Regia di Christopher McQuarrie – USA, 2025 – 165′
con Tom Cruise, Hayley Atwell, Ving Rhames
DOPO AVER SALVATO IL CINEMA, TOM CRUISE SALVA IL MONDO
La fine del mondo è vicina ma Ethan Hunt non è lontano e riparte da dove aveva lasciato. Recuperata una preziosa chiave crociata, deve raggiungere adesso il Sevastopol, un sottomarino nucleare russo, distrutto dall’Intelligenza Artificiale, che giace sotto la calotta polare. La chiave gli permetterà di recuperare il ‘codice sorgente’ dell’IA e di disinnescarla. Ormai autonoma e ‘cosciente’, l’Entità accede a qualsiasi sistema operativo, manipola fatti, dati e persone ed è determinata a sterminare la razza umana. Mentre Hunt cerca una soluzione, l’IA prende progressivamente il controllo delle armi di distruzione di massa. Il tempo stringe, non resta che correre. Ancora e ancora.
L’Entità vuole spingere l’umanità e i governi del mondo verso un’apocalisse nucleare, l’ultima linea di difesa sono naturalmente Ethan Hunt e il suo team. Dopo un’introduzione che ripercorre in montaggio parallelo i fondamentali della saga lanciata trent’anni fa, a partire dalla serie televisiva di Bruce Geller, Mission: Impossible – The Final Reckoning assume il peso della gravità, intesa come condizione e come forza che tiene il film incollato a terra. Per i primi cinquanta minuti, almeno, in cui respiriamo un’atmosfera da fine del mondo, che fa rima con la possibile fine della saga. La nota è funebre e in risonanza con gli eventi attuali: pericolo nucleare, democrazia minacciata…
Poi la musica cambia e il film decolla letteralmente col nostro eroe, preso in consegna da un elicottero militare e portato laddove si deciderà il suo destino e quello del mondo. Tom Cruise non rallenta e rilancia obbedendo alla logica collaudata e irrealistica dei film d’azione.
Una tenacia pavloviana eretta a sistema da un attore che sfida ancora la morte e alza la posta in gioco, narrativa ed emozionale, convocando i precedenti capitoli ed esplorando a fondo il suo legame con Ethan Hunt.
Perché mai come in Mission: Impossible personaggio e uomo coincidono. Isolati dal sistema, è a loro che i servizi segreti come Hollywood ricorrono per garantire la longevità del pianeta o del cinema. E alla chiamata nessuna delle due star può resistere, offrendo lo struggente spettacolo di sé in due movimenti prodigiosi che rendono obbligatorio vedere The Final Reckoning sul grande schermo.
Autore e attore si immergono in profondità per raggiungere il relitto di un sottomarino e per concludere il loro progetto ‘in silenzio’ e lontano dal fracasso dei blockbuster. Venti minuti di cinema muto, di geometrie sofisticate, di suspense e di sospensione dove lavora una forma di azione quasi astratta, una sorta di logica onirica che culla Hunt e insinua la monumentalità del film.
Se Hunt va alla sorgente dell’IA, McQuarrie va all’origine del suo agente, spogliato della muta e con il corpo come unica dotazione. E quello di Cruise è sempre stato un corpo da ammirare, ieri e oggi mentre risale in superficie e conclude una ‘corsa indietro’, rannicchiandosi in posizione fetale, nudo, separato, forse morto ma di nuovo vivo nella sequenza aerea. Un inseguimento in biplano che segna una sorta di punto limite dello stunt di Cruise, dove i riferimenti spaziali si dissolvono gradualmente e lo sguardo dello spettatore non riesce più a comprendere la logica spaziale se non ancorandosi alla presenza del divo al centro dell’inquadratura.
Il mondo oppone la sua resistenza al corpo dell’attore che non solo salta, corre, si batte, fa degli ostacoli un’arma e degli oggetti ordinari qualunque cosa ma salta sempre più in alto, corre ancora più forte, cade da un cielo ancora più grande per dire il suo sogno folle: prima degli algoritmi, dei droni, dell’IA, un uomo aveva già esplorato tutto e in tutte le direzioni, conquistato l’intero mondo avanzando, l’azione più pura all’origine del cinema.
Correndo, Tom Cruise ci riporta ogni volta al mondo dell’infanzia, quando sentivamo il corpo più cinegetico di un magma blu. Affamato di analogico, e in linea con un metodo promozionale che ha dato i suoi frutti con le acrobazie dell’attore, The Final Reckoning torna all’essenziale. Quello che conta, che è sempre contato, è la gravità e il fatto di trascrivere le sue conseguenze sulla silhouette di Ethan Hunt, negli abissi o tra le nuvole.
Marzia Gandolfi – Mymovies
Tematiche: spionaggio, servizi segreti, sacrificio, eroismo, conflitti etici e politici, umanità, giustizia, memoria
Ethan Hunt corre, Ethan Hunt fa il volto corrucciato, sorride. Ethan Hunt si libera dalle catene, uccide i nemici, salva gli amici (quasi tutti). Ethan Hunt s’immerge nelle profondità oscure dell’oceano artico, lotta con Gabriel appeso alle ali di un biplano. Ethan Hunt contro Gabriel, l’Entità, la CIA e l’IMF, Ethan Hunt sostenuto dal presidente – nero e donna – degli USA. Ethan Hunt da solo, solo col suo team, per salvare il mondo da un’apocalisse nucleare.
