I VERSI CRESCONO, COME LE STELLE E COME LE ROSE

I versi crescono, come le stelle e come le rose,
come la bellezza – inutile in famiglia.
E, alle corone e alle apoteosi –
una sola risposta: « Di dove questo mi viene? »
Noi dormiamo, ed ecco, oltre le lastre di pietra,
il celeste ospite, in quattro petali.
Mondo, cerca di capire! Il poeta – nel sonno – scopre
la legge della stella e la formula del fiore.

14 agosto 1918

 

Fare poesia – sosteneva Marina Cvetaeva non è “allietare il lettore con begli echi delle parole”, ma una ricerca continua, un’operazione conoscitiva della realtà dove il ritmo e la rima sono un mero strumento. Eppure, questa ricerca non ha nulla di scientifico, anzi, si svolge misteriosamente, si manifesta attraverso i sogni, attraverso arcani meccanismi ignoti ai poeti, i quali interagiscono come i profeti con le divinità, e infine riescono a rivelare quella “verità” che la poesia sottintende, a conoscere “la legge della stella e la formula del fiore”.

 

MARINA IVANOVNA CVETAEVA

Marina Ivanovna Cvetaeva nacque a Mosca il giorno 8 ottobre 1892 e morì a Elabuga, sul Volga, il 31 agosto del 1941. Fu poetessa e scrittrice.
Vale la pena di sottolineare che all’epoca della sua nascita in Russia era in uso il calendario giuliano, secondo il quale la data di nascita si pone al 26 settembre.
Il padre era professore di Belle Arti all’Università di Mosca, mentre la madre era pianista e allieva di Rubinštejn.
Marina fu sempre incantanta dalle passioni letterarie della madre, da Puskin ai classici tedeschi e francesi. Scrisse le prime composizioni all’età di 6 anni. Dopo di lei nacque sua sorella Anastasija.
Quando la madre si ammalò di tubercolosi, la famiglia si spostò in giro per l’Europa, anche in Italia, e le due sorelle studiarono in collegi svizzeri e tedeschi, perfezionando il loro francese e tedesco.
A 16 anni Marina seguì corsi di letteratura francese antica alla Sorbona di Parigi. A 19 anni conobbe Sergej Efron e in breve tempo i due si sposarono. Dopo la rivoluzione d’Ottobre Efron si unì all’Armata Bianca, un esercito controrivoluzionario di sostenitori dello zar e Marina scrisse opere che ne esaltavano le gesta. Per questi motivi i due coniugi non erano ben visti dal regime stalinista e decisero di emigrare.
Marina si trasferì a Parigi con i figli, pensando che il marito fosse scappato in Spagna. In realtà lui era stato arrestato e fucilato, ma lei non lo sapeva e quindi tornò a Mosca nel 1939 vivendo in una condizione di estrema povertà.
Pur essendo stata l’esponente di maggior spicco del locale movimento simbolista, in contrapposizione con quello acmeista (movimento letterario russo che venne formulato dal 1910 alla fine della seconda guerra mondiale, in opposizione al simbolismo, una diversa tematica e un nuovo stile espressivo intonati alla chiarezza rappresentativa, alla concretezza dei contenuti e allo studio dei valori formali del verso) fondato dal marito di Anna Achmatova, che conobbe nel 1941, si ritrovò isolata dalla comunità letteraria e dopo breve tempo si impiccò in una casa di campagna.
Le sue opere vennero riabilitate e pubblicate solo vent’anni dopo la sua morte

Risorse bibliografiche su Marina Cvetaeva
Poesie (a cura di Pietro Zveteremich), Feltrinelli 1979
 Indizi terrestri (a cura di Serena Vitale), trad. Luciana Montagnani, Milano, Guanda 1980
Dopo la Russia e altri versi (a cura di Serena Vitale), Milano Mondadori, 1988
Il paese dell’anima: lettere 1909-1925 (a cura di Serena Vitale), Adelphi 1988
Deserti luoghi: lettere 1925-1941 (a cura di Serena Vitale), Adelphi 1989

Fonti:

eroi.it   –   cantosirene.blogspot.com   –   enciclopedia delle donne.it

 

MGF

VAN GOGH. POETI E AMANTI
Docufilm diretto da David Bickerstaff

 

L’intelligenza acuta e la passione bruciante che alimentarono una carriera straordinaria.

 

 

 

 

Spostandosi passo dopo passo tra le sue pennellate, il regista David Bickerstaff indaga nello specifico il rapporto del pittore con la poesia e l’amore, la ricerca instancabile, l’uso rivoluzionario del colore e il suo stile unico. Prodotto con Exhibition on Screen da Phil Grabsky, che firma anche il soggetto con il regista, il film si sofferma inoltre sui veri motivi del trasferimento di Van Gogh nel sud della Francia e sugli esiti di una scelta che cambiò per sempre la sua vita.


