L’UFFICIALE E LA SPIA

Regia di Roman Polanski – USA, 2019 – 126′
con Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner

Parigi, 1895. Condannato per alto tradimento dalla Corte marziale e umiliato pubblicamente, il Capitano dello Stato Maggiore Albert Dreyfus (Louis Garrel), di origine ebrea, viene allontanato dall’esercito francese e confinato sull’isola del Diavolo, nella Guyana francese. L’ufficiale di carriera Georges Picquart (Jean Dujardin), divenuto capo dell’unità di controspionaggio, è convinto della sua innocenza e inizia una durissima battaglia in sua difesa, opponendosi alla malafede delle più alte gerarchie militari e di una intera nazione.
Polanski ragiona sui rapporti di forza tra gli uomini e i giochi di potere tra vittima e carnefice e allestisce uno splendido affresco storico.
L’ambientazione d’epoca è una cornice perfetta per mettere in scena un racconto attualissimo di xenofobia e di persecuzione.

Paolo Castelli

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UN’OPERA DALL’IMPIANTO CLASSICO CHE TROVA LA VIA DEL GRANDE SCHERMO IN UN MOMENTO STORICAMENTE GIUSTO.

Giancarlo Zappoli – Mymovies.it

Gennaio del 1895, pochi mesi prima che i fratelli Lumière diano vita a quello che convenzionalmente chiamiamo Cinema, nel cortile dell’École Militaire di Parigi, Georges Picquart, un ufficiale dell’esercito francese, presenzia alla pubblica condanna e all’umiliante degradazione inflitta ad Alfred Dreyfus, un capitano ebreo, accusato di essere stato un informatore dei nemici tedeschi. Al disonore segue l’esilio e la sentenza condanna il traditore ad essere confinato sull’isola del Diavolo, nella Guyana francese. Il caso sembra archiviato. Picquart guadagna la promozione a capo della Sezione di statistica, la stessa unità del controspionaggio militare che aveva montato le accuse contro Dreyfus. Ed è allora che si accorge che il passaggio di informazioni al nemico non si è ancora arrestato. Da uomo d’onore quale è si pone la giusta domanda: Dreyfus è davvero colpevole? Roman Polanski mette le sue doti di Maestro del Cinema al servizio di una vicenda che, in tempi come quelli presenti, merita una rivisitazione. […] Il film purtroppo ha innescato diverse polemiche scaturite dall’intervista che il regista ha rilasciato per il pressbook che ha accompagnato il film alla 76.ma Mostra del Cinema di Venezia. In quelle dichiarazioni Polanski dice di aver potuto comprendere meglio la storia che stava portando sullo schermo a causa delle accuse false che gli vengono periodicamente lanciate. Questo ha provocato reazioni di diversa natura che hanno rischiato di offuscare il valore intrinseco del film. Perché L’Ufficiale e la Spia si colloca nella categoria delle opere di impianto classico che trovano la via del grande schermo nel momento storicamente giusto. È sicuramente vero che il regista e il suo co-sceneggiatore Robert Harris lavorano da anni su questa idea ma è ora che è indispensabile mostrare, con un film capace di arrivare al grande pubblico, come il Potere sia in grado di costruire falsificazioni capaci di resistere a lungo e di sconvolgere vite. Attraverso la persona di Picquart (magistralmente interpretato da Dujardin) Polanski ci ricorda come siano necessari uomini che siano capaci di andare al di là delle proprie convinzioni (il colonnello non amava gli ebrei) quando si trovano di fronte a un’ingiustizia che diviene tanto più palese quanto più chi la sta perpetrando fa muro perché non ne emergano le falsificazioni. Polanski ci interroga sulla morale dei nostri tempi (che non riguarda solo uno specifico settore) e ci invita a vigilare. Forse non siamo più in tempi in cui un articolo di giornale può fare riaprire un processo come accadde con il “J’accuse” di Emile Zola pubblicato su “L’Aurore” ma forse proprio per questo è necessario saper reagire a quella sorta di impermeabilizzazione agli scandali che rischia di produrre un appiattimento dell’opinione pubblica che finisce con il lasciare spazio al morbo dell’indifferenza diffusa.
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L’UFFICIALE E LA SPIA, QUELLO DI POLANSKI È IL THRILLER PERFETTO

