Regia di Ferzan Ozpetek – Italia, 2024 -135′
con Luisa Ranieri, Jasmine Trinca, Stefano Accorsi

 

 

 

 

QUELLO CHE CI ASPETTIAMO DAL MIGLIOR OZPETEK, QUELLO CHE AMA LE DONNE E CHE RAPPRESENTA L’UMANITÀ.

Mariangela Melato, Virna Lisi, Monica Vitti. A loro è dedicato “Diamanti” di Ferzan Ozpetek. In verità la dedica potrebbe essere allargata a Franca Valeri, Claudia Cardinale, Bette Davis, Gloria Swanson e in generale tutte le dive del cinema di ieri e di oggi. Nel suo ultimo film Ozpetek ha coinvolto diciotto interpreti con capofila Luisa Ranieri e Jasmine Trinca. Un copione che, oltre a rendere omaggio al mondo del cinema, del teatro e dell’arte in generale, compreso il genio di couturier di moda e di storici laboratori sartoriali, è un inno alla forza, alla resilienza e alla solidarietà femminile. Un film raffinato, avvolgente e vibrante, che tratteggia il valore del “Noi” e il desiderio di riscatto nonostante le fatiche, le fratture della vita.
È un film che onora la storia del cinema e del teatro, grandi dive e importanti autori, come Luchino Visconti, Franco Zeffirelli o Federico Fellini. Ricorrono poi le citazioni anche alla Hollywood classica tra cui “Eva contro Eva” (1950) di Joseph L. Mankiewicz e “Viale del tramonto” (1950) di Billy Wilder. “Diamanti” è come una stoffa dai ricami preziosi intessuta della storia del cinema e del teatro, ma anche dei ricordi personali di Ozpetek, del suo periodo formativo da aiutoregista negli anni ’70-’80 e delle sue incursioni nei laboratori della sartoria Tirelli. Vero perno del racconto però è lo sguardo sull’universo femminile.
Il regista compone un elegante mosaico di donne, forti e fragili, ferite e resilienti, tenaci e solidali, capaci di realizzare grandi imprese. Il suo desiderio è quello di raccontare storie tra schermo e realtà, ispirazionali, donne che sanno sempre rialzarsi dopo una caduta e fare fronte comune.
Ozpetek firma un film riuscito e potente, in pieno equilibrio tra forma e contenuto. Il suo quindicesimo lungometraggio è un viaggio nella memoria del cinema, ma anche un diario personale dove tornano volti, ricordi e miti di cui il regista si è circondato nel corso della sua carriera. “Diamanti” si apre con un incipit “insolito” e piacevolmente sorprendente, l’incontro vero dell’autore con le sue interpreti attorno a un tavolo imbandito di cibo – cucinato da Mara Venier – per la lettura del copione, per passare poi alla dimensione della finzione, alla storia del laboratorio Canova. È il racconto di una grande famiglia al femminile, dove la fatica si divide equamente tra proprietarie e lavoranti, che si adoperano perché le creazioni dei grandi costumisti del tempo prendano vita.
Il film seduce dunque molto, dal punto di vista visivo-formale, per il racconto puntuale del lavoro in sartoria tra tintura di stoffe, lavorio di macchine da cucire, rammendi e scelta di materiali.
“Diamanti” però non è solo puro piacere estetico. Ozpetek è attento a costruire una narrazione credibile e coinvolgente, che poggia sulle vicende del laboratorio e sulle microstorie delle protagoniste, tutti tasselli che convergono in un mosaico armonioso e raffinato. Il film esalta la dimensione femminile, il grande guadagno delle donne in ambito familiare, lavorativo e sociale, non sempre valorizzate o supportate da una presenza maschile adeguata. In questo Ozpetek è un po’ “partigiano”: nell’omaggiare le donne, i ritratti maschili sbiadiscono o abitano tonalità buie, problematiche (ad eccezione dei personaggi di Luca Barbarossa ed Edoardo Purgatori). Nell’insieme, “Diamanti” si presenta come un ottimo film, direzionato a un pubblico vasto, di certo adulto, un luminoso e dolente racconto corale dove emerge forte un’idea di solidarietà, un inno alle donne, cui maschile, società e istituzioni dovrebbero garantire più attenzione e rispetto.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana


L’intensa carica emozionale tipica del cinema di Ozpetek qui è veicolata da un gruppo di attrici in evidente stato di grazia, l’ambientazione risulta seducente e questa bolla sospesa che profuma di arte e artigianato, passione per il bello e per il proprio lavoro, riesce a coinvolgere.


