SPRINGSTEEN – LIBERAMI DAL NULLA

Biografico

Regia di Scott Cooper – USA, 2025
con Jeremy Allen White, Jeremy Strong, Paul Walter Hauser

Durata: 120′

E’ il viaggio di Bruce Springsteen nella realizzazione del suo album Nebraska del 1982. Springsteen – Liberami dal nulla sceglie un momento particolare della vita e carriera del Boss per raccontare lo smarrimento identitario di un uomo e un artista che ha sempre avuto come priorità quella di non tradire se stesso. Scott Cooper gestisce bene l’alternanza fra arte e vita, facendo del suo film una ballata folk su un performer che ha sempre incarnato una parte ben precisa dell’identità statunitense: quella diseredata, blue collar, schietta e genuina. Il suo Bruce corrisponde al suono malinconico della sua armonica e a quella camminata sghemba che sa di solitudine, combatte con il fantasma del Male che si insinua nelle case della gente perbene e che demolisce ogni certezza.

 

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Regia di Christopher McQuarrie – USA, 2025 – 165′
con Tom Cruise, Hayley Atwell, Ving Rhames

 

 

 

 

 

 

 

DOPO AVER SALVATO IL CINEMA, TOM CRUISE SALVA IL MONDO

La fine del mondo è vicina ma Ethan Hunt non è lontano e riparte da dove aveva lasciato. Recuperata una preziosa chiave crociata, deve raggiungere adesso il Sevastopol, un sottomarino nucleare russo, distrutto dall’Intelligenza Artificiale, che giace sotto la calotta polare. La chiave gli permetterà di recuperare il ‘codice sorgente’ dell’IA e di disinnescarla. Ormai autonoma e ‘cosciente’, l’Entità accede a qualsiasi sistema operativo, manipola fatti, dati e persone ed è determinata a sterminare la razza umana. Mentre Hunt cerca una soluzione, l’IA prende progressivamente il controllo delle armi di distruzione di massa. Il tempo stringe, non resta che correre. Ancora e ancora.
L’Entità vuole spingere l’umanità e i governi del mondo verso un’apocalisse nucleare, l’ultima linea di difesa sono naturalmente Ethan Hunt e il suo team. Dopo un’introduzione che ripercorre in montaggio parallelo i fondamentali della saga lanciata trent’anni fa, a partire dalla serie televisiva di Bruce Geller, Mission: Impossible – The Final Reckoning assume il peso della gravità, intesa come condizione e come forza che tiene il film incollato a terra. Per i primi cinquanta minuti, almeno, in cui respiriamo un’atmosfera da fine del mondo, che fa rima con la possibile fine della saga. La nota è funebre e in risonanza con gli eventi attuali: pericolo nucleare, democrazia minacciata…
Poi la musica cambia e il film decolla letteralmente col nostro eroe, preso in consegna da un elicottero militare e portato laddove si deciderà il suo destino e quello del mondo. Tom Cruise non rallenta e rilancia obbedendo alla logica collaudata e irrealistica dei film d’azione.
Una tenacia pavloviana eretta a sistema da un attore che sfida ancora la morte e alza la posta in gioco, narrativa ed emozionale, convocando i precedenti capitoli ed esplorando a fondo il suo legame con Ethan Hunt.
Perché mai come in Mission: Impossible personaggio e uomo coincidono. Isolati dal sistema, è a loro che i servizi segreti come Hollywood ricorrono per garantire la longevità del pianeta o del cinema. E alla chiamata nessuna delle due star può resistere, offrendo lo struggente spettacolo di sé in due movimenti prodigiosi che rendono obbligatorio vedere The Final Reckoning sul grande schermo.
Autore e attore si immergono in profondità per raggiungere il relitto di un sottomarino e per concludere il loro progetto ‘in silenzio’ e lontano dal fracasso dei blockbuster. Venti minuti di cinema muto, di geometrie sofisticate, di suspense e di sospensione dove lavora una forma di azione quasi astratta, una sorta di logica onirica che culla Hunt e insinua la monumentalità del film.
Se Hunt va alla sorgente dell’IA, McQuarrie va all’origine del suo agente, spogliato della muta e con il corpo come unica dotazione. E quello di Cruise è sempre stato un corpo da ammirare, ieri e oggi mentre risale in superficie e conclude una ‘corsa indietro’, rannicchiandosi in posizione fetale, nudo, separato, forse morto ma di nuovo vivo nella sequenza aerea. Un inseguimento in biplano che segna una sorta di punto limite dello stunt di Cruise, dove i riferimenti spaziali si dissolvono gradualmente e lo sguardo dello spettatore non riesce più a comprendere la logica spaziale se non ancorandosi alla presenza del divo al centro dell’inquadratura.
Il mondo oppone la sua resistenza al corpo dell’attore che non solo salta, corre, si batte, fa degli ostacoli un’arma e degli oggetti ordinari qualunque cosa ma salta sempre più in alto, corre ancora più forte, cade da un cielo ancora più grande per dire il suo sogno folle: prima degli algoritmi, dei droni, dell’IA, un uomo aveva già esplorato tutto e in tutte le direzioni, conquistato l’intero mondo avanzando, l’azione più pura all’origine del cinema.
Correndo, Tom Cruise ci riporta ogni volta al mondo dell’infanzia, quando sentivamo il corpo più cinegetico di un magma blu. Affamato di analogico, e in linea con un metodo promozionale che ha dato i suoi frutti con le acrobazie dell’attore, The Final Reckoning torna all’essenziale. Quello che conta, che è sempre contato, è la gravità e il fatto di trascrivere le sue conseguenze sulla silhouette di Ethan Hunt, negli abissi o tra le nuvole.

