UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK

Regia di Woody Allen – USA, 2019 – 92′
con Timothée Chalamet, Selena Gomez, Jude Law

Gatsby (Timothée Chalamet) e Ashleigh (Elle Fanning), fidanzatini del college, entrambi di estrazione borghese, decidono di trascorrere un romantico weekend a New York, ma i loro piani vengono completamente stravolti non appena mettono piede in città. I due, fin dal loro arrivo a Manhattan, si ritrovano separati e si imbattono in una serie di incontri casuali che, in maniera più o meno significativa, cambieranno le loro vite.
In Un giorno di pioggia a New York il cinema di Allen si dipana in un gioco che rende omaggio alle fini tessiture della miglior commedia romantica hollywoodiana degli anni ’30 e ’40.
Il film è una mappatura del sentimento amoroso, in cui giocano un ruolo centrale il Tempo e il Caso, due variabili in grado di stravolgere qualsiasi disegno precostituito.

Paolo Castelli

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TORNA IL ‘SISTEMA ALLEN’ CON UNA COMMEDIA CAUSTICA, INCISIVA E INEFFABILE, COME LA NASCITA DI UN SENTIMENTO.

Marzia Gandolfi – MyMovies.it

Gatsby e Ashleigh hanno deciso di trascorrere un fine settimana a New York. Lui viene da New York e non vede l’ora di mostrare alla fidanzata la sua città natale e lo charme vintage dei suoi luoghi di predilezione.

Lei viene da Tucson, Arizona, e si occupa del giornale della modesta università dove si sono incontrati. Élite urbana e provinciale, Gatsby e Ashleigh sono complementari e innamorati. Ma non basta, soprattutto a New York in un giorno di pioggia che rovescia acqua e destini. “La città ha preso il sopravvento”, confessa Gatsby (Timothée Chalamet) a sua madre, provando a spiegarle il suo rocambolesco soggiorno a New York, un seguito di deragliamenti che lo hanno allontanato dal disegno iniziale: un weekend romantico con Ashleigh (Elle Fanning), ‘rapita’ dalla città. Quell’asserzione avrebbe potuto pronunciarla qualsiasi altro personaggio alleniano perché New York nei film di Woody Allen è una zona d’intensità che i suoi eroi misurano alla ricerca di una (ri)partenza finzionale, che puntualmente arriva. Come se il resto dell’America restasse ineluttabilmente esclusa da quella tensione romanzesca. Nuova variazione jazz sull’immaginario newyorkese, Un giorno di pioggia a New York è una commedia ineffabile come la nascita di un sentimento. Come un vecchio ritornello riorchestrato, ritroviamo con piacere il ‘sistema Allen’, un universo (aperto) di sensazioni che conosciamo bene. Una sorta di destrezza dei sensi e delle immagini, delle idee e delle emozioni continuamente rilanciata. Al cuore del film c’è la città, intorno la pioggia, Chet Baker e F. Scott Fitzgerald. Allen invece lo riconosciamo dietro la personalità di Gatsby, studente mingherlino che ama solo i vecchi film, i locali rétro, i giorni di pioggia e George Gershwin.
Gatsby (Timothée Chalamet) e Ashleigh (Elle Fanning), fidanzatini del college, entrambi di estrazione borghese, decidono di trascorrere un romantico weekend a New York, ma i loro piani vengono completamente stravolti non appena mettono piede in città. I due, fin dal loro arrivo a Manhattan, si ritrovano separati e si imbattono in una serie di incontri casuali che, in maniera più o meno significativa, cambieranno le loro vite. In Un giorno di pioggia a New York il cinema di Allen si dipana in un gioco che rende omaggio alle fini tessiture della miglior commedia romantica hollywoodiana degli anni ’30 e ’40. Il film è una mappatura del sentimento amoroso, in cui giocano un ruolo centrale il Tempo e il Caso, due variabili in grado di stravolgere qualsiasi disegno precostituito. Paolo Castelli
Niente andrà come previsto dal protagonista e tutto andrà ineluttabilmente come in un film di Woody Allen. Un film caustico e incisivo con un senso smagliante della punchline associata al ritmo delle trovate visive. Come Philip Roth, l’autore non rinuncia a giocare il ruolo dell’ebreo maleducato: la verità nel film esce dalla bocca delle ‘puttane’ e né i soldi, né la famiglia, né l’educazione offrono ripari stabili. L’ebrezza che procura Un giorno di pioggia a New York è quella della deriva. Ciascuno dalla sua parte, perché non riusciranno più a raggiungersi, Gatsby e Ashleigh si lasciano afferrare dal flusso del caso. Lui inciampa su Shannon, sorella minore di una ex, lei su un divo magnetico per cui dimentica anche il suo nome. Un’urgenza e un’esigenza di verità cresce sul filo delle loro promenade. Sotto il segno inesorabile del tempo, che ha l’apparenza grottesca dell’orologio di Central Park, New York sorveglia la loro radiosa giovinezza, andando oltre la commedia romantica e dispiegando un’impressione struggente dell’effimero.

