ERMITAGE – IL POTERE DELL’ARTE

Martedì 22 ottobre – ore 21

Più di tre milioni di oggetti d’arte di epoche diverse, 66.842 mq di spazio espositivo, oltre 30 km di percorso di visita e 4,2 milioni di visitatori nel 2018. Sono i numeri di uno dei musei più amati e visitati del mondo: quello dell’Ermitage. È a questo luogo straordinario che è dedicato Ermitage. Il Potere dell’Arte. Diretto da Michele Mally, il documentario è stato realizzato con la piena collaborazione del Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo e del suo Direttore Michail Piotrovskij per raccontare il museo in maniera inedita ed emozionante, attraverso i secoli della storia Russa e le vicende culturali che hanno portato allo sviluppo delle sue collezioni nel cuore della città.
A guidarci in questo viaggio l’attore Toni Servillo: sarà lui a farci respirare lo spirito di questi luoghi e delle sue anime baltiche e a presentarci le bellezze dell’Ermitage e di San Pietroburgo.

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ERMITAGE: IL DIVINO DONO DI UNA MODERNA MINERVA

di Beatrice Fiorello

Ermitage. Dal greco ρημός (eremos), deserto. Un luogo in cui vive un recluso o un ἐ eremita. Il nome di questo museo deriva dalla scarsissima accessibilità del luogo ai suoi esordi; nasce infatti come gabinetto di curiosità per volere di Caterina la Grande, una delle maggiori sovrane illuminate dell’era Illuminista. Il concetto di “gabinetto di curiosità” nasce nel tardo Cinquecento, ed entra presto in voga soprattutto nei paesi germanici, da cui il più noto temine “Wunderkammer”, cioè stanza delle meraviglie: si trattava di raccolte di opere d’arte, libri, trattati scientifici, prototipi meccanici, curiosità e stranezze. Naturalmente, come molte altre passioni, era riservata ai nobili e ricchi: comporre e mantenere delle simili esposizioni era un’attività che richiedeva un grande dispendio di denaro. E se c’era una persona con sufficiente disponibilità di fondi, quella era senz’altro Caterina.

Nata in Prussia, a Stettin (ora in Polonia), nel 1729, fu data in sposa allo zar Pietro III per motivi esclusivamente politici: suo padre, principe di Pomerania, voleva rafforzare l’alleanza tra Russia e Prussia; ma non era un matrimonio felice. Caterina disprezzava il marito, la sua mancanza di cultura, il suo alcolismo e la sua strana abitudine di giocare con i soldatini di piombo nonostante fosse ormai adulto.

Per questi motivi, e per i suoi sconclusionati e pericolosi atti di governo, che minacciavano di portare la Russia alla rovina, nel 1762 fece catturare e arrestare il marito, ponendo fine al matrimonio e al suo regno, durato solo sei mesi. Si fece dunque formalmente dichiarare unica occupante del trono e ordì una serie di brillanti piani grazie al quale altri pretendenti non furono in grado in alcun modo di usurpare la sua posizione.


Spesso gli storici hanno discusso della validità del suo regno: si trattava di una legittima sovrana o di un’usurpatrice? Ma ciò che resta è la sua eredità culturale, e al di là di ragionamenti ormai fini a se stessi sulla legittimità o meno della sua corona, credo che nella sua grandezza Caterina ci abbia lasciato molto più di altri sovrani dall’insediamento più cristallino.