Diamanti è la miglior prova di Ferzan Özpetek degli ultimi anni. È un’opera che si rivolge al pubblico senza pretesa di didascalismo alcuno, con gentilezza e allusività, ironia profondità.


RECENSIONI
3,2/5 MYmovies
2,5/5 Movieplayer
3/5 Comingsoon

 

LE GRANDI DIVE DEL CINEMA ITALIANO

 

Sono state moltissime le dive della storia del cinema italiano capaci di donare grandissimo prestigio allo stile italiano, e di esportarlo in giro per il mondo. È anche grazie a loro che l’italianità è diventata un valore invidiato e riconoscibile da tutti.
I nomi che si potrebbero fare sono davvero tanti, ma tra tutte le gloriose attrici della nostra tradizione ce ne sono alcune che è impossibile non citare, perché particolarmente rappresentative di un tratto, di un atteggiamento, di una tendenza.

 

 

La prima fra tutte è, senza dubbio, Sophia Loren: la diva italiana per eccellenza, il primo nome femminile che viene in mente un po’ ovunque quando si nomina il cinema italiano. La sua italianità prorompente, unita a una fisicità sensuale e mediterranea, oltre a un carisma non comune nelle interpretazioni, hanno fatto della Loren un simbolo trasversale e indistruttibile, che ha resistito al passare del tempo e la cui fama non accenna a scemare ancora oggi.
Non solo una sex symbol dotata di un erotismo travolgente e irresistibile, ma anche un’attrice amatissima carica di mistero ed eleganza, le cui origini popolari, sue e dei suoi personaggi, si fondono sul grande schermo a una sofferenza e a un vissuto intensi e vibranti.

 

 

 

 

Se la Loren rimase tuttavia più legata alle proprie origini italiane e insistette sul proficuo sodalizio con Marcello Mastroianni e Vittorio De Sica, vero asse portante della sua carriera, l’eleganza di Gina Lollobrigida e la sua bellezza, meno ruspante ma altrettanto folgorante, la resero un’attrice assai richiesta in svariati blockbuster del suo tempo, come ad esempio grosse produzioni hollywoodiane o film più o meno esotici.

 

 

 

 

Degna di essere affiancata al binomio Loren-Lollobrigida è naturalmente Claudia Cardinale, che di diverso dalle prime due ha anzitutto l’origine, nel suo caso non laziale: nata in Tunisia da genitori di origine siciliana, la protagonista di ‘8 ½’ e ‘C’era una volta in America’ si impose grazie a un’eleganza sicuramente diversa, non meno mediterranea e curvilinea nell’aspetto, ma assai più esotica ed eterea.
Ritenuta a suo tempo una delle donne più belle del pianeta, la Cardinale, dotata di un sguardo magnetico e di una pelle ambrata difficili da replicare, ha saputo incarnare sensibilità femminili differenti mantenendo sempre altissimi livelli di stile e di passionalità della propria recitazione. Musa di registi come Leone, Fellini, Visconti e Bolognini, la vitale, carismatica tenerezza dei suoi tanti ruoli memorabili la rendono un’icona ancora oggi attualissima, come testimonia il meraviglioso manifesto in rosso che le ha di recente dedicato la 70esima edizione del Festival di Cannes.

 

 

 

Diversa dalla Cardinale, ma molto simile a lei per svariati aspetti, è Stefania Sandrelli: arrivata alla celebrità come lolita nei film di Pietro Germi ‘Divorzio all’italiana’ e ‘Sedotta e abbandonata’, l’attrice viareggina ha saputo in seguito attraversare i decenni rimanendo sempre sulla cresta dell’onda.

 

 

 

 

Non si può non citare, infine, il talento talvolta a torto dimenticato di Monica Vitti, figura tormentata del cinema di Michelangelo Antonioni e di tanta commedia popolare graffiante e intelligente. Un’eleganza concretissima e carnale, la sua, ma dotata di un’irrequietezza e un alone indefinito di mistero che rendono ancora oggi fragili, fascinose e assolutamente indimenticabili le sue donne cinematografiche.

