MA COSA CI DICE IL CERVELLO

Regia di Riccardo Milani – Italia, 2019 – 98′
con Paola Cortellesi, Stefano Fresi, Tomas Arana

Giovanna (Paola Cortellesi) è una donna dimessa, addirittura noiosa, che si divide tra il lavoro al Ministero e gli impegni scolastici di sua figlia Martina. Ma dietro questa facciata, Giovanna in realtà è un agente segreto impegnato in pericolosissime missioni internazionali.
Dopo il successo di Come un gatto in tangenziale (2017), Paola Cortellesi e il marito regista Riccardo Milani firmano un prodotto che, in una cornice da commedia, si prefigge di infliggere una stoccata al malcostume, alla maleducazione e alla scarsa inclinazione alla convivenza. Lo sforzo è un cinema popolare, brillante e accessibile ma sanamente ‘sporcato’ da ambizioni di genere. Partner della scommessa Stefano Fresi, Vinicio Marchioni, Lucia Mascino, Claudia Pandolfi, Paola Minaccioni, Carla Signoris e Giampaolo Morelli.

Paolo Castelli

*********

TRA SPY STORY E PARODIA, PAOLA CORTELLESI DICHIARA GUERRA AL DEGRADO

Andrea Fornasiero – MyMovies

Giovanna lavora al ministero dove in apparenza conduce una professione che più grigia non potrebbe essere, o meglio così appare in pubblico per camuffare la sua vera identità, quella di agente della Sicurezza Nazionale il cui primo dogma è non dare nell’occhio. Tra una missione a Marrakech e una a Mosca si riavvicina ai compagni di liceo, che possono dire di fare una vita soddisfacente… finché non confessano le rispettive vessazioni subite da un assortimento di cafoni o ricchi prepotenti. Giovanna, mentre dà la caccia a un terrorista intento a mettere insieme un’arma di distruzione di massa, decide che non può restare a guardare l’umiliazione e il conseguente abbrutimento dei suoi amici…


Una donna dedita alla sicurezza del Paese è avvilita dal degrado, soprattutto da quello romano, e decide di prendersi una rivincita con mezzi a dir poco spropositati contro una galleria di maschere, rispetto a cui è troppo facile sentirsi superiori, il tutto mentre si consuma una blandissima parodia del genere spionistico.
Quarto film consecutivo della coppia (anche nella vita) Riccardo Milani-Paola Cortellesi dopo Scusate se esisto!, Mamma o papà? e il grande successo di pubblico di Come un gatto in tangenziale, Ma cosa ci dice il cervello è però disarmante. Se l’idea di fondo ha il retrogusto di superiorità intellettuale della sinistra che vuole dare lezioni al popolo bue o ai “cafonal”, la parte di spionaggio vorrebbe invece essere semplicemente comica ma è più spesso penosa, soprattutto per l’insipienza spettacolare della messa in scena. In particolare il quartier generale della Sicurezza Nazionale è un set di una povertà abbagliante, dove la fotografia non ha alcuna profondità e i dialoghi messi in bocca al povero Remo Girone sono enunciati con mal celato imbarazzo.

Paola Cortellesi fa del proprio meglio e sicuramente ha un talento comico degno di miglior causa, così come è un vero spreco l’uso di Vinicio Marchioni e Lucia Mascino nel ruolo di amici senza colore, e ancora peggio va a Claudia Pandolfi, cui tocca una macchietta chiassosa. Stefano Fresi è poi l’interesse romantico del liceo di Giovanna, che una volta era un atleta e ora è un obeso, ma naturalmente dal cuore grande, tanto che sarà il suo nobile tentativo di farsi rispettare dagli studenti (per certi versi un ritorno di Milani ai temi del suo esordio con Auguri professore) a mostrare a Giovanna che il buon esempio è più efficace della vendetta.
Nei panni dei peggiori maleducati troviamo: Ricky Memphis, padre aggressivo di un bambino che gioca a calcio; Paola Minaccioni, che pretende di saperne più dei dottori e non esita ad aggredirli se non prescrivono le medicine che la ha indicato l’Internet (la vendetta contro di lei è la sola davvero divertente); Alessandro Roja, ricco e arrogante al confine con il delirio di onnipotenza, convinto che volando in business class non sia tenuto a spegnere il cellulare; Emanuele Armani, giovane di ricca famiglia che mena i professori che non gli danno la sufficienza – perché poi vada in una scuola decadente e probabilmente pubblica non è dato sapere… Sul fronte spionistico, oltre a Remo Girone nelle vesti del comandante dei servizi di Sicurezza Nazionale, abbiamo Teco Celio come chimico che traffica in armi di distruzione di massa e Thomas Arana inafferrabile terrorista.

