo sottile dell’ambiguità morale e nel modo in cui confonde realtà e delirio visivo nella mente di Knox.


La seconda regia di Keaton è un thriller d’altri tempi con le atmosfere cupe tipiche del noir notturno. Antiquato, semplicista e in parte sconnesso, ma ha grande cuore e un Al Pacino in ottima forma


La storia, per quanto drammatica e coinvolgente, risulta piuttosto semplice per un thriller degno di questo genere, ma Keaton riesce a complicare la vicenda con quella giusta dose di sospensione, giocata anche sulle continue e sempre più assidue perdite di memoria, che trascina il dubbio fino all’estremo e consente allo spettatore di desiderare di continuare a seguire il protagonista nel suo cammino fino all’epilogo finale della storia.

 


Recensioni
3/5 Sentieri Selvaggi
3,5/5 Ciak Magazine
3,6/5 Coming Soon

 

COS’E’ LA MALATTIA DI CREUTZFELDT-JAKOB

La malattia di Creutzfeldt-Jakob è una malattia da prioni (rare patologie degenerative del cervello progressive, letali e attualmente incurabili che derivano dalla trasformazione di una proteina in una forma anomala chiamata prione) caratterizzata dal deterioramento progressivo della funzione mentale, che porta a demenza, contrazione involontaria dei muscoli (mioclono) e barcollamento quando si cammina. Una variante può essere acquisita mangiando manzo contaminato.

La malattia di Creutzfeldt-Jakob si manifesta solitamente spontaneamente, ma può essere causata dal consumo di manzo contaminato o da un gene anomalo ereditario.
Inizialmente, la maggior parte delle persone è confusa e ha problemi di memoria, poi i muscoli iniziano a contrarsi involontariamente e si perde la coordinazione.
La maggior parte delle persone muore nel giro di 4 mesi-2 anni.
La diagnosi di solito può essere fatta con un elettroencefalogramma, un’analisi del liquido cerebrospinale e una risonanza magnetica per immagini.
Non esistono cure, ma i farmaci possono alleviare alcuni dei sintomi.

La malattia di Creutzfeldt-Jakob (CJD) si sviluppa quando una proteina normale, chiamata proteina prionica (PrPC), cambia forma (ripiegamento errato), trasformandosi nel prione che causa la malattia. I prioni si accumulano lentamente nel cervello provocando solitamente la formazione di piccole bolle nelle cellule cerebrali, che muoiono gradatamente. Quando muore o non funziona correttamente un numero sufficiente di cellule cerebrali, si sviluppano i sintomi, seguiti alla fine dal decesso.

 

 

La CJD può:
– Insorgere spontaneamente (il cosiddetto CJD sporadico)
– Essere ereditaria (il cosiddetto CJD familiare)
– Essere acquisita
Considerando che per anni nel Regno Unito è stato mangiato manzo contaminato senza saperlo, il numero di casi di CJD è sorprendentemente basso. La diffusione di questa malattia è stata controllata con il macello massiccio dei bovini e con modifiche nella modalità con cui il manzo veniva lavorato nel Regno Unito. La sorveglianza diffusa di questa malattia nei bovini ha portato a una diminuzione progressiva del numero di nuovi casi di CJD nel Regno Unito, con due soli casi dopo il 2011. Quattro casi di CJD sono stati diagnosticati negli Stati Uniti e due in Canada, ma nessuno ha avuto origine in Nord America.

 

Si stima che 1 persona su 2.000 nel Regno Unito possiede la proteina prionica anomala osservata nella CJD, ma non ha sintomi. Si teme che se queste persone donano il sangue o sono sottoposte a un intervento chirurgico, potrebbero infettare altre persone. Tuttavia, i criteri per lo screening dei donatori di sangue, specificamente correlati alla CJD, potrebbero ridurre ulteriormente il rischio di trasmissione della CJD da parte dei soggetti infetti. Questo rischio è già molto basso al di fuori della Francia e del Regno Unito.
La malattia della mucca pazza è stata riportata anche in bovini nordamericani (6 negli Stati Uniti e 20 in Canada).

 

Fonte: https://www.msd-italia.it

 

MGF

FORSE IL CUORE

Sprofonderà l’odore acre dei tigli
nella notte di pioggia. Sarà vano
il tempo della gioia, la sua furia,
quel suo morso di fulmine che schianta.