 

 

Fonte: A Million Steps

MGF

 

 

Regia di Clint Eastwood – USA, 2024 – 114′
con Leslie Bibb, Zoey Deutch, Nicholas Hoult

 

 

 

 

 

 

 

EASTWOOD NON SMETTE DI CERCARE LA VERITÀ, LA GUARDA IN FACCIA E DIRIGE UN’ODE AL RAGIONEVOLE DUBBIO

 

Titolo d’apertura XXVIII edizione del Tertio Millennio Film Fest, “Giurato numero 2” (“Juror #2”) è il 42° film da regista del granitico Clint Eastwood, autore statunitense di successi di rara bellezza e complessità come “Un mondo perfetto” (1993), “I ponti di Madison County” (1995), “Mystic River” (2003), “Million Dollar Baby” (2004), “Gran Torino” (2008) e “Sully” (2016). “Giurato numero 2” è un’opera come sempre che interpella la dimensione dell’umano, la coscienza individuale e collettiva, abitando la linea di confine della (im)moralità. A firmare il copione è Jonathan Abrams, protagonisti Nicholas Hoult, Toni Collette, J.K. Simmons, Chris Messina, Gabriel Basso, Zoey Deutch e Kiefer Sutherland.
La storia. Stati Uniti, oggi. Justin Kemp è un giornalista, sposato con Ally, in attesa del primo figlio. La sua vita ha ripreso una traiettoria regolare, dopo un cedimento nell’alcolismo. Justin viene sorteggiato per far parte di una giuria in un processo. Sul banco degli imputati siede James Sythe, accusato di aver percosso la compagna. Faith Killebrew ed Eric Resnick sono i due avvocati che si sfidano in aula, provando a condannare o far assolvere l’imputato. Quando Justin inizia a prendere parte alle udienze, si accorge che la sua posizione non è affatto neutrale: la dinamica dell’omicidio della donna gli ricorda un suo incidente in auto, durante una notte di pioggia. Tutto inizia ad essere pericolosamente troppo compromesso, sfumato, al punto da gettarlo in agitazione e suscitargli profondi interrogativi…
È un film che guarda con attenzione alla zona grigia, a tutto ciò che accade tra il bianco e il nero della vita quotidiana”. Così il cinque volte Premio Oscar Clint Eastwood, che all’età di 94 anni dirige un altro titolo che lascia il segno. “Giurato numero 2” è un courtroom drama, un legal thriller esistenziale, che esplora sia l’aula del tribunale sia le stanze interiori del protagonista Justin Kemp. Il giornalista, quasi genitore, si trova investito dalla responsabilità di essere un giurato integerrimo e al contempo deve contenere le tensioni dell’animo che mordono la sua coscienza, che lo incalzano a dire la verità. Lui non è estraneo, infatti, alla dinamica della morte della compagna di James; pertanto, la sua testimonianza potrebbe scagionare l’uomo. Justin vive un acceso dissidio interiore, se salvare se stesso, assicurare la felicità della propria famiglia, oppure fare la scelta giusta, accettando le conseguenze delle proprie azioni oppure omissioni.
Eastwood torna, dunque, a lavorare su interrogativi morali, mettendo il protagonista, e con lui lo spettatore, davanti a uno specchio. In questo sembra richiamare all’appello alcuni suoi personaggi iconici, in testa l’allenatore Frankie Dunn di “Million Dollar Baby” e l’ex veterano di Walt Kowalski di “Gran Torino”. Con grande padronanza della macchina narrativa, supportato da un cast di livello, Eastwood mette in scena un dramma shakespeariano tra le aule di tribunale, una tragedia greca giocata sui territori del bene e del male, posizionando sui piatti della bilancia della giustizia i valori cardine della società ma anche dell’umanità. Un film di impianto classico, teso e avvincente, che conquista per dinamica, stile e densità. Eastwood non tradisce le aspettative. Mai.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Carcere, Donna, Famiglia, Giustizia, Male, Matrimonio – coppia, Metafore del nostro tempo, Politica-Società, Violenza


Oltre il colpevole, oltre l’innocente. In mezzo, la bilancia della giustizia. Imperfetta, sconnessa, ma anche “l’unica possibile”. Clint Eastwood, novantaquattro anni suonati, torna ad esplorare la moralità umana


Grazie ad una ottima interpretazione di tutto il cast di attori, ad una eccezionale fotografia e ad una azzeccata colonna sonora, il film mantiene la tensione viva per tutta la sua durata fino al finale aperto alla immaginazione dello spettatore.


Recensioni
4/5 MYmovies
3,5/5 Movieplayer
8/10 Cinematograph

 

I MIGLIORI FILM DA REGISTA DI CLINT EASTWOOD

Clint Eastwood è uno degli attori più celebri al mondo. Una vera e propria leggenda, nata il 31 maggio del 1930. Clint Eastwood vanta più di sessant’anni di carriera dividendosi tra recitazione, regia e produzione, senza dimenticare la sua attività di compositore. Ha iniziato la sua carriera nel 1955 quando ha debuttato sul grande schermo, ma il vero successo arriva quando viene ingaggiato per recitare nella trilogia composta da: Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo. Volto di pietra del western ma anche antieroe duro e burbero tra drammi, thriller, commedie e polizieschi. Nel corso della sua vita ha vinto molti premi tra cui due Premi Oscar, sei Golden Globe e quattro David di Donatello. Emblema di una certa mascolinità americana, conservatore e per questo a volte osteggiato, bravo da regista tanto quanto da attore, il Clint Eastwood cineasta s’è fatto riconoscere per uno sguardo lucido e severo e soprattutto per le sue storie crude e scomode.
Ricordiamo alcuni tra i più iconici film che Clint Eastwood ha diretto: li avete visti tutti? Se no, correte a rimediare!

