Regia di Jonathan Glazer – Gran Bretagna, Polonia, USA, 2023 -105′
con Christian Friedel, Sandra Hüller, Johann Karthaus

 

 

 

 

 

UN LABORATORIO DI ANALISI DELLA BANALITA’ DEL MALE

Rudolf Höss e famiglia vivono la loro quiete borghese in una tenuta fuori città, tra gioie e problemi quotidiani: lui va al lavoro, lei cura il giardino e i figli giocano tra loro o combinano qualche marachella. C’è un dettaglio però. Accanto a loro, separato solo da un muro, c’è il campo di concentramento di Auschwitz, di cui Rudolf è il direttore. Siamo di fronte ad un film ambizioso e collocato in un’epoca storica tristemente nota, quella degli anni ’40 e della messa in atto della Soluzione Finale da parte dei nazisti.
E’ chiaro fin da subito come non sia la ricostruzione storica a interessare il regista, bensì la messa in scena di una situazione paradossale, così estrema da trasformarsi in un laboratorio di analisi della banalità del male e della separazione tra percezione soggettiva e realtà oggettiva.
Introdotto e chiuso da alcuni minuti di solo audio – una composizione di Mica Levi che sembra rievocare il suono di urla di dolore umane – il film di Glazer sceglie di introdurci alla vita di una famiglia rivelando gradualmente il contesto generale. Con un astuto gioco di campi e controcampi e una meticolosa osservazione del profilmico, in cui ogni dettaglio dell’inquadratura assume importanza, cominciamo a intravedere cosa ci sia al di là del muro, e quindi ad associarlo alle immagini note di una delle pagine più tragiche della storia dell’umanità. Svelato il mistero, tutto assume un nuovo significato e ogni situazione quotidiana sembra una versione distorta di quanto avviene al di là del muro: non saremo più in grado, come è giusto che sia, di interpretare con il medesimo metro di giudizio quanto avviene alla famiglia Höss.
Eppure, superato lo choc della scoperta, a emergere con vigore è il ruolo simbolico della rappresentazione messa in atto da Glazer. Una volta che tra spettatore e personaggi si è creato un distacco siderale, ecco che la sceneggiatura li riavvicina, insinuando il dubbio che sia proprio la normalità di alcuni piccoli gesti e dialoghi il monito nascosto di La zona d’interesse. I discorsi sulla carriera professionale di Rudolf, il ménage famigliare o il contrasto tra la personificazione di animali e piante a scapito dell’oggettivizzazione delle vittime di Auschwitz, la costante sensazione di vivere in una bolla, nella negazione di quel che avviene al di fuori, riproduce comportamenti e vizi della nostra contemporaneità borghese.
Tendenze sempre più diffuse nella società del terzo millennio, che pongono inquietanti dilemmi etici su quale sia il possibile approdo di una graduale disaffezione dal nostro lato più umano e istintuale. Di Auschwitz ascoltiamo solo i rumori, spari e grida di dolore, ma non vediamo nulla di quel che avviene all’interno. Anche noi spettatori, complici e colpevoli, assisteremo alla rivelazione della verità – periodicamente negata e ridiscussa – solo a cose fatte, in un epilogo che apre al surreale e che dona l’esatta chiave di lettura sul film.
Ancora una volta straordinaria Sandra Hüller (Toni Erdmann) nel ruolo di Hedwig, moglie di Rudolf, così affezionata alla propria dimora da lottare strenuamente perché il marito mantenga la propria posizione professionale. Ma è la coralità di cast nel suo complesso, unita alla direzione di Glazer e alle musiche di Levi, a rendere La zona d’interesse un’opera di cui si parlerà a lungo.

Emanuele Sacchi – MyMovies


La normalità del male, raccontata con un’ironia nerissima che gioca su contrasti incredibili eppure reali, lasciando al contempo ammirati e sconcertati.


La zona d’interesse è un film che si potrebbe guardare a occhi chiusi


Glazer riesce a veicolare attraverso le immagini e i suoni, più che attraverso le parole, schegge di realtà progressivamente più taglienti che sembrano bucare in vari punti il massiccio diniego familiare, come una diga, dalle cui fessure si infiltrino poco a poco la percezione del vuoto identitario e dell’orrore.