Marzia Gandolfi – Mymovies

Tematiche: spionaggio, servizi segreti, sacrificio, eroismo, conflitti etici e politici, umanità, giustizia, memoria


Ethan Hunt corre, Ethan Hunt fa il volto corrucciato, sorride. Ethan Hunt si libera dalle catene, uccide i nemici, salva gli amici (quasi tutti). Ethan Hunt s’immerge nelle profondità oscure dell’oceano artico, lotta con Gabriel appeso alle ali di un biplano. Ethan Hunt contro Gabriel, l’Entità, la CIA e l’IMF, Ethan Hunt sostenuto dal presidente – nero e donna – degli USA. Ethan Hunt da solo, solo col suo team, per salvare il mondo da un’apocalisse nucleare.


Qui si fa il finale epico, definitivo, quasi messianico.
E “finale” non si intende per forza nel senso di chiudere definitivamente una storia, ma nel senso di portarla nell’ultimo posto in cui abbia senso che vada. L’ultima sfida possibile: salvare l’intero pianeta dalla distruzione totale da parte di una tecnologia autonoma fuori controllo (“l’Entità”), e farlo da solo.


Mission: Impossibile – The Final Reckoning è una continua corsa contro il tempo, contro i limiti dell’umano, contro le storture di un mondo che, secondo McQuarrie e Cruise, si sta affidando troppo all’artificiale dimenticando le potenzialità – fisiche sì, ma prima di tutto morali e sentimentali – della natura umana.


Recensioni
3,8/5 MYmovies
4,5/5 Sentieri Selvaggi
3,5/5 Movieplayer

 

PAPA LEONE XIV E L’IA:
PUÒ APRIRE NUOVI ORIZZONTI DI UGUAGLIANZA O FOMENTARE CONFLITTI

 

L’Intelligenza Artificiale e “l’autentica saggezza”: non mero accumulo di “dati”, ma sguardo capace di cogliere “il vero significato della vita”. Un intelletto che nessuna macchina può imitare, un dono da valorizzare anche attraverso l’ausilio delle nuove tecnologie; “strumento” al servizio dell’uomo, come ricordava Papa Francesco, in grado di aprire orizzonti di scoperte benefiche nella scienza e della medicina, e di promuovere autentica “uguaglianza”. A patto, però, che non si pieghino a un uso “egoistico”, capace di “fomentare conflitti e aggressioni”. L’IA – considerata tanto per le sue opportunità quanto per i suoi rischi – è al centro del messaggio inviato da Papa Leone XIV ai partecipanti alla Seconda Conferenza annuale su Intelligenza Artificiale, Etica e Governance d’Impresa.

 

