Regia di Emmanuel Courcol – Francia, 2024 -103′
con Benjamin Lavernhe, Pierre Lottin, Sarah Suco

 

 

 

 

 

DUE FRATELLI DIVISI DALLA VITA SCOPRONO L’ESISTENZA L’UNO DELL’ALTRO E IMPARANO A VOLERSI BENE ATTRAVERSO LA MUSICA.

Presentato al Festival di Cannes 2024 e alla 19ª Festa del cinema di Roma (2024), “L’orchestra stonata” (“En Fanfare”) è il terzo lungometraggio del regista e attore francese Emmanuel Courcol. Nel 2020 con “Un triomphe” il regista aveva raccontato la sofferenza, e il riscatto, di un attore caduto in disgrazia che si trova a mettere in scena uno spettacolo in prigione, storia vera che ha trovato la sua trasposizione in italiano in “Grazie ragazzi”, diretto da Riccardo Milani e interpretato da Antonio Albanese. Courcol usa di nuovo un’espressione artistica, in questo caso la musica, per raccontare una storia di rapporti personali che vira sul sociale, intrecciando legami familiari, lavoro, opportunità e destino.
La storia. Il quarantenne Thibaut è un celebre direttore d’orchestra che un brutto giorno scopre di essere malato di leucemia. Facendo indagini sulla compatibilità dei familiari scopre di essere stato adottato e di avere un fratello di sangue, Jimmy, operatore di una mensa sociale che vive in provincia e suona il trombone nella banda comunale. Non potrebbero essere più diversi: il direttore è colto e raffinato, un filo saccente, Jimmy è scontroso, istintivo e orgoglioso, ma entrambi amano la musica. Dopo un iniziale, comprensibile, sbandamento emotivo – Thibaut si sente tradito dalla sua famiglia che gli ha nascosto l’adozione e Jimmy guarda con indifferenza, se non con astio, il fratello ritrovato, che nella lotteria delle adozioni sembra aver estratto il biglietto vincente – i due trovano un accordo: dopo il trapianto di midollo ognuno andrà per la sua trada. Tuttavia, superata l’emergenza, Thibaut, sentendosi immeritatamente favorito dalla sorte, vuole riparare all’ingiustizia e aiuta il fratello spronandolo ad esprimere il proprio talento musicale (scopre con immenso stupore, e un pizzico d’invidia, che Jimmy è dotato dell’orecchio assoluto) e lo convince ad accettare la direzione della banda musicale di cui fa parte, dandogli anche alcune lezioni.
Tra brani classici, jazz e marce, confessioni e rimpianti, alti e bassi, il rapporto tra i due fratelli cresce, ma il destino, ancora una volta, si mette in mezzo e spariglia le carte: a Jimmy non resta che regalare a Thibaut una travolgente e corale esecuzione del “Bolero” di Ravel.
A dispetto del titolo (italiano) “L’orchestra stonata”, Courcol ha diretto un’opera ben accordata, che alterna sapientemente dramma e commedia, in una scrittura misurata, empatica ed essenziale, pudica nel raccontare la malattia di Thibaut e l’infanzia difficile di Jimmy. Ed è il suo pregio, ma per certi versi anche il limite: molte piste aperte – c’è la crisi di un’azienda con la lotta degli operai per non perdere il lavoro – avrebbero meritato un maggiore approfondimento, ma sono proprio queste “divagazioni sul tema” a tenere il film lontano dal “già visto”, dalla lacrima facile, ma, attenzione, non dalla commozione. La perfetta interpretazione di Benjamin Lavernhe (Thibaut) e Pierre Lottin (Jimmy) fa il resto. “L’orchestra stonata” è una garbata commedia a vocazione popolare, nel senso più nobile del termine.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amore-Sentimenti, Arte, Disabilità, Educazione, Famiglia – fratelli sorelle, Famiglia – genitori figli, Malattia, Musica, Solidarietà-Amore


L’amore per la musica a fungere efficacemente da cerniera, in un mosaico di brani che vanno da Ravel ad Aznavour passando per il jazz, e un discorso sul rapporto tra scelta e casualità (anche crudele) dell’esistenza che, evitando enfasi e pietismi, ha il coraggio di imboccare le vie meno facili e consolatorie.


…il grande cinema popolare, quello sorridente e commovente insieme, che arriva al pubblico senza essere melenso o troppo retorico. ‘En fanfare’ (così in originale) tiene insieme generi diversi e mette al centro la musica come insostituibile punto d’incontro/scontro tra due fratelli


Recensioni
3,7/5 MYmovies
3,5/5 Movieplayer
3,6/5 Sentieri selvaggi

 

LA MUSICA CLASSICA INCONTRA IL CINEMA

2001: ODISSEA NELLO SPAZIO (1968)

Al primo posto non può che esserci il capolavoro fantascientifico di Stanley Kubrick. Anno 1968, il regista del Bronx rivoluziona il genere. Sul bel Danubio blu di Johann Strauss accompagna la navicella alla stazione spaziale dove il dottor Floyd prenderà la coincidenza per la luna. Also sprach Zarathustra di Richard Strauss apre e chiude l’opera e inframezza di tanto in tanto quando c’è il colpo di genio.

