
Regia di Emmanuel Courcol – Francia, 2024 -103′
con Benjamin Lavernhe, Pierre Lottin, Sarah Suco
DUE FRATELLI DIVISI DALLA VITA SCOPRONO L’ESISTENZA L’UNO DELL’ALTRO E IMPARANO A VOLERSI BENE ATTRAVERSO LA MUSICA.
Presentato al Festival di Cannes 2024 e alla 19ª Festa del cinema di Roma (2024), “L’orchestra stonata” (“En Fanfare”) è il terzo lungometraggio del regista e attore francese Emmanuel Courcol. Nel 2020 con “Un triomphe” il regista aveva raccontato la sofferenza, e il riscatto, di un attore caduto in disgrazia che si trova a mettere in scena uno spettacolo in prigione, storia vera che ha trovato la sua trasposizione in italiano in “Grazie ragazzi”, diretto da Riccardo Milani e interpretato da Antonio Albanese. Courcol usa di nuovo un’espressione artistica, in questo caso la musica, per raccontare una storia di rapporti personali che vira sul sociale, intrecciando legami familiari, lavoro, opportunità e destino.
La storia. Il quarantenne Thibaut è un celebre direttore d’orchestra che un brutto giorno scopre di essere malato di leucemia. Facendo indagini sulla compatibilità dei familiari scopre di essere stato adottato e di avere un fratello di sangue, Jimmy, operatore di una mensa sociale che vive in provincia e suona il trombone nella banda comunale. Non potrebbero essere più diversi: il direttore è colto e raffinato, un filo saccente, Jimmy è scontroso, istintivo e orgoglioso, ma entrambi amano la musica. Dopo un iniziale, comprensibile, sbandamento emotivo – Thibaut si sente tradito dalla sua famiglia che gli ha nascosto l’adozione e Jimmy guarda con indifferenza, se non con astio, il fratello ritrovato, che nella lotteria delle adozioni sembra aver estratto il biglietto vincente – i due trovano un accordo: dopo il trapianto di midollo ognuno andrà per la sua trada. Tuttavia, superata l’emergenza, Thibaut, sentendosi immeritatamente favorito dalla sorte, vuole riparare all’ingiustizia e aiuta il fratello spronandolo ad esprimere il proprio talento musicale (scopre con immenso stupore, e un pizzico d’invidia, che Jimmy è dotato dell’orecchio assoluto) e lo convince ad accettare la direzione della banda musicale di cui fa parte, dandogli anche alcune lezioni.
Tra brani classici, jazz e marce, confessioni e rimpianti, alti e bassi, il rapporto tra i due fratelli cresce, ma il destino, ancora una volta, si mette in mezzo e spariglia le carte: a Jimmy non resta che regalare a Thibaut una travolgente e corale esecuzione del “Bolero” di Ravel.
A dispetto del titolo (italiano) “L’orchestra stonata”, Courcol ha diretto un’opera ben accordata, che alterna sapientemente dramma e commedia, in una scrittura misurata, empatica ed essenziale, pudica nel raccontare la malattia di Thibaut e l’infanzia difficile di Jimmy. Ed è il suo pregio, ma per certi versi anche il limite: molte piste aperte – c’è la crisi di un’azienda con la lotta degli operai per non perdere il lavoro – avrebbero meritato un maggiore approfondimento, ma sono proprio queste “divagazioni sul tema” a tenere il film lontano dal “già visto”, dalla lacrima facile, ma, attenzione, non dalla commozione. La perfetta interpretazione di Benjamin Lavernhe (Thibaut) e Pierre Lottin (Jimmy) fa il resto. “L’orchestra stonata” è una garbata commedia a vocazione popolare, nel senso più nobile del termine.
Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana
Tematiche: Amore-Sentimenti, Arte, Disabilità, Educazione, Famiglia – fratelli sorelle, Famiglia – genitori figli, Malattia, Musica, Solidarietà-Amore
L’amore per la musica a fungere efficacemente da cerniera, in un mosaico di brani che vanno da Ravel ad Aznavour passando per il jazz, e un discorso sul rapporto tra scelta e casualità (anche crudele) dell’esistenza che, evitando enfasi e pietismi, ha il coraggio di imboccare le vie meno facili e consolatorie.
…il grande cinema popolare, quello sorridente e commovente insieme, che arriva al pubblico senza essere melenso o troppo retorico. ‘En fanfare’ (così in originale) tiene insieme generi diversi e mette al centro la musica come insostituibile punto d’incontro/scontro tra due fratelli
Recensioni
3,7/5 MYmovies
3,5/5 Movieplayer
3,6/5 Sentieri selvaggi
LA MUSICA CLASSICA INCONTRA IL CINEMA
2001: ODISSEA NELLO SPAZIO (1968)
Al primo posto non può che esserci il capolavoro fantascientifico di Stanley Kubrick. Anno 1968, il regista del Bronx rivoluziona il genere. Sul bel Danubio blu di Johann Strauss accompagna la navicella alla stazione spaziale dove il dottor Floyd prenderà la coincidenza per la luna. Also sprach Zarathustra di Richard Strauss apre e chiude l’opera e inframezza di tanto in tanto quando c’è il colpo di genio.