Il simposio si è aperto il 19 giugno tra Palazzo Piacentini a Roma, sede del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), e la Sala Regia del Palazzo Apostolico vaticano.
Proprio la scelta di tenere l’evento in Vaticano rappresenta per il Pontefice una “chiara indicazione” della volontà della Chiesa di partecipare attivamente alle riflessioni su un tema che investe direttamente “il presente e il futuro della famiglia umana”. È “urgente”, sottolinea Leone XIV, avviare “serie riflessioni” e mantenere “continue discussioni” sulla dimensione etica dello sviluppo tecnologico, senza trascurare la necessità di una governance “responsabile”.
Accanto allo “straordinario potenziale” che le nuove tecnologie offrono per il bene dell’umanità, il Papa invita a non eludere le “domande profonde” che il rapido progresso dell’IA pone, a favore di uno sviluppo realmente “giusto e umano”. La tecnologia, ricorda ancora Leone XIV citando il predecessore Francesco, è innanzitutto uno “strumento” che, per definizione, si riferisce all’intelligenza, quella “umana”, da cui trae origine e la cui forza etica dipende dalle “intenzioni” di chi la usa.
Per questo la Chiesa intende offrire il proprio contributo a una riflessione “serena e informata”, soffermandosi in particolare sulla necessità di valutare le “ramificazioni” dell’IA alla luce dello “sviluppo integrale della persona e della società”, come scrive la recente nota Antiqua et Nova. Il benessere, ammonisce il Papa, non può essere considerato soltanto dal punto di vista materiale, ma anche nella sua dimensione “intellettuale” e “spirituale”.
L’umano e il suo “senso”, quindi. Un concetto che “tristemente” – come già notato da Papa Francesco – si sta perdendo, o perlomeno eclissando, nella società odierna. Leone XIV invita, al contrario, a riscoprire la “vera natura”, l’unicità “della nostra, condivisa, dignità umana”.
Mai, osserva Leone XIV, l’umanità ha avuto accesso a una tale quantità d’informazioni come oggi grazie all’IA. Tuttavia, questa disponibilità di dati — per quanto estesa — non coincide con la vera “intelligenza”, che “implica l’apertura della persona alle domande ultime della vita e rispecchia un orientamento verso il Vero e il Buono”, come ricorda ancora Antiqua et Nova.
L’auspicio finale di Papa Leone è che ogni decisione sull’IA si inserisca nel contesto di un necessario “apprendistato intergenerazionale”, che aiuti i giovani a integrare la verità nella propria “vita morale e spirituale”, preparandoli a “decisioni mature” e a costruire un mondo di maggiore solidarietà e unità. Un compito, riconosce il Papa, tutt’altro che facile, ma “di vitale importanza”.
Inoltre – sottolinea il Pontefice – la riflessione sulle tecnologie emergenti non può prescindere dall’impatto che esse avranno sulle generazioni future, sempre più immerse in mondi digitali, con effetti possibili sul loro sviluppo “intellettuale e neurologico”.

Fonte: Vaticannews.va

 

 

MGF

 

 

 

 

 

INCANTO
Regia di Pier Paolo Paganelli – Italia, Belgio, 2025 – 96′
con Vittoria Puccini, Mia McGovern Zaini, Giorgio Panariello

 

 

 

 

 

UN RIUSCITO FILM DAI TONI DI FAVOLA DARK, UN’OPERA CHE RIEMPIE UNA LACUNA NEL CINEMA ITALIANO

Pier Paolo Paganelli dirige e firma (con Jacopo del Giudice e Davide Rossetti) “Incanto”, una favola che riprende e modernizza personaggi e temi che partono dal lontano 1838, dalla pubblicazione di un classico della letteratura per ragazzi, “Oliver Twist”, scritto da Charles Dickens per denunciare la miserevole condizione degli orfani nell’Inghilterra della Rivoluzione industriale.
La storia: Margot, tre anni, vive con il padre, Ludovico, e la governante Felicia. Quando l’uomo, gravemente ammalato, muore, la donna è convinta di ereditare la villa. Non sa, però, di una clausola del testamento che, oltre ad obbligarla a trasformare la casa in un orfanotrofio perché Margot possa crescere in allegria con altri bambini, fa della piccola l’unica a poter disporre della proprietà. Potrebbe facilmente convincerla a firmare la cessione (non c’è un vincolo di maggiore età), ma il documento non si trova. Felicia chiude Margot nella sua stanza per sette lunghi anni mentre cerca il modo di impossessarsi della villa dove “accoglie” i bambini affamandoli e terrorizzandoli.
Con lei, complice sottomesso quanto inutile, il suo compagno Max.
Quello che la donna non può immaginare è che il giovane Daniel, il suo tuttofare, sia diventato amico della piccola e che, piano piano, abbia cominciato a insegnarle parole nuove, lei che, a dieci anni, reclusa e traumatizzata, ancora non parla. Una notte, Margot riesce a fuggire e trova rifugio tra gli artisti del circo Ballon, da poco arrivato in zona.
Accolta e protetta da Charlie, dalla funambola Stella, dall’uomo cannone e dal suo assistente Spoletta, la bambina trova finalmente qualcosa che profuma di casa, di famiglia. Ma Felicia la sta cercando…
Per il suo esordio nel lungometraggio Paganelli ha scelto di rivolgersi a un pubblico di ragazzi. “Incanto”, infatti, è un racconto di formazione dalle sfumature dark, giocato tra i due poli del male e bene, facilmente riconoscibili nella crudeltà dell’orfanotrofio (la non-famiglia per antonomasia, dove i più indifesi vengono maltrattati e umiliati), e nell’incanto del circo (una “famiglia” costruita sulla gentilezza e sull’accoglienza dove ciascuno mette la sua arte al servizio degli altri ed è rispettato e considerato). Certamente i caratteri dei personaggi sono piuttosto definiti e prevedibili, ma ci sono anche, qua e là, interessanti sfumature. Daniel (Massimo Pio Giunto) – il primo bambino accolto nella casa, fedele servitore di Felicia, ma anche guida per gli altri piccoli orfani – ad esempio vede in Felicia la mamma che non ha conosciuto e per questo non riesce, non può, ammetterne cattiverie e limiti. Aprirà gli occhi al momento giusto. Una parola va spesa per il cast. Innanzitutto, Vittoria Puccini, una perfetta, gelida Felicia, una “cattiva” totale senza traccia di pentimento, che ovviamente pagherà il fio per la sua malvagità: interessante il contrasto che si crea tra i tratti gentili del suo volto e la freddezza che riesce a trasmettere in ogni gesto, in ogni sguardo. Significativa anche l’interpretazione di Giorgio Panariello che si lascia alle spalle l’esuberanza, l’istrionismo e l’ironia che ben conosciamo per tratteggiare, con misura e sentimento, Charlie, il clown bianco che non si toglie mai il trucco di scena. Da segnalare anche Mia Benedetta, nel ruolo della funambola Stella, che, come una madre, accoglie, rassicura e aiuta la piccola Margot (Mia McGovern Zaini, 12 anni e già una veterana tra cinema e serie Tv) a scoprire il suo talento. Originale il finale a cui si arriva accompagnati da un cast valido e affiatato.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Adolescenza, Amicizia, Amore-Sentimenti, Avidità, Bambini, Educazione, Famiglia, Solidarietà


