JULIET NAKED, TUTTA UN’ALTRA MUSICA

Regia di Jesse Peretz – Gran Bretagna, 2018 – 105′
con Rose Byrne, Ethan Hawke, Chris O’Dowd

Annie (Rose Byrne) vive da tempo una relazione con Duncan (Chris O’Dowd), fan ossessivo dell’oscura rockstar Tucker Crowe (Ethan Hawke), svanita nel nulla. Quando lo stesso Crowe ricompare, la vita di Annie e Duncan arriva a una svolta inaspettata.
Commedia dai tocchi romantici ed esilaranti che adatta il romanzo di Nick Hornby Tutta un’altra musica, Juliet, Naked, titolo originale del libro dello scrittore inglese, è una spassosissima sarabanda di equivoci che tiene insieme la passione per la musica dell’autore e briose stoccate ai vizi e alle virtù dei personaggi. L’ironia investe soprattutto gli estremismi ridicoli del fandom (culto per personaggi famosi). Convincono Rose Byrne e Chris O’Dowd nel restituire tic, reciproche ottusità e velate malinconie dei proprio personaggi.

Paolo Castelli

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‘JULIET, NAKED’, UN ALBUM, UN ROCKER E UN FAN SFEGATATO NEL FILM TRATTO DA NICK HORNBY

Rita Celi – Larepubblica.it

Dopo l’Arsenal, la musica è la grande passione di Nick Hornby. Nelle pagine dei suoi romanzi, tra le relazioni disastrate dei suoi personaggi, scorre costantemente una colonna sonora con rimandi a brani, storiche band oltre alle celebri “top five” della vita, le classifiche delle migliori canzoni per ogni circostanza, tormentone di Alta fedeltà (1996). La musica, un album in particolare, è ancora protagonista in Juliet, naked il romanzo del 2009 diventato un film diretto da Jesse Peretz e interpretato da Rose Byrne, Ethan Hawke e Chris O’Dowd.

Una commedia sul desiderio di cambiare vita e la ricerca di un’altra possibilità da parte di un ex rocker, un suo fan di vecchia data e la sua compagna.  Colin Firth, John Cusack e Hugh Grant sono stati i protagonisti dei film tratti dai bestseller di Hornby, dal cult Febbre a 90 (Fever Pitch, 1990) in cui racconta la sua passione per il calcio e per l’Arsenal, al negozio di dischi in cui è ambientato Alta fedeltà (2000) diretto da Stephen Frears e About a boy (2002) dove abbondano le citazioni musicali, compresa la famosa “Nessun uomo è un’isola” di Jon Bon Jovi e che culmina con la straziante versione di Killing me softly nel duetto dei due protagonisti. Questa volta a imbracciare una chitarra e cantare un intero album è Ethan Hawke nei panni di Tucker Crowe, un musicista rock che, dopo un disco di grande successo, Juliet, dedicato alla fine di un amore, scompare misteriosamente dalle scene. Tucker si è ritirato a vita privata e dopo una serie di figli avuti da quattro donne, lo ritroviamo invecchiato nel garage di una sua ex, a nord di New York, dove si occupa del figlio più piccolo, Jackson.
Dall’altra parte dell’oceano a Sandcliff, una tranquilla cittadina inglese, Annie gestisce il piccolo museo ereditato dal padre e vive da quindici anni con Duncan, docente universitario, una convivenza tranquilla se si esclude l’esagerata passione di lui per un album, Juliet, e per le sorti del suo autore, che considera un genio del rock alternativo ma di cui non si sa più nulla da 25 anni. Quella di Duncan è un’ossessione che lo ha portato a fondare e gestire il sito dei fan di Tucker Crowe, frequentato da suoi simili che analizzano al microscopio la limitata discografia dell’evanescente cantautore, alla ricerca della verità sulla sua musica e soprattutto sulla sua scomparsa, costruendo fantasiose teorie. Tutto cambia quando arriva a casa un cd, Juliet, naked, demo acustico dell’album di successo che Tucker aveva pubblicato venticinque anni prima. Duncan è esaltato e scrive una recensione entusiasta della versione appena ascoltata. Annie invece reagisce postando la sua feroce stroncatura ma, con sua grande sorpresa, Tucker apprezza la critica e le scrive una mail per ringraziarla. Inizia così un rapporto epistolare che porterà a un incontro che cambierà la vita del musicista e della fidanzata del suo più grande ammiratore.