 

 

 

APOCALYPSE NOW (1979)

Non c’è niente di meglio di Wagner per un attacco aereo nella giungla vietnamita. Con la Cavalcata delle Valchirie, Francis Ford Coppola regala al mondo intero una delle scene più famose e belle di Apocalypse Now. Come nella mitologia norrena, uno stormo di diavoli e demoni, in questo caso elicotteri e marines, si solleva da terra e raggiunge la meta da radere al suolo.

 

 

 

C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA (1984)

Nel momento in cui Noodles e la sua banda scambiano i bambini all’ospedale, la Gazza Ladra di Rossini guida i loro movimenti. Una delle pochissime volte in cui Leone si affida ad un autorità come Rossini e non a Morricone.

 

 

 

IL GATTOPARDO (1963)

La scena del ballo fra Claudia Cardinale e Burt Lancaster è a dir poco meravigliosa. Il ritmo di quell’intesa artistica nel salone dorato è scandito da Giuseppe Verdi e il suo Valzer brillante.

 

 

 

 

IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI (1991)

Hannibal Lecter (Hopkins) sta ascoltando un’aria di Bach, tratta dalle Variazioni Goldberg, quando due secondini si avvicinano alla sua cella per dargli un vassoio con la cena. Tutto è apparentemente calmo, ma sappiamo benissimo che la musica classica usata da Jonathan Demm ne Il silenzio degli innocenti serve a nascondere qualcos’altro: è naturalmente l’astuto piano del cannibale per fuggire.

 

 

 

SHERLOCK HOLMES: GIOCO DI OMBRE (2011)

Nel secondo episodio diretto da Guy Ritchie, si instaura maggiormente la geniale complicità del genio e l’odio fra Holmes (Downey Jr.) e il professor James Moriarty (Harris). I due astuti personaggi creati da Sir Arthur Conan Doyle, sono sempre a tanto così dall’uccidersi, o almeno da scontrarsi decisivo.
L’astuto Holmes, capisce che il suo rivale è astuto tanto quanto lui, quando fallisce nel suo intento di sventare l’attentato a Parigi e la bomba esplode lo stesso, lasciando il detective inglese sconsolato e il perfido Moriarty gongolante e soddisfatto. Il momento di tensione durante quel primo scontro, è scandito dagli istanti finali dall’opera di Mozart, Don Giovanni.

 

 

EXCALIBUR (1981)

Excalibur, film del 1981 diretto da John Boorman, il regista di Un tranquillo weekend di paura. Degna di nota è la scena della lunga cavalcata dei soldati e l’attacco sanguinario. In questo caso, i Carmina Burana di Carl Orff calzano proprio a pennello.

 

 

 

 

UP (2009)

Un gran pezzo di musica classica per uno dei film firmati Disney Pixar più belli che si potessero realizzare. Up è la storia di un povero vecchietto rimasto solo nella piccola casa dopo la morte dell’amata moglie. A scandire i primi minuti della giornata, dopo la sveglia mattutina, è il pezzo Habanera, tratto dalla Carmen di Bizet.

 

 

 

 

MGF

 

Regia di Robert Zemeckis – USA, 2024 -104′
con Tom Hanks, Robin Wright, Paul Bettany

 

 

 

 

 

ZEMECKIS È ANCORA AFFAMATO DI VITA E FIRMA UN’OPERA MALINCONICA E DOLCISSIMA SULL’ESISTENZA UMANA.