Incanto va a riempire una lacuna del cinema italiano, che realizza pochi prodotti per ragazzi e quando lo fa spesso va al risparmio: qui la produzione italo-belga ha invece fornito fondi adeguati e l’autore ha riconosciuto autorevolezza al pubblico dei più giovani, confezionando per loro un film riuscito nei suoi intenti di intrattenimento non condiscendente, e collocandolo in “un luogo fra realtà e fantasia”, fra Lemony Snicket, Miss Peregrine e Coraline: paragoni alti, ma meglio guardare in alto che raso terra, come fa spesso il cinema italiano per ragazzi.


Nel panorama spesso avaro di film italiani destinati all’infanzia, Incanto arriva come un colpo di scena: una fiaba moderna, sospesa tra incubo e speranza, che non si limita a intrattenere ma osa raccontare la fragilità con coraggio. Diretto da Pier Paolo Paganelli, alla sua prova più ambiziosa dietro la macchina da presa, si colloca tra le rare eccezioni del cinema italiano capaci di rivolgersi ai più giovani senza trattarli da spettatori ingenui.


Il viaggio di Margot è un percorso di crescita, in cui riscopre l’amore, l’amicizia e la sua vera identità, mentre il circo diventa il palcoscenico della sua rinascita.


Recensioni
3/5 MYmovies
3,8/5 ComingSoon
3/5 Movieplayer

FAVOLE DARK: IL LATO OSCURO DELLE STORIE PER BAMBINI

Le vere favole sono favole dark. Dalle favole per bambini scritte nei libri sino a quelle del grande schermo, ci siamo sempre fatti abbindolare dalle morali e dai lieto fine tramite l’uso di parole consone a stimolare l’immaginazione, fantasia e curiosità, il cui scopo è di impartire degli insegnamenti, che poi dovranno essere appresi e messi in pratica nella vita, ma è solo apparenza. Favole dark, questo è il loro vero nome: ciò che non viene mai sottolineato è una realtà spaventosa e crudele. Tanti dettagli vengono nascosti per non incutere terrore e paura, passaggi tetri della trama che passano inosservati. Analizzando alcune di queste favole per bambini o tra i più famosi film di animazione, salteranno all’occhio parecchi temi importanti che da bambini non avremmo mai e poi mai potuto cogliere.

 

Hansel e Gretel
Tra le prime favole dark che sicuramente ricorderete ci sono Hansel e Gretel. La casa fatta di pane e dolci succulenti, e il loro ritorno trionfante a casa, dopo essere scampati dalle grinfie dell’anziana signora, mettono da parte i fatti atroci avvenuti sin dall’inizio della storia. I temi principali che compaiono nel racconto è quello dell’abbandono da parte del padre e la matrigna, e l’inganno che li ha condotti nel bosco “per avere meno bocche da sfamare”. Cannibalismo dell’anziana signora, e il compimento di azioni violente da parte di Gretel, che per mettere in salvo lei e la vita di suo fratello, uccide l’anziana signora bruciandola viva nel forno.