Se la sequenza a Mosca è poco più di una cartolina dalla Piazza Rossa, quella di Marrakech passa velocemente per le vie del mercato – con immancabili stereotipi sui commercianti arabi e i turisti giapponesi – mentre a Siviglia veniamo messi di fronte a una sorta di album turistico di Instagram, con il gruppo di amici che si fa un selfie dopo l’altro di fronte a vari luoghi caratteristici. Come se non bastasse un inseguimento automobilistico passa per la regione dei mulini e non manca nemmeno un toro che insegue l’auto dalle decorazioni rosse. C’è davvero di tutto, senza mai trovare un equilibrio, in Ma cosa ci dice il cervello che alla fine, nonostante le location e le incursioni tra spy story e parodia, rimane la solita commedia edificante.

Roma all’inizio è descritta come una città invivibile perché popolata di mostri e il materialismo, la superficialità e l’edonismo sono così dilaganti da entrare anche in casa della protagonista, attraverso la sua madre rifatta e ridicolmente giovanile. Ma nemmeno le sue lezioni di cinismo bastano a sconfiggere l’innato senso di giustizia dei bambini.

**********

DA BEFANA A SUPEREROINA, E PAOLA CORTELLESI VOLA PIÙ ALTO: REGIA DI RICCARDO MILANI, CAST AFFIATATO, UNA COMMEDIA DIVERTENTE

Giulia “Brainwash” Lucchini – Trovacinema

L’abbiamo lasciata Befana, la ritroviamo nelle vesti dimesse di una donna che lavora al Ministero. Sebbene non voli più su una scopa dispensando dolcetti ai bambini, Paola Cortellesi, in questo nuovo film, non ha però perso tutti i suoi super poteri.
Dietro la sua scialba facciata da “suora laica depressa”, divisa tra gli impegni scolastici della figlia e gli sfottò della sua esuberante mamma (Carla Signoris), c’è infatti un’agente segreto impegnata in pericolose missioni internazionali.
Questa 007 versione femminile, un po’ goffa e un po’ ginnica, protegge i cittadini senza che se ne accorgano, ma soprattutto combatte la maleducazione.
Satura di una Roma sommersa dal traffico e dall’immondizia (significativa la scena iniziale quando al mattino affronta rassegnata la consueta fila di macchine, accompagnata dalla canzone Don’t worry di Bob Marley) e stufa delle cacche sul marciapiede e in generale della cafoneria della gente deciderà di riscattare se stessa e i suoi vecchi amici del liceo dalle angherie del mondo circostante.
Un mondo dove la zoticaggine regna sovrana. E le persone vessano di continuo i vari professionisti, credendosi sempre più tuttologi. Per cui la mamma-coatta (Paola Minaccioni, fantastica in questo ruolo) pretende che la pediatra (Lucia Mascino) prescrivi l’antibiotico alla figlia anche se non ha nulla, il padre (Ricky Tognazzi) di un ragazzo minaccia l’allenatore di calcio (Vinicio Marchioni) per farlo giocare come attaccante, sebbene non sia adatto, l’ hostess (Claudia Pandolfi) di aereo combatte con chi non vuole spegnere i cellulari durante il volo e l’insegnante (Stefano Fresi) è lontano anni luce dall’essere considerato un “Capitano o mio Capitano” dai suoi alunni.
Dopo il successo di Come un gatto in tangenziale, la coppia d’oro nella vita e nel cinema Milani-Cortellesi con Cosa ci dice il cervello porta quindi in sala un’altra divertente commedia che con leggerezza tocca un tasto dolente tipicamente italiano: il mancato rispetto delle regole.

C’è da dire però che, nonostante in questo mondo digitale limitless non esistano più i limiti (primo tra tutti quello alla maleducazione), il film invece qualcuno ne ha: soprattutto per la parte che vira verso la spy story e l’action movie. Per fortuna, anche su questa, tra free climbing e salti sui tetti della medina in Marocco l’attrice romana, che nel corso della storia si moltiplica in quindici diverse identità, riesce a farci chiudere un occhio, confermando nuovamente la sua versatilità e il suo talento.
Una conferma che viene anche dal botteghino: La befana vien di notte è per ora infatti il film italiano più visto della stagione. Lì però i suoi super poteri non appassionavano. Qui invece coinvolgono e in certi momenti del film si ride di gusto (uber alles l’apparizione di Stefano Fresi). Nel complesso questa nuova super eroina, supportata da una bella squadra condotta da Riccardo Milani e da un cast davvero degno di nota, ci fa volare molto più in alto della Befana di Soavi. Chissà se farà volare anche gli incassi. Di sicuro le premesse lasciano ben sperare.

