Regia di Margherita Vicario
con Galatéa Bellugi, Carlotta Gamba,
Veronica Lucchesi, Mariavittoria Dallasti

 

 

 

 

FEEL-GOOD MOVIE TRAVOLGENTE E DALLA CARICA SOVVERSIVA.

L’ESORDIO DI MARGHERITA VICARIO AUGURA UN PO’ DI LIBERTÉ PER TUTTE.

All’alba del 1800, l’istituto religioso Sant’Ignazio deve prepararsi a un evento storico: dal conclave veneziano emerge il nuovo Papa Pio VII, che per l’occasione visiterà tutte le chiese del Veneto e a Sant’Ignazio presenzierà a un concerto organizzato per lui. A capo del coro composto da ragazze orfane cresciute nell’istituto c’è Perlina, il quale però è in crisi d’ispirazione e scarica la frustrazione sulle povere musiciste, oltre che sulla cameriera Teresa, una ragazza che non parla ma possiede un grande talento musicale. Con il concerto che si avvicina a grandi passi, saranno le giovani a prendere in mano il destino dell’istituto per proporre una musica decisamente poco classica.
È un fulmine a ciel sereno questo esordio di Margherita Vicario, giovane attrice e cantante oltre che figlia d’arte.
Cinema e musica fanno evidentemente parte del suo DNA, ma lascia comunque stupiti il livello del suo primo film, un travolgente “feel-good movie” dalla carica sovversiva che remixa il basso e l’alto, e il classico e il contemporaneo.
Dietro i codici di un racconto consapevolmente popolare, che strizza l’occhio a un pubblico ampio, c’è l’intento di gettare luce su intere generazioni di donne che in quell’epoca venivano educate come musiciste di alto livello ma senza possibilità di affermarsi o di trovare un’espressione artistica propria. Talenti sacrificati al patriarcato e ai rigidi ranghi dell’organizzazione cattolica, e che la regista omaggia inventando un gruppo di ribelli che uniscono i loro strumenti per creare delle melodie “pop” in grado di scardinare le catene. Fin dalla prima sequenza, in cui la protagonista Teresa immagina una sinfonia ritmata fatta dei gesti quotidiani tra le pulizie in cortile, è evidente il brio scanzonato e ammiccante che anima il film, sempre sul punto di esplodere in un canto liberatorio e completamente anacronistico. Ma per cavalcare questa tensione ci vuole del coraggio autentico, lo stesso che serve alle cinque protagoniste per aprirsi l’una alle altre, in una serie di nottate al lume di candela attorno al prototipo di un nuovo, bellissimo pianoforte.
Film fresco che cavalca l’onda di tempi che cambiano, come quella rivoluzione francese di cui si mormora a mensa e che pare porterà finalmente un po’ di liberté per tutte. Da questo punto di vista è apprezzabile il modo in cui si consuma la tanto attesa visita del papa, la cui autorità finisce per essere messa alla berlina pure lei. D’altra parte non può essere un caso, quando tutte le parti maschili principali sono affidate a comici d’altri tempi come Elio, Natalino Balasso e Paolo Rossi (quest’ultimo una scelta non banale in un ruolo corposo che ne beneficia molto).
L’italo-francese Galatea Bellugi (in rampa di lancio dopo La Passion de Dodin Bouffant e l’ottimo Chien de la casse) guida poi il gruppo delle protagoniste con luminosa determinazione, facendosi tutt’uno con la musica (con pezzi di Vicario stessa) e con il vivace sound design che coinvolge lo spettatore in un inno al potere collettivo della musica popolare.

Tommaso Tocci – MyMovies


La protagonista di “Gloria!” (il punto esclamativo è d’obbligo e ha un senso), l’opera prima scritta e diretta Margherita Vicario, passata in concorso all’ultima Berlinale, in questo caso non è solo la musica, assoluta, piena, quasi tangibile, ma chi soprattutto la suona. È una musica salvifica, composta oltremodo da spartiti, rumori, parole, voci, versi, ritmi di gesti, quotidianità, personaggi.


La prima scena del primo film di Margherita Vicario “dal multiforme ingegno” è un manifesto. Omnia vincit musica. Teresa, la serva muta di un istituto musicale per educande, vede e soprattutto sente le giovani fare esercizi e la musica tracima, esonda, riempie tutto il mondo attorno a lei. Regia, montaggio, gestione del suono – la musica è nella realtà, poi nella testa della ragazza poi diventa vera e propria colonna sonora esterna in un crescendo – sono altresì una dichiarazione di intenti formale: sappiamo come costruire un film attorno alla musica.