Un terreno preistorico, e la casa che sorgerà su quel terreno. Quella casa ospiterà generazioni di famiglie, dall’homo sapiens agli indigeni ai coloni, fino ad un nucleo domestico afroamericano contemporaneo. E nel salotto di quella casa scorreranno vite sempre diverse e sempre uguali, popolate da mariti, mogli, figli, nonni, nipoti.
Lo sguardo empatico di Robert Zemeckis li osserva, incastonandoli in rettangoli che scompongono e riproducono la dimensione geometrica del grande schermo, racchiudendo tutti in uno spazio che è a tratti rifugio e a tratti trappola, scrigno fatato e camera mortuaria, luogo di creazione – di arte, di progenie, di speranze – o di quieta implosione e rimpianto, in un film che è una scatola magica, un pop up book e una matrioska dell’esistenza umana.
L'”Here” and now, il qui e ora, diventa il qui e sempre, perché all’unità di luogo non corrisponde un’unità di tempo, anzi: il tempo viene frammentato, shakerato, disallineato e reso eterno nella sua ripetitività, riportando il percorso di innumerevoli famiglie che vivono in quell’unico luogo gioie e tragedie, nascite e lutti, e quel numero limitato di Giorni del Ringraziamento e Natali che scandisce il tempo, per tutti noi, all’interno del cerchio della (nostra) vita. “Il tempo vola”, ripeterà un personaggio, e in un attimo quello che sembrava infinito diventa momentaneo. E forse ci diremo: “Avrei voluto fare di più, con questi anni”
La sensazione, per lo spettatore come per i personaggi in scena, è insieme claustrofobica e familiare. Zemeckis crea la parabola struggente della vita, affrontando anche l’inevitabilità della morte che arriva improvvisa, mai come ce la saremmo aspettata. Dentro questa parabola c’è anche la summa del percorso cinematografico del regista, che si autocita infinite volte: attraverso le scatole di un trasloco marcate Allied, attraverso un Beniamino Franklin che cerca il fulmine come il Doc di Ritorno al futuro, o un pilota che rischia la vita come quello di Flight, e naturalmente attraverso la coppia centrale del film, interpretata da Tom Hanks e Robin Wright che erano il cuore tenero di Forrest Gump.
Il regista muove le sue figurine come in un diorama esistenziale per esorcizzare la paura di vivere, e soprattutto quella di morire: emblematica la scena in cui, in quella stanza che abbiamo osservato per tutto il film, non ci accorgiamo che c’è un corpo inanimato steso a terra, dentro quel rettangolo che chiamiamo vita.
Here è l’opera malinconica e dolcissima di un regista settantenne che è sempre stato affamato di vita, e che l’ha raccontata come un’avventura surreale (Ritorno al futuro), un mistero insondabile (Contact), anche una farsa legata alle nostre illusioni (La morte ti fa bella). I suoi protagonisti possono diventare cartoni animati senza colpa perché “disegnati così” (Chi ha incastrato Roger Rabbit?), fantasmi (A Christmas Carol), marionette di legno desiderose di diventare esseri umani (Pinocchio). Alcuni si perdono (Cast Away) per ritrovarsi più consapevoli, altri diventano consapevoli scoprendo Le verità nascoste. E tutti camminano su un filo teso sopra al nulla (The Walk), in equilibro tra la vita e la morte, talvolta gettandosi nel vuoto nella speranza di trovare un appoggio sicuro (Allied – Un’ombra nascosta) perché la vita è incerta, ma ricca di possibilità.

Paola Casella – MyMovies


Inchiodandoci nello stesso angolo per quasi due ore come nessuno aveva mai fatto prima, Here sembra lanciare una provocazione allo spettatore e gli chiede di non rimanere immobile mentre la vita ci scorre davanti, perché gli attori di questa storia siamo noi.


Idea folgorante e messa in scena di assoluto impatto per una storia estremamente luminosa, in grado di dialogare immediatamente con il pubblico. Struttura originale che ruota attorno ad un punto d’osservazione fisso, portandoci a riflettere sulla vita, sullo spazio e sul tempo. Un’opera poetica, armoniosa e carica di bellezza.


Recensioni
3,8/5 MYmovies
4,5/5 Ciak Magazine
4/5 Sentieri selvaggi

 

L’UTILIZZO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE IN HERE

L’uso dell’intelligenza artificiale in “Here” per ringiovanire gli attori è solo la punta dell’iceberg di un film che, pur sfruttando le potenzialità della tecnologia, non perde mai di vista la bellezza delle emozioni umane.
Con il suo ultimo progetto il regista Robert Zemeckis spinge ulteriormente i confini di ciò che è possibile sul grande schermo, utilizzando la più avanzata tecnologia per ringiovanire i suoi protagonisti, Tom Hanks e Robin Wright, grazie all’intelligenza artificiale. Un’innovazione che non solo affascina, ma riscrive le regole della narrazione cinematografica.

 

“Here” è un film che non si limita a raccontare una storia, ma offre un’esperienza visiva senza precedenti, dove il tempo si svela in tutte le sue sfumature.
L’uso dell’IA in “Here” è una vera e propria rivoluzione nel modo di raccontare una storia. La tecnologia, infatti, ha permesso di ottenere effetti di ringiovanimento (e invecchiamento) in tempo reale durante le riprese, un risultato che non sarebbe stato possibile con le tradizionali tecniche di CGI, che richiedono tempi più lunghi e costi più elevati. La compagnia Metaphysic, specializzata in trasformazioni facciali assistite dall’IA, ha sviluppato un sistema che ha consentito di “ringiovanire” e “invecchiare” i volti di Hanks e Wright, creando un effetto di continuità che, pur rimanendo fedele alla realtà, è riuscito a trasmettere l’illusione del passare degli anni in modo perfetto.