APOCALYPSE NOW (1979)
Non c’è niente di meglio di Wagner per un attacco aereo nella giungla vietnamita. Con la Cavalcata delle Valchirie, Francis Ford Coppola regala al mondo intero una delle scene più famose e belle di Apocalypse Now. Come nella mitologia norrena, uno stormo di diavoli e demoni, in questo caso elicotteri e marines, si solleva da terra e raggiunge la meta da radere al suolo.
C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA (1984)
Nel momento in cui Noodles e la sua banda scambiano i bambini all’ospedale, la Gazza Ladra di Rossini guida i loro movimenti. Una delle pochissime volte in cui Leone si affida ad un autorità come Rossini e non a Morricone.
IL GATTOPARDO (1963)
La scena del ballo fra Claudia Cardinale e Burt Lancaster è a dir poco meravigliosa. Il ritmo di quell’intesa artistica nel salone dorato è scandito da Giuseppe Verdi e il suo Valzer brillante.
IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI (1991)
Hannibal Lecter (Hopkins) sta ascoltando un’aria di Bach, tratta dalle Variazioni Goldberg, quando due secondini si avvicinano alla sua cella per dargli un vassoio con la cena. Tutto è apparentemente calmo, ma sappiamo benissimo che la musica classica usata da Jonathan Demm ne Il silenzio degli innocenti serve a nascondere qualcos’altro: è naturalmente l’astuto piano del cannibale per fuggire.
SHERLOCK HOLMES: GIOCO DI OMBRE (2011)
Nel secondo episodio diretto da Guy Ritchie, si instaura maggiormente la geniale complicità del genio e l’odio fra Holmes (Downey Jr.) e il professor James Moriarty (Harris). I due astuti personaggi creati da Sir Arthur Conan Doyle, sono sempre a tanto così dall’uccidersi, o almeno da scontrarsi decisivo.
L’astuto Holmes, capisce che il suo rivale è astuto tanto quanto lui, quando fallisce nel suo intento di sventare l’attentato a Parigi e la bomba esplode lo stesso, lasciando il detective inglese sconsolato e il perfido Moriarty gongolante e soddisfatto. Il momento di tensione durante quel primo scontro, è scandito dagli istanti finali dall’opera di Mozart, Don Giovanni.
EXCALIBUR (1981)
Excalibur, film del 1981 diretto da John Boorman, il regista di Un tranquillo weekend di paura. Degna di nota è la scena della lunga cavalcata dei soldati e l’attacco sanguinario. In questo caso, i Carmina Burana di Carl Orff calzano proprio a pennello.
UP (2009)
Un gran pezzo di musica classica per uno dei film firmati Disney Pixar più belli che si potessero realizzare. Up è la storia di un povero vecchietto rimasto solo nella piccola casa dopo la morte dell’amata moglie. A scandire i primi minuti della giornata, dopo la sveglia mattutina, è il pezzo Habanera, tratto dalla Carmen di Bizet.
MGF

L’uso dell’intelligenza artificiale in “Here” per ringiovanire gli attori è solo la punta dell’iceberg di un film che, pur sfruttando le potenzialità della tecnologia, non perde mai di vista la bellezza delle emozioni umane.
“Here” è un film che non si limita a raccontare una storia, ma offre un’esperienza visiva senza precedenti, dove il tempo si svela in tutte le sue sfumature.
La sfida di Zemeckis era duplice: non solo utilizzare la tecnologia per ringiovanire gli attori, ma anche garantire che le loro performance rimanessero credibili e naturali. In un’intervista, Tom Hanks ha spiegato come il lavoro di preparazione fosse stato complesso. Ogni giorno, gli attori dovevano essere pronti a interpretare versioni di sé stessi in età diverse, passando dal giovane diciassettenne alla versione più adulta del personaggio, senza mai perdere la coerenza emotiva. Un lavoro che richiedeva non solo abilità attoriali, ma anche un’analisi profonda di come cambiano le persone nel tempo.
Il “de-aging” è diventato una pratica comune nell’industria cinematografica, ma “Here” si distingue per la sua cura nei dettagli. A differenza di film come “The Irishman” di Martin Scorsese, dove i movimenti del corpo degli attori non riuscivano a replicare quelli di un giovane, Zemeckis ha studiato minuziosamente anche come i personaggi si muovono nelle diverse fasi della loro vita.
L’uso dell’intelligenza artificiale nel processo di realizzazione non è solo una tendenza passeggera, ma potrebbe essere l’inizio di una nuova era cinematografica, in cui la tecnologia diventa parte integrante del processo creativo. Con l’IA, infatti, è possibile esplorare nuove frontiere narrative, come quella della manipolazione del tempo e dello spazio, senza le limitazioni delle tradizionali tecniche di produzione.