Il film ha ottenuto 5 candidature e vinto 2 Premi Oscar, Il film è stato premiato al Festival di Cannes, 3 candidature a Golden Globes, 9 candidature e vinto 3 BAFTA, 5 candidature e vinto un premio ai European Film Awards, a National Board, 1 candidatura a Critics Choice Award, 1 candidatura a Spirit Awards

Recensioni
9/10 IGN Italia
4/5 MYMOVIES
4/5 COMINGSOON


I MIGLIORI FILM SULLA SHOAH

Schindler’s list – Steven Spielberg 1993
Il pianista – Roman Polanski 2002
La scelta di Sophie – Alan J. Pakula 1982
La vita è bella – Roberto Benigni 1997
Train de vie – Un treno per vivere – Radu Mihaleanu 1988
Il bambino con il pigiama a righe – Mark Herman 2008

Il diario di Anna Frank – George Stevens 1959
Jona che visse nella balena – Roberto Faenza 1993
Jojo Rabbit – Taika Waititi 2019
The Reader A voce alta – Bernhard Schlink 2008
Il figlio di Saul – László Nemes 2015
La signora dello zoo di Varsavia – Niki Cari 2017

                                                                                


COME SAPPIAMO QUANTI EBREI MORIRONO NELL’OLOCAUSTO?

Sebbene non esista in nessuna parte del mondo un elenco ufficiale di coloro che persero la vita nell’Olocausto, le stime fornite a partire dagli anni ‘40 da studiosi, agenzie governative e organizzazioni ebraiche sono concordi nel rilevare che il numero di ebrei uccisi dai nazisti sia intorno ai sei milioni.
Tali stime si basano su diversi documenti come rapporti di censimento precedenti alla seconda guerra mondiale, archivi tedeschi e di altri paesi dell’Asse, documenti dei campi di concentramento che non furono distrutti dai tedeschi, rapporti di guerra stilati da funzionari responsabili dell’attuazione della politica demografica nazista, studi demografici postbellici sulla perdita di popolazione durante la guerra e indagini postbelliche.
I tedeschi compilarono statistiche degli ebrei uccisi nel 1942 e nel 1943, ma smisero di farlo durante l’ultimo anno e mezzo di guerra. Quando si resero conto che stavano perdendo la guerra, distrussero anche molti dei registri dei campi. La loro abitudine di produrre documenti in più copie, tuttavia, consentì ai ricercatori di ricostruire stime dei numeri dei deportati in alcuni campi.
Nonostante questo, non possiamo far altro che stimare il numero reale di coloro che persero la vita, poiché non c’è modo di controllare gli elenchi tedeschi, né di tenere conto delle nascite e dei decessi avvenuti dopo la deportazione. I livelli della Sala dei nomi a Yad Vashem contengono quattro milioni di pagine di testimonianze in cui i sopravvissuti e le famiglie hanno contribuito con informazioni. Per coloro che non sono mai stati riconosciuti, però, non può esserci alcuna registrazione.

Fonte: aboutholocaust.org

MGF

 

 

 

 

Regia di Chris Sanders – USA, 2024 – 102′
con Lupita Nyong’o, Pedro Pascal, Bill Nighy

 

 

 

 