Van Gogh. Poeti e Amanti offre l’eccezionale possibilità di visitare, grazie al cinema, la mostra della National Gallery di Londra che ha conquistato il pubblico di tutto il mondo, riscrivendo per certi versi la storia di un artista sui cui si pensava di conoscere già ogni dettaglio.

 

VAN GOGH: AMORE SU TELA

 

Van Gogh – Autoritratto 1887

Van Gogh è forse l’artista che maggiormente ha inciso sull’arte del Ventesimo secolo.
Fiumi di parole sono stati spesi su di lui, al punto che mi sembra quasi superfluo aggiungere la mia umile goccia nel mare di ammirazione, a parer mio tutta meritata, che centinaia e migliaia di storici, esperti e appassionati hanno scritto su di lui.
Ma forse è anche vero che le parole non saranno mai abbastanza per rendere compiutamente la profondità di anche una sola delle sue opere, e forse questo amore che gli stiamo tributando decenni dopo la sua scomparsa è una sorta di magra ricompensa per tutto ciò che non ricevette in vita.

 

 

 

Van Gogh – I primi passi (secondo Millet) (1890)

Battezzato con il nome di un fratello morto in fasce, condannato sin dalla nascita a portare il peso di aspettative troppo grandi per lui, Vincent Van Gogh è sempre stato un disadattato: un inetto a vivere, come lo Zeno Cosimi nato dalla penna di Italo Svevo, un outsider, uno che oggi forse definiremmo “sfigato”.
I risultati scolastici furono sempre nella norma o bassi, trovò lavoro solo grazie ai contatti di famiglia e alla pietà di alcuni parenti, ma nel suo cuore ha sempre albergato una passione così grande da cancellare ogni altra sofferenza: l’amore per l’arte, e per le piccole creature del Signore.

 

 

 

Van Gogh – Ritratto di Théo Van Gogh (1887)

In una delle sue lettere al fratello Théo, Vincent scrisse: “Il giorno in cui ti innamorerai, ti accorgerai con stupore dell’esistenza di una forza che ti spinge ad agire e sarà la forza del cuore”. E fu proprio questa forza del cuore a portarlo avanti; ma fu anche la sua condanna.
Van Gogh amava, amava con un’intensità quasi impossibile da concepire: possiamo dire che viveva d’amore, e forse se le persone intorno a lui avessero imparato ad amare quanto lui ci sarebbe riuscito. Ma la dura realtà dei fatti, il pragmatismo delle scelte a cui fu costretto, continuarono a tormentarlo, giorno dopo giorno.
Amare è soffrire, così si dice; amare è sacrificio, e Vincent, con il suo instancabile anelito alla ricerca di un amore che fosse infinito, lo sapeva bene.

 

 

 

Van Gogh – Camera da letto di Vincent ad Arles (1888)

In costante lotta con la famiglia, a volte persino con Théo, alla frenetica ricerca di qualcuno da amare, alla frenetica ricerca di qualcuno che lo amasse come lui amava gli altri, accadde l’inevitabile: Vincent scivolò inesorabilmente verso la depressione.
Molte diagnosi furono emesse per spiegare la sua condizione: schizofrenia, disturbo bipolare, saturnismo, sifilide, epilessia del lobo temporale, alcolismo… le possibilità furono vagliate tutte. Ciò che conta è che Vincent, ad un certo punto, smise di ricercare un amore grande quanto il suo.

 

 

 

 

Rimase tuttavia in grado, e questa è a mio parere la sua caratteristica più straordinaria, di vedere il bello nelle piccole cose. Cercò sempre, come sappiamo dalle sue lettere a Théo, di rallegrarsi per le vittorie quotidiane, amò come sapeva fare e sopportò fin quando gli fu possibile di amare senza poter essere ricambiato.
Noi ora ritroviamo questo suo perduto amore nelle sue tele: semplici temi, scenari che gli si ponevano davanti agli occhi un giorno dopo l’altro, pur nei suoi tratti materici e densi diventano vivi sulla tela, anche a più di centotrenta anni di distanza.

Van Gogh – Campo di grano con volo di corvi (1890)

 

I corvi volano sopra al campo di grano, la luce del sole scorre impercettibilmente sul sottile tappeto della sua stanzetta, la sua barba è percorsa da un fremito mentre il suo sguardo ci trapassa e sembra chiedere: ami?