Richard Jewell (2019)
Il Corriere – The Mule (2019)
Sully (2016)
American Sniper (2014)
Invictus (2009)
Gran Torino (2008)
Changeling /2008)
Lettere da Iwo Jima (2006)
Million Dollar Baby (2004)
Mystic River (2003)
Mezzanotte nel giardino del bene e del male (1997)
I ponti di Madison County (1995)
Un mondo perfetto (1993)
Gli spietati (1992)
Bird (1988)
Gunny (1986)
Il cavaliere pallido (1985)
Coraggio… fatti ammazzare (1983)
Il texano dagli occhi di ghiaccio (1976)
Lo straniero senza nome (1973)
Brivido nella notte (1971)

Qui tutta la filmografia di Clint Eastwood:

https://www.mymovies.it/persone/clint-eastwood/5332/filmografia/

 

Per conoscere tutti i premi vinti da Clint Eastwood nella sua lunga e prolifica carriera:

https://www.mymovies.it/persone/clint-eastwood/5332/premi/

 

MGF

 

 

Regia di Patricia Font – Spagna, 2023 – 105′
con Enric Auquer, Laia Costa, Luisa Gavasa

 

 

 

 

 

 

TRA PRESENTE E PASSATO, PATRICIA FONT CI MOSTRA LA PASSIONE PER L’INSEGNAMENTO, DONANDOCI UN MESSAGGIO UNIVERSALMENTE VALIDO

“Il maestro che promise il mare” è un film di Patricia Font, tratto dalla storia vera di Antoni Benaiges (Enric Auquer) il cui innovativo metodo d’insegnamento, mutuato dal pedagogista francese Célestin Freinet, incontra non poche perplessità nel piccolo paese della provincia di Burgos, Bañuelos de Bureba, al quale viene destinato nel 1935. Gli alunni, tra i 6 e i 12 anni, sono sorpresi, le famiglie scettiche se non del tutto contrarie, soprattutto quando in uno slancio di laicità (laicismo?) stacca il crocifisso dalla parete dell’aula “perché la scuola è di tutti”. A poco a poco, però, Antoni conquista la fiducia dei suoi alunni, che si appassionano allo studio e si sentono liberi di esprimere le proprie energie, i propri talenti e anche le famiglie vedendo i risultati raggiunti dai ragazzi cominciano ad apprezzarlo. E poi il maestro fa loro una promessa: li porterà tutti a vedere il mare. Ma, nel luglio del 1936, allo scoppio della guerra civile, Antoni viene sequestrato, fucilato a Briviesca e presumibilmente sepolto nella fossa comune di La Pedraja. Questa storia vera s’intreccia, nel film, con quella di Ariana (Laia Costa), personaggio d’invenzione, discendente di uno degli allievi di Benaiges, che, attraverso i ricordi di coloro che lo hanno conosciuto, prova a ricostruire la storia nascosta dietro la promessa del maestro, salvando dall’oblio una vicenda di coraggio e passione per l’insegnamento.
Tratto dall’omonimo libro di Francesc Escribano, che ne firma anche la sceneggiatura, “Il maestro che promise il mare” si sviluppa in una continua alternanza tra passato e presente, tra storia vera e finzione. “Questa storia – sottolinea la regista – ruota attorno alla memoria, alla sua perdita e all’importanza di mantenerla”. Il film, infatti, apre uno squarcio su una pagina dolorosa della storia spagnola del secolo scorso non ancora pienamente affrontata né tantomeno risolta, un dolore che ricorda e accomuna i familiari delle vittime dei regimi totalitari in Argentina e in Brasile, i “desaparecidos”. Ed è giusto ricordare che in quegli anni anche la Chiesa cattolica è stata bersaglio di violenze e soprusi: 13 vescovi uccisi, circa 4.000 sacerdoti, 2.300 religiosi e 283 suore; senza dimenticare le oltre 100 mila vittime della dittatura franchista, instauratasi alla fine della guerra civile e durata fino al 1975. Ma il film lascia anche un messaggio di speranza: la scuola, l’educazione, l’esercizio del pensiero critico, la memoria, sono l’antidoto più potente alla violenza e a tutte le dittature. Da sottolineare l’interpretazione di Enric Auquer e dei bambini, l’intesa che si crea fra loro è qualcosa di magico e commovente.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Bambini, Educazione, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Giustizia, Libertà, Politica-Società, Scuola, Storia, Violenza