UNA FAVOLA SUL RAPPORTO TRA NATURA E TECNOLOGIA CON UNO STILE DI DISEGNO DIGITALE CHE GUARDA ALL’IMPRESSIONISMO

Cos’è un classico? Cosa ne definisce lo stato in quanto tale? Possiamo parlare di un film in questi termini ancor prima che la risposta del pubblico ne decreti l’eventuale immortalità? A volte sì, decisamente, quando ci troviamo davanti ad opere come Il robot selvaggio. Ed è palese il suo status, che andrà a consolidarsi nel tempo, diventando un punto di riferimento emotivo per le generazioni future. Del resto, si percepisce con tale e tanta forza l’energia che emana dal disegno, dalle animazioni, dalle personalità delle figure in scena. Chris Sanders, storico regista di Lilo & Stitch o, più di recente, I Croods, ha fatto un piccolo grande miracolo nel mettere in piedi una storia che cattura, diverte ed emoziona, che ci accoglie nel suo microcosmo facendoci sentire a casa. Come si trova a sentircisi il protagonista, Roz.
Ma cosa racconta Il robot selvaggio? È la storia, banale dirlo, di un robot, dell’unità ROZZUM 7134, abbreviato in “Roz”, che si ritrova su un’isola disabitata dopo un naufragio. Disabitata da esseri umani, ma densamente popolate di specie animali, di una fauna ricca e vivace, con la quale il protagonista dovrà imparare a convivere. Quello di Roz sarà un lavoro di comprensione e adattamento, di costruzione di una complessa rete di relazioni sociali con gli altri animali che abitano l’isola, ritrovandosi ad adottare un’ochetta rimasta orfana che lo identificherà come mamma. E il compito di un genitore è quello di educare, guidare e insegnare, ed è questo dovrà fare Roz con il piccolo pulcino, a partire dal cibarsi fino a un difficile traguardo: imparare a volare per poter migrare al momento giusto insieme ai suoi simili. E sopravvivere. Un ruolo, quello che Roz di trova a doversi caricare sulle spalle, che riesce a parlare al pubblico a 360 gradi, parlando di genitorialità e rapporto madre (o padre) e figli in modo tale da poter essere compreso sia dagli spettatori più giovani che quelli più maturi. Quello che Il robot selvaggio racconta da questo punto di vista è universale, può essere capito e percepito in maniera differente da una parte o dall’altra della barricata, da chi è figlio e guarda ai proprio genitori così come da chi è impegnato a crescere bambini e comprende in senso diverso quel legame indissolubile che si viene a creare.
Il robot selvaggio è il perfetto punto di contatto tra due mondi, la sintesi tra modernità e innovazione da una parte e tradizione umana dall’altra. Come è Roz, il suo protagonista, un personaggio che rappresenta quel conflitto presente tra tecnologia e natura così preponderante oggi, per un equilibrio che va cercato e trovato ad ogni costo. Un personaggio destinato a colpire e restare, che tutti i bambini (e non solo) vorranno avere a casa.

ANTONIO CUOMO – Movieplayer


La DreanWorks Animation ha realizzato un’opera che diverte ed emoziona, facendo riflettere su cosa voglia dire essere umani. Anche quando si è un robot.


La storia, tutto sommato, è semplice, a suo modo archetipica, ma Sanders vi inserisce frequenti slittamenti, ribilanciamenti narrativi e di senso, piccole variazioni interne che lo rendono un’opera ricca e viva.


Il robot selvaggio è un viaggio avventuroso e commovente, divertente e di una bellezza abbagliante: l’animazione, a metà tra computer grafica e disegno a mano, dona calore a ogni singolo personaggio, rendendo impossibile non empatizzare con le loro storie, che sia quella del minaccioso orso grizzly Spina o della mamma opossum Codarosa.


Il robot selvaggio è un film capace di emozionare con la sua semplicità e soprattutto di parlare a tutte e tutti. Specialmente la protagonista Roz parla agli adulti, a coloro sulle quali spalle gravano molteplici responsabilità, in primis ai genitori. Essi sono coloro che si trovano tra i piedi dei piccoli marmocchi che non sanno stare al mondo e in un battito d’ali sono pronti a lasciare il nido di casa senza che nulla possa impedirglielo. Perché così fan tutti.


RECENSIONI
4/5 MYmovies
6,5/10 IGN Italia
4,5/5 Movieplayer

 

IL ROBOT SELVAGGIO TRA LA PITTURA IMPRESSIONISTA E L’IMMAGINARIO DI MIYAZAKI

 

Il robot selvaggio è l’adattamento della DreamWorks del bestseller di Peter Brown, numero uno della classifica del The New York Times, The Wild Robot. L’indagine di Peter Brown, prima di approcciarsi alla scrittura del libro, si è rivolta alla robotica, all’intelligenza artificiale e al comportamento animale. “Facendo numerose ricerche su queste tematiche, mi sono reso conto che gli istinti animali sono molto simili ai programmi dei computer“, ha racconta l’autore. “Gli animali hanno una vasta serie di comportamenti che eseguono automaticamente. Roboticamente. È emerso che i robot e gli animali hanno molto in comune, e questa consapevolezza mi ha ispirato a scrivere e illustrare Il robot selvatico”.

