Regia di James Mangold – USA, 2024 – 141′
con Timothée Chalamet, Edward Norton, Elle Fanning
NON (SOLO) UN BIOPIC SU BOB DYLAN MA UN VIAGGIO NELL’AMERICA D’INIZIO ANNI ’60
James Mangold, newyorkese classe 1963, è un regista-sceneggiatore di mestiere, che ha all’attivo una serie di film riusciti per stile e solidità di racconto: “Ragazze interrotte” (1999), “Quando l’amore brucia l’anima. Walk the Line” (2005), “Le Mans ’66” (2019) e “Indiana Jones e il quadrante del destino” (2023). Dopo il biopic su Johnny Cash e June Carter, Mangold torna a confrontarsi con un’altra figura chiave della scena musicale e culturale “a stelle e strisce”: il cantautore Bob Dylan, Nobel per la Letteratura nel 2016. Il biopic “A Complete Unknown” non ha però la pretesa del ritratto definitivo, bensì si concentra unicamente sul momento degli esordi, tra passioni folk e insofferenze agli steccati musicali. Protagonisti Timothée Chalamet, Edward Norton, Monica Barbaro ed Elle Fanning.
La storia: New York, 1961. Un giovane diciannovenne originario del Minnesota, all’anagrafe Robert Zimmerman, ma ben presto Bob Dylan, si reca in ospedale per conoscere il cantante folk Woody Guthrie. Lì stringe amicizia anche con il cantautore Pete Seeger, che gli offre ospitalità in casa e lo introduce nell’ambiente musicale del Greenwich Village. Nel corso delle prime esibizioni conoscerà anche la cantante Joan Baez…
“Il mio compito – ha dichiarato il regista – è sempre stato quello di mettere in dubbio osservazioni ovvie. Non esiste una verità assoluta su Dylan. Abbiamo letto qualsiasi documento su di lui e molti autori si contraddicono. Invece di concentrarci sulla verità fattuale, abbiamo preferito soffermarci sui passaggi chiave, sulla realizzazione dei dischi, cercando di trovare il filo e il tono della verità”.
Mangold e il cosceneggiatore Jay Cocks hanno scritto un copione efficace, che approfondisce il momento dell’avvio della carriera di Bob Dylan, con il suo arrivo a New York e nella scena della musical folk, intercettando anche la critica sociale giovanile e l’attivismo politico, per poi spiazzare tutti e cambiare passo dalla metà degli anni ’60. Mangold tratteggia Dylan come un talento creativo, animato da irrequietezza e curiosità, insofferente alle regole. Al centro del suo mondo c’è la musica, la sperimentazione, il desiderio di mordere la vita con intensità senza troppi ancoraggi (neanche a livello sentimentale): si lega all’attivista Sylvie Russo (nella realtà Suze Rotolo), ma contestualmente frequenta la collega Joan Baez. Dylan è uno spirito libero, interessato alla sua idea di musica e refrattario agli incasellamenti, alle categorie musicali.
Mangold, forte delle interpretazioni generose di Chalamet, Norton e Barbaro, costruisce un racconto avvolgente, sospinto anche da brani iconici come “Mr. Tambourine Man”, “Blowin’ in the Wind” e “Like a Rolling Stone”. Nell’insieme, uno sguardo-suggestione sul mondo artistico di Dylan con richiami allo scenario politico, sociale e culturale del tempo; un modo per (ri)scoprire le origini del genio, senza tralasciarne fragilità e chiaroscuri. Mangold ha svolto un buon compito, valido e accurato, senza eccessi ma neppure guadagni memorabili. Un’opera che intercetta il favore del pubblico di ieri, che torna a canticchiare i brani di Dylan, e accende la curiosità in quello di oggi, pronto a scoprirne il vasto repertorio.
Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana
Tematiche: Alcolismo, Arte, Donna, Giovani, Libertà, Mass-media, Matrimonio – coppia, Metafore del nostro tempo, Musica, Politica-Società, Psicologia
“Chi vorrei essere? Tutto ciò che non vogliono che io sia”. Attorno a questa frase già di culto ruota tutta l’operazione di A Complete Unknown, basato sul libro di Elijah Wald “Dylan Goes Electric!” e approvato in fase di sceneggiatura da Dylan stesso.
Uno dei meriti di A Complete Unknown è quello di trattare Dylan con rispetto pur evitando l’agiografia, anzi, stigmatizzandone tra le righe, sempre attraverso il giudizio che passa negli occhi degli altri, qualche comportamento dettato dall’accrescimento dell’ego.