 

 

La sfida di Zemeckis era duplice: non solo utilizzare la tecnologia per ringiovanire gli attori, ma anche garantire che le loro performance rimanessero credibili e naturali. In un’intervista, Tom Hanks ha spiegato come il lavoro di preparazione fosse stato complesso. Ogni giorno, gli attori dovevano essere pronti a interpretare versioni di sé stessi in età diverse, passando dal giovane diciassettenne alla versione più adulta del personaggio, senza mai perdere la coerenza emotiva. Un lavoro che richiedeva non solo abilità attoriali, ma anche un’analisi profonda di come cambiano le persone nel tempo.

 

 

Il “de-aging” è diventato una pratica comune nell’industria cinematografica, ma “Here” si distingue per la sua cura nei dettagli. A differenza di film come “The Irishman” di Martin Scorsese, dove i movimenti del corpo degli attori non riuscivano a replicare quelli di un giovane, Zemeckis ha studiato minuziosamente anche come i personaggi si muovono nelle diverse fasi della loro vita.
“Here” non è solo un film tecnicamente straordinario, ma segna anche un punto di svolta nella relazione tra cinema e tecnologia.

 

 

L’uso dell’intelligenza artificiale nel processo di realizzazione non è solo una tendenza passeggera, ma potrebbe essere l’inizio di una nuova era cinematografica, in cui la tecnologia diventa parte integrante del processo creativo. Con l’IA, infatti, è possibile esplorare nuove frontiere narrative, come quella della manipolazione del tempo e dello spazio, senza le limitazioni delle tradizionali tecniche di produzione.

 

 

L’uso dell’IA in Hollywood sta suscitando discussioni e controversie, soprattutto riguardo alla sua capacità di sostituire o modificare il lavoro umano. I sindacati degli attori, come il SAG-AFTRA, hanno imposto delle restrizioni sull’uso dell’IA, ma ciò non ha impedito agli studi di esplorarne le potenzialità. In “Here”, Zemeckis dimostra che l’intelligenza artificiale non è un sostituto dell’arte della recitazione, ma piuttosto uno strumento che può essere utilizzato per amplificare la capacità espressiva degli attori e per raccontare storie che prima sembravano impossibili da realizzare.

Fonte: cryptohack.it

 

MGF

 

 

Regia di Ridley Scott – Gran Bretagna, USA, 2024 – 150′
con Paul Mescal, Connie Nielsen, Denzel Washington

 

 

 

 

 

SANGUE E RABBIA PER UN SEQUEL EPICO, POTENTE E A TRATTI VISIONARIO

Un film che risuona fin dal titolo. Possente, gigantesco, pensato seguendo le logiche del miglior cinema di Hollywood, tra l’enfasi e la spettacolarità. Un cinema che sta mancando, e che si sta rivolgendo solo a un pubblico distratto. Uno spettacolo, vi anticipiamo, che inizia fin dalla prima sequenza, pensata da Ridley Scott seguendo le logiche di certi kolossal del passato: Ben-Hur, Quo vadis? e pure Spartacus, con tanto di citazione. Ecco, Il Gladiatore II, nella sua turgida ricerca della maestosità e dell’epica, non è solo un grande sequel, ma è anche l’intuizione artigiana di un cinema legato al passato ma, intanto, straordinariamente proiettato verso il futuro.
Viste le premesse, non era facile né tantomeno scontato che il risultato, alla fine, superasse addirittura le aspettative. Del resto, è tutt’altro che semplice realizzare un seguito di una pellicola – che piaccia o no – leggendaria e appartenente ad un passato oggi molto lontano. Eppure, con rigore, lucidità e intuizioni narrative, Scott è riuscito a mantenere lo spirito originale de Il gladiatore (uscito venticinque anni fa), pur strutturando un film a sé stante, che ha una sua forte propensione contemporanea, quasi visionaria. E potremmo dire, senza paura di venir contraddetti, che Il Gladiatore II, data la sceneggiatura firmata da David Scarpa, è anche il titolo più politico e politicizzato del regista. E visti i tempi, in cui pochi autori hanno il coraggio di dire ciò che pensano (in un film o in un’intervista), quella di Scott è una forte dichiarazione di intenti. Sangue, sabbia, vendetta e redenzione, lungo un viaggio a tratti lisergico e spirituale. Il gladiatore II è la parafrasi anticata di un mondo, però, drammaticamente moderno. Un mondo avvilito dallo status quo, dall’ossessione per il potere, dalla guerra come habitat naturale di una classe politica rivoltante e senza scrupoli (la stessa con cui, sfortunatamente, ci troviamo a confrontarci). Per questo, la eco dello script ha i giusti riverberi, e la giusta precisione linguistica nel proporre una Roma sull’orlo del collasso.Ciò che fa la differenza ne Il Gladiatore 2, oltre al legame generazionale tra Lucio e Massimo (una sorta di passaggio, anch’esso leggibile attraverso una focalizzazione contemporanea), è infatti la traccia politica di una storia, diremmo, misurata al centimetro da Scott, che segna un parallelo lampante tra l’Impero Romano e gli Stati Uniti d’America. Il sogno di Roma, che tuona e risuona nell’indole di Lucio e poi in quello di Marco Acacio, ormai disilluso, sarà la stessa promessa tradita rispetto alla libertà del sogno americano. Ridley Scott parla di democrazia, di oppressione, di civiltà, di rivoluzione e di resistenza. E lo fa con un linguaggio cinematografico straordinariamente pop, senza lesinare appunto un’indole spettacolare che, tra combattimenti e arene, fino al cielo di Roma, è in grado di far vibrare, letteralmente, la poltrona su cui siete seduti. Con un appunto: per favore, non cercate veridicità o attinenza storica, il cinema non è pensato per essere storiograficamente accurato.