 

 

L’amore di Vincent per l’arte combatté a lungo contro il dolore, lo sviscerò e ne trasse quanto di bello se ne poteva trarre: anche nei momenti più bui, Vincent riuscì a trovare qualcosa di buono nel mondo, ma dalle sue parole emerge con sempre maggiore frequenza la chiara realizzazione, atroce e crudele, che tutto è temporaneo, che nulla potrà mai essere eterno come lo era stato nelle vivide speranze che l’avevano accompagnato nonostante tutto.
Vincent morì il 29 luglio 1890, a causa di un colpo di pistola al ventre, autoinflitto.
La sua ultima lettera a Théo recitava: “Vorrei scriverti molte cose ma ne sento l’inutilità”. Ma le sue ultime parole furono: “Ora vorrei ritornare”.

Le tombe di Vincent e Theo nel cimitero di Auvers-sur-Oise

Amare l’arte di Vincent Van Gogh con l’intensità con cui lui ha amato durante la vita è, credo, la maniera in cui il suo ultimo desiderio prende vita: lui è qui, di nuovo tra noi, quando anche solo una minuscola parte del suo amore riesce a emergere dalla tela e toccarci il cuore.

 

Van Gogh – Il giardino del Poeta (1888)

 

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF

Regia di Payal Kapadia – Francia, India, Paesi Bassi, Italia, 2024 – 110′
con Kani Kusruti, Divya Prabha, Chhaya Kadam

 

 

 

 

Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2024.

 

UN FILM INTENSO, ELEGANTE E FORTEMENTE SENSUALE IN CUI LA REGISTA SI DIMOSTRA ECCEZIONALE NEL COGLIERE OGNI SFUMATURA

Prabha è un’infermiera nel reparto ginecologico di un caotico ospedale di Mumbai. Tramite un matrimonio combinato ha sposato senza conoscerlo un uomo che subito dopo si è trasferito in Germania, senza farsi praticamente più sentire. La donna divide un microappartamento con un’infermiera più giovane, Anu, che è innamorata di Shiaz, un ragazzo musulmano inaccettabile agli occhi della sua famiglia indù (così come lei è inaccettabile per la famiglia di Shiaz). La terza protagonista è la città di Mumbai, metropoli sovraffollata “costruita dalle mani della povera gente” e punteggiata da condomini alveari in cui ognuno ha poco spazio per sé ma coltiva grandi sogni, perché “bisogna credere nelle illusioni, altrimenti si impazzisce”. Una città che annulla le singole individualità e dove il lusso sfrenato è riservato a pochi privilegiati, così come è discriminante la società indiana che attraverso le sue regole rigide e millenarie esercita una pressione incontestabile sulle vite delle persone, soprattutto (ma non solo) quelle di sesso femminile. Opera seconda della regista indiana 38enne Payal Kapadia, racconta con immensa tenerezza la storia di due donne (anzi tre, perché c’è anche un’infermiera più anziana, Parvati, sfrattata dalla casa in cui ha vissuto per 22 anni) i cui desideri e aspirazioni si scontrano con un assetto sociale che le relega in un angolo e preclude loro soddisfazioni e sentimenti. Le due protagoniste di All We Imagine As Light affrontano però i limiti loro imposti in modo opposto: Prabha seppellisce le sue speranze in fondo al cuore, conscia che a Mumbai e dintorni “non è possibile sfuggire al proprio destino”; Anu invece cerca ogni occasione di fuga e di incontro con Shiaz, rubando attimi di gioia e leggerezza, e guadagnandosi solo per questo la nomea di sgualdrina fra le altre infermiere.
Kapadia entra a fondo nell’intimità degli spazi angusti in cui è confinata la vita di Prabha e Anu, perlustra gli spazi della città e della natura circostante, inzuppa il suo racconto di piogge monsoniche e utilizza le musiche del giovanissimo montatore e cantautore Topshe per sottolineare le differenze fra le due protagoniste, ma anche le svolte della narrazione, e verso il finale fa sfociare la storia di Prabha in una sequenza di realismo magico di rara poesia.
All We Imagine As Light è in film intenso, elegante e fortemente sensuale senza essere esplicitamente sessuale (ma l’unica scena di sesso del film è una delle più realistiche e commoventi viste nel cinema recente).
La narrazione composta di Kapati lascia perfettamente intuire il vulcano che la società indiana nasconde, e che forse avrà la potenza di sovvertirla, o forse si limiterà a regalare piccoli momenti di respiro e di rivalsa alle donne come Prahba e Anu, che non fanno nulla di male ma vogliono per sé qualcosa di meglio di quello che il mondo ha già deciso per loro.
All We Imagine As Light è la dimostrazione che nell’arte ciò che conta non è tanto il cosa quanto il come: ed è nel “come” che Kapadia si dimostra una regista eccezionale, capace di cogliere ogni sfumatura dell’universo narrato, ogni luce, ogni sguardo, ogni dettaglio, ogni piccolo spostamento dell’anima.

