BOHEMIAN RHAPSODY

Regia di Bryan Singer – Gran Bretagna, USA, 2018
con Rami Malek, Lucy Boynton, Gwilym Lee

Durata: 134′

I primi quindici anni del gruppo britannico dei Queen e del suo leader Freddie Mercury (Rami Malek), dalla nascita della formazione nel 1970 fino al concerto Live Aid del 1985, una delle performance più memorabili e incandescenti della storia del rock.
Biopic su uno dei musicisti più celebri e leggendari di tutti i tempi, Bohemian Rhapsody è un ampio racconto che parte dalla genesi della rockstar e si conclude con il celebre concerto, inserendo al centro numerose incursioni nel privato di Mercury, con tanto di ossessioni e tormenti, fragilità e insicurezze.
Un prodotto rischioso fin dalle premesse, sia per la sua natura convenzionale da film biografico, sia per la natura su commissione dell’operazione, che vede Brian May e Roger Taylor, membri del gruppo ancora in vita, impegnati come produttori esecutivi.

Vincitore di 4 Oscar 2019: Miglior Attore Protagonista a Rami Malek – Montaggio Sonoro – Sonoro – Montaggio

Paolo Castelli

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FREDDIE MERCURY RITORNA IN VITA SUL GRANDE SCHERMO, COME UNA FENICE

di Beatrice Fiorello

Bohemian Rhapsody non è un film sui Queen, il gruppo che ha scritto canzoni del calibro di We Will Rock You, We Are The Champions, The Show Must Go On.
Bohemian Rhapsody non è un film su Freddie Mercury, il fenomeno capace di zittire folle di migliaia di persone con la sua presenza scenica, a dire il vero non esattamente maestosa: capelli corti pettinati all’indietro, baffetti a spazzolino, scarpe da ginnastica, jeans e canottiera.
Bohemian Rhapsody è un film che apre una breccia dietro le quinte dei maestosi palcoscenici allestiti in ogni parte del mondo: oltre alla cortina di luci colorate, dietro ai muri di amplificatori, sotto alla corona e al manto bordato di ermellino si nascondeva un uomo strepitoso.
Nato a Zanzibar il 5 settembre 1946, Freddie Mercury (al secolo, Farrokh Bulsara, interpretato da Rami Malek) è cresciuto solo, fra tate e collegi lontani da casa, per diventare un ragazzo timido, insicuro, generoso e pieno di idee, con una sola certezza: sarebbe diventato un grande musicista. Anzi, una leggenda.

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Notre Dame di Parigi è una delle cattedrali gotiche più famose al mondo. E’ anche una delle più antiche, essendo realizzata nel primo stile gotico. Forse è stata la prima cattedrale in assoluto dove si utilizzarono gli archi rampanti. Essi non erano previsti nel progetto originario, ma durante la costruzione i muri sottili che divenivano sempre più alti e instabili richiesero il loro utilizzo.

 

Nel 1163 fu posta la prima pietra. Per la prima volta si cercava di erigere un edificio nel nuovo stile gotico che fosse unitario e insieme eccezionalmente monumentale. Con 130 m di lunghezza e 35 di altezza sotto le volte, Notre Dame di Parigi supera di molto le dimensioni allora consuete. Per realizzare il progetto fu necessario trasformare l’urbanistica di un intero quartiere, ma niente era troppo per la cattedrale della capitale, nelle cui vicinanze si trovava la residenza dei re.

 

 

 

L’interno
Notre Dame è una basilica con matroneo e doppie navate laterali. Ha quindi in totale 5 navate, quante fino ad allora ne avevano avute solo importanti edifici come la chiesa abbaziale di Cluny o San Pietro a Roma. Anche in seguito, una chiesa gotica a 5 navate resterà un’eccezione.

Le doppie navate laterali finiscono in un deambulatorio ugualmente doppio, e sono separate l’una dall’altra da poderose colonne.
Le gigantesche calotte della volta esapartita corrispondono a grandi pareti. Non si volle aprire completamente la superficie dei muri, ma creare un contrasto tra una parete sottile –e per questo tanto più piatta – da una parte, e le snelle colonnine e i costoloni della volta dall’altra. In origine questo effetto era ancora più forte perché la superficie delle pareti al di sopra del matroneo era maggiore, ed era aperta in alto solo da piccole finestre traforate. Questa soluzione rendeva la cattedrale troppo buia, così nel XIII secolo le finestre furono ingrandite. Nel XIX Viollet Le-Duc ridonò la forma antica alle finestre che corrono intorno alla crociera.

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ROMA
Regia di Alfonso Cuarón – Messico, USA, 2018 – 135′
con Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Marco Graf

Città del Messico, anni Settanta. Cleo (Yalitza Aparicio) è una giovane domestica che si prende cura della dimora e dei bambini di una famiglia che vive nel borghese quartiere di Roma. I cambiamenti, sia sociali che individuali, sono dietro l’angolo e l’impatto con il futuro potrebbe non essere ottimale.
Cinque anni dopo Gravity (2013), Alfonso Cuarón torna dietro la macchina da presa per realizzare un progetto diametralmente opposto. Roma è un film intimo e personale, ambientato negli anni della giovinezza del regista, privo di un cast di richiamo e girato in un bianco e nero folgorante, che sposa alla perfezione il ritmo e l’estetica di un progetto autoriale e lontano dai gusti del grande pubblico. Leone d’oro alla LXXV edizione della Mostra di Venezia.