Il regista Jesse Peretz ha affrontato il film con entusiasmo dichiarandosi un fan di Nick Hornby di cui apprezza “i personaggi moderni, pieni di idiosincrasie e costruiti con empatia, una miscela ben calibrata di umorismo e affetto velato”. Ma soprattutto, si legge nelle note di regia, da ex bassista dei punk Lemoheads, band attiva negli anni Ottanta, “il fatto che la storia fosse incentrata su un fandom musicale quasi folle mi ha fatto venire ancora più voglia di vederla trasposta sullo schermo”.

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UNA ROMCOM LEGGERA LEGGERA, con Ethan Hawke che ben si adatta agli schemi narrativi di Nick Hornby.

Emanuele Sacchi – Mymovies

Duncan e Annie vivono una relazione abitudinaria da 15 anni: lui è ossessionato da un musicista ritiratosi misteriosamente dalle scene, Tucker Crowe, mentre lei vorrebbe un figlio ma non osa insistere. Quando emerge un album inedito di Crowe e il musicista entra di fatto nelle loro vite, le crepe tra i due diventano insanabili.

Tutto in Juliet, Naked grida forte e chiaro il nome di Nick Hornby e di una tipizzazione dei rapporti umani che si ripete con variazioni minime da “Alta fedeltà” in poi.

Un Peter Pan brizzolato, anzi due: fan e artista, differenti declinazioni della figura di perdente cara all’autore di “Febbre a 90”. Il differente punto di vista, americano e non britannico, di Jesse Peretz rischia di rendere più stereotipata la visione dell’inglesità, fatto che, non a caso, la critica britannica ha mostrato di non gradire. Ma quel che si perde in britishness si guadagna nella componente a stelle e strisce, visto il casting perfetto di Ethan Hawke come Tucker Crowe (è l’attore a interpretare tutti i brani musicali).

Un “giovane nonno”, o un vecchio ragazzo, scombinato, perdente e sconclusionato almeno quanto Duncan lo aveva assurdamente mitizzato. Uno scollamento tra elaborazione dei propri miti, con generazione di un proprio intangibile avatar, e realtà concreta: una collisione che raggiunge l’apice quando Tucker Crowe entra nelle vite di Annie e Duncan e nello schema da romcom di Jesse Peretz. Duncan è detestabile nella sua incapacità di ascoltare la propria compagna, ma è anche drammaticamente realistico e contemporaneo.

Paradossalmente l’equilibrio creatosi fin lì, attraverso una pregevole caratterizzazione dei personaggi, si sfalda progressivamente man mano che il rapporto tra Annie e Tucker prende corpo. Splendida coppia Byrne-Hawke, ma la sceneggiatura finisce per assisterli sempre meno, introducendo nuovi personaggi e situazioni da romcom (la mostra con esecuzione di Waterloo Snset dei Kinks), che rallentano il meccanismo anziché oliarlo. Come se si preferisse girare attorno alla svolta narrativa senza assumersi il rischio, come se la sceneggiatura dimostrasse la medesima incompiutezza dei protagonisti raccontati.