Damiano Panattoni – Redattore Movieplayer


Ridley Scott e un sequel a regola d’arte. Potente, cinematografico, ideale rispetto all’originale, per una storia dallo spirito anche politico. Una chiave di lettura che esce fuori scena dopo scena, di pari passo alla spettacolarità di un film avvicinabile alla miglior esperienza filmica possibile.


Ridley Scott fornisce del sano cinema di genere gestendo la memoria di Massimo nel modo giusto, senza eccessi di nostalgia o ansia da prestazione; concentrandosi semmai sui nuovi personaggi i quali, pur rimanendo soprattutto attanti, funzionano grazie allo sforzo del cast e a una sceneggiatura piena di dettagli tanto minuti quanto eloquenti.


Recensioni
4/5 Ciak Magazine
8/10 IGN Italia
4/5 Movieplayer

 

LE ORIGINI E L’EVOLUZIONE DEI COMBATTIMENTI TRA GLADIATORI

 

La tradizione romana dei gladiatori trasse origine dalle usanze di altre popolazioni italiche: gli etruschi secondo alcuni studiosi e i campani secondo altri. Nei primi tempi i combattimenti erano organizzati dalle famiglie ricche in occasione della morte di uno dei loro membri.

Il primo combattimento in assoluto è attestato nel 264 a. C., quando nel Foro Boario di Roma si scontrarono tre coppie di gladiatori per i riti funebri del patrizio Bruto Pera. Con il passare degli anni i combattimenti divennero sempre più popolari e gradualmente si diffusero in tutte le città dell’impero. Inoltre, da evento “privato” si trasformarono in un affare di Stato: in genere erano inseriti in celebrazioni più ampie ed erano finanziati dagli esponenti politici che intendevano guadagnare il consenso della popolazione.

 

Si diceva che per tenere buona la plebe romana fosse necessario offrirle panem et circenses, pane e spettacoli. In età imperiale (iniziata, come sappiamo, nel 27 a. C.) il ruolo dello Stato e degli imperatori nell’organizzazione dei giochi gladiatori divenne ancora più importante.
I combattimenti avevano luogo nelle arene (o anfiteatri), presenti in numerose città romane.
La più grande fu inaugurata a Roma nell’anno 80 d. C.: l’anfiteatro Flavio, il Colosseo.

 

In origine i gladiatori erano prigionieri di guerra, costretti a combattere nell’arena dietro minaccia di morte. Con il passare degli anni, però, entrarono nel novero dei lottatori anche schiavi condannati dai tribunali e uomini liberi che sceglievano volontariamente di partecipare ai combattimenti.
I gladiatori rischiavano la vita, ma se dimostravano valore erano ricompensati con il prestigio e, talvolta, con la ricchezza. Persino alcuni imperatori vollero cimentarsi nei combattimenti, in parte per spirito di avventura e in parte per acquisire popolarità, ma in genere i loro incontri erano “addomesticati” e il rischio per l’incolumità era ridotto al minimo.
Per addestrare i gladiatori esistevano apposite scuole, la più famosa delle quali aveva sede a Capua.

 

Ogni spettacolo includeva diversi combattimenti, ciascuno dei quali durava in media 10-15 minuti e terminava quando uno dei due combattenti era neutralizzato o ucciso. La sorte dello sconfitto dipendeva dall’organizzatore/finanziatore dei giochi (editor), che poteva decidere per la morte o per la salvezza, spesso seguendo gli umori della folla. L’editor esprimeva la sua decisione con un gesto, ma non è certo che per decretare la morte volgesse il pollice verso il basso, come in genere si ritiene. Il gesto esatto non è noto.
I vincitori erano ricompensati con un premio messo in palio dall’editor e con un ramo di palma. Nel caso dei prigionieri di guerra, la vittoria poteva essere ripagata anche con la liberazione.

I gladiatori erano suddivisi in varie categorie, ognuna equipaggiata con uno specifico armamento. In origine, erano classificati su base etnica: sanniti, celti, traci, ecc., ma con il passare del tempo furono definite altre categorie, non legate solo all’origine “nazionale” dei combattenti.