 

 

Rimane appena aperta l’indolenza,
il ricordo di un gesto, d’una sillaba,
ma come d’un volo lento d’uccelli
fra vapori di nebbia. E ancora attendi,

 

 

non so che cosa, mia sperduta; forse
un’ora che decida, che richiami
il principio o la fine: uguale sorte,
ormai. Qui nero il fumo degli incendi

 

 

 

secca ancora la gola. Se lo puoi,
dimentica quel sapore di zolfo
e la paura. Le parole ci stancano,
risalgono da un’acqua lapidata;
forse il cuore ci resta, forse il cuore.

 

 

 

Salvatore Quasimodo

“Forse il cuore” è tratta da “Giorno dopo giorno”, la raccolta che Quasimodo pubblica nel 1947, a ridosso del conflitto mondiale che lacera l’anima del mondo e dell’individuo.
La descrizione degli odori acridi dei tigli, la gioia effimera, la sua furia e il suo fulmine che squarcia, tutto si dissolve nella notte. Ciò che resta è soltanto un’apertura all’indolenza, al ricordo sfumato di gesti e sillabe, simile al volo lento di uccelli in una nebbia che svela solo parzialmente il suo mistero. Si avverte un’attesa indefinita, la ricerca di qualcosa di perduto, forse un’ora decisiva che potrebbe determinare un principio o una fine, ma che sembrano ormai destinati all’uguale fine.
Nell’oscurità della notte, il fumo degli incendi persiste, secca la gola, e Quasimodo invita a dimenticare il sapore del zolfo e la paura che si insinuano nell’anima. Le parole, seppur cariche di significato, diventano stancanti, emergono come pietre da un’acqua che è stata lapidata.
E in questo scenario di fugacità e desolazione, il poeta si interroga sulla persistenza del cuore. Forse è l’unica costante, la sola entità che resta dopo che tutto il resto si è dissolto nella fugacità del tempo.
“Forse il cuore” è una poesia che abbraccia il transitorio e la malinconia, dipingendo con maestria la bellezza e la fragilità dell’esistenza umana. Quasimodo, con la sua prosa evocativa, ci invita a contemplare la profondità degli istanti fugaci e della nostalgia per ciò che è perduto, offrendoci un riflesso della nostra stessa umanità nell’incessante fluire del tempo.

 

Fonte: Alessandria.today

 

MGF

 

Regia di Ilker Çatak – Germania, 2023 – 98′
con Leonie Benesch, Leonard Stettnisch, Michael Klammer

 

 

 

 

 

Dopo “Perfect Days”, “Il ragazzo e l’airone” e “Past Lives”, la Lucky Red porta al cinema nei primi mesi del 2024 un altro titolo di grande forza espressiva: “La Sala Professori” (“Das Lehrerzimmer”) di Ilker Çatak, film tedesco passato con successo alla Berlinale73 e in corsa agli Oscar nella categoria miglior film internazionale (la stessa di “Io Capitano”). Uno sguardo in chiaroscuro sul mondo scolastico, tra corpo docente, alunni e genitori. Un affresco sociale che esplora pregiudizi, fragilità, omissioni e colpe, evidenziando alla fine un’amara sconfitta educativa. Ottima la prova della protagonista Leonie Benesch (“Il nastro bianco”, “Lezioni di persiano”). La storia: Germania, oggi. La giovane Carla Nowak è un’insegnante di scuola al primo incarico. Crede nel dialogo, nella fiducia verso i suoi piccoli allievi e nei nobili compiti dell’istituzione. Quando in classe si verificano dei furti di denaro e tra i sospettati finisce un suo allievo, Carla decide di indagare. I suoi buoni propositi però attivano una serie di conseguenze inaspettate, per lo più sconfortanti… “Volevamo analizzare un sistema, riflettere sulla nostra società. La scuola è un buon punto di partenza, è come un laboratorio”. Così il regista tedesco Ilker Çatak, tracciando il perimetro del suo film. Scritto insieme a Johannes Duncker, “La Sala Professori” sorprende per lo sguardo sociale e al contempo introspettivo, che ricorda tanto la forza espressiva dei primi (magnifici!) film di Susanne Bier tra cui “In un mondo migliore” (2010). L’opera di Çatak mostra come un’efficace istantanea il nostro presente, quello della Germania e dell’Europa tutta, dove sembrano saltati il dialogo e la cooperazione tra docenti e genitori, lasciando i più piccoli a farne le spese. Non è però un racconto che si muove sulla polarizzazione bianco-nero, bene-male. In campo ci sono attanti solitari, che si sentono detentori di certezze, costantemente sotto attacco, e che agiscono non pensando alle conseguenze delle proprie azioni. Seppure animata da valide e nobili intenzioni, la prof.ssa Nowak attiva un’escalation di tensioni e conseguenze che si abbattono sull’alunno più brillante della classe, Oskar (Leo Stettnisch), figlio di immigrati che sconta già un prezzo alto in termini di integrazione. A complicare la situazione è la reazione della madre di Oskar (Eva Löbau), che sentendosi infangata si avvia allo scontro con la Nowak, non pensando alla serenità del figlio. Così, sul volto del piccolo Oskar si leggono alla fine del film tutte le amarezze di un mondo adulto che antepone le regole alle persone, l’Io al Noi, la cultura del sospetto al dialogo. Un bambino che finisce con il perdere l’innocenza per sperimentare prematuramente lampi di livore ed esclusione. A conquistare del film “La Sala Professori” è di certo la regia di Ilker Çatak, così attenta e misurata, capace di esplorare le pieghe del reale con la tensione di un thriller psicologico, dove la ricerca della verità si fa sfaccettata e sfocata. Lo stile narrativo di Çatak sembra muoversi nel solco del “pedinamento del reale”, richiamando Zavattini e la lezione neorealista, come pure la scuola del cinema sociale europeo odierno dove figurano i fratelli Dardenne. “La Sala Professori” è un film intenso, da vedere, girato e interpretato magnificamente.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Bambini, Dialogo, Donna, Educazione, Emarginazione, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Giustizia, Media, Metafore del nostro tempo, Politica-Società, Razzismo, Scuola