 

 

Il regista Chris Sanders e il suo team sono andati oltre la trama e il racconto di Brown, impegnandosi in maniera esemplare verso i confini visivi dell’estetica e dello stile. Il risultato è magnifico ed è un mix tra l’immaginario del regista giapponese Hayao Miyazaki – tra tutti Il mio vicino Totoro – e la pittura impressionista – in primis quella di Claude Monet.

 

 

“All’inizio temevo che la CG tradizionale ci avrebbe limitato. Avevamo bisogno di grazia, potenza e poesia nelle nostre immagini, e tale approccio ha fornito questo e altro ancora”, ha affermato Sanders. “Ci siamo concentrati sulla pittura di profondità, enfatizzando i dettagli impressionistici rispetto al realismo esaustivo. Questa scelta non solo mi ha affascinato per la sua bellezza, ma ha anche conferito alle scene un accresciuto senso di realismo ed emozione. Ci siamo ispirati alle rappresentazioni degli animali dei primi classici Disney come Bambi, e alle foreste suggestive dei film di Hayao Miyazaki. Sfruttando i progressi tecnologici abbiamo creato un film con uno stile di animazione assolutamente unico. Immaginate una foresta di Miyazaki portata in vita attraverso lo stile di Claude Monet”.

 

Il design di Roz si evolve nel corso del film, riflette un po’ quella che è la crescita emotiva del personaggio. Il suo corpo robotico passa da forme pulite e nitide ad accumuli e graffi più organici dovuti al tempo e alle temperature. Da corpo estraneo diventa pian piano quasi un tutt’uno con l’ambiente che vive ed inizia ad assomigliare alla foresta stessa. Lo sviluppo di Roz ha comportato lo studio della robotica di varie aziende e l’integrazione delle tradizionali tecniche di pantomima di maestri come Buster Keaton e Charlie Chaplin.

 

 

Il robot selvaggio è l’esempio di come design, forme e ambientazioni sono strettamente connesse all’esplorazione di temi e argomenti, e dimostra come l’alta e dettagliata qualità della ricerca visiva permette una maggiore profondità emotiva della storia. Questo film ha la capacità e il dono di mostrare e ricordare ad ogni spettatore – di ogni età – che tutti gli esseri viventi sono connessi tra loro e lo sono anche con il mondo naturale che ci ospita.
Margherita Bordino

 

MGF

 

 

THELMA
Regia di Josh Margolin – USA, 2024 – 97′
con June Squibb, Fred Hechinger, Richard Roundtree

 

 

 

 

UN FEEL GOOD MOVIE DALLO HUMOUR INTELLIGENTE, CHE AFFRONTA SPUNTI SERI CON TESTARDA LEGGEREZZA.

Thelma Post ha più di novant’anni, è vedova da due, è autonoma ma non cammina più di tanto, anche perché cadere potrebbe risultarle fatale; ci sente solo grazie alle protesi acustiche e la maggior parte delle volte, quando incontra un viso noto, non saprebbe dire con certezza di chi si tratti. La tengono viva uno spirito indomito, una sana curiosità per il presente, e le attenzioni del nipote Daniel. Quando cade vittima di una truffa telefonica, però, la puntura nell’orgoglio è tale che Thelma decide di andarsi a riprendere i soldi che le sono stati rubati, facendo affidamento solo sulla sua determinazione e sullo scooter elettrico di un vecchio amico che vive all’ospizio.
«Non pensavo di vivere così a lungo» confessa Thelma a Danny, che si preoccupa per lei e la vorrebbe sempre al sicuro tra le mura di casa. Invece l’età media si è alzata e persino il cinema ha capito che non può più mandare le attrici in pensione a quarant’anni.
La terza età è una risorsa creativa e, più prosaicamente, è anche un pubblico quantitativamente importante, che merita di vedersi rappresentato sullo schermo.

L’opera prima di Josh Margolin, ispirata alla figura della vera nonna del regista (e girata nel suo vero appartamento, per le scene che lo prevedono), mette l’anziana signora al centro del racconto e costruisce attorno al suo corpo e alla sua età più che avanzata niente meno che un’action-comedy intelligente e inclusiva, che parla a pubblici generazionalmente diversi. Come un vecchia zia che ne ha viste tante, Thelma conta infatti al suo arco una frecciatina affettuosa e appuntita per chiunque ne abbia bisogno: per chi non vede la voglia di vivere dietro la difficoltà nei movimenti, ma anche per chi non accetta i propri limiti; per chi non si accorge della solitudine e dell’abbandono, ma anche per chi è iperprotettivo e paralizza giovani e anziani fornendo un’assistenza continua e non richiesta. Discorsi seri, attraversati dal film con ostinata leggerezza, tanto che la scena più terribile coincide con quella più comica in assoluto, complice un accidentale colpo di pistola.