Reziario: armato con un tridente, un pugnale e una rete da pesca per immobilizzare l’avversario, ma privo di armature pesanti.
Mirmillone: armato con il gladio e protetto da uno scudo rettangolare, da parabraccia e schinieri.
Secutor: un mirmillone specializzato nel combattimento contro i reziari, che portava un elmo rotondo, per non offrire appigli alla rete dell’avversario.
Oplomaco: armato con lancia e gladio, protetto da uno scudo rotondo, dall’elmo, da parabraccia e da schinieri.
Esistevano anche altre categorie e in età imperiale sono attestati persino gladiatori a cavallo o su carri da guerra.

 

 

Gli spettacoli dei gladiatori raggiunsero la massima popolarità durante l’età imperiale. Il declino iniziò nel III secolo d. C. quando, a causa della crisi dell’impero, la classe politica aveva a disposizione meno fondi da destinare ai giochi. Inoltre l’avvento del cristianesimo (religione ufficiale dell’impero dall’anno 380) mise fine alle feste pagane, al cui interno si tenevano spesso gli spettacoli nelle arene, e in due occasioni, nel 399 e nel 438, gli imperatori emisero divieti di organizzare combattimenti tra gladiatori.
L’ultimo combattimento conosciuto ebbe luogo nel 439, quando l’interesse del pubblico era ormai scemato in tutto il mondo romano.

Fonte: Geopop

 

MGF

 

 

 

 

Diretto da L’Ubomír Ján Slivka

 

 

 

 

 

Come in un viaggio on the road, il film esplora l’enigmatica personalità di Andy Warhol (1928-1987), indagando i suoi legami familiari e le radici che hanno plasmato uno degli artisti più iconici del Novecento.


Attraverso interviste intime e materiali personali, il film accompagna gli spettatori in un viaggio emotivo e spirituale, esplorando le origini di Warhol e gli anni leggendari della Factory di New York. La narrazione offre una nuova prospettiva sull’artista, svelando dettagli meno noti che cattureranno l’attenzione non solo degli ammiratori di Warhol, ma anche di un pubblico più ampio.


 

LA POP ART: UN INNO AL CONSUMISMO AMERICANO

 

La Pop Art, corrente della quale Andy Warhol è uno dei maggiori esponenti, nasce negli Stati Uniti, nel corso degli anni Cinquanta.
È un periodo storico particolarmente florido: usciti dalla guerra vittoriosi, anche se con le mani sporche di sangue come mai prima di allora, l’America comincia ad arricchirsi, e la classe borghese si espande a dismisura, dando la spinta alla nascita di nuovi mercati e colmando il vuoto tra il commercio dei beni di prima necessità e quello dei beni di lusso.

 

 

Come sempre accade, quando nella storia sorge una nuova classe sociale, essa è spinta dal desiderio di trovare un segno distintivo, uno status symbol che li rappresenti inequivocabilmente.
È in questo contesto sociale che nasce la pop art.
In passato, possedere delle opere d’arte era stato unicamente appannaggio delle classi nobili; forse in un tentativo di mediare tra l’imitazione e l’originalità, la classe mercantile del Diciottesimo Secolo aveva cominciato a collezionare non solo arte, ma anche (e spesso soprattutto) reperti e curiosità da ogni parte del mondo: delle reliquie distintive, che dichiaravano senza ombra di dubbio a quale classe appartenesse il proprietario.
Ma ora, la classe media americana, cosa possedeva? La circolazione delle merci non era ancora immediata come al giorno d’oggi, né tantomeno si poteva pretendere di avere un Caravaggio appeso in salotto: entrambe le opzioni erano improponibili, e oltretutto non avrebbero avuto nulla di distintivo. E, ammettiamolo, è nella natura umana desiderare di essere ricordati e riconosciuti.

 

Entrano in gioco ora artisti come Warhol, ma anche Lichtenstein, Oldenburg e molti altri; come tutti gli artisti, avevano la capacità di allontanarsi dalla tela e guardarla da una prospettiva più distante.
Cerchiamo qualcosa che sia rappresentativo della cultura borghese americana negli anni Cinquanta? Beh, guidano utilitarie, vendono cosmetici porta a porta, tagliano il prato al sabato pomeriggio, comprano zuppa di pomodoro Campbell e hanno un debole per Marilyn Monroe.

 

 

Poca cosa, in confronto alla Cappella Sistina, si potrebbe dire.
Ma non avrebbe senso fingere di amare ciò che non ci appartiene, e la nuova classe media americana ha davanti agli occhi troppe cose belle per andarne a cercare altre, lontano lontano.
Si tratta di persone che sono cresciute con il peso della guerra, e che ora cominciano a capire che è finita; persone che hanno l’età giusta per poter cogliere al volo questa rara opportunità di benessere, con i riflessi pronti della giovinezza e quel tanto che basta di esperienza per poterne trarre frutto.