Fabio Ferzetti – L’Espresso

[…] “L’ufficiale e la spia” è magnifico. Purché lo si guardi per ciò che è: un thriller storico ispirato al romanzo omonimo di Robert Harris (Mondadori) che rievoca con sguardo impassibile, ritmo incalzante e varie licenze (come quasi tutti i film storici) la storia del capitano Dreyfus e della sua lunga persecuzione attraverso gli occhi del colonnello Picquart (un ammirevole Jean Dujardin). Il militare che per primo intuì la macchinazione in atto e vi si oppose con tutte le sue forze sfidando politici e generali. per l’onore dell’esercito. Anche qui: vero? Falso? Gli specialisti lamentano semplificazioni e manipolazioni. Da un lato Polanski e Harris fanno di Picquart un eroe quasi hollywoodiano che addirittura collabora con i dreyfusardi, in testa Émile Zola. Dall’altro tacciono e minimizzano il ruolo della famiglia Dreyfus, l’eroica (quella sì) resistenza del capitano prigioniero sull’Isola del Diavolo, la fiera corrispondenza con sua moglie Lucie e soprattutto le indagini di suo fratello Mathieu. Si può ribattere che la storia la fanno gli storici, il cinema lo fanno i cineasti. E ricordare che se l’epilogo a sorpresa getta una luce non proprio edificante sul rapporto Picquart-Dreyfus, Polanski non smette di accumulare dettagli materiali e rivelatori, in particolare per ciò che riguarda lo spionaggio e la fabbricazione di false prove. Qui forse batte il cuore di questo grande film che sarebbe un peccato perdere.

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L’UFFICIALE E LA SPIA

Carlo Cerofolini – Ondacinema.it

[…]La qualità del lavoro realizzato da Polanski si vede nei dettagli, come lo sono quelli relativi alla presa in rassegna dei cosiddetti personaggi storici, per una volta esentati dall’essere delle semplici macchiette (soprattutto Zola, autore dal noto J’accuse da cui il film prende il titolo originale) e, in termini assoluti, quando si tratta di restituire e restituirci un Jean Dujardin come non l’avevamo visto dai tempi di “The Artist”, talmente dignitosa e piena di umanità è l’interpretazione del colonnello Georges Picquart, ufficiale dei servizi segreti a cui spetterà il compito di scoprire l’ingiustizia e, con sprezzo del pericolo, di denunciarla davanti a chi non aveva voglia di sentirla. Se Dreyfus è, per forza di cose, il doppio di Polanski, il personaggio incarnato da Dujardin ne è quantomeno la proiezione ideale, nella constatazione di una coerenza, quella del militare, che impedisce all’uomo di venir meno al senso di giustizia e di verità, difese ad oltranza, e di cedere ai pregiudizi nei confronti della comunità ebraica, a cominciare dai propri, dichiarati in una delle scene iniziali del film. Per Polanski è dunque lui l’uomo moderno, sintesi perfetta dell’umano riconciliato dalle contraddizioni che attraversano la nostra contemporaneità.

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Vi proponiamo la traduzione della lettera aperta di Émile Zola al Presidente della Repubblica Francese Félix Faure.

“Io accuso…!