Recensioni
3/5 Cineforum
3,3/5 MYmovies
4,2/5 Sentieri selvaggi

 

DONNE NELLA MUSICA: UN VIAGGIO ATTRAVERSO I SECOLI

Hildegard von Bingen

Durante il Medioevo, la musica era considerata un’arte importante e molte donne appartenenti all’alta società la studiavano. Tuttavia, le opportunità per le donne di esibirsi e comporre musica erano limitate dalle rigide norme sociali e culturali. Una eccezione è costituita dalle badesse dei monasteri che erano spesso musiciste esperte e compositrici. Hildegard von Bingen è stata una figura molto importante nel Medioevo. Monaca, compositrice e mistica, è stata una delle prime donne a comporre musica. Inoltre, ha scritto sulla teoria musicale e sulle proprietà terapeutiche della musica, sulla medicina naturale e sulle cure per diverse malattie. Hildegard ha composto sequenze, antifone e inni. La sua musica, considerata spirituale, intensa e sofisticata, è molto innovativa per l’epoca: unisce elementi di musica popolare e tradizionale, rendendola più accessibile al pubblico rispetto alla musica sacra composta dai suoi contemporanei.

 

Rinascimento
Nel Rinascimento, l’arte e la cultura erano considerate un segno di raffinatezza e potere, e molti erano interessati alla musica come forma d’arte. Le donne maggiormente coinvolte nella musica come esecutrici e compositrici operavano presso corti e ambienti aristocratici: spesso avevano maestri e strumenti musicali di alta qualità ed erano cantanti e strumentiste soliste. Ma la società del Rinascimento era ancora fortemente maschilista e le opportunità per le donne erano limitate.

 

Barocco
Durante il periodo del Barocco, dal 1600 al 1750 circa, la musica diventa sempre più importante nella cultura europea e il suo apprendimento e la sua esecuzione sono considerati segni di elevato status sociale. In questo periodo, molte donne appartenenti a famiglie aristocratiche erano musiciste esperte e compositrici di talento, ma le rigide barriere sociali e culturali ne limitavano le opportunità. In molti casi componevano musica in segreto o sotto pseudonimi maschili. Fra queste Barbara Strozzi. A soli 16 anni, comincia a pubblicare le sue composizioni e a esibirsi come cantante solista, diventando presto una figura di spicco nella vita culturale di Venezia. Durante la sua carriera pubblica otto libri di arie a voce sola, che rappresentano una delle prime raccolte di musica pubblicate da una donna. Le sue composizioni erano caratterizzate da una forte emotività e da un’intensità espressiva, e trattavano temi come l’amore, la passione e la devozione.

 

 

Maria Rosa Coccia

Classicismo
La seconda metà del XVIII secolo è stata un periodo di cambiamento nella società europea, che ha visto una maggiore attenzione verso l’educazione e l’istruzione per le donne. Questa evoluzione sociale ha influito anche sulla loro formazione musicale, e ha portato a un aumento di compositrici e di esecutrici che iniziarono ad avere maggiori opportunità per esibirsi e mostrare il loro talento. Le donne erano comunque considerate inferiori e le capacità musicali troppo spesso erano considerata più una dote per trovare marito piuttosto che un’arte da mettere al servizio della società. Ricordiamo in particolare Anna Maria Mozart e l’italiana Maria Rosa Coccia, prima donna nella storia ad ottenere il titolo di “maestro di cappella” (che non le venne però mai conferito, e si dedicò quindi all’insegnamento)

 

 

Clara Schumann

 

Romanticismo
Nel periodo romantico molte donne riescono ad affermarsi come musiciste di professione. Con il loro talento e la loro determinazione, Clara Schumann, Fanny Mendelsshon e Paoline Viardot hanno dimostrato che la musica è una forma d’arte aperta a tutti, indipendentemente dal genere. Clara Schumann è stata una pianista e compositrice tedesca ed è considerata la più grande virtuosa dell’epoca. Nata a Lipsia, inizia a suonare il pianoforte all’età di cinque anni e a soli nove anni si esibisce in pubblico. Nel 1840 Clara sposa Robert Schumann. Clara continua a esibirsi in pubblico anche dopo la morte prematura del marito e viene molto apprezzata sia come interprete, sia come compositrice.

 

 

 

Maria Callas

Novecento

La presenza della donna nella musica del Novecento si fa sempre più importante. Nell’ambito della musica d’arte si affermano le direttrici d’orchestra (N. Boulanger) soliste eccezionali (M. Callas, M. Argerich, A. Mutter) e compositrici (G. Tailleferre, S. Gubaidulina), che lasciano un’impronta indelebile; ma è soprattutto nel jazz (B. Holiday ed E. Fitzgerald), nella musica pop (Madonna, A. Winehouse) e nella canzone (E. Piaf e Mina) che le donne del Novecento esprimono tutto il loro potenziale artistico.