Ci sono momenti nella storia della cultura in cui la scuola ben si presta a essere specchio della società


La sala professori fotografa con la giusta drammaticità lo stato di un’istituzione in grossa crisi, esogena e endogena, in cui il rispetto che un tempo era precetto è stato sostituito dal sentimento umorale, per cui all’insegnante si dà retta finché è simpatico, sa intrattenere, non si fa scudo con il suo ruolo, perché allora quello scudo, sebbene di latta, diventa subito il bersaglio del tiro incrociato di alunni e genitori.


La distanza si misura in una stanza. La sala professori, nello specifico, evocata fin dal titolo (anche in versione originale) di un’opera che scandaglia la società scegliendo la missione didattica come metro di giudizio.


Recensioni
3,6/5 MYmovies
4/5 Sentieri selvaggi
4/5 Cinematografo.it

 

CONSIGLI DI LETTURA SU SCUOLA ED EDUCAZIONE

 

 

IL DANNO SCOLASTICO, Paola Mastrocola, Luca Ricolfi

Paola Mastrocola e Luca Ricolfi per la prima volta insieme in un libro per denunciare a due voci il paradossale e tragico abbaglio della scuola democratica, che, nata per salvare i più deboli, oggi di fatto ne annega le speranze. Sì, è così: una scuola facile e di bassa qualità allarga il solco fra ceti alti e ceti bassi. Un disastro, di cui rendere conto e chiedere scusa, ai ragazzi e alle loro famiglie.

 

 

 

 

 

LA SCUOLA CI SALVERÀ, Dacia Maraini

Cosa è successo alla scuola? Come possiamo risollevare le sorti dell’istituzione più importante per il futuro del Paese dopo una fase difficile come quella che sta affrontando? Dovremmo partire dagli insegnanti motivati e capaci che la sorreggono nonostante i molti ostacoli e dal serbatoio di vitalità degli studenti. E poi naturalmente occorre ridare all’istruzione le risorse e la centralità che merita. La scuola può fare la differenza, soprattutto in momenti di crisi.

 

 

 

 

 

PAROLE DI SCUOLA, Mariapia Veladiano

Mariapia Veladiano, dopo più di vent’anni nella scuola, prima come insegnante e poi come preside, la conosce bene, la scuola. Conosce i ragazzi, l’energia che corre tra i banchi, le adolescenze fatte di paura e desiderio, il futuro che promette, e insieme minaccia. Conosce le parole della scuola – paura, entusiasmo, vergogna, condivisione, integrazione, esclusione, empatia, identità, equità – e il suono che fanno tra i banchi.

 

 

 

 

 

 

PERCHE’ DEVO DARE RAGIONE AGLI INSEGNANTI DI MIO FIGLIO, Maria Teresa Serafini

Negli ultimi anni si percepisce un disagio, una tensione nei rapporti tra la scuola e la famiglia. In passato i genitori affidavano i figli ai loro insegnanti con fiducia, perché “l’insegnante ha sempre ragione”: non c’era discussione, in caso di divergenze non c’erano dubbi su chi dovesse guidare le scelte e i comportamenti dei ragazzi. Ora sembra essere girato il vento: l’insegnante ha perso molte certezze, la sua carriera è spesso una corsa a ostacoli e, in mancanza di stima per il ruolo, cala la fiducia e si misurano e valutano tutti i suoi comportamenti.

 

 

 

MGF