Si scherza su tutto, dagli inseguimenti tipici dei film d’azione, che qui si svolgono a passo d’uomo nei corridoi del ricovero, alla memoria che è un lontano ricordo, alle morti terribili dei coetanei di Thelma, ai difetti che non passano e anzi con l’età peggiorano (per cui Ben può parlare per ore dei meloni della mensa), ma tutto diventa anche occasione narrativa, fonte di umorismo o di piccoli colpi di scena. L’unica cosa su cui non si scherza è l’affetto tra nonna e nipote: la novantaquattrenne June Squibb e il giovane Fred Hechinger nei panni dello spaesato Danny, sono una coppia cinematograficamente riuscita, al centro di una tenera e quotidiana missione impossibile.

Marianna Cappi – MyMovies


La scrittura brillante di Josh Margolin è fondamentale, ma Thelma non potrebbe esistere senza l’interpretazione di June Squibb. L’attrice meriterebbe una nomination all’Oscar per l’ironia, la tenacia e la dedizione con cui interpreta questa donna anziana che però è ancora affamata di vita e non vuole mollare di un centimetro.


Margolin, seguendo un’intuizione brillante, lega a doppio filo non solo due persone che si vogliono un gran bene, ma due generazioni che, ognuna a modo proprio, devono affrontare difficoltà e trasformazioni che le mettono a dura prova.


Thelma si rivela un piccolo compendio su come la vita possa sorprendere, a qualsiasi età, e davanti a ogni missione sia possibile. Utilizzando il filtro della commedia e giocando con i topoi del cinema d’azione, ne viene fuori un’opera che sa intrattenere ed emozionare, far riflettere e invitare a non dare per scontato nulla, compreso il valore del tempo da soli.


Recensioni
3,5/5  ComingSoon
3,2/5  MYmovies
3,6/5  Sentieri selvaggi

IL CINEMA PER ANZIANI: UN NUOVO GENERE CINEMATOGRAFICO

Nel cinema per anziani funziona tutto al contrario. Non è una definizione generica, non stiamo parlando dei film che piacciono agli anziani, ma di una categoria molto specifica e di un genere preciso: il film per anziani. Sono quelli in cui un gruppo di grandi star ormai in terza età avanzata interpretano un gruppo di amici (di solito 4 elementi) che si concede un’ultima avventura. Se il gruppo è composto di uomini sarà un’avventura tipo Una notte da leoni (ma per anziani), se il gruppo è composto da donne sarà un’avventura in stile commedia romantica (ma per anziane). Di solito non mancano: il momento in cui incontrano dei giovani e li battono a qualsiasi cosa li si possa battere, il momento in cui i parenti si preoccupano troppo, il momento in cui uno si sente male per la troppa emozione e il gran finale in cui fare quello che non hanno mai fatto. La parola chiave di questi film è “non è mai troppo tardi”.
Non è difficile capire come mai esista questo genere, perché gli anziani in questo momento storico sono una fetta cruciale degli spettatori cinematografici, una delle pochissime che va a vedere i film che non sono blockbuster.

 

In questi film, poi, i finali sono sempre mesti e in levare, l’eccitazione è tutta all’inizio. Come in Last Vegas in cui un gruppo di amici per andare a Las Vegas all’addio al celibato di uno di loro (di nuovo: il matrimonio) scappa da una casa di cura e dalle grinfie dei parenti. Gli amici lì sono Robert De Niro, Michael Douglas, Morgan Freeman e Kevin Kline e il meglio lo danno in quel senso di eccitazione e liberazione.
Come dice la sua definizione, il cinema per anziani è chiaramente diretto agli anziani, parla solo a loro, ha temi che interessano solo loro e contiene molto spesso scene in cui i protagonisti si mostrano foto dei nipoti a vicenda.