Un’impressione di frammentarietà che è forse aggravata dalla – evidente – scrittura a più mani dello script (tra gli autori figura Tamara Jenkins, autrice dell’ottimo Private Life) che sfocia in un epilogo sbrigativo, irrisolto. Troppi fili restano sospesi, troppo pathos narrativo viene colpevolmente sperperato. Difficile che Juliet, Naked possa aggiungersi a piccoli classici del genere come Questi sono i 40, La verità è che non gli piaci abbastanza o …E alla fine arriva Polly: se il film di Peretz sarà ricordato sarà grazie all’ennesimo personaggio di Hawke ricco di richiami alla vita dell’attore, maestro indiscusso – insieme al suo mentore Richard Linklater – nel mescolare e intrecciare realtà e finzione. In una infinita irresolutezza che accomuna Tucker Crowe a Juliet, Naked nel suo complesso, che resta un film gradevole ed effimero dove avrebbe potuto ambire a qualcosa in più.

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“JULIET, NAKED”: APOLOGIA DELLA NORMALITÀ

Martina Federico – Doppiozero.it

Se c’è un trailer da non guardare è quello di Juliet, Naked (Jesse Peretz, 2018). Perché se c’è un film da guardare per la gestione dei suoi imprevedibili risvolti di trama è proprio Juliet, Naked. C’è dentro una sorprendente potenza dell’intreccio. Potrebbe comparire di diritto in un manuale di sceneggiatura, nel capitolo dedicato agli incastri inaspettati tra i personaggi; su come questi, nella migliore delle ipotesi, rappresentino ciascuno un significato in senso funzionale nella vita dei restanti, calibrando così al meglio ogni snodo di trama.
Al di là dell’ottima concertazione, c’è da dire che la storia in sé ha il vantaggio intrinseco di non essere banale: eppure, il trailer riesce incredibilmente a indebolirla. Da un lato vi inserisce una stupidissima voce fuori campo, completamente assente nel film, che gli dona una semplicistica connotazione diaristica; dall’altro – più grave – racconta i fatti per come questi si concatenano nel film senza quasi alternarne l’ordine cronologico, svelando cioè quelle stesse sorprese che abbiamo detto essere il suo punto forza e suggerendo una decisione finale da parte di Annie, che, in questo caso come vedremo, non è solo una chiusura di trama (di eventi), quanto una conclusione in termini di senso del film. È lì infatti che capiamo una volta per tutte in che direzione intendesse andare Juliet, Naked.
Come spesso accade, anche questo film si regge sullo sviluppo parallelo di due storie principali. E se è vero che un film si intende riuscito quando l’una rafforza l’altra, il nostro ha la stoffa giusta. E, anche se alla fine l’una passerà in secondo piano in favore dell’altra, il movimento non verrà percepito dallo spettatore come stridente rispetto alle premesse. Anche perché il film non intendeva parlare di nessuna delle due. […] Rispetto al quadro schematico presentato dal trailer, diverso sarebbe stato constatare fin dall’inizio l’impasse senza speranza di una coppia fortemente intaccata, se non minata, da un divertentissimo tema (il fanatismo) incarnato brillantemente dal personaggio di Duncan, per poi lasciarsi sorprendere dalla piega inaspettata assunta dalla vicenda. Per chi non avesse visto il trailer, era verosimile supporre che, passati i primi minuti, il film avrebbe anche potuto andare avanti così, traendo perle di raffinato umorismo da questa inesauribile linea narrativa. Invece, quasi senza che lo spettatore se ne accorga, il film ha poste le basi perché per un nuovo, inatteso, sviluppo. […] Come se non fosse già bastata la rappresentazione di una grigia vita di coppia, ecco che il film dispiega l’obiettivo a cui puntava: sfatare i miti l’uno dopo l’altro, infrangendo il luogo comune. Già dai tempi di Alta Fedeltà (anche quello tratto, come questo film, da un romanzo di Nick Hornby), la normalità è più vera della felicità, e la sfiga è più vera della coolness. È il rovesciamento del luogo comune a contenere in sé il germe della sorpresa. A cominciare dall’aura di mistero che avvolgerebbe le star, passando per l’automatismo con cui si dovrebbe finire al letto al primo incontro dando per scontata un’attrazione fisica che non bada a imbarazzi, finendo con il mettere al mondo dei figli come naturale conseguenza di una relazione di coppia, magari stabile. Più che il rovesciamento in sé, è proprio il “come” ci si arriva a fare la qualità di un film come Juliet, Naked.