Chalamet ha capito “cosa” recitare, prima ancora di capire come farlo. Recita quella stranissima coolness di Dylan, che deriva dall’essere contro ogni cosa, dal non amare la sua stessa coolness, dal non voler essere così.
BOB DYLAN PREMIO NOBEL 2016 DELLA LETTERATURA:
Per aver creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione musicale americana
Bob Dylan, il cui vero nome è Robert Allen Zimmerman, è nato a Duluth il 24 maggio 1941.
Nel corso della sua lunga carriera il suo stile musicale ha spaziato dal country al blues, dal gospel al rock and roll, dal jazz all musica popolare inglese, scozzese e irlandese. È sempre stata forte l’influenza della letteratura e dalla storia americana sui testi delle sue canzoni.
Ha detto di lui il musicologo Alessandro Carrera, autore del saggio La voce di Bob Dylan, Una spiegazione dell’America (Feltrinelli):
“Se Dylan torreggia sopra tutti non è perché sia un poeta che scrive anche canzoni o un autore di canzoni che scrive anche poesie, ma perché l’intensità con la quale ha fatto cozzare linguaggi diversissimi tra loro è unica e irripetibile.
Dylan è senz’altro un poeta, ma non dello stesso genere a cui potrebbero appartenere T.S. Eliot o Montale. È un poeta perché ha inserito nel suo medium, che è quello della canzone, tutta la forza della poesia, del simbolismo, del modernismo di fine Ottocento e del Novecento. Ma Dylan resta soprattuto un cantante, perché il cantante deve saper unire i differenti media che sta usando e trasformarli in qualcosa che è di più della somma delle differenti parti. Questo è quello che Dylan è riuscito a fare, in lui si uniscono l’arte della parola, quella della musica e della voce, oltre quella della perfomance.
Certo Dylan è anche un narratore, ed è forse più narratore che poeta: ha scritto dei versi bellissimi, ma soprattutto ha inventato storie e ha inventato un modo di raccontarle in canzone. Molti raccontano storie in canzoni, la ballata narrativa è un antichissimo genere della canzone. Dylan si è trovato a utilizzarla negli anni Sessanta, quando la ballata narrativa era impiegata per le forti esigenze del momento: era una ballata topical, che sta per politica impegnata, che tratta di argomenti del giorno.
Ma Dylan non ha mai trattato questi argomenti in maniera strettamente lineare, o lo ha fatto molto raramente. Ha preferito creare delle situazioni allusive o, certe volte, circolari, in cui la storia, una volta sentita, ci lascia sempre qualcosa di non ancora spiegato, ci fa venir voglia di riascoltare la canzone, perché non ci ha detto tutto al primo ascolto.
Dylan è stato influenzato dai poeti che ha letto quando aveva diciotto-vent’anni a Minneapolis e a New York; ed erano i poeti che allora tutti leggevano, come Elliott, Ginsberg e tutta la scuola della beat generation, ma soprattutto Rimbaud. Forse non c’è stato nessun poeta che abbia avuto su di lui quell’impatto che ha avuto Rimbaud, tra il ’62 e il ’65. Ha letto sicuramente moltissimo, assimilando e imparando quello che voleva, e lasciando perdere quello che non gli interessava, come fanno gli autodidatti. Non bisogna dimenticare che Dylan è soprattutto un grandissimo conoscitore della tradizione della musica popolare americana: i veri testi di riferimento, più che quelli scritti, sono i testi del blues, le grandi ballate narrative della tradizione anglosassone.
La vita di Dylan è un’avventura per la straordinaria capacità che lui ha avuto di togliersi di dosso l’identità d’origine e di crearsene un’altra. Si decide nel momento in cui cambia nome, e da quel momento non torna più indietro, la strada è aperta verso una continua reinvenzione della propria vita. Ha rivissuto il grande mito americano, l’american dream, che però ha riscritto in maniera originale: non è il sogno di sistemarsi in un’altra terra – quello l’avevano già fatto i suoi nonni e i suoi padri – lui questa terra la esplora e la sente come sua, senza sentire alcuna divisione tra sé, la propria etnia e le altre culture di cui l’America è composta. Questa è la sua avventura.”
Nella mia grande solitudine, una solitudine di animale ferito
ora dopo ora io giaccio. In silenzio.
La mia vigna l’ha spogliata il destino e non un solo rampollo è rimasto.