 

 

 

 

 

Sono per esempio l’apoteosi di questo Marigold Hotel e Marigold Hotel 2, versione britannica del genere, in cui una serie di pensionati si trasferiscono in un hotel in India. Ci sono Judi Dench, Maggie Smith, Bill Nighy e Tom Wilkinson, mentre il giovane di turno, sempre superato se non proprio guardando con paternalismo, è il proprietario dell’hotel Dev Patel. Tralasciando l’idea che un gruppo di persone nate più o meno quando l’India diventava indipendente vada lì a mostrare una certa superiorità, è chiarissimo che l’intento sia convincere il pubblico di riferimento che le cose fossero migliori una volta e che la vecchiaia non è la fine di nulla.

 

 

 

 

 

Accade anche in RED, uno dei film per anziani più estremi, in cui Bruce Willis, Morgan Freeman, John Malkovich e Helen Mirren sono terribili agenti segreti anzianotti, spietati, capaci di scene d’azione pazzesche (rigorosamente di spalle), durissimi e infallibili, chiamati a compiti importantissimi che le nuove leve chiaramente non sanno fare, perché palesemente tarate dal fatto di essere “non vecchi”.
Sono film in cui il punto di tutto è vivere l’attimo, che non hanno nessun interesse per personaggi con un futuro da costruire e nei quali ha una presenza estremamente ingombrante il passato, i ricordi, le ruggini e le questioni irrisolte che i personaggi hanno dietro di sé.

 

 

 

Fonte: Esquire.it

MGF

 

 

BIOGRAFICO/GUERRA
Regia di Oliver Parker – Gran Bretagna, USA, 2023 – 96′
con Michael Caine, Glenda Jackson, John Standing

 

 

 

 

 

Diretto da Oliver Parker – suoi “L’importanza di chiamarsi Ernest” (2002) e “Dorian Gray” (2009) –, il film ha come protagonisti due pilastri del cinema britannico, i Premi Oscar Michael Caine e Glenda Jackson, quest’ultima scomparsa dopo le riprese nel giugno del 2023. Ispirato a una storia vera, l’opera si muove su un doppio binario: la memoria della Seconda guerra mondiale, il ricordo dello sbarco in Normandia nel 1944 e il racconto di una dolcissima storia d’amore nell’ultimo tornante della vita, alla soglia dei novant’anni. La storia. Regno Unito 2014, Bernie Jordan è un veterano delle forze armate inglesi ormai novantenne. Vive con la moglie René in una residenza per anziani con assistenza medica. Bernie e René sono legati da settant’anni e il loro amore è sempre vivo, affiatato. L’uomo vorrebbe prendere parte al 70° anniversario del D-day in Normandia, ma la casa di cura non è riuscita a fare l’iscrizione per tempo. Deciso a non arrendersi, Bernie una mattina si prepara e si dirige al porto, al traghetto che lo porterà in Francia. La notizia della sua “fuga” per onorare i commilitoni caduti fa il giro dei giornali inglesi. È l’inizio per Bernie, ma anche per René, di un viaggio tra pagine di memoria e di sentimento, riavvolgendo il nastro dei ricordi tra trincee e i primi battiti di quel loro amore… È un piccolo gioiello il film di Parker, “Fuga in Normandia”, scritto dallo sceneggiatore William Ivory. Si muove in maniera dolce e dolente su due piani temporali, il 2014 e il 1944 (in flashback), toccando una molteplicità di temi. Anzitutto c’è la custodia della memoria comune, con la denuncia di tutte quelle giovani vite spezzate dalla guerra, richiamando anche il valore e il sacrificio militare. Due, in particolare, i momenti toccanti: il primo è l’incontro di Bernie con altri veterani di guerra di origini tedesche, una breve sequenza carica di pathos giocata sul dialogo e la ricerca della comprensione, riconciliazione; il secondo, è la visita di Bernie al cimitero dei caduti. Lì, davanti alle tante, troppe, lapidi bianche, giunge il vibrante il grido strozzato di Bernie, che si domanda il senso di quello spreco di vite innocenti. A questo si lega poi uno sguardo acuto e delicato sulla condizione della terza età, l’esistenza di due anziani sulla soglia dei novant’anni che si preparano a danzare l’ultimo valzer insieme, prima che il sipario cali. Un tempo intessuto di ricordi, tenerezze e confidenze, mai adombrato dalla paura della morte o del dolore, solamente dal timore del distacco dopo 70 anni trascorsi fianco a fianco. Pagine dense di grazia e sentimento, che non lasciano indifferenti. Un film intessuto di valore civile e tenerezza, un’elegia della vita nell’ultimo battito d’ali, affrontata con coraggio e fiducia, consapevoli di aver vissuto in pienezza. Con gratitudine. Un racconto brillante e raffinato, secondo i canoni narrativi del cinema inglese. Consigliabile e molto poetico.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche
Amicizia, Amore-Sentimenti, Anziani, Guerra, Malattia, Matrimonio – coppia, Media, Metafore del nostro tempo, Morte, Storia