Il primo combattimento in assoluto è attestato nel 264 a. C., quando nel Foro Boario di Roma si scontrarono tre coppie di gladiatori per i riti funebri del patrizio Bruto Pera. Con il passare degli anni i combattimenti divennero sempre più popolari e gradualmente si diffusero in tutte le città dell’impero. Inoltre, da evento “privato” si trasformarono in un affare di Stato: in genere erano inseriti in celebrazioni più ampie ed erano finanziati dagli esponenti politici che intendevano guadagnare il consenso della popolazione.
In origine i gladiatori erano prigionieri di guerra, costretti a combattere nell’arena dietro minaccia di morte. Con il passare degli anni, però, entrarono nel novero dei lottatori anche schiavi condannati dai tribunali e uomini liberi che sceglievano volontariamente di partecipare ai combattimenti.
Ogni spettacolo includeva diversi combattimenti, ciascuno dei quali durava in media 10-15 minuti e terminava quando uno dei due combattenti era neutralizzato o ucciso. La sorte dello sconfitto dipendeva dall’organizzatore/finanziatore dei giochi (editor), che poteva decidere per la morte o per la salvezza, spesso seguendo gli umori della folla. L’editor esprimeva la sua decisione con un gesto, ma non è certo che per decretare la morte volgesse il pollice verso il basso, come in genere si ritiene. Il gesto esatto non è noto.

La Pop Art, corrente della quale Andy Warhol è uno dei maggiori esponenti, nasce negli Stati Uniti, nel corso degli anni Cinquanta.
Come sempre accade, quando nella storia sorge una nuova classe sociale, essa è spinta dal desiderio di trovare un segno distintivo, uno status symbol che li rappresenti inequivocabilmente.
Entrano in gioco ora artisti come Warhol, ma anche Lichtenstein, Oldenburg e molti altri; come tutti gli artisti, avevano la capacità di allontanarsi dalla tela e guardarla da una prospettiva più distante.
Poca cosa, in confronto alla Cappella Sistina, si potrebbe dire.
Sembrano cose triviali, di fronte alla magnificenza dell’arte del Rinascimento, ma non sempre c’è bisogno di andare a ricercare la grandezza, anzi: forse, per rialzarsi e guarire veramente c’è innanzitutto bisogno di concentrarsi sul qui ed ora, forse con qualche scandalo qui e là a rendere vivaci le chiacchierate, e con un pizzico di critica sociale a rendere più solida la consapevolezza di essere fortunati, di essere i prescelti, di essere esattamente dove si suppone che si debba essere.
E chi lo sa, forse nel successo che ebbero le opere della Pop Art è riflesso un piccolo barlume della consapevolezza che si oppone a quella frase: “A tutti può succedere, anche a me”. E dunque ci aggrappiamo alla vita, alle piccole cose che la rendono degna di essere vissuta… alla possibilità di prepararci una zuppa versandola direttamente dal barattolo, se non siamo in vena di cucinare.

Carlo lavora da quindici anni nella stessa azienda e il suo lavoro lo ha tenuto lontano dalla famiglia. Quando la sua vita sembra essersi stabilizzata, un giovane ambizioso vuole prendere il suo posto in ufficio. Intanto la moglie decide di partire per una vacanza a Cuba. Carlo quindi non dovrà solo cercare di mantenersi il lavoro ma dovrà anche badare ai propri figli.
Carlo e Giulia Rovelli sono ai ferri corti: lui ha lasciato il lavoro e non ne può più di dedicarsi per quasi due anni ai tre figli Camilla, Tito e Bianca, lei sta facendo carriera e “a casa non c’è mai”.
Carlo e Giulia Rovelli si preparano a partire verso il Salento dove la figlia maggiore Camilla, ora diciottenne, vuole trasferirsi per studiare all’università. Ma poiché il progetto di Camilla è anche quello di andare a vivere con il fidanzatino pugliese Antonio, Carlo è contrariato, e l’incontro con quelli che potrebbero diventare i futuri suoceri è a rischio. Anche Tito e Bianca, gli altri figli di Carlo e Giulia, viaggiano con la famiglia: il primo, adolescente imbottito di pregiudizi contro il Sud, combinerà una serie di guai, mentre la piccola di casa farà amicizia con Mario, il fratellino di Antonio. Ma a combinare più guai di tutti sarà Carlo, comportandosi come un elefante nella cristalleria in casa dei “suoi”. Si aggiunga che Giulia ha appena scoperto di essere di nuovo incinta: a 45 anni suonati, e proprio quando gli altri figli cominciano a diventare grandi, lei e il marito dovrebbero ricominciare tutto da capo, e non sono sicuri di essere pronti. Valentina Lodovini è sempre la più credibile ed efficace nei panni di Giulia, Fabio De Luigi sforna battute e i tre ragazzi, interpretati dagli stessi attori che abbiamo visto via via crescere (Angelica Elli, Matteo Castellucci e Bianca Usai), ricoprono bene il loro ruolo. Niente di nuovo sotto il sole, ma una formula rassicurante.