 

 

Sembrano cose triviali, di fronte alla magnificenza dell’arte del Rinascimento, ma non sempre c’è bisogno di andare a ricercare la grandezza, anzi: forse, per rialzarsi e guarire veramente c’è innanzitutto bisogno di concentrarsi sul qui ed ora, forse con qualche scandalo qui e là a rendere vivaci le chiacchierate, e con un pizzico di critica sociale a rendere più solida la consapevolezza di essere fortunati, di essere i prescelti, di essere esattamente dove si suppone che si debba essere.
Gli artisti della Pop Art hanno preso questa fortuna, questo lieto vivere dove i giorni si rincorrono pigramente l’un l’altro e ha spruzzato colore sulle pareti di queste persone, ha dato loro la rappresentazione di ciò che erano: qualcosa di mai visto prima, un’assoluta novità, gaia e colorata ma anche enfatica e appassionata.

 


La sensualità dello sguardo di Marilyn Monroe e il ritmo incalzante di una fila di barattoli di zuppa di pomodoro. Colori forti, saturi, che colpiscono l’occhio.
E qui, nello splendore iridescente di queste opere, emerge sottilmente anche una piccola critica a questo modo di vivere: tutto è ripetitivo, un giorno è uguale all’altro, nulla spezza la routine e nulla può valicare i confini dei quartieri rispettabili, le meraviglie come le tragedie sono distanti, separate dalla vita reale come da un vetro impenetrabile. E forse possiamo intravedere un piccolo pensiero, ripetitivo e costante, da non dire mai ad alta voce: “A me non può succedere”.

E chi lo sa, forse nel successo che ebbero le opere della Pop Art è riflesso un piccolo barlume della consapevolezza che si oppone a quella frase: “A tutti può succedere, anche a me”. E dunque ci aggrappiamo alla vita, alle piccole cose che la rendono degna di essere vissuta… alla possibilità di prepararci una zuppa versandola direttamente dal barattolo, se non siamo in vena di cucinare.
Che Dio benedica il detersivo in polvere, e che Andy Warhol lo immortali.

 

 

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF

 

Regia di Alessandro Genovesi – Italia, 2025 –
con Fabio De Luigi, Valentina Lodovini, Giulia Bevilacqua

 

 

 

 

 

UNA FORMULA RASSICURANTE PER IL TERZO CAPITOLO DELLA MINISAGA DEDICATA ALLA FAMIGLIA ROVELLI

Il regista-sceneggiatore milanese Alessandro Genovesi si è imposto negli ultimi quindici anni con titoli comici di richiamo, stringendo un sodalizio di ferro con Fabio De Luigi: tra i più noti “La peggior settimana della mia vita” (2011), “Soap opera” (2014) e “Ridatemi mia moglie” (2021). A questi si aggiunge il ciclo dedicato alla famiglia Rovelli: “10 giorni senza mamma” (2019) e “10 giorni con Babbo Natale” (2020). A distanza di alcuni anni Genovesi, insieme alla cordata Colorado Film, Medusa e Prime Video, ne firma un terzo episodio: “10 giorni con i suoi” (2025), coinvolgendo sempre Fabio De Luigi e Valentina Lodovini, cui si sono aggiunti Dino Abbrescia, Giulia Bevilacqua e Marcello Cesena.
La storia. La famiglia Rovelli, composta dai genitori Carlo e Giulia, dai tre figli Angelica, Tito e Bianca, si reca in Puglia per accompagnare la primogenita che si trasferisce lì per frequentare l’università e stare vicina al suo fidanzato. A ospitarli è la famiglia del ragazzo, i Paradiso…
“Tutta la saga – ha dichiarato il regista – è in qualche modo un esperimento sociale: siamo cresciuti nella realtà in parallelo ai personaggi di finzione, la famiglia Rovelli. In questo nuovo film si affrontano tematiche diverse, complesse, sulla separazione dai figli che crescono e iniziano la loro vita ‘adulta’, sulla coppia che affronta cambiamenti e nuovi movimenti”. “10 giorni con i suoi” corre agile sul binario della commedia semplice, che omaggia i modelli hollywoodiani alla “Ti presento i miei” (2000) ma anche i riusciti campioni di incasso italiani come “Benvenuti al Sud” (2010) o il francese “Giù al Nord” (2008). Al centro del racconto troviamo genitori che da un lato vedono i figli uscire dal nido per inseguire i propri sogni, e dall’altro sono richiamati a nuove responsabilità per gravidanze inattese. Questi temi, sulla carta densi e stratificati, vengono però diluiti in una narrazione a caccia più di risate che di riflessioni. La regia di Genovesi è al servizio di un copione brillante dall’andamento fin troppo prevedibile, ben sorretto comunque da attori dalla comicità rodata.
“10 giorni con i suoi” è un titolo d’evasione senza troppe pretese, che punta a unire grandi e piccoli con una comicità frizzante, accessibile, non volgare. Qua e là qualche inciampo gratuito o banalità, ma comunque un film consigliabile, semplice e divertente.
Questa saga ha inoltre il pregio di non risultare mai troppo lontana dalla realtà (fatta eccezione qui per il prete interpretato da Marcello Cesena in modo delirante) e di suscitare empatia anche nel pubblico che ne ha confermato il successo nel tempo. E questa nuova puntata non sarà da meno delle precedenti.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amicizia, Amore-Sentimenti, Bambini, Famiglia, Società, Amore, Figli-Genitori