“Signor Presidente, permettetemi, grato per la benevola accoglienza che un giorno mi avete fatto, di preoccuparmi per la Vostra giusta gloria e dirvi che la Vostra stella, se felice fino ad ora, è minacciata dalla più offensiva ed inqualificabile delle macchie. Avete conquistato i cuori, Voi siete uscito sano e salvo da grosse calunnie. Apparite raggiante nell’apoteosi di questa festa patriottica che l’alleanza russa ha rappresentato per la Francia e Vi preparate a presiedere al trionfo solenne della nostra esposizione universale, che coronerà il nostro grande secolo di lavoro, di libertà e di verità. Ma quale macchia di fango sul Vostro nome, stavo per dire sul Vostro regno – soltanto quell’abominevole affare Dreyfus! Per ordine di un Consiglio di Guerra è stato scagionato Esterhazy, ignorando la verità e qualsiasi giustizia. È finita, la Francia ha sulla guancia questa macchia, la storia scriverà che sotto la Vostra Presidenza è stato possibile commettere questo crimine sociale. E poiché è stato osato, oserò anche io. La verità la dirò io, poiché ho promesso di dirla, se la giustizia, regolarmente osservata non la proclamasse interamente. Il mio dovere è di parlare, non voglio essere complice. Le mie notti sarebbero abitate dallo spirito dell’uomo innocente che espia laggiù nella più spaventosa delle torture un crimine che non ha commesso. Ed è a Voi signor Presidente, che io griderò questa verità, con tutta la forza della mia rivolta di uomo onesto. In nome del Vostro onore, sono convinto che la ignoriate. E a chi dunque denuncerò se non a Voi, primo magistrato del paese? Per prima cosa, la verità sul processo e sulla condanna di Dreyfus. Un uomo cattivo ha condotto e fatto tutto: è il Luogotenente Colonnello du Paty de Clam, allora semplice Comandante. La verità sull’affare Dreyfus la saprà soltanto quando un’inchiesta legale avrà chiarito i suoi atti e le sue responsabilità. Appare come lo spirito più fumoso, più complicato, ricco di intrighi romantici compiacendosi al modo dei romanzi feuilletons, carte sparite, lettere anonime, appuntamenti in luoghi deserti, donne misteriose che accaparrano prove durante gli appuntamenti. È lui che immaginò di dettare l’elenco a Dreyfus, è lui che sognò di studiarlo in una parte rivestita di ghiaccio, è lui che il Comandante Forzinetti ci rappresenta armato di una lanterna, volendo farsi introdurre vicino l’accusato addormentato, per proiettare sul suo viso un brusco raggio di luce e sorprendere così il suo crimine nel momento del risveglio. Ed io non ho da dire altro che se si cerca si troverà. Dichiaro semplicemente che il Comandante du Paty de Clam incaricato di istruire la causa Dreyfus, come ufficiale giudiziario nel seguire l’ordine delle date e delle responsabilità, è il primo colpevole del terribile errore giudiziario che è stato commesso. L’elenco era già da tempo nelle mani del Colonnello Sandherr direttore dell’ufficio delle informazioni, morto dopo di paralisi generale. Ebbero luogo delle fughe, carte sparivano come ne spariscono oggi e l’autore dell’elenco era ricercato quando a priori si decise poco a poco che l’autore non poteva essere che un ufficiale di stato maggiore e un ufficiale dell’artiglieria: doppio errore evidente che mostra con quale spirito superficiale si era studiato questo elenco, perché un esame ragionato dimostra che non poteva agire soltanto un ufficiale di truppa. Si cercava dunque nella casa, si esaminavano gli scritti come un affare di famiglia, un traditore da sorprendere dagli uffici stessi per espellerlo. E senza che voglia rifare qui una storia conosciuta solo in parte, entra in scena il comandante du Paty de Clam da quando il primo sospetto cade su Dreyfus.
A partire da questo momento, è lui che ha inventato il caso Dreyfus, l’affare è diventato il suo affare, si fa forte nel confondere le tracce, di condurlo all’inevitabile completamento. C’è il Ministro della guerra, il Generale Mercier, la cui intelligenza sembra mediocre; c’è il Capo dello Stato Maggiore, il Generale de Boisdeffre che sembra aver ceduto alla sua passione clericale ed il sottocapo dello Stato Maggiore, il Generale Gonse la cui coscienza si è adattata a molti. Ma in fondo non c’è che il Comandante du Paty de Clam che li conduce tutti perché si occupa anche di spiritismo, di occultismo, conversa con gli spiriti. Non si potrebbero concepire le esperienze alle quali egli ha sottomesso l’infelice Dreyfus, le trappole nelle quali ha voluto farlo cadere, le indagini pazze, le enormi immaginazioni, tutta una torturante demenza. Ah! Questo primo affare è un incubo per chi lo conosce nei suoi veri dettagli! Il Comandante du Paty de Clam, arresta Dreyfus e lo mette nella segreta. Corre dalla signora Dreyfus, la terrorizza dicendole che se parla il marito è perduto. Durante questo tempo, l’infelice si strappava la carne, gridava la sua innocenza. E la vicenda è stata progettata così come in una cronaca del XV secolo, in mezzo al mistero, con la complicazione di selvaggi espedienti, tutto ciò basato su una sola prova superficiale, questo elenco sciocco, che era soltanto una tresca volgare, che era anche più impudente delle frodi poiché i ”famosi segreti” consegnati erano tutti senza valore. Se insisto è perché il nodo è qui da dove usciva più tardi il vero crimine, il rifiuto spaventoso di giustizia di cui la Francia è malata. […]
Ma questa lettera è lunga signor presidente, ed è tempo di concludere.

