Docufilm diretto da Marco Parnigiani

Un viaggio attraverso i capolavori del Maestro racchiusi in quel Museo a cielo aperto che è Firenze: un itinerario inedito per scoprire l’inventore di un nuovo modello di bellezza capace di superare la barriera dei secoli e ispirare i contemporanei.

Con la voce narrante di Jasmine Trinca

 

 

 

 

 

In Botticelli e Firenze. La Nascita della Bellezza rievocazioni oniriche, immagini suggestive della città e riprese di opere straordinarie si alternano alle voci dei massimi esperti, studiosi, storici dell’arte internazionali che narrano splendore e contraddizioni della Firenze di Lorenzo de’ Medici, alla scoperta di uno degli artisti simbolo del Rinascimento italiano.

Dalle meravigliose Madonne alle pitture dei responsabili della Congiura dei Pazzi giustiziati e impiccati fuori dalla Porta della Dogana al Palazzo Vecchio, dall’Inferno Dantesco alle Pietà, dagli antichi dei della mitologia ellenica sino al Dio apocalittico del Savonarola, l’arte di Botticelli sarà indagata attraverso gli interventi di esperti

APPROFONDIMENTO STORICO

SANDRO BOTTICELLI E IL MECENATISMO FIORENTINO

di Beatrice Fiorello – dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

Sandro Botticelli (1445-1510) è un artista che difficilmente si colloca in uno stile artistico preciso. Il suo Rinascimento è pacato, naturalistico, quasi espressionistico a tratti, colmo di significati impossibili da cogliere ad uno sguardo superficiale.
Un animo tormentato, malinconico, influenzabile, che si riflette nell’iperbolica variabile di sentimenti che emergono dalle sue opere.
La sua storia è strettamente legata ad un fenomeno che cominciò nel periodo dell’Umanesimo, inaugurato da Francesco Petrarca e incoraggiato dai primi scavi archeologici di Roma, che portarono a quello che oggi chiameremmo un revival dell’Antica Grecia, in tutto il suo splendore: il mecenatismo intellettuale.

In un’epoca in cui il punto focale della cultura si sposta dalla divinità, ineffabile e inafferrabile, all’uomo, si assiste ad una laicizzazione della cultura, spinta dal desiderio di esplorare un mondo distante, differente, dal desiderio di comprendere come l’Antichità abbia contribuito a plasmare la civiltà. Non si abbandona tuttavia la religione, come invece accadrà secoli più tardi con l’Illuminismo.
L’arte, la poesia, pur non essendo più intrinsecamente religiose, recano ancora in esse la ricerca, il tentativo di comprendere il Divino: la figura petrarchesca della “donna angelo”, che con la sua stessa esistenza è riflesso del Paradiso, è un esempio sopra ad ogni altro. L’Umanesimo è una corrente di pensiero umile, modesta, dalla quale scaturirà la concezione dell’artista Rinascimentale visto come “un nano sulle spalle dei giganti”. L’arte non è più preghiera o vanità, non solo: è ricerca del divino nell’umano, è la riscoperta della filosofia, è l’indagine accurata del sentimento.
Corpi perfetti, il rinnovato ardore del kalòs kai agazòs, una bellezza senza tempo che ancora oggi ci lascia senza fiato. Forme sinuose, religione e ricerca scientifica che si inanellano con grazia per creare opere delle quali ancora oggi non esiste pari.

Firenze, la culla della civiltà del Bel Paese, trova il suo più alto picco di gloria durante la signoria di Lorenzo de’ Medici, iniziata nel 1469, ed è in questo contesto che emerge la figura di Sandro Botticelli. In precedenza, le grandi commissioni artistiche erano legate alla Chiesa; la spinta laicizzante dell’Umanesimo, tuttavia, influenza i grandi signori, che cominciano a chiamare artisti da tutto il Paese per farne i propri protetti; avere un intellettuale cortigiano è una sorta di status symbol, quasi una questione di principio. Ma è grazie a questa corsa alla cultura, che forse a tratti è superficiale e anche, se vogliamo, un po’ ipocrita, che oggi possiamo godere delle opere di Botticelli e degli altri grandi del Rinascimento.
Immerso nella cultura Fiorentina, finanziato dalla ricca famiglia Medici, Botticelli ebbe l’opportunità di creare opere di una bellezza senza tempo; reso libero dal suo stesso talento, in lui emerse un Rinascimento diverso, più lieve e delicato rispetto a quello incarnato dai suoi contemporanei. Botticelli era un artista di estrema sensibilità, melanconico, sempre alla ricerca di un significato, e questo fu al contempo la sua benedizione e la sua rovina.

 

La sua arte non è mai rigida, mai costruita: un paesaggio aperto è spesso preferito ad una fredda architettura, la razionalità geometrica che spesso viene considerata uno dei pilastri dell’arte rinascimentale è trascurata in favore della bellezza più caotica della natura, una caratteristica insolita che quasi schiude le porte al paesaggismo Cinquecentesco. Le Grazie sembrano danzare, muoversi sulla tela in una danza eterna, il vento sembra soffiare, le onde del mare si succedono l’una all’altra in un moto infinito.
Tuttavia, questa leggerezza non è scevra di malinconia, al contrario: dalle opere di Botticelli emerge un sentimento di nostalgia per un tempo di cui non ha potuto avere esperienza, un dolore sordo, tenue ma mai assente, un accordo cupo a contrapporsi alla dolce melodia dei personaggi sulla tela.

 

E questa nostalgia, questa tormentosa angoscia, emergerà in maniera preponderante dopo il 1490, complice la predicazione di Savonarola: un profeta di sciagure che si scaglia contro il degrado morale, le cui parole non lasciarono immune nemmeno Michelangelo. Ritroviamo la tormentosa lotta da lui predetta nei grovigli di corpi del Giudizio Universale, come la ritroviamo nei toni apocalittici ed enfatici delle opere tarde di Botticelli, nel dolore e nel pathos della costruzione delle scene, ormai dimentiche della rigida costruzione prospettica che del resto non aveva mai particolarmente amato.

 

Tuttavia, passata la “tempesta” savonaroliana, l’arte di Botticelli resta cupa e chiusa, in completa contrapposizione alla dolceamara nostalgia del suo periodo classicista, e non incontra più il favore dei contemporanei: troppo angosciante, forse, troppo vicina a timori che si preferisce ignorare. La sua ricerca spasmodica di espiazione dall’edonistica vanità delle sue opere giovanili e mature diventa nient’altro che il ricordo della sciagura, del declino, un avvertimento che nessuno vuole più ascoltare, un folle disperato, e patetico nella sua disperazione.

 

Ma forse è proprio questo che ci fa amare la sua arte ancora oggi: c’è malinconia, c’è la paura di ognuno dipinta con delicatezza sulla tela, c’è una goccia di colore per ogni sentimento, dall’angoscia alla gioia, morte e rinascita, peccato ed espiazione.
C’è l’anima confusa di un uomo come noi, alla costante, instancabile ricerca di un significato.