Madame Vigée Le Brun, pittrice di corte di Maria Antonietta, la descrisse così: “Era piccola di statura, e comunque nei giorni in cui appariva pubblicamente, a testa alta, con lo sguardo penetrante di un’aquila e il contegno di chi è abituato a comandare, tutto ciò le dava una tale aria di maestà che avrebbe potuto essere la Regina dell’intero Mondo.” Rivoluzionò i rapporti esteri, l’economia e il sistema di classi sociali dell’Impero Russo, chiamò a sé alcuni tra i più importanti artisti, scrittori e filosofi dell’epoca e pian piano venne a costruire una corte elegante, illuminata e aperta, un ambiente stimolante ed accogliente per le grandi menti dell’epoca: dal 1764, quando fu acquistato il primo nucleo di opere d’arte di quello che oggi è il museo dell’Hermitage, il Palazzo d’Inverno divenne meta prediletta di scambi culturali. Sebbene solo pochi eletti avessero accesso a tale corte, la sua fama la precedette in tutto il mondo. Crescendo poco a poco, la collezione di Caterina accolse antichità classiche, egiziane, arte preistorica, gioielli e opere d’arte da tutta Europa, comprese opere di Rembrandt, Rubens, van Dyck, Veronese, Raffaello e Tiziano. Presto, la collezione che veniva costantemente allargata divenne troppo grande per essere contenuta in un solo palazzo, e Caterina commissionò la costruzione di altri edifici e l’allargamento di quelli già esistenti.

Durante il suo regno, la sola gestione del Palazzo d’Inverno, che oltre ad essere un museo era anche la principale residenza della famiglia imperiale, dava lavoro a più di un migliaio di persone. Poco a poco divenne non solo un luogo istituzionale, ma anche un museo in cui la nobiltà e gli ufficiali di governo potevano incontrarsi: vi erano ambientati, infatti, balli e cerimonie, ricevimenti di gala e riunioni di stato. In breve tempo, il complesso dell’Hermitage divenne un importante simbolo dell’Impero Russo. I successori di Caterina proseguirono la sua opera collezionistica, acquisendo opere anche impressioniste e di arte contemporanea, tanto che neppure le spogliazioni e i saccheggi seguiti alla Rivoluzione Russa e agli attacchi tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale riuscirono a impoverire il museo: ancora oggi è la stessa culla di cultura desiderata e ricercata da Caterina la Grande, che trova ripagato il pegno storico di aver governato in saggezza e sapienza nell’eredità del suo palazzo, ogni giorno visitato da migliaia di appassionati. E non si può fare a meno di ricordare la grande madre di questo edificio, una Minerva dei tempi moderni, mentre si cammina tra i suoi corridoi e si ammirano le meraviglie esposte.

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LE 15 PIÙ BELLE OPERE DELL’ERMITAGE A SAN PIETROBURGO

1. Suonatore di liuto – Caravaggio

Tra i dipinti del Caravaggio sparsi in giro per il mondo, il Suonatore di liuto dell’Ermitage è uno dei più celebri. Risalente alla fase giovanile del pittore, quest’opera raffigura un giovane musicista che, con sguardo languido, ci osserva attraverso la tela. Sul tavolo davanti a lui, si dispiega un florilegio di nature morte – fiori, frutta, un violino e alcuni spartiti – su cui il Caravaggio, soprattutto durante i primi anni della sua produzione, inizia a sperimentare sempre più approfonditamente la pittura “dal vero” che contraddistingue la sua pittura.

 

2. Madonna Benois – Leonardo da Vinci

Una Maria giovanissima sorride teneramente a Gesù bambino, attirando la sua attenzione con un piccolo fiorellino: è una delle raffigurazioni sacre più dolci della storia dell’arte, ed è Leonardo da Vinci a firmarla. Il pittore fiorentino sceglie una scena molto intima, che ritrae rispettando in ogni aspetto il realismo della natura (quasi scientifica è infatti la resa anatomica del bambino) ma utilizzando un disegno sfumato, delicato quanto l’atmosfera famigliare del dipinto.

 

 

3. Ritorno del figliol prodigo – Rembrandt

La parabola del figliol prodigo viene riportata nel Vangelo secondo Luca: tornato alla casa dei genitori dopo aver sperperato tutta la sua eredità, un figlio chiede e ottiene il perdono di un padre commosso e misericordioso. Rembrandt, il pittore più importante dell’età dell’oro olandese, dipinge questo: un esempio di carità cristiana che vuole ricordare come Dio sappia perdonare chiunque si penta. L’opera, realizzata dal pittore poco prima di morire, è tra le sue più conosciute: sottolineando la solennità del momento e focalizzandosi sull’espressione emotiva dei personaggi, il dipinto risulta di grande intensità.