Accuso il Luogotenente Colonnello du Paty de Clam di essere stato l’operaio diabolico dell’errore giudiziario, in incoscienza, io lo voglio credere, e di aver in seguito difeso la sua opera nociva, da tre anni, con le macchinazioni più irragionevoli e più colpevoli.
Accuso il Generale Mercier di essersi reso complice, almeno per debolezza di spirito, di una delle più grandi iniquità del secolo.
Accuso il Generale Billot di aver avuto tra le mani le prove certe dell’innocenza di Dreyfus e di averle soffocate, di essersi reso colpevole di questo crimine di lesa umanità e di lesa giustizia, per uno scopo politico e per salvare lo stato maggiore compromesso.
Accuso il Generale de Boisdeffre ed il Generale Gonse di essersi resi complici dello stesso crimine, uno certamente per passione clericale, l’altro forse con questo spirito di corpo che fa degli uffici della guerra l’arcata santa, inattaccabile.
Accuso il Generale de Pellieux ed il Comandante Ravary di avere fatto un’indagine scellerata, intendendo con ciò un’indagine della parzialità più enorme, di cui abbiamo nella relazione del secondo un imperituro monumento di ingenua audacia.
Accuso i tre esperti in scrittura i signori Belhomme, Varinard e Couard, di avere presentato relazioni menzognere e fraudolente, a meno che un esame medico non li dichiari affetti da una malattia della vista e del giudizio.
Accuso gli Uffici della Guerra di avere condotto nella stampa, particolarmente nell’Eclair e nell’Eco di Parigi, una campagna abominevole, per smarrire l’opinione pubblica e coprire il loro difetto.
Accuso infine il primo Consiglio di Guerra di aver violato il diritto, condannando un accusato su una parte rimasta segreta, ed io accuso il secondo Consiglio di Guerra di aver coperto quest’illegalità per ordine, commettendo a sua volta il crimine giuridico di liberare consapevolmente un colpevole.

Formulando queste accuse, non ignoro che mi metto sotto il tiro degli articoli 30 e 31 della legge sulla stampa del 29 luglio 1881, che punisce le offese di diffamazione. Ed è volontariamente che mi espongo. Quanto alla gente che accuso, non li conosco, non li ho mai visti, non ho contro di loro né rancore né odio. Sono per me solo entità, spiriti di malcostume sociale. E l’atto che io compio non è che un mezzo rivoluzionario per accelerare l’esplosione della verità e della giustizia. Ho soltanto una passione, quella della luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità. La mia protesta infiammata non è che il grido della mia anima. Che si osi dunque portarmi in assise e che l’indagine abbia luogo al più presto. Io aspetto. Vogliate gradire, signor Presidente, l’assicurazione del mio profondo rispetto.”»

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I FILM E LE SERIE TV PIU’ FAMOSI CHE HANNO TRATTATO L’AFFARE DREYFUS

L’Affaire Dreyfus – film del 1899, è un cortometraggio muto diretto ed interpretato da Georges Méliès e prodotto da Star Film 206.
Il film di Georges Méliès fu girato nel 1899 all’indomani del processo che riabilitava Alfred Dreyfus, quando il caso tuttavia non poteva ancora dirsi completamente concluso. Il film fu bandito in Francia per aver provocato nelle prime proiezioni risse tra i sostenitori e i detrattori di Dreyfus, facendone il primo film nella storia ad essere censurato per motivi politici.

L’affaire Dreyfus – film del 1902 diretto da Ferdinand Zecca.

L’affaire Dreyfus – film del 1908, un cortometraggio diretto da Lucien Nonguet e Ferdinand Zecca.

 

Émile Zola – di William Dieterle del 1937

L’affare Dreyfus – film del 1958 diretto da José Ferrer.

 

 

 

 

L’affare Dreyfus – miniserie televisiva del 1968 L’affare Dreyfus è uno sceneggiato televisivo trasmesso dalla RAI nel 1968, sull’allora programma nazionale (Rai 1). Andò in onda in due serate, nella prima serata di domenica 17 novembre e di martedì 19 novembre. La sceneggiatura della fiction era di Flavio Niccolini e Leandro Castellani, che curava anche la regia televisiva.

 

 

 

Prigionieri dell’onore – film del 1991 diretto da Ken Russell con Oliver Reed, Richard Dreyfuss e Peter Firth

 

 

 

 

 

 

L’Affaire Dreyfus – telefilm a puntate di Yves Boisset del 1995 (in francese) con un gigantesco Jean-Claude Drouot  nei panni di Zola.

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MGF