Qui si fa il finale epico, definitivo, quasi messianico.
E “finale” non si intende per forza nel senso di chiudere definitivamente una storia, ma nel senso di portarla nell’ultimo posto in cui abbia senso che vada. L’ultima sfida possibile: salvare l’intero pianeta dalla distruzione totale da parte di una tecnologia autonoma fuori controllo (“l’Entità”), e farlo da solo.
Mission: Impossibile – The Final Reckoning è una continua corsa contro il tempo, contro i limiti dell’umano, contro le storture di un mondo che, secondo McQuarrie e Cruise, si sta affidando troppo all’artificiale dimenticando le potenzialità – fisiche sì, ma prima di tutto morali e sentimentali – della natura umana.
Recensioni
3,8/5 MYmovies
4,5/5 Sentieri Selvaggi
3,5/5 Movieplayer
PAPA LEONE XIV E L’IA:
PUÒ APRIRE NUOVI ORIZZONTI DI UGUAGLIANZA O FOMENTARE CONFLITTI
L’Intelligenza Artificiale e “l’autentica saggezza”: non mero accumulo di “dati”, ma sguardo capace di cogliere “il vero significato della vita”. Un intelletto che nessuna macchina può imitare, un dono da valorizzare anche attraverso l’ausilio delle nuove tecnologie; “strumento” al servizio dell’uomo, come ricordava Papa Francesco, in grado di aprire orizzonti di scoperte benefiche nella scienza e della medicina, e di promuovere autentica “uguaglianza”. A patto, però, che non si pieghino a un uso “egoistico”, capace di “fomentare conflitti e aggressioni”. L’IA – considerata tanto per le sue opportunità quanto per i suoi rischi – è al centro del messaggio inviato da Papa Leone XIV ai partecipanti alla Seconda Conferenza annuale su Intelligenza Artificiale, Etica e Governance d’Impresa.
Il simposio si è aperto il 19 giugno tra Palazzo Piacentini a Roma, sede del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), e la Sala Regia del Palazzo Apostolico vaticano.
Proprio la scelta di tenere l’evento in Vaticano rappresenta per il Pontefice una “chiara indicazione” della volontà della Chiesa di partecipare attivamente alle riflessioni su un tema che investe direttamente “il presente e il futuro della famiglia umana”. È “urgente”, sottolinea Leone XIV, avviare “serie riflessioni” e mantenere “continue discussioni” sulla dimensione etica dello sviluppo tecnologico, senza trascurare la necessità di una governance “responsabile”.
Accanto allo “straordinario potenziale” che le nuove tecnologie offrono per il bene dell’umanità, il Papa invita a non eludere le “domande profonde” che il rapido progresso dell’IA pone, a favore di uno sviluppo realmente “giusto e umano”. La tecnologia, ricorda ancora Leone XIV citando il predecessore Francesco, è innanzitutto uno “strumento” che, per definizione, si riferisce all’intelligenza, quella “umana”, da cui trae origine e la cui forza etica dipende dalle “intenzioni” di chi la usa.
Per questo la Chiesa intende offrire il proprio contributo a una riflessione “serena e informata”, soffermandosi in particolare sulla necessità di valutare le “ramificazioni” dell’IA alla luce dello “sviluppo integrale della persona e della società”, come scrive la recente nota Antiqua et Nova. Il benessere, ammonisce il Papa, non può essere considerato soltanto dal punto di vista materiale, ma anche nella sua dimensione “intellettuale” e “spirituale”.
L’umano e il suo “senso”, quindi. Un concetto che “tristemente” – come già notato da Papa Francesco – si sta perdendo, o perlomeno eclissando, nella società odierna. Leone XIV invita, al contrario, a riscoprire la “vera natura”, l’unicità “della nostra, condivisa, dignità umana”.
Mai, osserva Leone XIV, l’umanità ha avuto accesso a una tale quantità d’informazioni come oggi grazie all’IA. Tuttavia, questa disponibilità di dati — per quanto estesa — non coincide con la vera “intelligenza”, che “implica l’apertura della persona alle domande ultime della vita e rispecchia un orientamento verso il Vero e il Buono”, come ricorda ancora Antiqua et Nova.
L’auspicio finale di Papa Leone è che ogni decisione sull’IA si inserisca nel contesto di un necessario “apprendistato intergenerazionale”, che aiuti i giovani a integrare la verità nella propria “vita morale e spirituale”, preparandoli a “decisioni mature” e a costruire un mondo di maggiore solidarietà e unità. Un compito, riconosce il Papa, tutt’altro che facile, ma “di vitale importanza”.
Inoltre – sottolinea il Pontefice – la riflessione sulle tecnologie emergenti non può prescindere dall’impatto che esse avranno sulle generazioni future, sempre più immerse in mondi digitali, con effetti possibili sul loro sviluppo “intellettuale e neurologico”.