 

4. Signora in giardino a Sainte-Adresse – Claude Monet

Si tratta di una delle primissime opere impressioniste di Claude Monet che, durante il suo soggiorno nel 1867 dal cugino a Sainte-Adressel, dipinse una serie di paesaggi nel giardino della tenuta: tra questi, Signora in giardino a Sainte-Adresse è indubbiamente il più importante. Per Monet, come per tutti gli altri impressionisti, la pittura doveva assorbire e al contempo essere assorbita dalla natura: per questa ragione non poteva che svolgersi, necessariamente, all’aperto. In questo caso, l’esperimento en plein air di Monet è riuscitissimo: la luce violenta del sole, insieme ai colori accesi del giorno, contrastano con la donna bianca e solitaria a sinistra del dipinto, per una composizione equilibrata e di forte impatto visivo.

 

5. Driade – Pablo Picasso

Nella mitologia greca, le driadi erano le ninfe dei boschi, giovani fanciulle che danzano tra gli alberi esprimendo la prosperità della natura. In quest’opera, Picasso dipinge la sua Driade: un nudo femminile si fonde agli alberi e alle piante verdi che lo circondano, creando uno spazio solido e tangibile. Mentre gli impressionisti trasformavano le forme umane e naturali in macchie di colore in modo che fossero sintonizzate con la luce e il clima atmosferici, qui traspare una nuova visione del mondo. Uomo e natura sono forme scultoree sintetizzate in unico piano spaziale, concreto e palpabile.

 

 

6. Madonna Conestabile – Raffaello Sazio

L’Ermitage custodisce anche opere di Raffaello Sanzio, universalmente noto come uno dei più grandi artisti del Rinascimento Italiano. Questa piccola Madonna con Bambino (conosciuta anche come Madonna Conestabile) è un gioiello prezioso: inserito tutt’ora nella sua cornice originale (forse disegnata dallo stesso Raffaello), il dipinto ritrae un’immagine perfetta, definita da linee ferme e armoniose. Fu lo zar russo Alessandro II, nel 1871, ad acquistare il quadro e a portarlo a San Pietroburgo, per fare un regalo alla moglie Maria Alexandrovna…davvero niente male come sorpresa!

 

7. Casa bianca di notte – Vincent Van Gogh

Gli ultimi tre mesi di vita (maggio-luglio 1890), Vincent Van Gogh li trascorse ad Auvers-sur-Oise, un piccolo comune dell’Île-de-France non lontano da Parigi. In quel periodo, il pittore olandese immortalò la campagna del paese più e più volte, in una serie di paesaggi che avevano la casa come protagonista principale. Casa bianca di notte, appartenente a questa serie, lo realizzò poco prima del suicidio: le pennellate vorticose trasformano la casa in una prigione, le finestre in occhi iniettati di sangue, rivelando una tensione emotiva palpabile.

 

8. Tre grazie – Antonio Canova

Nel movimento neoclassicista europeo, Antonio Canova fu probabilmente lo scultore più amato. Le sue opere, che avevano come obiettivo quello di ridare vita ad un canone di bellezza ispirato alla perfezione delle dee nella mitologia greco-romana, furono replicate e vendute in tutto il mondo. Oggi, tutti i più importanti musei d’arte possiedono il loro Canova. L’Ermitage non fa eccezione: nella sua collezione dedicata alla scultura europea, le Tre Grazie, che in una composizione armoniosa e compatta raffigura le tre grazie abbracciate, costituisce uno dei pezzi più importanti.