Immerso in una tonalità livida grigio blu, sviluppato su due piani temporali – quello dell’oggi con la giovane Arianna alla ricerca dei resti del bisnonno in una fossa comune del Nord della Spagna e l’esperienza di Benaiges a Bañuelos con i bambini tra il ’35 e il ’36, Il maestro che promise il mare ha la forza solare, vagamente folle ma concreta, del protagonista e un ritmo apparentemente sommesso che nello scorrere dei minuti cresce in tensione ed emozione.


Un macigno, per non dimenticare.
Un film commovente e delicato.


Il film di Font conserva la sua principale ragion d’essere nella profondità gioiosa del suo protagonista. Negli occhi luminosi di un uomo che vuole parlare del mare e non della guerra.


Recensioni
3,7/5 MyMovies
3,5/5 Movieplayer
3/5 Sentieri selvaggi

 

ANTONI BENAIGES: UNA STORIA DI CORAGGIO E MEMORIA

 

Antoni Benaiges i Nogués è stato un insegnante di spagnolo e divulgatore delle tecniche Freinet in Spagna , assassinato dai miliziani falangisti all’inizio della guerra civile spagnola.
Catalano di nascita (Montroig, Tarragona, 26 giugno 1903), nel 1934 Antoni Benaiges fu assegnato alla scuola Bañuelos de Bureba ( Burgos ), dove insegnò nelle classi primarie utilizzando il torchio tipografico e altre tecniche del pedagogo francese Célestin Freinet . Nell’estate del 1936 progettò di viaggiare con i suoi studenti per visitare per la prima volta il mare.

 

 

Ma Benaiges fu arrestato a Briviesca, Burgos, vicino a Bañuelos, pochi giorni dopo il colpo di stato che scatenò la guerra civile spagnola. È stata documentata la sua esecuzione da parte di elementi delle milizie falangiste il 25 luglio 1936 e pare che sia stato sepolto in una fossa comune nei Montes de la Pedraja.

 

 

 

 

La memoria del maestro Antonio Benaiges è stata associata e divulgata dall’aneddoto dell’intenzione di questo maestro di portare i suoi alunni, i ragazzi e le ragazze di Bañuelos, a vedere il mare. Realizzarono insieme un quaderno collettivo nel gennaio 1936 intitolato El mar. Visione di bambini che non l’hanno mai visto, in cui si potevano leggere descrizioni infantili come “Il mare sarà molto grande, molto ampio e molto profondo”, o un semplice “il mare sarà…”

 

Benaiges prometteva ai suoi studenti di portarli a Mont-Roig del Camp, a casa della sua famiglia. Il 20 luglio 1936 Bañuelos ricevette la visita delle milizie spagnole della Falange. Si recarono direttamente alla scuola e mentre alcuni ponevano domande relative agli amici del professore, altri ammucchiavano davanti all’edificio ciò che consideravano sovversivo: libri, materiale scolastico, macchine da stampa, lavori degli studenti e la collezione di quaderni, ridotti in cenere.

 

Qualcuno riuscì a salvare dal fuoco i componimenti manoscritti e nascose un paio di copie dei quaderni, ma molte famiglie si sbarazzarono delle loro copie per paura di ritorsioni. La testimonianza di quella raccolta di quaderni pubblicati presso la scuola Bañuelos de Bureba è conservata a Mont-Roig del Camp, nelle mani della famiglia Benaiges.

 

 

Nel febbraio 2010 un gruppo di parenti delle persone assassinate nei Montes de La Pedraja ha rinvenuto alcuni bossoli di proiettili e resti umani su una montagna vicino al comune di Villafranca Montes de Oca, a Burgos. Mesi dopo, in agosto, la Società Scientifica Aranzadi riesumò quella tomba e trovò i resti di 105 persone assassinate tra luglio e ottobre 1936. Nell’ottobre 2011 fu individuata una seconda tomba che, una volta riesumata, fece salire il numero delle persone assassinate a 135. Nell’agosto del 2010 un testimone disse ai piedi della tomba: “Il maestro del mio paese è sepolto qui”, ma dei 135 scheletri riesumati in entrambe le tombe, a causa delle pessime condizioni dei resti, ad oggi sono stati identificati solo 25 individui, tra i quali non è stato ritrovato Benaiges.

 

Il libro da cui il film è tratto

 

 

MGF

VAN GOGH. POETI E AMANTI
Docufilm diretto da David Bickerstaff

 

L’intelligenza acuta e la passione bruciante che alimentarono una carriera straordinaria.