Fonte: Vaticannews.va
MGF


Hansel e Gretel
Cenerentola
La Carica dei 101
La sirenetta
Roma, anno del Signore 1600.
È in questo contesto che Caravaggio, al secolo Michelangelo Merisi, dopo anni di malumori, trova finalmente un palcoscenico per la propria arte: abbandonate le piccole tele dai soggetti laici, già da qualche tempo si era dedicato a grandi opere religiose, in parte spinto dall’insistenza del cardinale Francesco Maria del Monte, che in occasione del Giubileo lo mise in contatto con Clemente VIII.
Le sue rappresentazioni sacre sono crude, brutali, le sue figure non sono eteree e distanti, ma umane e imperfette: amate da alcuni, considerate assolutamente impresentabili per altri. Chiaroscuri intensi e dalla consistenza quasi solida danno vita a personaggi nerboruti e giunonici, mentre Caravaggio sperimenta la resa di pose fino ad allora mai osate, non per santi e beati, considerate sconvenienti per la rappresentazione del Figlio di Dio, della sua Vergine Madre e dei suoi accoliti.
Alcune opere di Caravaggio vennero rifiutate per questi motivi: in più di un’occasione, addirittura, egli usò come modelli persone incontrate lungo la strada: passanti, mendicanti, persino prostitute (che vennero riconosciute, sebbene non si possa dire altrettanto dell’ipocrisia dei sant’uomini che furono in grado di riconoscere i volti di queste donne di malaffare).
Non termina l’anno del Giubileo prima che Caravaggio commetta un altro crimine, stavolta un’aggressione che lo portò ad essere incarcerato per qualche tempo.
Poi accadde, ciò che forse aveva sempre covato nel buio fitto abilmente nascosto dalla luce: durante una partita di pallacorda, per futili motivi, Caravaggio uccide un uomo.
Nicola Calipari era nato a Reggio Calabria il 23 giugno 1953 e fu educato negli scout, entrando a far parte del reparto “Aspromonte” del gruppo Reggio Calabria 1 dell’AGESCI. Conseguì la laurea in giurisprudenza presso l’Università di Messina. Si arruolò in Polizia nel 1979, diventando funzionario e prestando servizio a Genova, Cosenza e Roma, ricoprendo ruoli di responsabilità, tra cui quello di commissario e dirigente della Squadra Volanti.
La sera del 4 marzo 2005 una Toyota Corolla dei servizi segreti italiani con a bordo la giornalista Giuliana Sgrena, l’autista Andrea Carpani e Nicola Calipari, giunta nei pressi dell’aeroporto di Baghdad, transita sulla Route Irish in direzione di un posto di blocco statunitense. La giornalista è stata appena rilasciata dai rapitori, a conclusione di una lunga trattativa condotta da Calipari che aveva comunicato telefonicamente agli uffici del governo di Roma il felice esito dell’operazione, informando anche l’ambasciata. La Route Irish è presidiata a causa delle frequenti azioni ostili nella zona (135 da novembre a marzo, per la maggior parte fra le 19 e le 21, ora in cui transitava l’auto del SISMI), e anche per il previsto passaggio dell’allora ambasciatore statunitense in Iraq John Negroponte.
Approssimandosi alla zona vigilata, il veicolo è oggetto di numerosi colpi d’arma da fuoco; Calipari si protende per fare scudo col suo corpo alla giornalista e rimane ucciso da una pallottola alla testa. Anche la giornalista e l’autista del mezzo rimangono feriti. A sparare è Mario Lozano (New York, Bronx, 1969), addetto alla mitragliatrice al posto di blocco, appartenente alla 42ª divisione della New York Army National Guard. Altri soldati sono stati sospettati di aver partecipato alla sparatoria.
Secondo il governo statunitense, la cui versione è stata diffusa il 1º maggio 2005, l’auto viaggiava ad una velocità prossima ai 100 km/h. I militari del check-point 541 avrebbero seguito la cosiddetta procedura delle quattro S: Shout” (grida), “Show” (mostra), “Shove” (allontana), e “Shoot” (spara). Nel corso della sparatoria, alcuni dei proiettili sarebbero stati accidentalmente deviati ed uno avrebbe centrato alla testa Calipari, protesosi in avanti per proteggere con il suo corpo la giornalista. I funzionari statunitensi hanno inoltre asserito che nessuno era a conoscenza dell’operazione condotta dal SISMI, né dell’identità delle persone a bordo di quell’auto, regolarmente presa a nolo all’aeroporto di Baghdad.Il rapporto americano era inizialmente uscito con numerose censure, per circa un terzo dell’elaborato, che mascheravano sotto strisce nere i nomi dei soldati implicati ed altri dettagli; pubblicato ufficialmente su Internet in formato PDF, il documento fu decifrato in pochi istanti tramite copia-incolla.L’inchiesta effettuata dai militari statunitensi ha concluso che la sparatoria avvenuta il 4 marzo 2005 al posto di blocco presso l’aeroporto di Baghdad è stata «un tragico incidente».