 

Fonte: Marta Aprato – Donne nella musica

MGF

 

ANIMAZIONE
Regia di Kelsey Mann – USA, 2024 – 96′
con Pilar Fogliati, Deva Cassel, Marta Filippi

 

 

 

 

 

A distanza di poco meno di dieci anni dal successo di Inside Out si riforma il team creativo. Un nuovo capitolo, e dunque nuove emozioni in campo: Ansia, Noia, Invidia e Imbarazzo. È il delicato e sorprendente racconto del complesso passaggio dalla preadolescenza all’adolescenza di una tredicenne. Riley è una preadolescente di 13 anni, che ha appena chiuso un ciclo scolastico e si prepara ad affrontare l’estate prima dell’inizio del Liceo. Sarà l’ultima con le sue due amiche del cuore, che frequenteranno un’altra scuola. Giocando anche insieme a hockey, le tre ragazze si iscrivono a un campo estivo agonistico. Riley è subito affascinata dalle ragazze più grandi, delle fuoriclasse nell’hockey, ma si percepisce inadeguata e incapace di stare al loro passo. Durante il tirocinio non riesce neanche a solidarizzare con le storiche amiche, sentendosi un pesce fuor d’acqua. Nel suo animo, le emozioni che l’hanno sempre guidata – Gioia, Rabbia, Tristezza, Paura e Disgusto – si sentono sotto attacco da parte da nuovi ingressi: Ansia, Noia, Invidia e Imbarazzo. È soprattutto Ansia, che seppur animata da valide intenzioni, ovvero il bene di Riley, sta alterando l’equilibrio. Inizia così una piccola “battaglia” nell’animo della ragazza… “Ho deciso subito di rendere Ansia uno dei personaggi più importanti – ha indicato il regista Kelsey Mann – È qualcosa che inizia a comparire quando diventiamo adolescenti: tutti noi possiamo identificarci con questo concetto. All’inizio della realizzazione del film, ricordo di aver svolto molte ricerche su quel che accade al nostro cervello a quell’età e mi è venuta in mente l’idea di una palla da demolizione che distrugge il Quartier Generale, con un mucchio di operai che arrivano improvvisamente e demoliscono tutto. È una ristrutturazione: è tutto molto caotico”. Nel cartoon Ansia si presenta in maniera giocosa, con un trionfo di colore arancione: è simpatica, originale, dai movimenti e dallo sguardo elettrico. Con sveltezza estromette tutte le altre emozioni in campo e si impossessa della serenità interiore di Riley. Ansia ha come obiettivo quello di far eccellere Riley, sia nello sport che nella rete di amiche. Sovraccarica così di pressioni la tredicenne al punto da farla sbandare, da renderla incerta e “paranoica”. Riley si sente persa, senza più punti di riferimento. Nella sua dimensione interiore corrono in soccorso le emozioni di sempre, quelle che si trovano accanto a lei fin dalla nascita, in particolare Gioia, che le instilla buonumore e fiducia. E proprio Gioia avrà il compito di coordinare tutte le altre emozioni, trovando un posto anche ad Ansia. Tutte loro sono emozioni importanti e preziose, fanno parte del tessuto interiore di Riley, sono ugualmente necessarie nella definizione di una personalità sempre più articolata e adulta. Non facendo mancare atmosfere colorate e sognanti, dialoghi curati, puntellati da lampi di ironia e umorismo gentile, “Indide Out 2” offre una riflessione acuta e puntuale sul delicato momento di passaggio dalla stagione dell’infanzia all’adolescenza, un territorio dove avviene la ricerca del Sé e si pongono le basi per l’identità adulta. Il cartoon si confronta coraggiosamente con emozioni non semplici, a tratti scomode, a cominciare dal ruolo fagocitante dell’ansia. La narrazione si muove lungo un binario brillante e giocoso capace però di regalare anche sguardi di senso su una stagione di tempesta della vita, dove non ci si apprezza, ci si sente incompresi, si è in costante ricerca di conferme, desiderosi di emulare o essere accettati dai pari, insofferenti ai consigli genitoriali. “Inside Out 2” riesce a restituire l’istantanea di tutto questo, non facendo mai mancare le sfumature del sorriso. Il messaggio finale, poi, è splendido: l’accettazione di Sé, di un Sé anche complesso, fatto di gioia e paure, di debolezze e punti di valore. Bisogna imparare ad amarsi per quello che si è, ascoltandosi, migliorandosi, cercando con fiducia di rimanere saldi lungo il sentiero della felicità.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana


Un’opera coinvolgente che ricrea sullo schermo la fragilità emotiva degli adolescenti. E non solo.


Le emozioni sono protagoniste indiscusse di Inside Out 2 e ci narrano qualcosa in più della mente e del suo funzionamento, su come ci si può approcciare all’esistenza nelle varie fasi della vita; fasi tutt’altro che simili tra loro con lassi temporali ben scanditi, così come, di conseguenza, sono ben definite le emozioni a cui essi sono associati.


8,5/10 Everyeye Cinema
4/5 Sentieri selvaggi
3,7/5 MYMovies

 

LE EMOZIONI DI INSIDE OUT 2 NEL MONDO

Gli esperti linguistici di Babbel hanno pensato di proporre un glossario focalizzato su come questi stati d’animo vengano tradotti in diverse lingue del mondo, per aiutare così le persone ad arricchire il proprio lessico emozionale e a favorire la comprensione tra diverse culture.