 

 

 

 

Spostandosi passo dopo passo tra le sue pennellate, il regista David Bickerstaff indaga nello specifico il rapporto del pittore con la poesia e l’amore, la ricerca instancabile, l’uso rivoluzionario del colore e il suo stile unico. Prodotto con Exhibition on Screen da Phil Grabsky, che firma anche il soggetto con il regista, il film si sofferma inoltre sui veri motivi del trasferimento di Van Gogh nel sud della Francia e sugli esiti di una scelta che cambiò per sempre la sua vita.


Van Gogh. Poeti e Amanti offre l’eccezionale possibilità di visitare, grazie al cinema, la mostra della National Gallery di Londra che ha conquistato il pubblico di tutto il mondo, riscrivendo per certi versi la storia di un artista sui cui si pensava di conoscere già ogni dettaglio.

 

VAN GOGH: AMORE SU TELA

 

Van Gogh – Autoritratto 1887

Van Gogh è forse l’artista che maggiormente ha inciso sull’arte del Ventesimo secolo.
Fiumi di parole sono stati spesi su di lui, al punto che mi sembra quasi superfluo aggiungere la mia umile goccia nel mare di ammirazione, a parer mio tutta meritata, che centinaia e migliaia di storici, esperti e appassionati hanno scritto su di lui.
Ma forse è anche vero che le parole non saranno mai abbastanza per rendere compiutamente la profondità di anche una sola delle sue opere, e forse questo amore che gli stiamo tributando decenni dopo la sua scomparsa è una sorta di magra ricompensa per tutto ciò che non ricevette in vita.

 

 

 

Van Gogh – I primi passi (secondo Millet) (1890)

Battezzato con il nome di un fratello morto in fasce, condannato sin dalla nascita a portare il peso di aspettative troppo grandi per lui, Vincent Van Gogh è sempre stato un disadattato: un inetto a vivere, come lo Zeno Cosimi nato dalla penna di Italo Svevo, un outsider, uno che oggi forse definiremmo “sfigato”.
I risultati scolastici furono sempre nella norma o bassi, trovò lavoro solo grazie ai contatti di famiglia e alla pietà di alcuni parenti, ma nel suo cuore ha sempre albergato una passione così grande da cancellare ogni altra sofferenza: l’amore per l’arte, e per le piccole creature del Signore.

 

 

 

Van Gogh – Ritratto di Théo Van Gogh (1887)

In una delle sue lettere al fratello Théo, Vincent scrisse: “Il giorno in cui ti innamorerai, ti accorgerai con stupore dell’esistenza di una forza che ti spinge ad agire e sarà la forza del cuore”. E fu proprio questa forza del cuore a portarlo avanti; ma fu anche la sua condanna.
Van Gogh amava, amava con un’intensità quasi impossibile da concepire: possiamo dire che viveva d’amore, e forse se le persone intorno a lui avessero imparato ad amare quanto lui ci sarebbe riuscito. Ma la dura realtà dei fatti, il pragmatismo delle scelte a cui fu costretto, continuarono a tormentarlo, giorno dopo giorno.
Amare è soffrire, così si dice; amare è sacrificio, e Vincent, con il suo instancabile anelito alla ricerca di un amore che fosse infinito, lo sapeva bene.

 

 

 

Van Gogh – Camera da letto di Vincent ad Arles (1888)

In costante lotta con la famiglia, a volte persino con Théo, alla frenetica ricerca di qualcuno da amare, alla frenetica ricerca di qualcuno che lo amasse come lui amava gli altri, accadde l’inevitabile: Vincent scivolò inesorabilmente verso la depressione.
Molte diagnosi furono emesse per spiegare la sua condizione: schizofrenia, disturbo bipolare, saturnismo, sifilide, epilessia del lobo temporale, alcolismo… le possibilità furono vagliate tutte. Ciò che conta è che Vincent, ad un certo punto, smise di ricercare un amore grande quanto il suo.

 

 

 

 

Rimase tuttavia in grado, e questa è a mio parere la sua caratteristica più straordinaria, di vedere il bello nelle piccole cose. Cercò sempre, come sappiamo dalle sue lettere a Théo, di rallegrarsi per le vittorie quotidiane, amò come sapeva fare e sopportò fin quando gli fu possibile di amare senza poter essere ricambiato.
Noi ora ritroviamo questo suo perduto amore nelle sue tele: semplici temi, scenari che gli si ponevano davanti agli occhi un giorno dopo l’altro, pur nei suoi tratti materici e densi diventano vivi sulla tela, anche a più di centotrenta anni di distanza.

