
Regia di Jonathan Glazer – Gran Bretagna, Polonia, USA, 2023 -105′
con Christian Friedel, Sandra Hüller, Johann Karthaus
UN LABORATORIO DI ANALISI DELLA BANALITA’ DEL MALE
Rudolf Höss e famiglia vivono la loro quiete borghese in una tenuta fuori città, tra gioie e problemi quotidiani: lui va al lavoro, lei cura il giardino e i figli giocano tra loro o combinano qualche marachella. C’è un dettaglio però. Accanto a loro, separato solo da un muro, c’è il campo di concentramento di Auschwitz, di cui Rudolf è il direttore. Siamo di fronte ad un film ambizioso e collocato in un’epoca storica tristemente nota, quella degli anni ’40 e della messa in atto della Soluzione Finale da parte dei nazisti.
E’ chiaro fin da subito come non sia la ricostruzione storica a interessare il regista, bensì la messa in scena di una situazione paradossale, così estrema da trasformarsi in un laboratorio di analisi della banalità del male e della separazione tra percezione soggettiva e realtà oggettiva.
Introdotto e chiuso da alcuni minuti di solo audio – una composizione di Mica Levi che sembra rievocare il suono di urla di dolore umane – il film di Glazer sceglie di introdurci alla vita di una famiglia rivelando gradualmente il contesto generale. Con un astuto gioco di campi e controcampi e una meticolosa osservazione del profilmico, in cui ogni dettaglio dell’inquadratura assume importanza, cominciamo a intravedere cosa ci sia al di là del muro, e quindi ad associarlo alle immagini note di una delle pagine più tragiche della storia dell’umanità. Svelato il mistero, tutto assume un nuovo significato e ogni situazione quotidiana sembra una versione distorta di quanto avviene al di là del muro: non saremo più in grado, come è giusto che sia, di interpretare con il medesimo metro di giudizio quanto avviene alla famiglia Höss.
Eppure, superato lo choc della scoperta, a emergere con vigore è il ruolo simbolico della rappresentazione messa in atto da Glazer. Una volta che tra spettatore e personaggi si è creato un distacco siderale, ecco che la sceneggiatura li riavvicina, insinuando il dubbio che sia proprio la normalità di alcuni piccoli gesti e dialoghi il monito nascosto di La zona d’interesse. I discorsi sulla carriera professionale di Rudolf, il ménage famigliare o il contrasto tra la personificazione di animali e piante a scapito dell’oggettivizzazione delle vittime di Auschwitz, la costante sensazione di vivere in una bolla, nella negazione di quel che avviene al di fuori, riproduce comportamenti e vizi della nostra contemporaneità borghese.
Tendenze sempre più diffuse nella società del terzo millennio, che pongono inquietanti dilemmi etici su quale sia il possibile approdo di una graduale disaffezione dal nostro lato più umano e istintuale. Di Auschwitz ascoltiamo solo i rumori, spari e grida di dolore, ma non vediamo nulla di quel che avviene all’interno. Anche noi spettatori, complici e colpevoli, assisteremo alla rivelazione della verità – periodicamente negata e ridiscussa – solo a cose fatte, in un epilogo che apre al surreale e che dona l’esatta chiave di lettura sul film.
Ancora una volta straordinaria Sandra Hüller (Toni Erdmann) nel ruolo di Hedwig, moglie di Rudolf, così affezionata alla propria dimora da lottare strenuamente perché il marito mantenga la propria posizione professionale. Ma è la coralità di cast nel suo complesso, unita alla direzione di Glazer e alle musiche di Levi, a rendere La zona d’interesse un’opera di cui si parlerà a lungo.
Emanuele Sacchi – MyMovies
La normalità del male, raccontata con un’ironia nerissima che gioca su contrasti incredibili eppure reali, lasciando al contempo ammirati e sconcertati.
La zona d’interesse è un film che si potrebbe guardare a occhi chiusi
Glazer riesce a veicolare attraverso le immagini e i suoni, più che attraverso le parole, schegge di realtà progressivamente più taglienti che sembrano bucare in vari punti il massiccio diniego familiare, come una diga, dalle cui fessure si infiltrino poco a poco la percezione del vuoto identitario e dell’orrore.
Il film ha ottenuto 5 candidature e vinto 2 Premi Oscar, Il film è stato premiato al Festival di Cannes, 3 candidature a Golden Globes, 9 candidature e vinto 3 BAFTA, 5 candidature e vinto un premio ai European Film Awards, a National Board, 1 candidatura a Critics Choice Award, 1 candidatura a Spirit Awards
Recensioni
9/10 IGN Italia
4/5 MYMOVIES
4/5 COMINGSOON
I MIGLIORI FILM SULLA SHOAH
Schindler’s list – Steven Spielberg 1993
Il pianista – Roman Polanski 2002
La scelta di Sophie – Alan J. Pakula 1982
La vita è bella – Roberto Benigni 1997
Train de vie – Un treno per vivere – Radu Mihaleanu 1988
Il bambino con il pigiama a righe – Mark Herman 2008
Il diario di Anna Frank – George Stevens 1959
Jona che visse nella balena – Roberto Faenza 1993
Jojo Rabbit – Taika Waititi 2019
The Reader A voce alta – Bernhard Schlink 2008
Il figlio di Saul – László Nemes 2015
La signora dello zoo di Varsavia – Niki Cari 2017










COME SAPPIAMO QUANTI EBREI MORIRONO NELL’OLOCAUSTO?