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UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK

Carlo Cerofolini- Ondacinema.it

[…]”Un giorno di pioggia a New York” si potrebbe considerare una sorta di educazione sentimentale che nell’arco dei 92 minuti di durata – o, se volete, nelle 24 ore in cui si sviluppano le vicende del film – riesce a mettere in discussione amori e aspirazioni della giovane coppia protagonista, rivisitando i luoghi più classici del cinema alleniano. A cominciare dai personaggi, amati a tal punto da renderne sopportabili, e talvolta piacevoli, difetti e ipocrisie, qui catalizzati dagli entusiasmi della bella e svampita Ashleigh, acqua cheta e prototipo di quella femminilità alleniana falsamente rassicurante, spesso utilizzata dal regista per incarnare i fantasmi delle relazioni con l’altro sesso, oppure, come succede in “Un giorno di pioggia a New York” (con la Shannon di Selena Gomez), per valorizzare modelli di segno opposto. Una galleria di tipi umani in cui a svettare in termini canzonatori sono altrettanti archetipi di divismo cinematografico (il divo playboy Diego Luna, lo sceneggiatore fedifrago Jude Law, il regista irrisolto e depresso Liev Schreiber) e, da ultima, fuori campo – ma non troppo – la figura materna, sì castrante (è da lei che Gatsby cerca inutilmente di fuggire) ma anche – nel suo essere insieme “santa e puttana” – foriera di una ricomposizione psicologica e comportamentale senza la quale i personaggi di Allen sono condannati alle proprie disfunzioni sentimentali. Che poi il nuovo Allen assomigli a quello “vecchio” lo conferma la propensione verso un cinema di scrittura rispetto al quale anche le immagini sono costrette a fare un passo indietro per lasciare spazio al naturale fluire della materia narrativa nella forma-racconto, presente tanto nella convenzioni formali (l’io narrante rappresentato dalla voce fuori campo del protagonista che introduce i fatti e li commenta) che nei riferimenti letterari: espliciti nel fare del nome del suo protagonista la spia di un romanticismo struggente e malinconico quanto quello del Gatsby fitzgeraldiano, oppure a rispolverare Salinger e “Il giovane Holden” nel fare della “vacanza” newyorkese una sorta di rito di passaggio tra l’età giovanile e quella delle responsabilità. In questo senso il viaggio di Gatsby nella metropoli newyorkese potrebbe essere quello di un eroe chandleriano, così come l’intera storia di “Un giorno di pioggia a New York” somiglia a un vero e proprio noir esistenziale, in cui il peregrinare del giovane attraverso la città diventa poco alla volta una ricognizione sugli usi e costumi e sulle liturgie di un’intera società, a cui l’occhio di Gatsby si rivolge con sguardo allo stesso tempo partecipe ma non per questo meno indagatore. A supportare il genio dell’autore concorre la regia visiva di Vittorio Storaro, bravo ad ammorbidire la narrazione con cromatismi volti a sottolineare passioni giovanili con primi piani che trasfigurano i volti dei due protagonisti; oppure a far emergere all’interno dell’inquadratura i particolari di un determinato stato d’animo: come quello di Ashleigh il cui turbinio di emozioni sembra prendere forma nelle linee impazzite del quadro che le incornicia il busto nella ripresa frontale che la vede per la prima volta al cospetto della celebrità da intervistare.

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“UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK” AGGIUNGE QUALCOSA DI NUOVO AL MITO DI MANHATTAN

Gabriele Niola – Wired.it

Da quando Woody Allen ha cominciato a collaborare con Vittorio Storaro come direttore della fotografia sembra aver proprio cambiato linguaggio per immagini, una festa di idee completamente nuove che continua a sfornare a più di 80 anni (età a cui Storaro arriverà invece l’anno prossimo). Un giorno di pioggia a New York lo conferma e riesce nell’impresa che pareva impossibile di aggiungere un tassello fondamentale nello sforzo di raccontare e celebrare Manhattan che Allen porta avanti da anni e sulla quale sembrava davvero non ci potesse essere più altro da dire.