 

 

9. Composizione VI – Vasilij Kandinskij
Nella produzione pittorica di Kandinskij, le Composizioni rappresentano l’apice della sua ricerca artistica. Senza alcuna premeditazione cerebrale, l’opera arriva a perdere ogni collegamento con la realtà materiale, per connettersi ad una meno decifrata dimensione spirituale. Il colore, protagonista indiscusso delle tele di Kandinskij, crea macchie e forme delimitate da linee che, come in un’opera musicale, compongono una sinfonia. Composizione VI vuole ricreare un senso interiore di catastrofe, attraverso un nuovo linguaggio pittorico: quello dell’astrattismo, di cui Kandinskij fu ideatore.

 

 

10. Il pranzo – Diego Velasquez

Diego Velázquez viene considerato uno dei più grandi maestri del barocco spagnolo. Fu innanzitutto un celebre ritrattista (il preferito dalla famiglia reale spagnola) , anche se non mancano, nella sua produzione pittorica, nature morte e paesaggi. Il pranzo, che con tratti caricaturali raffigura due giovani e un anziano attorno ad una tavola piuttosto spoglia, è una tela risalente alla sua fase giovanile, che Diego realizzò nel 1617, quando era appena diciottenne.

 

 

11. Donna con frutto – Paul Gauguin
Quando Paul Gauguin si recò per la prima volta in Polinesia, nel 1891, si può dire che subì una vera e propria folgorazione artistica: una natura incontaminata insieme una vita semplice e rurale, fecero nascere in lui il culto per l’esotico, come qualcosa di puro e autentico a cui ispirarsi. La ricerca dell’armonia tra uomo e natura, che i tahitiani incarnavano perfettamente, a livello pittorico si traduce in un rifiuto dei canoni artistici tradizionali per creare uno stile nuovo e personale. Donna con frutto è, a tal proposito, un’opera rappresentativa, dove i caratteri salienti di questo stile (come ad esempio la mancanza di profondità nello spazio o i colori accesi stesi in ampie campiture) vengono alla luce.

 

12. Boulevard Montmartre a Parigi – Camille Pissarro

Tra il 1892 e il 1894, Monet realizzò la monumentale serie delle Cattedrali di Rouen, una raccolta di 30 dipinti che ritraggono il portale della Cattedrale di Notre-Dame di Rouen. Le tele raffigurano sempre la stessa architettura ma in diverse condizioni di luce, a seconda dell’ora, della stagione e delle condizioni climatiche. Pissarro, tra i più influenti e talentuosi impressionisti francesi, fece un po’ la stessa cosa, concentrandosi però su un altro soggetto. Con l’obiettivo di mettere in risalto gli effetti della luce sul colore e sulla realtà, dalla finestra della sua stanza al Grand Hotel de Russie ritrasse ben 13 volte la Boulevard Montmartre. La tela dell’Ermitage fa parte proprio di questa serie.

 

13. La stanza rossa – Henri Matisse

Il fauvismo, movimento d’avanguardia artistica che si sviluppò in Francia nei primi anni del ‘900, fu qualcosa di molto rivoluzionario nella storia dell’arte: rifiutato ogni tipo di rapporto naturalistico con la realtà, la forma e il colore, sempre vivace e privo di rotondità, diventano i protagonisti del quadro, che si fa espressione indipendente e immediata di una suggestione individuale. Henri Matisse fu tra i fondatori di questo movimento e La stanza rossa (conosciuta anche come Armonia in rosso) è una delle sue opere più celebri. Lo spazio reale viene sostituito da una dimensione senza profondità, inghiottita da un rosso piatto e totalizzante, su cui compaiono i motivi decorativi che nei lavori di Matisse acquisiranno, in una seconda fase, sempre più importanza.

 

14. Frutta – Paul Cézanne
Nella produzione pittorica di Paul Cézanne, le nature morte rivestono un’enorme importanza. Gli oggetti inanimati della quotidianità, danno all’artista l’occasione di creare veri e propri manifesti anti-impressionisti: la raffigurazione di masse uniformi e concrete sembrano infatti rifarsi molto più ad un’idea di eternità e permanenza, piuttosto che alla percezione – dettata da determinate condizioni ambientali – di un preciso istante. Tutto ciò è evidente anche nella Frutta dell’Ermitage.