 

Cenerentola
Un classico tra le favole dark per bambini è proprio lei, Cenerentola. Il racconto parla chiaro, una bambina – e in seguito adulta – abusata e sfruttata nelle mansioni di casa, maltrattata dalla sua matrigna e dalle sorellastre, un cattivo esempio, diremmo. E non dimentichiamo come le sorellastre di Cenerentola si tagliano rispettivamente le dita e il tallone del piede per calzare la scarpetta di cristallo. Sottili sfumature offuscate dalla magia della fata madrina, dai mitici topolini e dal principe.

 

La Carica dei 101
Tra le favole dark più cruenti troviamo quella della Carica dei 101. I dalmati, i protagonisti più belli e pelosi della storia delle favole. L’avventura che intraprendono questi 101 cuccioli insieme a Peggy e Pongo ha fatto la storia, facendo poca luce sulla malvagità e ossessione incessante per lo scuoiamento verso dei poveri cuccioli di cane, destinati a essere pelliccia per gli abiti di Crudelia Demon, simbolo di avidità e vanità estrema, aspetti negativi da non apprendere.

 

Raperonzolo
Come non dimenticare la bellissima fanciulla dai lunghissimi capelli: Raperonzolo. La ragazza cresciuta, o meglio rapita e poi rinchiusa in una torre molto alta dove non le era permesso di uscire su ordine della strega, la stessa che sottrasse la piccola Raperonzolo ai genitori. Anche lei si aggiudica un posticino tra le favole dark.

 

 

La sirenetta
Obnubilati dalla versione edulcorata di Walt Disney con scontato happy ending, spesso si dimentica che la fiaba scritta da Hans Christian Andersen e pubblicata nel 1836, è in realtà quasi un racconto horror venato di misticismo, con la protagonista pronta a rinunciare a quello che di più prezioso possiede, una voce incantevole, pur di poter andare sulla terra per conquistare il principe che ha salvato durante il naufragio, in modo tale che lui la sposi e la doti di un’anima. Per liberarla della sua coda di pesce la strega del mare non solo le mozza la lingua lasciandola muta, ma le fa anche presente che la trasformazione sarà dolorosissima e che le cose non miglioreranno in seguito: «ogni passo che farai, sarà come se camminassi su lame acuminate e tutto il tuo sangue dovesse stillare a goccia a goccia».

Nelle favole il male sembra sempre passare in secondo piano, cosa invece molto importante e che ci permette di comprendere meglio il mondo che ci circonda.
Se a distanza di anni andassimo a rileggere le favole, ci accorgeremmo di tanti dettagli lasciati dietro e che ci aiuterebbero a stare in guardia e a farci riflettere ancora di più sulle azioni che bisogna e non bisogna fare, e che il lieto fine non è il vero traguardo.

Fonte: Eroicafenice.com

 

MGF

 

 

Docufilm diretto da Giovanni Piscaglia

soggetto di Didi Gnocchi

voce narrante di Mario Cordova.

 

 

 

 

 

ANNUS DOMINI PLACABILIS – UN GIUBILEO PER IL PERDONO DIVINO

 

Roma, anno del Signore 1600.
L’intera città, anzi, l’intero mondo cattolico è in fermento per il Giubileo che papa Clemente VIII ha annunciato poco più di sei mesi prima con un’enciclica dal titolo “Annus Domini Placabilis”. L’istituzione del Giubileo arriva all’indomani di una tremenda inondazione del Tevere che ha lasciato la città in ginocchio, flagellandola come se Dio in persona stesse cercando di estirpare da essa ogni seme di peccato.
Indulgenze, riti, tradizioni, tutto s’intreccia sullo sfondo di un’immane campagna di rimessa a nuovo della città, affinché essa sia degna di ospitare questo grandioso evento e le folle che inevitabilmente accorreranno per parteciparvi.

È in questo contesto che Caravaggio, al secolo Michelangelo Merisi, dopo anni di malumori, trova finalmente un palcoscenico per la propria arte: abbandonate le piccole tele dai soggetti laici, già da qualche tempo si era dedicato a grandi opere religiose, in parte spinto dall’insistenza del cardinale Francesco Maria del Monte, che in occasione del Giubileo lo mise in contatto con Clemente VIII.
Era il momento perfetto: alcuni studiosi sostengono che Caravaggio seguì questa strada per espiare un presunto omicidio da lui commesso in gioventù, parte del motivo per cui aveva lasciato la Lombardia per cercare di sistemarsi in altre zone della Penisola. Contribuire ai fasti del Giubileo, forse, sarebbe stata una sufficiente dimostrazione del pentimento, forse gli avrebbe concesso il perdono per l’orribile crimine commesso che, le biografie del tempo lo rivelano, continuò a perseguitarlo per il resto della sua vita.
Si susseguono le commissioni, ma non terminano i dissapori: fedele, o forse prigioniero, della sua natura di uomo tormentato e dominato da emozioni forti, Caravaggio non ha la minima intenzione di mitigare i toni, nemmeno in campo artistico.