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NICK HORNBY

(Redhill, 17 aprile 1957) è uno scrittore, sceneggiatore, paroliere, critico musicale e critico letterario britannico.

Dopo aver frequentato la Maidenhead Grammar School, Hornby si è laureato in Letteratura inglese presso il Jesus College dell’Università di Cambridge. Inizialmente ha lavorato come insegnante, per poi divenire giornalista freelance e poi romanziere e sceneggiatore cinematografico.

La fama di Hornby ha avuto inizio con il libro autobiografico Febbre a 90° (Fever Pitch) (1992), che narra la storia della sua vita come tifoso dell’Arsenal; a questo sono seguiti i romanzi di grande successo Alta fedeltà (High Fidelity) (1995), in cui la musica Rock gioca un ruolo fondamentale, Un ragazzo (About a Boy) (1998), Come diventare buoni (How to Be Good) (2001) e Non buttiamoci giù (A Long Way Down) (2005).

Hornby ha scritto anche dei saggi, in particolare sulla musica pop. Nel 2002 ha pubblicato 31 canzoni, raccolta di saggi su 31 canzoni e album da lui scelti, da mostri sacri come Bruce Springsteen e Bob Dylan ad artisti del circuito indipendente come Ani DiFranco, da artisti pop da classifica come Nelly Furtado, a canzoni note soltanto a Hornby stesso. Scrive una rubrica di recensioni di libri per la rivista statunitense The Believer, in Italia queste rubriche sono pubblicate dal settimanale Internazionale. Una raccolta di questi articoli è stata poi pubblicata in Una vita da lettore, edito da Guanda nel 2006.

Hornby ha curato anche una raccolta di scritti sul calcio, uscita in Italia nel 2006 in occasione dei Mondiali di calcio intitolata Il mio anno preferito. Il libro raccoglie tutte storie sul calcio, di cui una è scritta proprio da Hornby. Nel 2008 esce il suo libro Tutto per una ragazza (Slam), edito da Guanda, che ha come protagonista il giovane quindicenne Sam Jones, patito dello skateboard alle prese con delle vicende con una ragazza. Il 5 novembre 2009 viene pubblicato in Italia, come sempre per la casa editrice Guanda, il nuovo romanzo dal titolo Tutta un’altra musica (titolo originale Juliet, Naked).

Nel 2010 pubblica, sempre per Guanda, la sceneggiatura del film An Education, primo film in cui l’autore inglese è sceneggiatore, uscito nelle sale italiane dal 5 febbraio 2010. Il 28 settembre dello stesso anno è uscito su cd e vinile il nuovo disco di Ben Folds “Lonely avenue” di cui Hornby firma gli undici testi. Nel 2012 viene pubblicato Sono tutte storie (titolo originale More Baths, Less Talking), una raccolta di testi usciti tra maggio 2010 e dicembre 2011 sulla rivista The Believer, sempre per la casa editrice Guanda.

Nel 2012 pubblica il romanzo breve Everyone’s Reading Bastard (tradotto in italiano nel 2013 come Tutti mi danno del bastardo), incentrato su di una storia d’amore finita male e data in pasto al pubblico dei lettori di una rubrica. Nel 2014 viene pubblicato Funny Girl, romanzo ambientato tra il 1964 e il 1968, che racconta di una ragazza che si gioca il tutto per tutto pur di sfuggire alla monotonia della provincia inglese; una ragazza che vuole fare l’attrice, piuttosto che la soubrette, che vuole puntare sull’ironia, piuttosto che sulla bellezza, che vuole essere amata. Hornby considera il romanzo la continuazione ideale di An Education, una “storia sociale” del Regno Unito negli anni in cui erano ancora presenti forme di discriminazione sessuale e razziale.

La bibliografia di Hornby è corposissima, spaziando tra romanzi, racconti, antologie, saggistica e sceneggiature.