ANSIA: dal verbo latino “ango” (“soffocare, stringere”)Caratterizzata da una forte sensazione di preoccupazione e di angoscia per gli avvenimenti futuri, l’ansia si prova in situazioni in cui non si riesce a prevedere come potrebbero evolvere gli eventi.
Torschlusspanik (Germania): questa espressione tedesca composta dal termine “panik” (ovvero “panico”) e “torschluss” (ovvero “chiusura delle porte”) è intraducibile letteralmente in italiano e viene impiegata per descrivere un sentimento d’ansia crescente per la consapevolezza di una scadenza che si sta avvicinando velocemente, accompagnata dalla paura di fallire. Le porte sono infatti una metafora del tempo che scorre e, una volta “chiuse”, non possono essere riaperte.

 

 

IMBARAZZO: dal nome spagnolo “embarazo” (“ingombro emotivo”)
Stato emotivo di disagio provocato da un senso di timore e di pudore, l’imbarazzo si sperimenta in situazioni sociali in cui si teme che i propri comportamenti o quelli altrui possano essere giudicati negativamente.
Å sitte med skjegget i postkassen (Norvegia):
proverbio norvegese traducibile letteralmente con la frase “finire con la barba incastrata nella buca delle lettere”, esprime quel sentimento misto di imbarazzo e disagio che si prova quando si rimane bloccati in una situazione spiacevole da cui non si riesce a scappare.

 

 

 

NOIA: dal latino “in odium” (“avere in odio”)
Questa sensazione, interpretata dal personaggio Ennui (una parola francese che viene usata anche in inglese, traducibile come “noia esistenziale”), è legata alla monotonia e all’attesa. Questa condizione emotiva è essenziale per trovare nuovi stimoli.
Kabak Tadı Vermek (Turchia): letteralmente traducibile come “avere il sapore delle zucchine”, questa espressione idiomatica viene impiegata in Turchia per descrivere una situazione o un argomento ripetuto così tante volte da diventare noioso e stancante, lasciando quasi “un cattivo sapore” proprio come il retrogusto di questi ortaggi in bocca.

 

 

INVIDIA: dal latino “invidere” (“guardare male”)
L’invidia è un sentimento che emerge dal confronto con altre persone, tipico di quando si desidererebbe avere delle qualità, dei meriti o dei beni posseduti da altri.
Glida på en räkmacka (Svezia): letteralmente “scivolare su un sandwich di gamberetti”, questa metafora gastronomica potrebbe risultare fuorviante per chi non conosce lo svedese. Viene usata per descrivere con invidia persone che hanno raggiunto ottimi risultati personali e professionali senza lavorare duramente, ma semplicemente “scivolando” verso il successo grazie alla fortuna di trovarsi nel posto giusto al momento giusto.

 

 

NOSTALGIA: dal greco “nóstos” (“ritorno”) e “álgos” (“dolore”)
Sentimento legato ai ricordi del passato, la nostalgia rappresenta un complesso insieme di sensazioni che si ricollega al concetto di memoria e di identità.
Natsukashii (Giappone): nella cultura occidentale la nostalgia è frequentemente associata a sentimenti di tristezza, caratterizzata dalla voglia di rivivere esperienze e momenti già vissuti. Per la cultura giapponese, invece, questo sentimento ha una connotazione diversa, più positiva. Il termine “natsukashii” deriva infatti dal verbo “natsuku” che significa “tenersi vicino e affezionarsi” e indica gioia e gratitudine per i ricordi del passato da conservare nel proprio presente, piuttosto che il desiderio di voler rivivere determinati momenti passati con malinconia.

 

MGF

 

Docufilm diretto da Ali Ray e Phil Grabsky
Durata 90′

NATIONAL GALLERY 200 mostra come il potere della grande arte
risieda nella sua capacità di comunicare con chiunque,
indipendentemente dalle conoscenze storiche, dal background e
dalle convinzioni dei singoli.

 

 

 

Prodotto da Phil Grabsky con Exhibition on Screen, tassello dopo tassello il film cerca di mostrare come l’arte possa parlare a tutti e come tutti i visitatori possano, a loro volta, confrontarsi con le singole opere, senza sentirsi intimidite dalla loro storia e dal loro prestigio. Il tentativo dei due registi è quello di incoraggiare il pubblico a guardare coi propri occhi quadri e sculture, senza perdersi dietro la fotografia affrettata e senza rinunciare a creare un contatto personale con l’opera che hanno di fronte, per capire se ha qualcosa da raccontare che possa – in qualche modo – essere connessa alla nostra vita.


Questo museo pubblico inglese, il primo nella storia in Europa ad aprire gratuitamente per la fruizione di tutti, accoglie gli spettatori del film facendo scoprire alcuni capolavori della sua collezione – acquisita negli anni, tra denaro pubblico e donazioni private -, sia noti (come Leonardo, Bellini, Bruegel, Tiziano), sia più di “nicchia”, seppur si parli sempre di grande storia dell’arte antica e moderna (Salvator Rosa, Bartolomé Bermejo, Louis-Léopold Boilly…)


Recensione MyMovies 4/5

 

IL GABINETTO DELLE CURIOSITA’: LA NASCITA DEL MUSEO

 

 

Oggi siamo abituati ad avere musei in ogni città, dalle più piccole con le loro minuscole sale di opere locali e documentazioni di epoche passate, alle più grandi con i loro giganteschi atri colmi di capolavori provenienti da ogni parte del mondo.
Ma da dove arriva l’idea di stipare opere e curiosità e mostrarle al pubblico? Chi, per primo, ha deciso di radunare quadri, sculture, reperti, in un solo posto?

