GAUGUIN A TAHITI – IL PARADISO PERDUTO

Regia: Claudio Poli – Durata 88′

Arte, Documentario, USA 2019

soggetto di Marco Goldin e Matteo Moneta con la partecipazione straordinaria di Adriano Giannini

Da Tahiti alle Isole Marchesi. È il primo aprile del 1891 quando, a bordo della nave Océanien, Paul Gauguin lascia Marsiglia diretto a Tahiti, in Polinesia. Ha quarantatré anni e quella giornata segna l’inizio di un viaggio che porterà l’artista agli antipodi della civiltà, alla ricerca dell’alba del Tempo e dell’Uomo. Ai Tropici, Gauguin (18481903) resterà quasi senza intervalli fino alla morte: dodici anni di disperata e febbrile ricerca di autenticità, di immersioni sempre più profonde nella natura lussureggiante, di sensazioni, visioni e colori ogni volta più puri e accesi; l’approdo definitivo in un Eden talvolta crudele che farà di lui uno dei pittori più grandi di sempre tra quelli che si ispirarono alle Muse d’Oltremare.

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PAUL GAUGUIN

di Beatrice Fiorello – Dott.ssa Scienze dei Beni Culturali

Paul Gauguin è un artista che ha sempre ambito a sintetizzare e mediare. Per ricorrere questo scopo, si mise contro l’ideologia del proprio tempo, cercando di superare le tradizioni nazionali e la stretta impostazione culturale dell’Europa di fine Ottocento, fuggendo dalla società, prima ideologicamente e poi fisicamente. Partendo dagli ultimi palpiti della corrente Impressionista, a partire dal 1886 ne raccolse gli stimoli a suo dire più interessanti, primo fra tutti lo studio del colore e dei contrasti che si possono derivare accostando tinte apparentemente discordanti tra loro; tuttavia, si distacca dalla mera esperienza visiva, trasformando i colori non più in ragione della luce e della sua incidenza, ma ricercando un simbolismo più puro e profondo. Per questo, fissa e approfondisce l’impressione visiva che era la base delle opere di artisti come Monet, Renoir, Degas e Cézanne, riflettendo su di essa e variandola in base alla trasformazione dell’esperienza sensoriale mediata dal ricordo.

Paesaggio di alberi blu – Paul Gauguin (1892)
Il Cristo Giallo – Paul Gauguin (1889)

In ragione di ciò, i colori assumeranno non più un significato puramente empirico, bensì un significato simbolico, fino a giungere ad attribuire alle cose valori del tutto immaginari (alberi rossi, cavalli blu…) e a trasformare la linea di contorno in arabesco colorato. Le linee di contorno, nette, metalliche e marcate, sono un’altra caratteristica che pervade la poetica artistica di Gauguin: rappresentano infatti un primo tentativo di ricercare valori meno inquinati dal ragionamento logico, tipico delle società europee post-illuministiche, e saranno poi uno dei princìpi tecnici su cui si baserà la corrente dell’Espressionismo. Lui stesso, utilizzando in maniera cosciente linee di contorno così dure, chiama la propria tecnica “cloisonnisme”, alludendo agli smalti e alle vetrate medievali, in cui ogni campo di colore era delimitato da un bordo metallico, appunto detto cloison; crea degli spazi ben definiti per i colori, dunque, il cui senso è dato dall’espansione che ha sulla superficie, dalla forma della zona dipinta, dal rapporto e dal contrasto con le tinte che lo circondano.

Andando a ricercare un ritorno all’espressività intensa dell’arte medievale, Gauguin anela non solo alla semplificazione dell’immagine, ma ad esprimere sentimenti profondi, elementari, autentici: il sentimento del sacro, della vita, dell’amore, della morte. È in questo momento che si pone un’importante domanda: la società moderna europea era ancora in grado di fondare la propria etica sul sentimento del sacro? In un’epoca dominata dalla razionalità, e dal progressivo crollo delle tradizioni religiose, la risposta è senza dubbio negativa. Per questo motivo, Gauguin è costretto dalla propria idea artistica a fuggire dalla civiltà: neppure il Nord della Francia, dove si era rifugiato per allontanarsi da Parigi, è un luogo abbastanza estraniato dalla società moderna, che non ha più tempo per l’immaginazione. Si recherà a Panama, poi in Martinica e infine a Tahiti, dove troverà infine una società ancora capace di contemplare e di vivere il senso mitico-magico, intrinsecamente sacro, del reale. È importante sottolineare che non era in cerca di nuove culture da scoprire per arricchire la propria arte: avvicinandosi a genti non guaste dal progresso, egli ricerca l’autenticità e l’ingenuità primitiva, cerca la realtà profonda del proprio essere; esplora se stesso per scoprire le origini, i motivi remoti delle proprie sensazioni. Nei dipinti di Gauguin c’è profondità, non di spazio ma di tempo; non un istante fermato, come nell’Impressionismo, ma un tempo remoto e profondo, che esiste solo nella memoria, in cui l’immagine del presente scivola, si adagia e si dilata, assumendo un volto diverso da quello dato dalla semplice sensazione visiva: per Gauguin, è nella memoria che si svela il senso di ciò che si è veduto, nella memoria le emozioni maturano, lasciando emergere il proprio significato profondo.