 

15. L’Orologio del Pavone
Il Museo dell’Ermitage è composto da 5 edifici. Uno di questi, chiamato Petit Ermitage (ovvero, Piccolo Ermitage) fu fatto costruire dall’imperatrice russa Caterina II per custodirvi le sue personali collezioni d’arte. Oggi, il pezzo d’eccellenza del Piccolo Ermitage è l’Orologio del Pavone, una meraviglia dell’arte orafa e, insieme, dell’ingegneria meccanica, realizzata in Inghilterra intorno al 1770. Si tratta di un automa meccanico che ricrea una scena naturale abitata da tre uccelli (un gufo, un gallo e un pavone) a grandezza naturale, interamente in bronzo dorato. Il meccanismo si mette in moto grazie all’orologio in esso inserito: allo scoccare di ogni ora, gli uccelli si animano in una danza spettacolare, che incanta i visitatori dell’Ermitage.

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L’ERMITAGE INESPLORATO

Sapete quanti anni ci vorrebbero per ammirare tutte le opere d’arte esposte? E quali leggende si celano tra le mura delle sale?
Come tutti i templi d’arte del mondo, l’Ermitage è custode non soltanto di una collezione di capolavori, ma anche di fatti e storie interessanti.
Chilometri di arte
La collezione più importante del museo occupa cinque edifici situati lungo le rive della Neva al centro di San Pietroburgo, in mezzo ai quali c’è il Palazzo d’Inverno. La collezione del museo conta circa tre milioni di oggetti d’arte di epoche diverse, esposte in 350 sale, su una superficie complessiva di 20 chilometri. Se voleste soffermarvi ad ammirare ogni opera o quadro esposti per un solo minuto, il vostro viaggio nel mondo della bellezza durerebbe quasi otto anni.
Tatuaggi unici al mondo
L’Ermitage custodisce i più antichi tatuaggi su corpi umani al mondo. Questi reperti umani unici, conservati nel permafrost, sono stati scoperti nelle alture dell’Altaj. Il dato interessante è che in un primo tempo si credeva che soltanto il corpo della mummia di uno dei capi fosse interamente ricoperto di tatuaggi, ma qualche anno dopo, in occasione di scavi in altre alture dell’Altaj, gli esperti portarono alla luce anche altre mummie ricoperte di tatuaggi. Quella scoperta ridiede slancio alle ricerche sulle spoglie delle mummie conservate all’Ermitage, ma soltanto con la fotografia agli infrarossi fu possibile individuare le immagini tatuate sui corpi di tutte le mummie dell’Altaj.
La guardia felina
Da tre secoli, nei sotterranei del museo vive una moltitudine di gatti. La guardia felina comparve nella residenza imperiale nel 1745 su ordine dell’imperatrice Elisabetta I che voleva così scacciare ratti e topi che infestavano il Palazzo d’Inverno. Da allora i gatti vissero a palazzo, poi nel museo. L’unica eccezione alla loro continuativa presenza risale agli anni dell’assedio di Leningrado, quando la spaventosa fame fece sparire dalla città anche i gatti. Dopo la guerra due rami di gatti della Siberia furono portati in città per ridare vita alla popolazione di predatori di topi, e una parte di essi arrivò all’Ermitage. Al momento i sotterranei del museo ospitano circa 70 rappresentanti della nutrita famiglia di felini.
L’ombra dei Romanov
Il Palazzo d’Inverno servì da residenza all’ultima coppia imperiale russa e naturalmente, come qualsiasi altro monumento storico, è stata al centro di leggende sui fantasmi dei rappresentanti della dinastia dei Romanov, oggetti che prendono vita e altri fenomeni a loro collegati. Uno degli oggetti più commoventi è l’iscrizione fatta con punta di diamante da Alexandra Feodorovna su una vetrata del secondo piano che si affaccia sulla Neva: “Niki passa in rassegna gli ussari. 17 marzo 1902”

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MGF