 

L’idea di museo nasce nel Rinascimento, periodo che di fatto ebbe inizio con la riscoperta dei reperti sepolti sotto a Roma: nacque la moda delle sculture in stile ellenico, ripresa dalle riproduzioni in marmo di epoca romana ritrovate sottoterra, e chiunque abitasse nella zona e avesse abbastanza denaro da potersi accaparrare un reperto corse a procurarsi il maggior numero possibile di opere.

Il passaggio dal recupero all’assunzione di artisti contemporanei, che scolpissero opere con lo stesso stile, fu decisamente breve.
Spesso, queste opere venivano poste in specifiche stanze ad esse dedicate, perché il padrone di casa potesse stupire gli ospiti mostrando loro la propria collezione, ottenuta grazie al denaro: l’arte era, ancor più di prima, diventata uno status symbol.

 

 

Più o meno nello stesso periodo, grazie al diffondersi dei prodromi di varie discipline scientifiche, alcuni collezionisti più interessati alla natura che all’arte cominciarono a collezionare reperti naturalistici: animali imbalsamati, scheletri, piante. Anche questi oggetti, spesso curiosità importate da terre lontane, trovarono posto in piccole stanze ad esse dedicate: i gabinetti delle curiosità.
Le prime notizie certe su queste stanze, che a seconda delle aspirazioni di grandeur del proprietario (nonché della sua disponibilità economica) potevano essere di varie dimensioni, risale circa al 1520: Albrecht Dürer, stimato incisore e artista dell’epoca, fece recapitare al suo committente, il principe Cristiano I di Sassonia, alcuni oggetti da lui cercati e trovati durante il suo viaggio nei Paesi Bassi: delle corna animali, gigantesche pinne di pesci, alcuni frammenti di corallo e persino un’arma proveniente dalle Indie Orientali. Questi “souvenir” erano specificatamente destinati alla Kunstkammer (stanza dell’arte) del principe.

 

 

Cristiano I è anche uno dei primissimi che seguì una sorta di filo logico per l’allestimento della propria Kunstkammer: raccolse informazioni, e si attenne al suggerimento per il quale ogni Kunstkammer che si rispetti deve avere alcuni elementi specifici: sculture e dipinti, curiosità locali e provenienti da paesi lontani, e reperti di animali strani e curiosi, come palchi di corna, artigli, piume… naturalmente, all’epoca non era così facile collegare un reperto alla propria origine (capitò persino con delle reliquie!), pertanto la sezione zoologica di queste stanze fa spesso sorridere. In alcuni casi, si trovano ancora vecchi collage di ossa e tessuti spacciati per scheletri di fate: oggi possiamo pensare a questi strafalcioni con un sorriso, ma per l’epoca una creatura mitologica doveva essere un notevole pezzo da collezione!

 

 

 

L’elezione dei gabinetti delle curiosità a status symbol, col progredire dei tempi, si espanse dalla nobiltà alla borghesia: e a ben pensarci, chi meglio di un mercante, per raccogliere cimeli da ogni angolo del mondo? Le Wunderkammern (stanze delle meraviglie) borghesi spesso contenevano più cimeli naturalistici che arte, ma contribuirono alla diffusione di quest’abitudine alla raccolta ed esposizione di pezzi unici; il desiderio di mostrare la propria ricchezza probabilmente fece il resto, portando poco a poco all’apertura al pubblico di queste stanze delle meraviglie, dove anche oggi, al modico prezzo di un biglietto d’ingresso, tutti noi possiamo godere di arte, storia e natura.

 

 

E a ben pensarci è straordinario: se non ci fossero i musei, dovremmo girare il mondo per vedere cose nuove, anche solo una statua greca o un pesce che vive solo nelle acque del Pacifico. Invece, grazie al desiderio dei potenti di mostrare la propria ricchezza, eccoci a godere delle meraviglie del mondo con niente più che un’oretta in treno, un biglietto d’ingresso e un pranzo al sacco. Per una volta, le manie di grandeur della classe nobile sono permeate nel tessuto dell’intera società, e hanno aperto mondi che altrimenti ci sarebbero stati preclusi.
Per cui, quando andrete in vacanza e comprerete l’ennesimo magnete per il frigorifero, ricordatevelo: un tempo, il vostro souvenir dalla montagna sarebbe stato esposto in una Wunderkammer, quindi crepi l’avarizia! Dobbiamo portare avanti la tradizione museale!