Van Gogh – Campo di grano con volo di corvi (1890)

 

I corvi volano sopra al campo di grano, la luce del sole scorre impercettibilmente sul sottile tappeto della sua stanzetta, la sua barba è percorsa da un fremito mentre il suo sguardo ci trapassa e sembra chiedere: ami?

 

 

L’amore di Vincent per l’arte combatté a lungo contro il dolore, lo sviscerò e ne trasse quanto di bello se ne poteva trarre: anche nei momenti più bui, Vincent riuscì a trovare qualcosa di buono nel mondo, ma dalle sue parole emerge con sempre maggiore frequenza la chiara realizzazione, atroce e crudele, che tutto è temporaneo, che nulla potrà mai essere eterno come lo era stato nelle vivide speranze che l’avevano accompagnato nonostante tutto.
Vincent morì il 29 luglio 1890, a causa di un colpo di pistola al ventre, autoinflitto.
La sua ultima lettera a Théo recitava: “Vorrei scriverti molte cose ma ne sento l’inutilità”. Ma le sue ultime parole furono: “Ora vorrei ritornare”.

Le tombe di Vincent e Theo nel cimitero di Auvers-sur-Oise

Amare l’arte di Vincent Van Gogh con l’intensità con cui lui ha amato durante la vita è, credo, la maniera in cui il suo ultimo desiderio prende vita: lui è qui, di nuovo tra noi, quando anche solo una minuscola parte del suo amore riesce a emergere dalla tela e toccarci il cuore.

 

Van Gogh – Il giardino del Poeta (1888)

 

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF

Regia di Payal Kapadia – Francia, India, Paesi Bassi, Italia, 2024 – 110′
con Kani Kusruti, Divya Prabha, Chhaya Kadam

 

 

 

 

Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2024.

 

UN FILM INTENSO, ELEGANTE E FORTEMENTE SENSUALE IN CUI LA REGISTA SI DIMOSTRA ECCEZIONALE NEL COGLIERE OGNI SFUMATURA

Prabha è un’infermiera nel reparto ginecologico di un caotico ospedale di Mumbai. Tramite un matrimonio combinato ha sposato senza conoscerlo un uomo che subito dopo si è trasferito in Germania, senza farsi praticamente più sentire. La donna divide un microappartamento con un’infermiera più giovane, Anu, che è innamorata di Shiaz, un ragazzo musulmano inaccettabile agli occhi della sua famiglia indù (così come lei è inaccettabile per la famiglia di Shiaz). La terza protagonista è la città di Mumbai, metropoli sovraffollata “costruita dalle mani della povera gente” e punteggiata da condomini alveari in cui ognuno ha poco spazio per sé ma coltiva grandi sogni, perché “bisogna credere nelle illusioni, altrimenti si impazzisce”. Una città che annulla le singole individualità e dove il lusso sfrenato è riservato a pochi privilegiati, così come è discriminante la società indiana che attraverso le sue regole rigide e millenarie esercita una pressione incontestabile sulle vite delle persone, soprattutto (ma non solo) quelle di sesso femminile. Opera seconda della regista indiana 38enne Payal Kapadia, racconta con immensa tenerezza la storia di due donne (anzi tre, perché c’è anche un’infermiera più anziana, Parvati, sfrattata dalla casa in cui ha vissuto per 22 anni) i cui desideri e aspirazioni si scontrano con un assetto sociale che le relega in un angolo e preclude loro soddisfazioni e sentimenti. Le due protagoniste di All We Imagine As Light affrontano però i limiti loro imposti in modo opposto: Prabha seppellisce le sue speranze in fondo al cuore, conscia che a Mumbai e dintorni “non è possibile sfuggire al proprio destino”; Anu invece cerca ogni occasione di fuga e di incontro con Shiaz, rubando attimi di gioia e leggerezza, e guadagnandosi solo per questo la nomea di sgualdrina fra le altre infermiere.
Kapadia entra a fondo nell’intimità degli spazi angusti in cui è confinata la vita di Prabha e Anu, perlustra gli spazi della città e della natura circostante, inzuppa il suo racconto di piogge monsoniche e utilizza le musiche del giovanissimo montatore e cantautore Topshe per sottolineare le differenze fra le due protagoniste, ma anche le svolte della narrazione, e verso il finale fa sfociare la storia di Prabha in una sequenza di realismo magico di rara poesia.
All We Imagine As Light è in film intenso, elegante e fortemente sensuale senza essere esplicitamente sessuale (ma l’unica scena di sesso del film è una delle più realistiche e commoventi viste nel cinema recente).
La narrazione composta di Kapati lascia perfettamente intuire il vulcano che la società indiana nasconde, e che forse avrà la potenza di sovvertirla, o forse si limiterà a regalare piccoli momenti di respiro e di rivalsa alle donne come Prahba e Anu, che non fanno nulla di male ma vogliono per sé qualcosa di meglio di quello che il mondo ha già deciso per loro.
All We Imagine As Light è la dimostrazione che nell’arte ciò che conta non è tanto il cosa quanto il come: ed è nel “come” che Kapadia si dimostra una regista eccezionale, capace di cogliere ogni sfumatura dell’universo narrato, ogni luce, ogni sguardo, ogni dettaglio, ogni piccolo spostamento dell’anima.