Ma il cuore, ormai vinto, ha perdonato.
Se davvero sono questi i miei ultimi giorni
voglio esser calma,
perché l’amarezza non intorbidi il quieto blu
del cielo, mio compagno di sempre.
Rachel Bluwstein (1890-1931), nota al pubblico come Rachel, è un simbolo mai scalfito dal tempo del movimento pioneristico ebraico e madre fondatrice della tradizione poetica israeliana al femminile. Benché Rachel sia considerata una delle poetesse “nazionali” d’Israele, spesso nel corso dei decenni la sua opera è stata relegata a un ruolo minoritario, se non, addirittura, fraintesa. Soltanto di recente la critica ha saputo restituirle la giusta collocazione all’interno del canone poetico, mostrando l’intento rivoluzionario della sua scrittura. L’amore deluso, la nostalgia, la solitudine sono parte integrante dell’universo poetico di Rachel. Tuttavia, accanto a questo, troviamo una donna risoluta, consapevole della propria realtà, passionale e, soprattutto, dotata di un progetto poetico molto preciso.
RACHEL BLUWSTEIN
Rachel Bluwstein, (1890-1931), nata a Saratov (Russia) come Rachel Bluwstein-Sela, giunse nella Palestina Ottomana nel 1909, dove fino al 1913 visse in una scuola agricola femminile in riva al lago di Tiberiade. In seguito si recò in Francia per studiare agronomia e pittura e con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale ritornò in Russia, dove lavorò in istituti educativi per bambini rifugiati. Durante questo periodo contrasse la tubercolosi, la malattia che la condusse a una morte prematura. Nel 1919 tornò nel kibbutz Degania ma, non essendo più in grado di lavorare, si trasferì definitivamente a Tel Aviv, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Morì all’età di quarant’anni e fu sepolta sulle rive del lago di Tiberiade. Molto amata dal pubblico, la sua tomba è ancora oggi meta di numerosi visitatori. La prima raccolta di Rachel, Safiah-Frutto spontaneo, fu pubblicata nel 1927. A essa, tre anni più tardi, fece seguito un nuovo volume, intitolato Mineged-Di fronte. Il suo terzo e ultimo libro, Nebo, uscì postumo nel 1932.
Regia di Roberto Andò – Italia, 2025 – 131′ con Toni Servillo, Salvo Ficarra, Valentino Picone
UN MIX DI RIFLESSIONE E COMICITÀ IN UN FILM SINCERO CHE RACCONTA UNA PAGINA FONDAMENTALE DEL PASSATO ITALIANO.
A quasi tre anni dal successo di “La stranezza” (quattro David di Donatello e un Nastro d’argento nel 2023) Roberto Andò ripropone il trio Toni Servillo, Salvatore Ficarra e Valentino Picone per un racconto “siciliano” che intreccia Storia e finzione. Oggi, Giuseppe Garibaldi e i Mille tra le cui fila si trovano “per caso” due sprovveduti che hanno tutt’altri obiettivi; allora, il viaggio di Luigi Pirandello in Sicilia per il compleanno di Giovanni Verga e il suo incontro con due teatranti impegnati nell’allestimento di uno spettacolo.
Domenico Tricò (Salvatore Ficarra), da dieci anni lontano dalla Sicilia, vuole tornare per sposare l’indimenticata fidanzata; Rosario Spitale (Valentino Picone), anche lui siciliano, vive da anni in Veneto, è un baro di professione e vuole tornare a Palermo per sfuggire alla giustizia che ha messo gli occhi su di lui. Con l’idea di approfittare di un passaggio dai garibaldini, si presentano come volontari. Vengono così ingaggiati dal colonnello Vincenzo Giordano Orsini (Toni Servillo), militare di lungo corso nell’esercito francese, un palermitano di nobili origini che ha scelto di seguire Garibaldi.