 

 

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF

 

 

Regia di Todd Haynes – USA, 2023 – 113′
con Natalie Portman, Julianne Moore, Charles Melton

 

 

 

 

Ai recenti Academy Awards correva per la statuetta di miglior sceneggiatura originale, firmata da Samy Burch. Parliamo del nuovo acuto e sfidante film di Todd Haynes, “May December”, autore statunitense che si è imposto per titoli complessi ed enigmatici come “Lontano dal paradiso” (2002), “Io non sono qui” (2007), “Mildred Pierce” (2011, miniserie) e “La stanza delle meraviglie” (2017). Con “May December” – al cinema con Lucky Red – Haynes si confronta con un chiacchierato e insidioso fatto di cronaca americano: la vicenda di un’insegnante che ha avviato una relazione con un giovane minorenne. Il film ha come protagoniste due attrici maiuscole, le Premio Oscar Natalie Portman e Julianne Moore. Accanto a loro il giovane in ascesa Charles Melton. La storia: Stati Uniti, Elizabeth (Portman) è una nota attrice che sta preparando il suo nuovo film. Si reca in Georgia per incontrare Gracie (Moore), cinquantenne protagonista di un scandaloso fatto di cronaca avvenuto vent’anni prima: una relazione con il giovane studente delle medie Joe, per la quale venne incriminata per abusi sui minori. Tempo dopo, calmata la bufera giudiziaria e con la maggiore età del ragazzo, Gracie e Joe si sono sposati e hanno formato una famiglia. A vent’anni di distanza, Elizabeth è interessata a farne un film, così trascorre del tempo con la coppia cercando di approfondirne la storia e gli aspetti psicologici. Il problema è che la sua presenza suscita tensioni, frantumando silenzi e rimossi… “La storia sobbolliva di un’ambiguità morale e narrativa – spiega il regista Haynes – che, in un film, avrebbe coinvolto lo spettatore (…). Oltre ad essere del materiale estremamente avvincente, il progetto mi ha fornito l’opportunità tanto attesa di lavorare con Natalie Portman – per innescare il vortice riflessivo di un’attrice che interpreta un’attrice – e come se questo non bastasse, di porla accanto a Julianne Moore nel ruolo feroce e imperscrutabile di Gracie”. “May December” è un film complicato da maneggiare, di certo virato sui toni ombrosi. Alla base c’è un fatto di cronaca, che già dalle premesse manifesta tutta la sua problematicità: una famiglia che si forma a partire da un abuso, dalla relazione di una donna adulta con un preadolescente. Il regista Haynes, che ha mestiere e una chiara marca stilistico-narrativa, non si è ovviamente limitato a una narrazione piana, ma al contrario ha costruito un fumoso e intenso racconto psicologico. Un duello al femminile, un dilemma morale, dai riverberi artistici: le citazioni vanno da “Eva contro Eva” a molti titoli di Ingmar Bergman. Il fatto di cronaca sembra scivolare quasi in secondo piano, “depotenziato”, perché tutto si gioca nel dialogo composto e feroce tra Elizabeth e Gracie, tra l’attrice hollywoodiana pronta a vampirizzarne la storia per fini di scena, e la donna che ha commesso un reato raccontandolo però al mondo come un atto di “incolpevole” e incontrollabile amore. Lo spettatore si perde così nei cunicoli della trama, ma soprattutto nei tornanti dell’animo delle due protagoniste. Un film sfidante dal punto di vista morale, che affascina soprattutto per la regia e le interpretazioni di livello, un po’ meno per l’impianto del racconto: una asettica dissezione psicologica di un legame nato su un terreno inappropriato.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche
Abusi sui minori, Cinema nel cinema, Cronaca, Donna, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Giustizia, Mass-media, Matrimonio – coppia, Media, Politica-Società, Psicologia


May December si concentra sull’uso mercenario che Hollywood fa di queste storie per raccontarsi narcisisticamente, in un atteggiamento predatorio, manipolatorio e egocentrico non dissimile a quello di Gracie. A cui Elizabeth somiglia sempre più e non solo per la bravura mimetica di Natalie Portman. È questa la chiave di lettura grazie a cui capire meglio May December.


Due donne allo specchio: un’immagine che si sovrappone l’una all’altra, che si moltiplica fino a diventare la stessa. In un continuo gioco di seduzione e repulsione, dove ci si trucca per diventare qualcun altro, in uno sdoppiamento dove l’arte tenta di replicare la realtà, ma finisce con il contagiarla o restarne, al contrario, prigioniera.


Ruffiano, ruffianissimo, tanto ruffiano che arriverà agli Oscar

 

ALCUNI FATTI DA CONOSCERE PER CAPIRE MEGLIO MAY DECEMBER

IL TITOLO
Più che un mistero, un lost in translation involontario. Nessuno spettatore anglofono s’interroga sul significato del titolo May December, perché è un’espressione piuttosto comune in inglese. Maggio e dicembre sono due mesi molto distanti tra loro nel calendario: l’espressione li accosta per fare riferimento a relazioni e rapporti caratterizzati da un profondo divario d’età.

 

 

Mary Kay LeTourneau

LA STORIA VERA DIETRO AL FILM
May December è liberamente ispirato a un famoso caso di cronaca statunitense degli anni ‘90. Nel 1997 l’insegnante 34enne Mary Kay Letourneau fu al centro di uno scandaloso processo giudiziario e mediatico per aver abusato di un suo studente 12enne. Scontò 7 anni e mezzo di prigione dopo aver avuto rapporti sessuali reiterati col ragazzo e aver dato alla luce in carcere a due figli concepiti con lui. Così come nel film, anche nella realtà Letourneau sostenne di essere innamorata del ragazzo. Una volta uscita di prigione, i due si sposarono, rimanendo insieme per 15 anni. Si sono separati nel 2019.