********

REGOLE CHIARE PER I SOCIAL NETWORK O SARA’ IL DEGRADO TOTALE DELLA SOCIETA’

Francesco Greco – Presidente dell’Ordine degli Avvocati

Francesco Greco

“Ho sentito alla radio una storiella molto carina; si trattava di una parodia sull’uso, anzi, sull’abuso che facciamo dei social network. Parlava di un uomo che, non avendo computer e, pertanto, non potendo avere un account facebook, decideva di farsene uno proprio, applicando alla vita quotidiana le modalità di utilizzo di facebook. Per questo motivo andava per strada e, nel quartiere dove abitava, cominciava a distribuire fotografie della moglie, della festa di compleanno del figlio, del proprio cane, degli amici, di sé al lavoro, allo stadio, al mare, in montagna e via dicendo. Poi iniziava a fermare i passanti ed a comunicare che in ufficio la vita era monotona, che aspettava da tempo una promozione che non giungeva, che stava organizzandosi un bel viaggio per l’estate, che la sera precedente la moglie gli aveva cucinano il suo piatto preferito, mentre quella successiva sarebbe andato al ristorante, per cui chiedeva agli sconosciuti che incontrava di consigliargliene uno. Quindi, iniziava pure a giudicare quello gli altri passanti facevano per strada, avvicinandosi e dicendo loro “mi piace” nel vederli passeggiare il cane, fare joking, fare colazione al bar, ecc.

Alla fine della giornata, concludeva la storiella, aveva conquistato 5 follower, ossia 5 persone che lo seguivano: due carabinieri, uno psicologo, uno psichiatra ed un infermiere incaricato dall’ospedale di ricoverarlo per un TSO – Trattamento Sanitario Obbligatorio.

La morale della storiella è tanto semplice quanto vera: sui social network ci comportiamo facendo cose che, nella vita comune, risulterebbero assurde. Dunque occorre non dare eccessiva importanza ai social.

Eppure – riportando la morale alle dovute considerazioni – i social network ormai sono una realtà importante della vita comune. Ci sono politici che hanno basato la loro fortuna sul Web e sui social, a cominciare da Barack Obama che, notoriamente, grazie ad un sapiente uso di internet e di facebook, è stato il primo afro-americano a superare la soglia della Casa Bianca e diventare l’uomo più potente del mondo.

Anche in Italia l’uso sapiente del Web ha portato fortuna in politica. A tutti è noto che il M5S deve il proprio affermarsi ai social.

Le recenti vicende sulla diffusione abusiva dei dati di facebook, mediante la violazione dei profili di milioni di utenti da parte della società Cambridge Analytica – cui si era rivolto (così si ha riportato la stampa) pure Trump, in occasione dell’ultima campagna elettorale, al fine di influenzare ed orientare inconsapevolmente gli elettori americani contro la sua concorrente alle presidenziali – ci inducono a meditare che, magari, i social non sono così innocui come la storiella dell’uomo che si costruisce un facebookimmaginario ci porterebbe a pensare, in quanto essi sono in grado di influenzare la nostra vita, condizionare le nostre scelte, stimolare i nostri ragionamenti, determinare le nostre condotte e persino orientare le opinioni, sia politiche che di altro genere.

L’inventore di facebook, Mark Zuckerberg, persona acuta e capace di guardare lontano, il 25 marzo ha pubblicato una lettera sui quotidiani britannici e americani, per scusarsi di aver “tradito la fiducia” degli utenti, in relazione alla vicenda Cambridge Analytica, la società di consulenza politica che ha diffuso abusivamente i dati.

Zuckerberg, furbamente, ha preferito fare mea culpa, piuttosto che scaricare la responsabilità – come sarebbe stato più semplice e forse per lui più economico – sulla società che aveva materialmente commesso l’abuso, assicurando che non consentirà più, in futuro, la violazione dei dati riservati.

L’ammissione di responsabilità di Zuckerberg, tuttavia, non risolve il problema, costituito oggi dal campo di scontro senza regole che è facebook, dove chi grida più forte, chi la dice più grossa, chi inventa la fake più convincente prevale sugli altri, dove il turpiloquio, gli insulti, i tentavi di condizionamento, di induzione, di subliminale influenzamento sono la regola in un contesto senza regole.

Allora i casi sono due: o impariamo a rapportarci in modo differente con i social, impresa affatto semplice perché le abitudini, una volta prese, sono molto difficili da abbandonare, oppure devono fissarsi regole chiare ed inderogabili nell’uso dei social network. Il rischio, altrimenti, è il degrado senza fine della società.

*********

I SOCIAL NETWORK: EVOLUZIONE O DEGRADO?