Roberto Andò, regista, sceneggiatore e scrittore palermitano, governa con indubbia maestria un racconto che procede su un doppio binario: da un lato le avventure tragicomiche dei due siciliani in fuga, poveri diavoli affamati, spaventati, vigliacchi e furbi, che pensano solo a sopravvivere, e si trovano senza volerlo a vivere uno dei momenti più significativi della nostra storia: “O si fa l’Italia o si muore”. Eppure, anche loro, che il marchio di disertori ha destinato all’oblio, alla fine troveranno una scintilla di coraggio e, tra l’incredulità, l’ammirazione e il rimorso del colonello, sapranno fare la differenza. Ma poi, quando le battaglie finiscono e si torna alla normalità, bisogna sopravvivere. Dall’altro la coralità delle imprese dei garibaldini, tra scontri sanguinosi, ripiegamenti e fughe, a volte accolti e acclamati come liberatori, altre semplicemente tollerati o addirittura respinti dai siciliani, popolo “che si rivela più nei silenzi e nelle parole che non dice”. Come ricorda Orsini, al quale il regista affida le (proprie) riflessioni sulla Sicilia, sulla Questione Meridionale, sul sogno dell’unità d’Italia e sulle reali possibilità che questa rivoluzione possa cambiare la vita delle persone più semplici, che vivono insieme alle pecore, hanno paura, ma sono anche capaci di condividere il poco che hanno. Ma che senso può avere la parola libertà per chi ha vissuto sempre “sotto padrone”?
L’abbaglio” è un film avvincente, un racconto drammatico con lampi d’ironia e comicità, che funziona grazie alle interpretazioni sempre convincenti dei tre protagonisti, senza eccessi o sbavature, né sul versante comico, né su quello drammatico. Ottimi anche Tommaso Ragno, nel ruolo di Garibaldi e Giulia Andò in quello di Assuntina, senza dimenticare Giulia Lazzarini, la vecchia madre del Colonnello Orsini, una breve scena intensa e commovente.
Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana
Tematiche:
Amore-Sentimenti, Disabilità, Emigrazione, Guerra, Libertà, Matrimonio – coppia, Politica-Società, Povertà-Emarginazione, Rapporto tra culture, Storia
Roberto Andò non giudica i suoi personaggi, non biasima Domenico e Rosario, che tuttavia, come lui stesso ha voluto sottolineare, rappresentano l’eterna e indefettibile forza dell’Italia, nonché la dimostrazione di come il nostro paese si tenga in piedi anche quando appare mediocre se non in declino.
Con L’Abbaglio Roberto Andò torna ad affiancare Ficarra e Picone a Toni Servillo per raccontare un episodio secondario alla Spedizione dei Mille. Con lucidità e umana compassione il regista parla della sua Sicilia e dell’origine dell’Italia di oggi.
QUANDO GLI INGLESI FINANZIARONO I MILLE E GARIBALDI
All’arrivo della spedizione dei Mille l’11 maggio 1860, la presenza delle fregate inglesi davanti al porto di Marsala impedì la reazione della squadra borbonica che stava per intercettare e distruggere i due piroscafi garibaldini. Ma quali motivazioni portarono l’Inghilterra a decider di influenzare il processo unitario italiano? La risposta va cercata nei rapporti diplomatici tra Regno Unito e Regno delle Due Sicilie.
Tra il 1799 e il 1815 la gran Bretagna fu un alleato fondamentale per i Borboni. Dopo le due invasioni francesi i regnanti di Napoli fuggirono in Sicilia, protetti dalla flotta della Gran Bretagna, che stabilì un effettivo protettorato sull’isola. Gli inglesi svilupparono ottimi rapporti commerciali con l’isola. Una quota rilevante della bilancia commerciale britannica era rappresentata dall’importazione di materie prime provenienti dalla Sicilia e soprattutto dallo zolfo. In Sicilia erano presenti vere e proprie dinastie di mercanti inglesi, le quali avevano ottenuto il monopolio per lo sfruttamento di questa importante risorsa.
La situazione cambiò nel 1830, quando salì al potere Ferdinando II di Borbone. Egli si pose l’obiettivo di rendere il Regno delle Due Sicilie una potenza di media grandezza, autonoma da ingerenze esterne all’interno dello scacchiere europeo.
Per ristabilire una forte influenza sulla Sicilia, quando nel 1848 da Palermo cominciarono i moti che infiammarono il continente per i due anni successivi, l’Inghilterra sostenne il governo separatista siciliano, allo scopo di farne uno Stato autonomo retto da un principe di Casa Savoia. Ma la sconfitta di Carlo Alberto nella prima guerra d’indipendenza permise a Ferdinando II di intervenire in Sicilia e ristabilire la propria egemonia sull’isola. Il Regno Unito accusò il governo di Napoli di essere causa del malgoverno che scatenò le proteste e in una nota inviata al governo di Napoli minacciò che “qualora Ferdinando II avesse violato i termini della capitolazione e perseverato nella sua politica di oppressione, il Regno Unito non avrebbe assistito passivamente a una nuova crisi tra il governo di Napoli e il popolo siciliano”.