Paola Casella – Mymovies


All We Imagine as Light – Amore a Mumbai è delicato e intenso, per nulla scontato, non è solo un film romantico, racconta la società indiana e il mondo femminile.


All We Imagine As Light è una luce nella pioggia, una speranza nel buio, un film nella terra – e di qui il mare – di nessuno tra costrizione e anelito.


Racconto della Mumbai di oggi attraverso gli occhi di tre donne di età differenti, tutte infermiere e tutte con un rapporto incerto con gli uomini della loro vita. Spostandosi dalla città al mare, si riapproprieranno del loro destino.


Recensioni
3,3/5 MyMovies
3,5/5 Sentieri selvaggi
3,5/5 Movieplayer

 

CASTE INDIANE, SISTEMA GERARCHICO DI STRATIFICAZIONE SOCIALE

Il complesso apparato che costituisce il sistema delle caste in India è una struttura gerarchica che stabilisce e contestualizza vari livelli di stratificazione a carattere sociale, i quali si basano esclusivamente e rigidamente sull’ereditarietà della condizione relativa alla popolazione indiana. Pur essendo stata soppressa sin dal 1950, questa antichissima struttura fa ancora sentire i propri influssi nella ripartizione dei posti di lavoro, nelle delicate dinamiche politiche, nella circolazione dei beni ed ha le proprie basi su regole religiose di tipo arcaico, molto radicate a livello sociale.

 

Nella religione induista si afferma che l’anima è impegnata nel suo incessante percorso di purificazione che la vede reincarnarsi (il samsara, l’eterno ciclo di vita, morte e rinascita, spesso raffigurato come una ruota proprio a evidenziare la sua ciclicità) per raggiungere la liberazione grazie alle virtù sviluppate in ciascuna vita. Un esempio: nascere come membro di una casta di livello inferiore, in base al sistema della casta indiana, significa essere stato un peccatore nell’incarnazione precedente.
Al contrario, nascere sotto la casta indiana dei brahmani dimostra che l’anima della persona è pura e che, se saprà vivere un’esistenza onesta e integerrima, potrà ottenere il nirvana, cessando di restare intrappolata nel ciclo morte-vita-rinascita.

 

Il sistema delle caste Varna

 

La parola significa colore. Questo sistema si basa sull’antica letteratura indù e classifica gli indiani in 4 classi principali provenienti dalla società indiana vedica:
Clero o insegnanti (Brahmani)
Governanti o guerrieri (Kshatriya)
Artigiani o commercianti (Vaishyas)
Operai o servi (Shudra)

 

 

 

Villaggio Dalit di Madurai

 

I Paria o Dalit (in passato definiti «intoccabili», attualmente considerati «oppressi») sono considerati avarna, cioè al di fuori del sistema sociale e religioso delle caste induista (ed è quindi erroneo elencarla come una quinta casta), includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. I Dalit sono costituiti da vari gruppi in tutta l’Asia meridionale. Parlano una varietà di lingue e praticano varie religioni. I Dalit formano il 16,6% della popolazione indiana secondo il censimento del 2012.

 

 

 

Le persone appartenenti alle tre caste superiori ricevono un’iniziazione alla fine della pubertà. Questo rito è considerato come una seconda nascita. Gli Shudra non hanno iniziazione perché nascono una sola volta.
Come fa l’India moderna a gestire il sistema delle caste?
La costituzione stabilisce che la discriminazione contro le caste inferiori è illegale.
Dopo l’indipendenza sono state implementate diverse politiche per superare le barriere delle caste e migliorare la mobilità sociale
Queste politiche includono il sistema delle quote riservate negli impeghi pubblici per i membri delle caste più basse
Per la corretta applicazione di queste politiche i governi locali hanno moltiplicato il sistema delle caste
In questi sistemi più bassa è la condizione sociale più benefici si possono ottenere in modo che alcune caste cercano di mantenere la qualifica più bassa.

Fonte: www.consciousjourneys.com

MGF

 

Tante sale parrocchiali resistono all’offensiva di multisala e streaming.
Il segreto della coesistenza sta nella collaborazione. A marzo i nuovi cicli di cineforum.