Fuga in Normandia è basato sulla vera storia di Bernie Jordan, noto ai media con il soprannome di “il grande fuggitivo” per quella sua iniziativa spericolata, a quasi novant’anni. Il film è molto commovente, soprattutto nelle scene che coinvolgono gli autentici reduci dello Sbarco (bellissimo il loro ritrovarsi sulla spiaggia), e manda un messaggio contro tutte le guerre.


Tramonti porpora ed albe magenta. Banchi cirrosi che screziano di bianco lattiginoso orizzonti che si perdono a vista d’occhio. Note di pianoforte che sembrano andare ramengo ma in realtà stanno toccando tutte le corde ascensionali (del cuore). Veterani dello schermo che interpretano coevi reduci di guerra come se ogni ruga fosse un frego di questa loro doppia carriera. Due coniugi che hanno vissuto più di 60 anni del loro matrimonio all’apparenza comune ma che in realtà sono ancora in qualche modo toccati dal dramma più profondo del Novecento occidentale.


Per una volta, al cinema, ci permettiamo di essere sentimentali e di commuoverci. Perché Fuga in Normandia non è solo la narrazione filmica di un fatto veramente accaduto 10 anni fa, quando un veterano di guerra “fuggì” dalla casa di riposo per recarsi da solo a commemorare il D-Day sulle spiagge dello sbarco, ma è anche un monumento, l’ultimo, a due leggende del cinema britannico e mondiale: Glenda Jackson, meravigliosa attrice due volte premio Oscar, scomparsa nel giugno 2023 a 87 anni di età, e sir Michael Caine – 91 anni e fortunatamente ancora con noi – che dopo un Oscar, una carriera fantastica e innumerevoli premi, ha annunciato il suo ritiro ufficiale dalle scene dopo aver interpretato un personaggio reale che all’epoca della sua impresa aveva la sua stessa età quando lo ha girato.


Recensioni
3,5/5 Sentieri selvaggi
6/10 Everyeye Cinema
3,5/5 MyMovies

 

LO SBARCO IN NORMANDIA: PIÙ DI 160MILA UOMINI PER IL D-DAY, IL GIORNO PIÙ LUNGO

Il D-Day, il giorno più lungo, ha segnato uno degli eventi più importanti del XX secolo, e non solo della Seconda guerra mondiale, velocizzandone il processo di conclusione con la sconfitta del nazifascismo e la liberazione dell’Europa. Lo sbarco degli Alleati sulle cinque spiagge della Normandia (Utah, Sword, Gold, Juno, Omaha), al comando del futuro presidente degli Stati Uniti, il generale Dwight Eisenhower, si svolse all’alba del 6 giugno 1944 e aprì un secondo fronte di guerra (oltre a quello orientale, dove l’Armata rossa sovietica avanzava da est). Ma un altro grande protagonista dello sbarco fu senza dubbio il generale britannico Bernard Montgomery, a capo del corpo di spedizione della 21esima armata. Il conflitto prese così una piega diversa, portando alla sconfitta della Germania nazista, costretta alla resa meno di un anno dopo.

 

 

I NUMERI
I numeri dell’operazione sono impressionanti: ottanta chilometri di costa interessata, 9 divisioni, oltre quattromila imbarcazioni per il trasporto dei soldati di fanteria, 13mila aerei d’appoggio, 702 navi da battaglia, 20mila paracadutisti, smistati in tre divisioni, che furono lanciati dietro le prime linee. Ma, soprattutto, più di 160mila soldati americani, inglesi, francesi e canadesi. La preparazione era stata meticolosa e lunghissima: addestramenti mirati, ricognizioni fotografiche aeree, azioni di spionaggio.