Sebbene non esista in nessuna parte del mondo un elenco ufficiale di coloro che persero la vita nell’Olocausto, le stime fornite a partire dagli anni ‘40 da studiosi, agenzie governative e organizzazioni ebraiche sono concordi nel rilevare che il numero di ebrei uccisi dai nazisti sia intorno ai sei milioni.
Tali stime si basano su diversi documenti come rapporti di censimento precedenti alla seconda guerra mondiale, archivi tedeschi e di altri paesi dell’Asse, documenti dei campi di concentramento che non furono distrutti dai tedeschi, rapporti di guerra stilati da funzionari responsabili dell’attuazione della politica demografica nazista, studi demografici postbellici sulla perdita di popolazione durante la guerra e indagini postbelliche.
I tedeschi compilarono statistiche degli ebrei uccisi nel 1942 e nel 1943, ma smisero di farlo durante l’ultimo anno e mezzo di guerra. Quando si resero conto che stavano perdendo la guerra, distrussero anche molti dei registri dei campi. La loro abitudine di produrre documenti in più copie, tuttavia, consentì ai ricercatori di ricostruire stime dei numeri dei deportati in alcuni campi.
Nonostante questo, non possiamo far altro che stimare il numero reale di coloro che persero la vita, poiché non c’è modo di controllare gli elenchi tedeschi, né di tenere conto delle nascite e dei decessi avvenuti dopo la deportazione. I livelli della Sala dei nomi a Yad Vashem contengono quattro milioni di pagine di testimonianze in cui i sopravvissuti e le famiglie hanno contribuito con informazioni. Per coloro che non sono mai stati riconosciuti, però, non può esserci alcuna registrazione.
Fonte: aboutholocaust.org
MGF



“All’inizio temevo che la CG tradizionale ci avrebbe limitato. Avevamo bisogno di grazia, potenza e poesia nelle nostre immagini, e tale approccio ha fornito questo e altro ancora”, ha affermato Sanders. “Ci siamo concentrati sulla pittura di profondità, enfatizzando i dettagli impressionistici rispetto al realismo esaustivo. Questa scelta non solo mi ha affascinato per la sua bellezza, ma ha anche conferito alle scene un accresciuto senso di realismo ed emozione. Ci siamo ispirati alle rappresentazioni degli animali dei primi classici Disney come Bambi, e alle foreste suggestive dei film di Hayao Miyazaki. Sfruttando i progressi tecnologici abbiamo creato un film con uno stile di animazione assolutamente unico. Immaginate una foresta di Miyazaki portata in vita attraverso lo stile di Claude Monet”.

Nel cinema per anziani funziona tutto al contrario. Non è una definizione generica, non stiamo parlando dei film che piacciono agli anziani, ma di una categoria molto specifica e di un genere preciso: il film per anziani. Sono quelli in cui un gruppo di grandi star ormai in terza età avanzata interpretano un gruppo di amici (di solito 4 elementi) che si concede un’ultima avventura. Se il gruppo è composto di uomini sarà un’avventura tipo Una notte da leoni (ma per anziani), se il gruppo è composto da donne sarà un’avventura in stile commedia romantica (ma per anziane). Di solito non mancano: il momento in cui incontrano dei giovani e li battono a qualsiasi cosa li si possa battere, il momento in cui i parenti si preoccupano troppo, il momento in cui uno si sente male per la troppa emozione e il gran finale in cui fare quello che non hanno mai fatto. La parola chiave di questi film è “non è mai troppo tardi”.



Il D-Day, il giorno più lungo, ha segnato uno degli eventi più importanti del XX secolo, e non solo della Seconda guerra mondiale, velocizzandone il processo di conclusione con la sconfitta del nazifascismo e la liberazione dell’Europa. Lo sbarco degli Alleati sulle cinque spiagge della Normandia (Utah, Sword, Gold, Juno, Omaha), al comando del futuro presidente degli Stati Uniti, il generale Dwight Eisenhower, si svolse all’alba del 6 giugno 1944 e aprì un secondo fronte di guerra (oltre a quello orientale, dove l’Armata rossa sovietica avanzava da est). Ma un altro grande protagonista dello sbarco fu senza dubbio il generale britannico Bernard Montgomery, a capo del corpo di spedizione della 21esima armata. Il conflitto prese così una piega diversa, portando alla sconfitta della Germania nazista, costretta alla resa meno di un anno dopo.
L’INCOGNITA TEMPO
L’EFFETTO SORPRESA SUI TEDESCHI




La regista Celine Song, qui al suo esordio cinematografico dopo un’apprezzata carriera teatrale, confeziona un film di stampo semi autobiografico veramente eccezionale. Uno di quelli in cui ogni inquadratura e movimento di macchina sono funzionali ai sentimenti che raccontano. Past Lives è una profondissima riflessione sull’identità e su come questa sia legata a ciò che amiamo e ciò che ci lasciamo alle spalle. Una storia romantica in cui gli adulti si comportano come persone vere e mature (che rarità!), dove il melodramma patinato non ha spazio, al suo posto si prende ogni secondo la complessità dell’umano.