Poche città possono contare come Busto Arsizio su una rete di cinema-teatri parrocchiale così vivace.
Un circuito di sale che garantisce un’offerta di qualità e che soprattutto svolge una preziosissima iniziativa sociale.

I cinema San Giovanni Bosco (nel rione Sant’Edoardo), Manzoni (San Michele), Fratello Sole (Frati) e Lux (Sacconago) resistono grazie all’insostituibile apporto dei volontari, anche nell’epoca dei multisala e delle piattaforme streaming.

                         

                         

COLLABORAZIONE

Uno dei segreti è la collaborazione tra i responsabili delle sale, che hanno dato vita a un vero e proprio coordinamento: “Tra noi c’è un ottimo rapporto, non esiste concorrenza ma piuttosto una sinergia” spiega Benedetta Sarrica, coordinatrice del Fratello Sole. Si vede già nella programmazione: le sovrapposizioni di eventi vengono accuratamente evitate. Un esempio concreto: nella rassegna dei film d’essai in corso, il san Giovanni Bosco propone il proprio film al martedì, il Manzoni il mercoledì (oggi doppia proiezione de LA STANZA ACCANTO alle 16 e 21) il Fratello Sole il giovedì ( domani LA MISURA DEL DUBBIO, 16 e 21) il Lux il venerdì (il 21 febbraio è in programma LEGGERE LOLITA A TEHERAN, sempre 16 e 21) “E le sale sono già in fermento per la preparazione del prossimo cineforum, che si svolgerà da metà marzo a giugno” fa sapere Sarrica.

POLI CULTURALI

Oltre ad essere tuttora molto amate dai cinefili, le sale parrocchiali fungono in molti casi da veri e propri poli culturali a 360 gradi. Il Fratello Sole, ad esempio, propone un concorso di poesia dedicato sia ai ragazzi delle scuole sia agli adulti. “Organizziamo anche incontri e conferenze – precisa Sarrica – Al di là della passione per il cinema, c’è proprio il gusto di stare insieme.” Teatri che diventano veri e propri presidi di socialità: “Già mantenere un’insegna accesa in un luogo dove tutto è buio ha un’utilità sociale – continua la responsabile del Fratello sole – ma tutte le sale sono fondamentali nei rispettivi quartieri.”

Anche grazie ad un solido rapporto con l’Assessorato alla Cultura guidato da Manuela Maffioli, le sale hanno saputo resistere sia alla pandemia (”in quel periodo ci siamo rimboccati le maniche, adeguando i teatri alle nuove normative” sottolinea Sarrica) sia all’avvento di Netflix e al proliferare dei multisala. Certo, non mancano difficoltà, “ma gli anticorpi sono l’impegno e la passione dei volontari” puntualizza Sarrica.

 

 

BALORDA NOSTALGIA

“Diventando vecchio, ricordo con balorda nostalgia le feste del coordinamento delle sale d’essai”
A parlare, rievocando il titolo della canzone vincitrice del Festival di Sanremo è Paolo Castelli, docente al Politecnico di Milano, figura del sistema cinema bustocco. Castelli ripensa a quegli eventi i cui “si abbinavano cinema e cibo: le serate dedicate al Giappone, Sri Lanka, la cena medievale. Iniziative strapiene di gente, in anni d’oro per il cinema in generale.”
E chissà che non possa essere riproposta una rassegna storica come Sguardi d’essai.

Francesco Inguscio
LA PREALPINA 19 febbraio 2025

 

MGF

SULLE TRACCE DELLA SPERANZA

 

Voi che credete
voi che sperate
correte su tutte le strade, le piazze
a svelare il grande segreto…

 

 

Andate a dire ai quattro venti
che la notte passa
che tutto ha un senso
che le guerre finiscono
che la storia ha uno sbocco
che l’amore alla fine vincerà l’oblio
e la vita sconfiggerà la morte.

 

 

Voi che l’avete intuito per grazia
continuate il cammino
spargete la vostra gioia
continuate a dire
che la speranza non ha confini.

 

 

 

 

La parola poetica di David Maria Turoldo è una parola combattuta, sofferta, spezzata tra terra e cielo, tra uomo e Dio, nel continuo rincorrersi, riconoscersi, lacerarsi nel dubbio, nel desiderio. È una parola continuamente in cerca di una fede: la fede nell’uomo, innanzitutto; la possibilità di un ritorno alla luce nonostante il buio, il dolore, l’abisso. È una parola, quella di Turoldo, portatrice di dubbio, forza e speranza, che nascevano da un rapporto con un Dio che combatte con gli uomini, con la misericordia e l’amore; soprattutto se sono soli e poveri.

 

Fonte: Poesiadelnostrotempo.it

 

MGF