Storie di famiglia e portate avanti con garbo, fra comicità fisica, in cui è maestro il protagonista Fabio De Luigi, e qualche incursione in temi in cui tutti possiamo identificarci come i figli che crescono troppo presto, l’amore che dopo anni rischia di trasformarsi e in generale la composita lotta quotidiana per mantenere attiva e vivace un nucleo familiare.


10 giorni con i suoi è una commedia piacevole e leggera, in grado di offrire un intrattenimento genuino con una trama piuttosto semplice. La bellezza del film risiede nelle performance degli attori (resta sempre molto fluida la chimica tra Fabio De Luigi e Valentina Lodovini) e nei momenti comici che si intrecciano con alcune situazioni più delicate ed emozionanti.


Recensioni
3,5/5 Coming Soon
3,5/5 Ciak Magazine
3/5 Movieplayer

 

L’EVOLUZIONE DELLA FAMIGLIA ROVELLI

DIECI GIORNI SENZA MAMMA

 

Carlo lavora da quindici anni nella stessa azienda e il suo lavoro lo ha tenuto lontano dalla famiglia. Quando la sua vita sembra essersi stabilizzata, un giovane ambizioso vuole prendere il suo posto in ufficio. Intanto la moglie decide di partire per una vacanza a Cuba. Carlo quindi non dovrà solo cercare di mantenersi il lavoro ma dovrà anche badare ai propri figli.
Sebbene alcune vicende siano esilaranti, dietro si nasconde la forte malinconia di un padre che ha trascurato i propri figli e che non comprende a pieno il ruolo di una madre full time: Valentina Lodovini interpreta un ruolo femminile dal sapore finalmente contemporaneo. Non tutto però risulta essere armonico e alcune scene sono al limite dell’assurdo. Ma il film ha comunque il pregio di mettere in discussione il tradizionale ritratto dei ruoli di mamma e papà.

 

DIECI GIORNI CON BABBO NATALE

 

Carlo e Giulia Rovelli sono ai ferri corti: lui ha lasciato il lavoro e non ne può più di dedicarsi per quasi due anni ai tre figli Camilla, Tito e Bianca, lei sta facendo carriera e “a casa non c’è mai”.
Il Natale è in arrivo, e mentre Carlo spera nel buon esito di un colloquio per tornare a fare il suo mestiere, Giulia riceve un’offerta che sarà difficile rifiutare: l’incarico dei suoi sogni non a Roma, dove abitano i Rovelli, ma a Stoccolma. E l’incontro decisivo con la dirigenza è fissato per la vigilia di Natale. Considerato anche l’allontanamento progressivo dei loro figli – Camilla l’ecologista in crisi adolescenziale, Tito attratto dalla destra neonazista – Carlo decide di riesumare il camper con cui lui e Giulia hanno viaggiato da giovani per trasformare la trasferta della moglie a Stoccolma in una gita di famiglia. E lungo la via i Rovelli raccoglieranno anche l’ospite più inatteso: un tipo strano che sostiene di essere Babbo Natale.

 

 

DIECI GIORNI CON I SUOI

 

Carlo e Giulia Rovelli si preparano a partire verso il Salento dove la figlia maggiore Camilla, ora diciottenne, vuole trasferirsi per studiare all’università. Ma poiché il progetto di Camilla è anche quello di andare a vivere con il fidanzatino pugliese Antonio, Carlo è contrariato, e l’incontro con quelli che potrebbero diventare i futuri suoceri è a rischio. Anche Tito e Bianca, gli altri figli di Carlo e Giulia, viaggiano con la famiglia: il primo, adolescente imbottito di pregiudizi contro il Sud, combinerà una serie di guai, mentre la piccola di casa farà amicizia con Mario, il fratellino di Antonio. Ma a combinare più guai di tutti sarà Carlo, comportandosi come un elefante nella cristalleria in casa dei “suoi”. Si aggiunga che Giulia ha appena scoperto di essere di nuovo incinta: a 45 anni suonati, e proprio quando gli altri figli cominciano a diventare grandi, lei e il marito dovrebbero ricominciare tutto da capo, e non sono sicuri di essere pronti. Valentina Lodovini è sempre la più credibile ed efficace nei panni di Giulia, Fabio De Luigi sforna battute e i tre ragazzi, interpretati dagli stessi attori che abbiamo visto via via crescere (Angelica Elli, Matteo Castellucci e Bianca Usai), ricoprono bene il loro ruolo. Niente di nuovo sotto il sole, ma una formula rassicurante.

 

MGF