 

Michel Legrand

LA MUSICA “RICICLATA”
Difficile non notare l’intensa colonna sonora di May December, inserita nel film quasi a spezzare l’attenzione del pubblico, a sottolineare la finzione di Hollywood che ricostruisce “una storia vera” e le menzogne quotidiane con cui quella storia viene messa in scena dai suoi protagonisti. Le musiche di May December sono una rielaborazione di Marcelo Zarvos di una colonna sonora precedente. Il tema di pianoforte ricorrente è quello del film “Messaggero d’amore” di Joseph Losey, film dimenticato del 1971. La colonna sonora venne composta da Michel Legrand, leggendario musicista francese autore di oltre 200 colonne sonore e vincitore di 3 Oscar. Sul set di May December, nelle scene senza dialogo, decise di far suonare proprio il tema di “Messaggero d’amore”.

 

LE QUAGLIE DI CHARLES MELTON
Per l’attore Charles Melton quello in May December è stato il ruolo della rivelazione, con cui è andato a caccia della sua prima nomination agli Oscar. Non male per un interprete che, prima di lavorare con Todd Haynes, era considerato un belloccio delle serie TV. Melton è salito subito a bordo quando gli è stata proposta la parte “scoprendo in Joe sentimenti che non facevo fatica a pensare miei”. Melton riesce poco a poco a prendersi la scena, fino alle intense scene finali sul tetto e alla cerimonia del diploma, in cui trasmette forti emozioni con grandissima intensità. Per interpretare Joe, il 36enne marito di Gracie rimasto “intrappolato” nel legame che ha definito la sua vita, Melton ha dovuto perdere la sua forma fisica impeccabile. Todd Haynes gli ha chiesto di prendere peso ma, data la breve lavorazione del film, è stato una sorta di work in progress. Nella scena della cena a casa di Gracie e Joe per esempio, Melton ha mangiato per tutto il tempo le quaglie fritte che aveva nel piatto, facendosele continuamente portare di nuovo, “ingrassando” in tempo reale.

 

LA SCENA CULT DEGLI HOT DOG
All’inizio della pellicola Gracie apre il frigo della cucina, uno zoom la rincorre e, con aria drammatica, prorompe: “non credo che abbiamo abbastanza hot dog”. Attacco di un passaggio di pianoforte emozionante, intenso, melodrammatico. Risatine in sala. La scena degli hot dog è volutamente camp, ridicola, ma ci consegna una delle chiavi di lettura del film. La vita di Gracie è “messa in scena” come una soap opera a cui talvolta finisce per somigliare, così come il film con le sue luci smarmellate, la sua musica enfatica. Scopriamo poi che si trasforma in una crisi ogni ordine cancellato delle torte, ogni odore di fumo che contamina la camera da letto, ogni piccolo intoppo che “spezza” la finzione in cui Gracie è una donna conquistata dal marito e non una predatrice sessuale che tiene ancora intrappolata la sua vittima, che è invecchiata senza mai crescere. Ogni rottura della perfezione che si è costruita attorno, della femminilità che le è stata insegnata, dell’ingenuità aggressiva e sicura di sé che irradia, è intensamente drammatica, stressante.


Recensioni

3,4/5 MYMovies

9/10 IGN Italia

8/10 Everyeye Cinema

MGF

Commedia
Regia di Riccardo Milani – Italia, 2024
con Antonio Albanese, Virginia Raffaele, Sergio Saltarelli
Durata: 113′

 

 

 

 

 

I temi sociali sono stati sempre il filo conduttore del cinema di Riccardo Milani. Milani sa far ridere, e molto, mettendo a tema però anche solitudini, emarginazioni e fratture sociali, in generale le storture del nostro presente, declinate però secondo il canovaccio della tradizione della commedia all’italiana. Tra i suoi titoli più noti: “Scusate se esisto!” (2014), “Come un gatto in tangenziale” (2017, 21), “Corro da te” (2022) e “Grazie ragazzi” (2023). Del mondo della scuola si era già occupato con il suo film d’esordio “Auguri professore” (1997) da un racconto di Domenico Starnone, con uno sguardo nelle aule di liceo tra professori e studenti. A distanza di quasi trent’anni, torna in classe con “Un mondo a parte”, che si gioca tra i banchi delle scuole elementari in un paesino di montagna.  Milani firma un racconto che si muove tra dolcezza e malinconia, un film politico: mette a tema il valore delle piccole comunità montane, che resistono solo se ancorate da presidi educativi. Protagonisti gli ottimi Antonio Albanese e Virginia Raffaele.