Si parte con i toni autunnali di un mondo ideale, colori forti del campus di un’università fuori New York in autunno, lì inizia la storia con un personaggio che è la progenie di Woody Allen, non l’ennesima incarnazione del suo archetipo ma un nuovo modello sulla stessa scia di quelli passati. Un ragazzo di spiccato spirito intellettuale, che sogna un mondo di consumi culturali demodé ma guadagna con il poker online, disprezza la cultura che gli viene imposta e adora trovarla da sé, un ribelle in tweed, innamorato di una ragazza di provincia che sta all’università con lui ma forse ancora più cotto di Manhattan, dei suoi luoghi e delle sue possibilità.

Da quel posto ci spostiamo quasi subito a nell’isola di New York dove per contrasto invece trionfano i grigi. Quello era un luogo ideale, questo è uno reale. Lì la coppia dovrebbe passare un weekend ma sarà separata dagli eventi che li impegnano in due trame parallele e forse opposte. Lui è Timothée Chalamet, lei è Elle Fanning, sono nuove incarnazioni di modelli narrativi che Allen ha sperimentato, toccato e usato lungo tutta la sua carriera e li recitano con un misto di grande modernità e rispetto di una tradizione di cui il regista vuole fortemente essere interprete (quella delle commedie sofisticate in bianco e nero) che impressiona. Ancora una volta sembra che gli attori con Woody Allen diano il meglio.

Il film come noto è rimasto a lungo bloccato dalla causa tra Woody Allen e Amazon Studios (che l’avevano prodotto e dovevano distribuirlo) e ha subito l’onta delle scuse pubbliche di Chalamet per aver lavorato con Woody Allen, in seguito alle accuse di molestie sessuali. Poteva essere facilmente schiacciato da questi eventi extra-filmici e invece li schiaccia a sua volta con la solita sceneggiatura vivace e una potenza visiva che il cinema di Allen propone solo nei film in cui serve. Basti vedere la scena in cui, coinvolto nelle riprese di un film, il protagonista bacia la sorella di una vecchia fiamma senza impeto fino a che non viene a piovere. E come sempre nel cinema di Woody Allen tutto ciò che di sentimentalmente probante e potente avviene, lo fa sotto la pioggia. La scena riuscirà e tutto avrà senso solo con un cambio di condizioni.

Funziona forse un po’ meno il segmento di Elle Fanning, ragazza svampita con grandi sogni che finisce in un turbine di attori e registi dopo aver tentato di intervistarne uno, il suo mito, un regista intellettuale tormentatissimo. Il suo è il lato più grottesco di New York e della maniera in cui lì viene vissuto lo spettacolo. Funziona meno perché pare aggiunto, meno a fuoco e meno determinante dell’avventura di Chalamet, un ragazzo la cui vita è sconvolta da rivelazioni, nuovi amori e delusioni sempre in accordo con i posti di Manhattan in cui si trova. Un appuntamento finale (sotto la pioggia ovviamente) a Central Park sembra dire tutto della comunione tra posti e vita personale.

A molti il cinema di Woody Allen sembra sempre uguale e ripetitivo, perché ha una mano e uno stile di scrittura molto marcati e riconoscibili che forniscono l’impressione che i film si somiglino. Non è così e Un giorno di pioggia a New York ne è l’ennesima dimostrazione. La maniera in cui qui va a fondo con l’uso di attori giovani, con le variazioni di luce all’interno delle stesse scene per cambiare il tono e modificare il senso della singola scena (una cosa che non fa nessun altro come lui) ma anche l’utilizzo moderno che fa di figure da cinema anni ‘40 sono pazzeschi. Noi che siamo tra il pubblico abbiamo l’impressione di un film liscio e leggero, dietro invece c’è una macchina complicatissima che si assicura che sia così.

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NEW YORK AL CINEMA: le location più filmate

Chi la visita per la prima volta ha l’impressione di esserci già stato. Merito del cinema: non si contano le volte in cui i registi hanno scelto la Grande Mela come sfondo per i loro film. Ma quali sono le location più gettonate?

TIMES SQUARE  – All’incrocio tra Broadway e la 7a Avenue, Times Square è il crocevia più famoso e affollato di tutta New York, nonché una delle piazze più illuminate del mondo grazie alla presenza di centinaia di insegne luminose. Una delle scene più memorabili ambientate in questa celebre piazza è quella del flash mob che ha come protagonisti Justin Timberlake e Mila Kunis nel film del 2011 Amici di letto. Times Square compare anche in numerosi film di azione, tra cui Tartarughe Ninja (pellicola del 2014), The Amazing Spider-Man 2Il potere di Electro (sempre del 2014) e Fast & Furious 8 (del 2017), inoltre è proprio in questa piazza che il personaggio interpretato da Michael Keaton se ne va in giro in mutande nel film Birdman (ancora del 2014). In Lucy (film del 2014), Scarlett Johansson sfida addirittura i confini dello spazio e del tempo per mostrarci la Times Square del passato.