Le sue rappresentazioni sacre sono crude, brutali, le sue figure non sono eteree e distanti, ma umane e imperfette: amate da alcuni, considerate assolutamente impresentabili per altri. Chiaroscuri intensi e dalla consistenza quasi solida danno vita a personaggi nerboruti e giunonici, mentre Caravaggio sperimenta la resa di pose fino ad allora mai osate, non per santi e beati, considerate sconvenienti per la rappresentazione del Figlio di Dio, della sua Vergine Madre e dei suoi accoliti.

 

Alcune opere di Caravaggio vennero rifiutate per questi motivi: in più di un’occasione, addirittura, egli usò come modelli persone incontrate lungo la strada: passanti, mendicanti, persino prostitute (che vennero riconosciute, sebbene non si possa dire altrettanto dell’ipocrisia dei sant’uomini che furono in grado di riconoscere i volti di queste donne di malaffare).
Un rifiuto dopo l’altro, la frustrazione di Caravaggio aumentava: in pochi sembravano in grado di accettare lui e la sua arte per quello che erano. L’uno e l’altra erano appassionati, flamboyant, altalenanti tra luci crude e taglienti e ombre impenetrabili.

 

Non termina l’anno del Giubileo prima che Caravaggio commetta un altro crimine, stavolta un’aggressione che lo portò ad essere incarcerato per qualche tempo.
Uscito di galera, la sua arte sembra riflettere un animo più pacato, forse piegato dalla dura vita da galeotto, ma forse non si trattò di altro che di un vano tentativo di mettere la testa a posto.

Negli anni seguenti, il magistrale chiaroscuro delle sue opere, netto e deciso, rifletté il dualismo di quest’uomo: da un lato fine artista, in grado di rappresentare molteplici soggetti con realismo, profondità e incontestabile magnificenza. Dall’altro, un uomo prono ai reati: aggressione, possesso improprio di armi, ingiurie, e infine una grave aggressione; solo il favore del nuovo papa, Paolo V, concesse a Caravaggio di continuare a frequentare Roma e il suo incalcolabile patrimonio artistico.

 

Poi accadde, ciò che forse aveva sempre covato nel buio fitto abilmente nascosto dalla luce: durante una partita di pallacorda, per futili motivi, Caravaggio uccide un uomo.

È costretto a fuggire, di nuovo, pena la decapitazione; la notizia della grazia, concessagli anni più tardi, lo raggiunge a Napoli e lo spinge a tornare verso Roma, ma non vi giungerà mai: morirà per un’infezione trascurata in un sanatorio, a metà strada verso il perdono.
Mai salvato, ma nemmeno completamente condannato: questo dualismo di Caravaggio è evidente nelle sue opere e, forse, specchio di ciò che cova in ognuno di noi.

 

 

Beatrice Fiorello Dott.ssa Scienze dei Beni Culturali

 

MGF

 

IL NIBBIO
Regia di Alessandro Tonda – Italia, 2025 – 109′
con Claudio Santamaria, Sonia Bergamasco, Anna Ferzetti

 

 

 

 

 

LA VICENDA SGRENA COME UNA SOLIDA E DOVEROSA SPY STORY CHE SI SEGUE CON FACILITA’ E AMAREZZA

4 febbraio 2005. Nicola Calipari, alto dirigente del SISMI, sta partendo per una vacanza con la moglie e i due figli, quando viene richiamato a Roma perché la giornalista de Il Manifesto Giuliana Sgrena è stata rapita a Baghdad, al suo ritorno da una visita ad un campo profughi, da quello che si scoprirà essere un commando sunnita. Per 28 giorni Calipari, soprannominato “il Nibbio”, dovrà fare la spola fra l’Iraq presidiato dall’esercito statunitense e la dirigenza dei Servizi Segreti nel tentativo di ottenere la liberazione di Sgrena.