Paola Casella – Mymovies


All We Imagine as Light – Amore a Mumbai è delicato e intenso, per nulla scontato, non è solo un film romantico, racconta la società indiana e il mondo femminile.


All We Imagine As Light è una luce nella pioggia, una speranza nel buio, un film nella terra – e di qui il mare – di nessuno tra costrizione e anelito.


Racconto della Mumbai di oggi attraverso gli occhi di tre donne di età differenti, tutte infermiere e tutte con un rapporto incerto con gli uomini della loro vita. Spostandosi dalla città al mare, si riapproprieranno del loro destino.


Recensioni
3,3/5 MyMovies
3,5/5 Sentieri selvaggi
3,5/5 Movieplayer

 

CASTE INDIANE, SISTEMA GERARCHICO DI STRATIFICAZIONE SOCIALE

Il complesso apparato che costituisce il sistema delle caste in India è una struttura gerarchica che stabilisce e contestualizza vari livelli di stratificazione a carattere sociale, i quali si basano esclusivamente e rigidamente sull’ereditarietà della condizione relativa alla popolazione indiana. Pur essendo stata soppressa sin dal 1950, questa antichissima struttura fa ancora sentire i propri influssi nella ripartizione dei posti di lavoro, nelle delicate dinamiche politiche, nella circolazione dei beni ed ha le proprie basi su regole religiose di tipo arcaico, molto radicate a livello sociale.

 

Nella religione induista si afferma che l’anima è impegnata nel suo incessante percorso di purificazione che la vede reincarnarsi (il samsara, l’eterno ciclo di vita, morte e rinascita, spesso raffigurato come una ruota proprio a evidenziare la sua ciclicità) per raggiungere la liberazione grazie alle virtù sviluppate in ciascuna vita. Un esempio: nascere come membro di una casta di livello inferiore, in base al sistema della casta indiana, significa essere stato un peccatore nell’incarnazione precedente.
Al contrario, nascere sotto la casta indiana dei brahmani dimostra che l’anima della persona è pura e che, se saprà vivere un’esistenza onesta e integerrima, potrà ottenere il nirvana, cessando di restare intrappolata nel ciclo morte-vita-rinascita.

 

Il sistema delle caste Varna

 

La parola significa colore. Questo sistema si basa sull’antica letteratura indù e classifica gli indiani in 4 classi principali provenienti dalla società indiana vedica:
Clero o insegnanti (Brahmani)
Governanti o guerrieri (Kshatriya)
Artigiani o commercianti (Vaishyas)
Operai o servi (Shudra)

 

 

 

Villaggio Dalit di Madurai

 

I Paria o Dalit (in passato definiti «intoccabili», attualmente considerati «oppressi») sono considerati avarna, cioè al di fuori del sistema sociale e religioso delle caste induista (ed è quindi erroneo elencarla come una quinta casta), includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. I Dalit sono costituiti da vari gruppi in tutta l’Asia meridionale. Parlano una varietà di lingue e praticano varie religioni. I Dalit formano il 16,6% della popolazione indiana secondo il censimento del 2012.

 

 

 

Le persone appartenenti alle tre caste superiori ricevono un’iniziazione alla fine della pubertà. Questo rito è considerato come una seconda nascita. Gli Shudra non hanno iniziazione perché nascono una sola volta.
Come fa l’India moderna a gestire il sistema delle caste?
La costituzione stabilisce che la discriminazione contro le caste inferiori è illegale.
Dopo l’indipendenza sono state implementate diverse politiche per superare le barriere delle caste e migliorare la mobilità sociale
Queste politiche includono il sistema delle quote riservate negli impeghi pubblici per i membri delle caste più basse
Per la corretta applicazione di queste politiche i governi locali hanno moltiplicato il sistema delle caste
In questi sistemi più bassa è la condizione sociale più benefici si possono ottenere in modo che alcune caste cercano di mantenere la qualifica più bassa.

Fonte: www.consciousjourneys.com

MGF