EAST VILLAGE – Edifici bassi, poche catene commerciali, locali di tendenza. L’East Village è tra le zone di Manhattan più amate dalle celeb. Madonna, Lady Gaga, Lou Reed, Iggy Pop hanno preso casa qui. Chi ha visto Harry ti presento Sally si ricorderà la famosa scena dell’orgasmo. È stata girata al Katz’s Delicatessen, famoso locale dell’East Village, un quartiere diventato ormai tappa obbligata per gli amanti del cinema in visita nella Grande Mela.

 

CENTRAL PARK – Il celebre parco della Grande Mela è la location newyorchese più gettonata dai registi. Uno dei film più celebri con scene ambientate a Central Park è Autumn in New York. La passeggiata di Richard Gere e Winona Ryder tra i colori autunnali del parco è così indimenticabile da essere stata scelta per la locandina. Sempre a Central Park sono state girate scene di L’avvocato del diavolo, Men in Black II, Spider-Man 3.

 

 

GREENWICH VILLAGE – I newyorchesi lo chiamano “The Village”. Per tutti gli altri è il Greenwich Village. Si trova nella zona più occidentale della Lower Manhattan ed è molto amato da artisti e creativi. Sono tanti i film girati tra le strade del Greenwich Village, uno dei quartieri più famosi di New York. Uno di questi è La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock, girato per lo più in un appartamento. Protagonisti James Stewart e Grace Kelly.

 

STATUA DELLA LIBERTA’ Questa colossale attrazione ha sempre ricoperto ruoli cinematografici di primo piano. Nel primo capitolo della saga X-Men (del 2000), la testa della statua è teatro di una battaglia epocale, mentre in Cloverfield (uscito nel 2008) viene staccata da un mostro gigantesco e scagliata nel bel mezzo di Broadway. Nel film apocalittico L’alba del giorno dopo (del 2004), la torcia della libertà sfida invece un’ondata di freddo glaciale che si abbatte su New York. L’unico film in cui la statua non viene distrutta o presentata come testimone silenziosa è Ghostbusters II (del 1989), dove si concede addirittura una passeggiata per le strade della città tra gli applausi dei cittadini.

 

EMPIRE STATE BUILDING – Quasi tutti i film apocalittici contengono scene che mostrano l’epica distruzione di monumenti simbolici e ovviamente a New York non poteva mancare l’Empire State Building, che viene completamente raso al suolo dal raggio mortale di una gigantesca astronave aliena in Independence Day (pellicola del 1996). In Superman II (uscito nel 1980), il grattacielo subisce invece solo qualche lieve danno quando Zod fa cadere la grossa antenna radio posta sul tetto dell’edificio dopo essere stato colpito da un pugno di Superman. Tuttavia, la scena cinematografica più memorabile che vede l’Empire State Building come protagonista è sicuramente quella in cui un gigantesco King Kong si arrampica fino in cima per abbattere gli aeroplani che gli danno la caccia nel classico hollywoodiano del lontano 1933 e nel remake del 2005 girato da Peter Jackson.

 

WALL STREET – Situata nella zona di Lower Manhattan, Wall Street compare spesso in film sul mondo della finanza e sul mercato finanziario. Tra questi, uno dei primi a venire in mente è probabilmente The Wolf of Wall Street (del 2013). Al civico numero 11 riconoscerai l’edificio della Borsa di New York (NYSE) di fronte al quale passeggia il personaggio interpretato da Leonardo di Caprio. Un altro film che ben cattura l’atmosfera frenetica del quartiere degli affari di New York è La grande scommessa del 2015.

 

QUEENS – Il Queens è uno dei 5 distretti in cui è suddivisa la città di New York, nonché il luogo in cui Peter Parker (alter ego dell’Uomo Ragno) vive con sua zia May. La casa che il regista Sam Raimi ha utilizzato come dimora del supereroe nel film Spider-Man (del 2002) si trova sulla 69a strada, nel quartiere di Forest Hills, mentre la scena in cui Peter corre per prendere lo scuolabus è stata girata tra 44a strada e Queens Boulevard. La battaglia epocale tra l’amichevole Spider-Man di quartiere e Goblin ha come teatro Queensboro Bridge, il ponte che collega il Queens all’isola di Manhattan. Il ponte compare anche in Salt (del 2010) e Terapia d’urto (del 2003).

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MGF