Il ricordo dell’uccisione del giornalista Enzo Baldoni, avvenuta sempre in Iraq l’anno precedente, è ancora fresco e doloroso, e Calipari farà di tutto per assicurarsi che quella storia non si ripeta, cercando di trattare il rientro di Sgrena senza commettere errori e unendo le forze con il direttore de Il Manifesto, il compagno di Sgrena e alcune alte cariche istituzionali. Ma il destino, e l’incompetenza di certi uomini, non saranno altrettanto attenti e rispettosi nei suoi confronti.
Il Nibbio compie un’operazione doverosa nel ricordare un uomo perbene e un professionista rigoroso, scevro da personalismi e presenzialismi, un po’ come aveva fatto Michele Placido con Giorgio Ambrosoli in Un eroe borghese.
La regia è del quarantenne Alessandro Tonda, che sa gestire bene le scene d’azione all’interno di un immaginario cinematografico global (il suo esordio al lungometraggio, The Shift, era girato in Belgio e interpretato da un cast internazionale). Tonda mette in scena la vicenda Sgrena come una spy story, virando in toni grigi e seppia e dirigendo gli attori come il cast di un thriller mitteleuropeo. La sceneggiatura di Sandro Petraglia, scritta “a mestiere” su un soggetto suo e di Davide Cosco e Lorenzo Bagnatori, scansa il melodramma e punta alla caratterizzazione di Calipari come un uomo di famiglia e di coscienza, evitando ogni superomismo.

Il risultato è un racconto solido che si segue con facilità, anche se con amarezza, ben sostenuto dalle interpretazioni di Claudio Santamaria nei panni del Nibbio e di Sonia Bergamasco in quelli sgomenti di Giuliana Sgrena. Nota di merito per Anna Ferzetti nel ruolo della moglie di Calipari e soprattutto per Beatrice De Mei che interpreta con naturalezza la figlia 18enne, polemica e affettuosa al punto giusto. I cattivi, in questa rappresentazione, sono gli americani, dei quali si sottolineano l’arroganza e l’inettitudine, e il capo della Croce Rossa, intento a disturbare maldestramente (e dannosamente) la camminata sulle uova di Calipari. Quel che avrebbe potuto elevare maggiormente Il Nibbio è un maggiore spessore storico-politico: il film ha perso (intenzionalmente) l’opportunità di rendere questa storia non solo un action movie ma anche una metafora del mondo in cui viviamo e delle tensioni che lo attraversano: mancano ad esempio tutte le polemiche suscitate all’epoca sia dalla presenza di Sgrena in Iraq che dal pagamento del riscatto, così come manca la volontà di approfondire i rapporti di forza fra tutti gli attori in gioco. Tuttavia, la figura di Calipari emerge come un baluardo di buon senso e intelligenza diplomatica, un uomo la cui parola, credibilità e coerenza sono state moneta preziosa nel corso di rapporti delicati e trattative spinose, e altruistica garanzia di protezione per la giornalista rapita. Il ricordarci che esistono figure istituzionali di questa caratura, in un momento in cui latitano gravemente, è un merito indiscutibile del film.

Paola Casella – Mymovies
Tematiche: spionaggio, servizi segreti, sacrificio, eroismo, conflitti etici e politici, umanità, giustizia, memoria


Il Nibbio parte dall’oggettività dei fatti per raccontare i profili di due eroi votati alla verità e alla giustizia. Cronaca del reale, spy-story all’italiana, Il nibbio pone l’attenzione sull’umanità, sulla riconoscibilità e sull’ispirazione, risultando visione importante per alimentare una memoria troppo ristretta. Convincono i protagonisti, Claudio Santamaria e Sonia Bergamasco.


Commuove questo ritratto sincero, non retorico e artefatto, e tridimensionale dell’uomo.
Un ritratto che rende giustizia al suo ruolo storico di portatore di una precisa visione valoriale e strategica, in anticipo sui tempi. Di tempo ne è passato parecchio, ma ad oggi ancora “le spiegazioni sulla sua morte non sono esaurienti”, per usare le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Citando quelle del film ovvero nei titoli di coda: l’omicidio di Nicola Calipari è rimasto senza colpevoli. Cambia la forma, ma la sostanza purtroppo è sempre la stessa e fa molto male.


Il Nibbio riporta la figura di un uomo che abbiamo perso per il senso che dava al proprio mestiere. E, soprattutto, all’importanza che dava alla vita e alla sua custodia, anche e soprattutto degli altri.

Recensioni
3,5/5 MYmovies
4/5 Ciak Magazine
3/5 Movieplayer

 

 

Nicola Calipari era nato a Reggio Calabria il 23 giugno 1953 e fu educato negli scout, entrando a far parte del reparto “Aspromonte” del gruppo Reggio Calabria 1 dell’AGESCI. Conseguì la laurea in giurisprudenza presso l’Università di Messina. Si arruolò in Polizia nel 1979, diventando funzionario e prestando servizio a Genova, Cosenza e Roma, ricoprendo ruoli di responsabilità, tra cui quello di commissario e dirigente della Squadra Volanti.
Dopo oltre 20 anni di servizio in Polizia entra al Servizio per le informazioni e la sicurezza militare (SISMI) nell’agosto 2002. Successivamente diviene Capo dipartimento della 2ª Divisione “Ricerca e Spionaggio all’Estero”, nell’ambito operativo per le operazioni estere del Servizio d’intelligence e viene assegnato alle operazioni in corso in Iraq.