La storia. Roma, oggi. Michele Cortese è un insegnate infelice: non sopporta più nessuno, tanto meno il suo lavoro e la vita nella Capitale. Un giorno riceve una comunicazione dal ministero che gli accorda il trasferimento in istituto scolastico nel cuore del Parco nazionale d’Abruzzo. Con ritrovata speranza Michele arriva nel paesino in pieno inverno, dove trova prevalentemente neve, neve, neve. Superato
l’impaccio iniziale, si fa subito benvolere dal piccolo gruppo di bambini e colleghi, soprattutto dalla vicepreside Agnese. L’equilibrio però vacilla quando arriva la minaccia della chiusura della scuola per mancanza di iscritti…

“Una resistenza culturale – spiega il regista – contro un nemico comune, indifferenza e rassegnazione, impegnarsi per un presente e un futuro migliori per se stessi e per il proprio paese. E tutto questo passa attraverso chi questo futuro lo difende, cioè i nostri insegnanti, e chi lo incarna, cioè i nostri bambini e la loro educazione.
Ho visto insegnanti in questo territorio, qui come in tutto il paese, fare 150 chilometri al giorno con neve, ghiaccio e bufera pur di fare il loro lavoro. Per difenderlo, sì, ma anche perché credono profondamente nell’importanza del loro ruolo”. Scritto insieme con Michele Astori, “Un mondo a parte” corre agile su tale binario, forte di un cast affiatato e un copione ben calibrato. Il film, puntellato da ironia brillante e pungente, descrive il percorso di cambiamento di un docente rassegnato che venendo a contatto con una piccola comunità riorienta la sua bussola esistenziale-valoriale, ritrovando slancio nella professione, nella propria vita. E se nobili e valide sono le motivazioni del copione, a ben vedere tutto non gira alla perfezione: il film, infatti, scivola qua e là tra pennellate mielose o marcate dal politicamente corretto (migranti, rifugiati, comunità Lgbtq+), che invece di far brillare l’opera la appesantiscono un po’. A ogni modo, Riccardo Milani si conferma sempre un ottimo regista e il film “Un mondo a parte” funziona tra risate e riflessioni di senso.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche
Amicizia, Amore-Sentimenti, Bambini, Dialogo, Ecologia, Educazione, Emigrazione, Famiglia, Famiglia – fratelli sorelle, Famiglia – genitori figli, Lavoro, LGBTQ+, Massmedia, Metafore del nostro tempo, Politica-Società, Rapporto tra culture, Scuola, Solidarietà


La premiata ditta Milani Albanese nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo: c’è una scuola (e un piccolo borgo) da tenere in vita. Con il consueto garbo e l’immancabile ironia, più Virginia Raffaele in dialetto marsicano
Valerio Sammar

Recensioni
3/5 MYmovies
8/10 Ondacinema
3/5 Cinematografo.it


 

COMUNITÀ MONTANE: COSA SONO?

Vengono definite Comunità montane quelle unioni di comuni, enti locali costituiti fra comuni montani e parzialmente montani, anche appartenenti a province diverse. Queste devono prevedere, come obiettivo principale, la valorizzazione di tipo socio-economico-territoriale delle zone montane coinvolte dall’accordo e l’esercizio associato (o condiviso) delle funzioni comunali che coinvolgono le comunità che ne fanno parte.
Si tratta di Enti Territoriali che trovano un fondamento legislativo nel Decreto del Presidente della Repubblica n. 987 del 10/06/1955. All’interno di questo è stata disposta la loro istituzione principale che prende il nome di Consiglio di Valle.

 

Affinché possa avvenire la costituzione di questa comunità, è necessario che venga redatto un provvedimento dal Presidente della Giunta regionale interessata. Una volta costituite, queste comunità dispongono di un organo rappresentativo e un organo esecutivo, questi sono composti da tutti i sindaci e dall’insieme degli organi dei comuni aderenti. Non solo, essi dispongono di una figura di Presidente, un vicepresidente e degli Assessori.
Fu nel 1971 che si diede una forma ufficiale al concetto di comunità montana. Questo nacque dall’esigenza di tutelare il patrimonio di tutte le aree montane italiane. Il compito a loro assegnato era quello di responsabili della gestione dei servizi di tutti i comuni membri, conducendo politiche volte a favorire questi territori, spesso caratterizzati da criticità e marginalità.

Le Comunità montane svolgono un ruolo importante nella gestione dei territori rurali, delle colline, delle montagne e di tutte le zone che manifestano una situazione di disagio territoriale.
Devono quindi:
*Promuovere e valorizzare il territorio in cui risiedono.
*Gestire tutti gli eventuali interventi speciali per la buona salute del territorio di montagna.

 

In conclusione, è possibile sostenere che Comunità montane sono riconosciute come veri e propri centri di sviluppo e progresso socio-economico, non solo a livello nazionale ma anche europeo. Lo scopo principale, è quello di garantire una gestione sovra-comunale che vada
incontro alle singole esigenze dei comuni aderenti, ai cittadini e alle eventuali necessità a livello ambientale. In Italia le comunità montane sono oggetto di forti discussioni. In Sicilia sono state abolite nel 1986, in Friuli nel 2001, ma ripristinate nel 2004. In Sardegna sono state abolite nel corso del 2007.

Le comunità montane dell’ Abbruzzo sono attualmente 19.

 

MGF