I rapporti furono sul punto di rottura definitivo a causa dello scoppio della guerra di Crimea. Ferdinando II decise di non appoggiare Francia e Gran Bretagna durante il conflitto (a differenza del Piemonte) poiché riteneva probabile una vittoria russa.
Quando Garibaldi decise di intraprendere l’impresa dei Mille il Regno Unito decise di agevolarne la riuscita. Impedì alla flotta francese di affondare i garibaldini che attraversavano lo stretto per dirigersi in Calabria e favorì l’alleanza tra la malavita napoletana e gli insorti. In questo modo la Gran Bretagna riuscì ad avere una forte influenza sul nuovo Stato unitario. Come scrisse Palmerston in una lettera alla regina Vittoria, “considerando la generale bilancia dei poteri in Europa, uno Stato italiano unito, posto sotto l’influenza della Gran Bretagna ed esposto al ricatto della sua superiorità navale, risultava il miglior adattamento possibile(…)l’Italia non parteggerà mai con la Francia contro di noi, e più forte diventerà questa nazione più sarà in grado di resistere alle imposizioni di qualsiasi Potenza che si dimostrerà ostile al Vostro Regno”.
L’inverno aveva rinfrescato anche
il colore delle rocce. Dai monti scendevano,
vene d’argento, mille rivoletti silenziosi,
scintillanti tra il verde vivido dell’erba.
Il torrente sussultava in fondo alla valle tra
i peschi e i mandorli fioriti. E tutto era puro,
giovane, fresco, sotto la luce argentea del cielo.
La primavera è una stagione di rinascita, di fiori che sbocciano e della natura che si risveglia. Questa stagione si caratterizza per i mille colori che la contraddistinguono, accompagnandola dolcemente, delineandone i contorni e al contempo è anche consapevolezza, conoscenza, apertura. Nella scrittura della Deledda gli elementi naturali, i colori si fondono, quasi personificandosi; tutto ciò ha voce umana e rappresenta lo specchio delle condizioni dell’uomo. Ne risulta un interessante gioco fra parola e silenzio, fondamento del linguaggio dell’autrice. È quasi come se lo sguardo dei personaggi, attivi e cognitivamente presenti, si aprisse a nuove prospettive, con un’energia che risolleva, sprigionando il profumo dei peschi in fiore, che nonostante il vento si piegano, ma non cadono. Così l’uomo, così le parole dell’indimenticabile autrice e poetessa sarda.
Fonte: eroicafenice.com
GRAZIA DELEDDA
Il 28 settembre 1871 nasceva Grazia Deledda, una delle più grandi scrittrici e romanziere della storia dell’Italia moderna, un’autrice originale e apprezzata in tutto il mondo, tanto da essere insignita del Premio Nobel per la Letteratura nel 1926. Fu la seconda donna a ricevere il premio più importante per la scrittura, dopo la svedese Selma Lagerlöf.
Grazia Deledda ha pubblicato decine di romanzi, poesie e raccolte dei suoi scritti, che ancora oggi vengono insegnati nelle scuole e vengono annoverati tra i più significativi per le tematiche della diversità, della crescita e del territorio. Il suo libro più celebre è certamente Canne al vento, uscito nel 1913, un racconto che esplora i temi della fragilità umana e del dolore esistenziale.
Grazia Deledda nasce a Nuoro, in Sardegna, in una famiglia benestante della classe media. Il padre si dilettava nella poesia a livello amatoriale, era un imprenditore e un politico locale, Sindaco della cittadina sarda. La formazione di Deledda fu ampia e variegata, dalla letteratura alle altre discipline. Fin da piccola, tuttavia, dovette confrontarsi con alcune disgrazie familiari, dalla morte prematura del padre a quella della sorellina, passando per l’arresto di uno tra i fratelli.
Dall’età dei diciassette anni, nel 1888, Grazia Deledda iniziò ad essere pubblicata su alcune riviste locali e nazionali con poesie e brevi racconti. In poco tempo, la sua fama tra letterati e intellettuali crebbe, e Deledda si dedicò ai romanzi. Sposatasi nel 1900, si trasferì a Roma e pubblicò negli anni successivi decine di opere teatrali e romanzi di ottimo successo, come L’edera e Canne al vento, che indubbiamente rappresenta il suo libro di maggior successo.
Morì di tumore al seno nel 1936, a 65 anni, il 15 agosto. Fonte: mondadori.store