I Social Network, frutto di algoritmi complessissimi che solo pochi riescono a comprendere, creare e decifrare, frutto di anni e anni di progresso informatico, racchiusi in delle scatole chiamate server. Sono un innovazione straordinaria se si pensa che in pochi attimi si comunica con chi si vuole, dal vicino si casa a un amico all’altro capo del mondo, il futuro sono le telecomunicazioni in un mondo sempre in evoluzione. Ma cosa all’interno di questi purtroppo di evoluto c’è ben poco, questi social oltre all’innovazione permettono a chiunque volesse di creare una Vita falsa su di questi. In che senso? Nel senso che ognuno di noi decide chi essere sul web, una ragazza bellissima, popolare, un ragazzo fantastico, quando invece dietro lo schermo ci sta un bambino di 10 anni che i genitori lasciano troppo fare e controllano troppo poco. È davvero evoluzione? Il fatto che anche pedofili, maniaci o altri di queste categorie possano nascondersi dietro un monitor e svolgere tranquillamente i loro lavori, magari irrompendo nella Vita di qualche ragazza che non dormirà più tranquilla la notte, è davvero evoluzione falsificare identità, diffondere bufale, foto oscene, giochi stupidi? A questa domanda risponderanno i diretti interessati, Facebook, Twitter, Instagram e tanti altri.

Il Quotidiano in Classe

**********

SOCIAL NETWORK: UN MONDO IMPERFETTO

Molti ragazzi della nostra generazione usufruiscono dei social network per distorcere la realtà; per camuffare il loro vero essere ed utilizzare i profili su internet come un biglietto da visita, la maggior parte delle volte falso, per fare buona impressione a terzi.
Se non riusciremo a far ragionare questi ragazzi, probabilmente continueranno per tutta la loro vita ad immedesimarsi in una realtà distorta e fredda.
Molti adolescenti utilizzano questi social network per sfuggire alla realtà che loro ritengono insoddisfacente e vedono in questi mondi virtuali, una via di fuga, una possibilità per creare una vita tanto sognata.
Tutto ciò è causato proprio dagli adolescenti stessi, che emarginano alcuni loro coetanei perchè diversi caratterialmente e fisicamente, e di conseguenza, quest’ultimi cervano una giusta consolazione in un mondo a loro più comodo come quello virtuale.
Da non ignorare il fenomeno del cyber bullismo, direttamente collegato ai social network in cui queste persone che cercano rifugio dall’insoddisfacente vita reale, vengono presi di mira persino nel mondo in cui credono di essere felici.
Purtroppo questo fenomeno è ampiamente sottovalutato e per questo è difficile trovare soluzioni efficaci per contrastarlo.
Spero che un giorno riusciremo a fermare questo fenomeno di perseguitazione psicologica, e a permettere queste persone di integrarsi con i loro coetanei.

Il Quotidiano in Classe

***********

REPUTAZIONE E DIFFAMAZIONE SUI SOCIAL NETWORK:

QUALI REGOLE?

Abbiamo più volte sottolineato l’importanza della nostra reputazione online: la nostra presenza digitale è solo un aspetto della nostra vita e, come tale, merita attenzione e protezione. In questo senso, dobbiamo essere consapevoli di ciò che pubblichiamo e condividiamo online, di quali informazioni vogliamo diffondere e in quali contesti.

Ogni traccia che lasciamo online costruisce parte della nostra identità e della nostra reputazione. Non dobbiamo inoltre dimenticare che i contenuti che pubblichiamo sono anche informazioni per le aziende, che possono utilizzarle a fini commerciali (per esempio gli annunci pubblicitari personalizzati sui social network).

In questo contesto, un numero sempre maggiore di dialoghi e scambi di battute avviene sui social network. Spesso, gli utenti non sono consapevoli delle conseguenze delle loro azioni online, come se fossero sospese in una sorta di limbo al di là della legge.

Come invece dimostrano alcune sentenze, i commenti offensivi pubblicati, per esempio, sulle bacheche di Facebook o di altri social network possono essere considerati reati di diffamazione, spesso anche aggravata. Nella maggior parte dei casi, l’aggravante è data dal fatto che è la stessa struttura dei social network a facilitare la diffusione dei contenuti, quindi anche di quelli diffamatori, a un numero indeterminato (e potenzialmente molto ampio) di persone.

Da un lato, questa consapevolezza ci dovrebbe portare a essere più attenti nel linguaggio che usiamo sui social: spesso, per velocità e superficialità, ci dimentichiamo alcune regole base che applicheremmo senza indugio al di fuori della rete. Dall’altro, ci permette di sapere che se siamo vittime, in rete e sui social network, di insulti e offese che riteniamo lesive della nostra immagine, possiamo denunciarne l’autore sulla base dell’articolo 595 del codice penale, che regola la diffamazione.

**********

MGF