 

L’agguato in Iraq e la morte
La sera del 4 marzo 2005 una Toyota Corolla dei servizi segreti italiani con a bordo la giornalista Giuliana Sgrena, l’autista Andrea Carpani e Nicola Calipari, giunta nei pressi dell’aeroporto di Baghdad, transita sulla Route Irish in direzione di un posto di blocco statunitense. La giornalista è stata appena rilasciata dai rapitori, a conclusione di una lunga trattativa condotta da Calipari che aveva comunicato telefonicamente agli uffici del governo di Roma il felice esito dell’operazione, informando anche l’ambasciata. La Route Irish è presidiata a causa delle frequenti azioni ostili nella zona (135 da novembre a marzo, per la maggior parte fra le 19 e le 21, ora in cui transitava l’auto del SISMI), e anche per il previsto passaggio dell’allora ambasciatore statunitense in Iraq John Negroponte.

 

 

Approssimandosi alla zona vigilata, il veicolo è oggetto di numerosi colpi d’arma da fuoco; Calipari si protende per fare scudo col suo corpo alla giornalista e rimane ucciso da una pallottola alla testa. Anche la giornalista e l’autista del mezzo rimangono feriti. A sparare è Mario Lozano (New York, Bronx, 1969), addetto alla mitragliatrice al posto di blocco, appartenente alla 42ª divisione della New York Army National Guard. Altri soldati sono stati sospettati di aver partecipato alla sparatoria.
Sono state prodotte due versioni dell’accaduto, una italiana ed una americana, fra loro contrastanti in molti punti.

 

Versione italiana

Dei sopravvissuti all’episodio le testimonianze sono principalmente quelle di Giuliana Sgrena, giacché l’autista, anch’egli appartenente al SISMI, non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche, sebbene abbia riferito dell’accaduto per via gerarchica. Tuttavia, in Diario di una spia a Baghdad, un agente del SISMI (nome in codice Invisible Dog) presente nella capitale irachena ha raccolto e pubblicato la testimonianza dell’agente Corsaro, nome in codice usato da Andrea Carpani durante l’operazione.
Come riferito da autorità governative, Giuliana Sgrena ha sostenuto di aver visto, dopo una curva, una luce accecante che li avrebbe fatti rallentare fino ad una velocità massima di circa 50 km/h e poi di aver udito subito dopo l’esplosione di numerosi colpi d’arma da fuoco: diverse centinaia, secondo la giornalista, protrattisi per 10-15 secondi a dire dell’autista.
Giuliana Sgrena ha aggiunto che non si trattava di un posto di blocco e che la pattuglia dei soldati americani non aveva fatto alcun segnale per identificarsi o per intimare l’alt, come era invece regolarmente accaduto negli altri posti di controllo precedentemente attraversati, iniziando decisamente a sparare contro la loro automobile. La giornalista dichiarò inoltre che i sequestratori, poco prima della liberazione, le avevano detto che gli statunitensi non volevano che tornasse viva in patria.

 

Versione statunitense
Secondo il governo statunitense, la cui versione è stata diffusa il 1º maggio 2005, l’auto viaggiava ad una velocità prossima ai 100 km/h. I militari del check-point 541 avrebbero seguito la cosiddetta procedura delle quattro S: Shout” (grida), “Show” (mostra), “Shove” (allontana), e “Shoot” (spara). Nel corso della sparatoria, alcuni dei proiettili sarebbero stati accidentalmente deviati ed uno avrebbe centrato alla testa Calipari, protesosi in avanti per proteggere con il suo corpo la giornalista. I funzionari statunitensi hanno inoltre asserito che nessuno era a conoscenza dell’operazione condotta dal SISMI, né dell’identità delle persone a bordo di quell’auto, regolarmente presa a nolo all’aeroporto di Baghdad.Il rapporto americano era inizialmente uscito con numerose censure, per circa un terzo dell’elaborato, che mascheravano sotto strisce nere i nomi dei soldati implicati ed altri dettagli; pubblicato ufficialmente su Internet in formato PDF, il documento fu decifrato in pochi istanti tramite copia-incolla.L’inchiesta effettuata dai militari statunitensi ha concluso che la sparatoria avvenuta il 4 marzo 2005 al posto di blocco presso l’aeroporto di Baghdad è stata «un tragico incidente».

Riconoscimenti e onorificenze a Nicola Calipari:
Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.
Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Il sacrificio di Nicola Calipari è stato riconosciuto e ricordato per il suo coraggio, il suo senso del dovere e la sua dedizione al servizio del paese.

 

MGF