Te Tamari no Atua – Paul Gauguin (1896)

Uno dei dipinti più noti del periodo tahitiano di Gauguin è senz’altro Te Tamari no Atua (La nascita di Cristo, Figlio di Dio), e in esso Gauguin tenta di dare visivamente il senso dell’innocenza e dell’integrità morale degli indigeni, la cui sessualità non repressa, immune da complessi di colpa, porta alla rivelazione della profonda sacralità dell’amore. Gauguin, ricercando il primitivo, non cerca ragioni logiche per spiegare il presente, ma i suoi motivi profondi; non la storia degli eventi, ma i motivi dettati dal mito, la spinta irrazionale che genera l’energia vitale, vera forza generatrice della sua arte, che emerge come suo principio fondante.

(fonte: P. Argan, C. Boer, L. Lazotti – Giulio Carlo Argan, L’Arte Moderna: L’Ottocento. 2004, RCS Libri S.p.A., Milano)

 

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La storia di un artista e della sua fuga lontano dalla frenesia e dal caos della società contemporanea.
Rossella Farinotti – Mymovies

Da Parigi al Perù, dove fu trasferito a poco più di un anno di vita dai genitori; dalla costa Bretone e poi Marsiglia fino a Tahiti. La storia di Gauguin è anche la storia di un viaggio, anzi, di una fuga verso luoghi lontani dalla frenesia della società contemporanea e dalla pittura moderna. ‘Gauguin a Tahiti. Il Paradiso Perduto’ è un racconto sul pittore Gauguin: l’artista noto per uno stile pittorico unico e riconoscibile al primo sguardo, per i colori brillanti, vivi e non aderenti al reale e per quelle rilassanti,sensuali e affascinanti donne polinesiane ritratte. Gauguin fu anche l’artista delle avventure travagliate, delle fughe dalla moglie, dai figli, dagli amici e maestri come Camille Pissarro, dal quale Gauguin assorbì lo stile impressionista, per poi fortemente personalizzarlo. Paul Gauguin ha realizzato numerose opere. Capolavori oggi visibili negli incredibili musei delle metropoli più lontane dal sogno esotico e bucolico dell’artista. Il Metropolitan di New York, La National Gallery di Washington, il Museo d’arte Contemporanea di Boston, per citarne alcuni, custodiscono capolavori – quelli che si studiano sui libri di scuola – come Il Cristo giallo, La visione dopo il sermone (quel noto ritratto delle donne bretoni rappresentate in cerchio, durante un ballo tipico della tradizionedella costa), o il simbolico e commovente Ta matete, La orana Maria, Da dove veniamo? Chi siamo?Dove andiamo? racchiuso all’Art Institute di Chicago. Quest’ultimo dipinto rappresenta una sorta di preghiera, o benedizione sulla vita che sta per volgere al termine. “Sono forte perché faccio ciò che sento dentro di me”, scrive Gauguin in una lettera tratta da Noa Noa,il diario polinesiano i cui stralci sono letti nel documentario dall’appassionato Adriano Giannini che, all’interno di uno studio un po’ goffamente ricostruito, con naturale trasporto e interpretazione di un animo energico, potente, ma senza pace, narra la vita di Paul Gauguin – dalla formazione in una famiglia borghese – il padre era giornalista -, agli studi, fino ai primi passi decisi e incisivi nel mondo dell’arte – focalizzandosi sul tema del viaggio e dell’amore per quella terra esotica e pacifica che ha rappresentato la Polinesia. Le testimonianze sono tante e disparate, il regista ha scovato personaggi e studiosi della vita di Gauguin, come il peculiare collezionista Paul Yeou Chichong che, in una piccola stanza della sua casa di Papete, mostra capolavori museali custoditi come in stretti caveaux di musei. E poi professionisti e critici come David Haziot, Gloria Groomo Belinda Thomson. La produzione pittorica di Gauguin si arricchisce durante i suoi spostamenti, nonostante le difficoltà economiche e, più tardi, di salute. Le tematiche e gli stili cambiano tra Pont Aven, dove passò del tempo con l’amico Van Gogh, alla Polinesia, isola dove si è recato per evadere, da cui si è distaccato per poi ritornare ancora scegliendolo come meta dei suoi ultimi giorni, nel 1903. Un racconto accompagnato dalle belle note del musicista Remo Anzovino, che si appositamente ispirato ai luoghi di Gauguin per comporre i brani. Colori brillanti, un Cristo giallo stagliato su sfondi vibranti, ritratti di donne sensuali, natura pacifica, sfondi floreali … questi alcuni dei soggetti o sottofondi dei dipinti di Gauguin. Opere apparentemente leggere che provocano dagli stati d’animo sereni, ma che celano una profonda inquietudine di un uomo che non è riuscito a fermarsi mai.

 

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Io sono un selvaggio, un lupo nel bosco senza collare

Paul Gauguin

 

MGF