Paolo Castelli

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La storia di diverse generazioni di una famiglia durante gli Anni Settanta a Città del Messico. Il film ha ottenuto 10 candidature e vinto 3 Premi Oscar, ha vinto un premio ai David di Donatello, è stato premiato al Festival di Venezia, 3 candidature e vinto 2 Golden Globes, 7 candidature e vinto 4 BAFTA, 8 candidature e vinto 4 Critics Choice Award, ha vinto un premio ai Spirit Awards, 1 candidatura a Writers Guild Awards, ha vinto un premio ai Directors Guild.

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IL RITRATTO DI UNA DIGNITÀ UMANA COSÌ PROFONDA E INALIENABILE DA TRASFORMARE OGNI COSA IN STRAZIANTE BELLEZZA.
Paola Casella – Mymovies.it

Messico, 1970. Roma è un quartiere medioborghese di Mexico City che affronta una stagione di grande instabilità economico-politica. Cleo è la domestica tuttofare di una famiglia benestante che accudisce marito, moglie, nonna, quattro figli e un cane. Cleo è india, mentre la famiglia che l’ha ingaggiata è di discendenza spagnola e frequenta gringos altolocati. I compiti della giovane domestica non finiscono mai, e passano senza soluzione di continuità dal dare il bacio della buonanotte ai bambini al ripulire la cacca del cane dal cortiletto di ingresso della casa: quello in cui il macchinone comprato dal capofamiglia entra a stento, pestando i suddetti escrementi. Perché nel Messico dei primi anni Settanta tutto coesiste: la nuova ricchezza come la merda degli animali da cortile, il benessere ostentato dei padroni e la schiavitù “di nascita” dei nullatenenti. Tutto convive in un sistema contradditorio ma simbiotico in cui le tensioni sociali non tarderanno a farsi sentire, catapultando il recupero delle terre espropriate in cima all’agenda dei politici in cerca di consensi.

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IL MUSEO DEL PRADO – LA CORTE DELLE MERAVIGLIE

Regia di Valeria Parisi – Documentario, 2019
con la partecipazione straordinaria di Jeremy Irons
Durata: 90′

Il Museo del Prado – La corte delle meraviglie, il film documentario diretto da Valeria Parisi, è Il primo viaggio cinematografico attraverso le sale, le storie e le emozioni di uno dei musei più visitati del mondo, che con un tesoro di 8000 opere d’arte incanta ogni anno quasi 3 milioni di visitatori a Madrid e vede una novità d’eccezione: la partecipazione straordinaria del Premio Oscar® Jeremy Irons che guiderà gli spettatori alla scoperta di un patrimonio di bellezza e di arte a partire dal Salon de Reinos, un’architettura volutamente spoglia che si anima di vita, luci, proiezioni, riportando il visitatore al glorioso passato della monarchia spagnola e al Siglo de Oro quando alle pareti erano appesi molti dei capolavori oggi esposti al Prado.

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LA STORIA DEL MUSEO DEL PRADO

di Beatrice Fiorello – Scienze dei Beni Culturali

Carlo III di Spagna

Il Museo del Prado di Madrid fu inaugurato il 10 novembre 1819 e fu denominato “Museo Real” in quanto apparteneva alla casa regnante.
L’edificazione del museo cominciò nel 1787 per volere del re Carlo III di Borbone, che ne affidò il progetto all’architetto Juan de Villanueva. Il museo sarebbe stato destinato principalmente ad ospitare collezioni di scienze naturali, più che le belle arti, ma col tempo si fece strada nei monarchi spagnoli l’idea di costruire un museo che mettesse a disposizione del pubblico i grandi capolavori delle collezioni reali, cresciute esponenzialmente grazie alla grande passione che i regnanti spagnoli avevano avuto per l’arte e al loro influente mecenatismo nei confronti degli artisti più dotati della loro epoca.

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OLD MAN & THE GUN
Regia di David Lowery – USA, 2018 – 93′
con Robert Redford, Casey Affleck, Danny Glover

L’incredibile storia vera di Forrest Tucker (Robert Redford), criminale di lungo corso e dalla carriera sterminata, che ha rapinato moltissime banche e si è reso protagonista di altrettante fughe rocambolesche dal carcere. A dargli la caccia c’è John Hunt (Casey Affleck), detective disposto a tutto pur di riuscire a catturarlo.
Il regista David Lowery costruisce un film sulla figura carismatica e sorniona di un ladro gentiluomo, che ha sempre rinnegato la violenza e portato avanti le sue malefatte con il sorriso e una scaltrezza vellutata. Old Man & the Gun sposa la personalità sopra le righe, ma allo stesso tempo compiacente, del suo protagonista, adagiandosi in modo quieto sulle scorribande del personaggio, incarnato da una leggenda della recitazione come Robert Redford.

Paolo Castelli

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L’ULTIMO FILM DI REDFORD RACCHIUDE UNA CARRIERA INTERA, I RUOLI CHE LO HANNO CONSACRATO, LA PASSIONE CHE NON LO HA MAI ABBANDONATO.

Giancarlo Zappoli – Mymovies

Forrest Tucker è un rapinatore di banche che si potrebbe definire seriale. A 77 anni e dopo 16 evasioni, anche da carceri come San Quintino, non ha smesso, insieme a due soci, di organizzare dei colpi decisamente originali. Utilizzando il suo fascino e con tutta calma, senza mai utilizzare un’arma, continua a visitare banche e ad uscirne con borse piene di dollari. C’è però un poliziotto che ha deciso di occuparsi di lui.
Potrebbe essere un film testamentario quello scritto e diretto da David Lowery. Anche perché ogni singola frase e ogni inquadratura sono scritte e pensate per lui, per l’icona Robert Redford giunto alla non più tenerissima età di 82 anni.

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