 

 

 

L’INCOGNITA TEMPO
Overlord, la più grande operazione militare della storia, rimase appesa alle incertezze metereologiche fino a poche ore prima dell’ok definitivo: in quei giorni, infatti, il canale della Manica e la Normandia erano coperte di nubi e sferzate da un forte vento, condizioni non ottimali per consentire un massiccio sbarco di uomini e mezzi. Ironia della sorte, fino al 31 maggio il tempo era stato sereno. Le ipotesi si concentravano sul 4, 5 e 6 giugno; in alternativa, si sarebbe ripiegato sul 19, 20 o 21. Ma anche il 5 la costa francese era flagellata da una pioggia martellante e da una vera e propria tempesta, che non lasciava presagire nulla di buono. Poi, improvvisamente, il cielo si aprì.

L’EFFETTO SORPRESA SUI TEDESCHI
Il capo di Stato maggiore del Regno Unito, Alan Brooke, scrisse: “Nella peggiore delle ipotesi, può rivelarsi la più spaventosa catastrofe dell’intero conflitto. Dio ci conceda di riuscire”. I rischi erano infatti altissimi, anche perché l’esercito tedesco si aspettava un’invasione di vasta portata, nonostante non fosse in grado di stabilire quando e come. Si aspettavano, come mossa più scontata, l’arrivo delle truppe alleate nel punto più vicino alla costa britannica, il Pas de Calais. Gli analisti militari angloamericani sapevano infatti che l’effetto sorpresa avrebbe giocato un ruolo determinante. A sviare i pronostici, avevano contribuito gli stessi alleati, simulando fantomatici spostamenti di truppe da una parte all’altra della costa inglese (a Dover si simulò la presenza di un’armata comandata dal generale Patton con finte comunicazioni radio).

 

LA STIMA DELLE PERDITE
Il numero delle perdite totali per gli Alleati il 6 giugno fu complessivamente di circa 10 300 uomini, di cui 2 500 morti. Gli statunitensi contarono 6 600 perdite, di cui 1 465 morti, 3 184 feriti, 1 928 dispersi e 26 prigionieri; circa 2 750 furono invece le perdite dei britannici e quasi 1 000 quelle dei canadesi.

 

 

 

IL RICORDO
I visitatori della Normandia odierna trovano molti ricordi di quel 6 giugno 1944. Nella regione sono stati istituiti numerosi cimiteri di guerra anglo-americani e tedeschi: a Colleville-sur-Mer file di identiche croci bianche e stelle di David commemorano i morti statunitensi. A Bayeux il cimitero di guerra del Commonwealth, mantenuto dalla Commonwealth War Graves Commission, raccoglie le spoglie di 4 648 soldati britannici e, accanto, sorge il più grande cimitero della Normandia, il Cimitero militare tedesco di La Cambe, in cui riposano 21 222 soldati tedeschi.

 

MGF

Regia di Celine Song – USA, 2023 – 106′
con Greta Lee, Teo Yoo, John Magaro

 

 

 

 

 

 

Un piccolo gioiello. È “Past Lives”, film statunitense di produzione indipendente – tra i produttori figura la sempre più nota A24 – passato con successo al Sundance Film Festival nel 2023. In cartellone anche alla 18a Festa del Cinema di Roma, ha ottenuto 5 candidature ai Golden Globe e 2 ai Premi Oscar, tra cui miglior film. “Past Lives” segna il debutto alla regia della sudcoreana Celine Song, anche sceneggiatrice (tra i suoi lavori la serie fantasy “La Ruota del Tempo”, Prime Video). Il film è una storia minuta, poetica, intima: sembra una polaroid di un’amicizia d’infanzia che nel corso del tempo non ha mai trovato la forza per virare in amore. Un legame speciale che si rincorre per decenni, lungo due continenti. La storia. Seul, Nora e Hae Sung sono due preadolescenti compagni di scuola; passano molto tempo insieme e il loro legame cela un sentimento intenso, sfumato tra l’amicizia e qualcosa di più. Nora si trasferisce poi con la sua famiglia in America e il legame tra i due si disperde. Dodici anni dopo i due si cercano online, su Facebook: lei studia scrittura nella Grande mela, lui sta completando i suoi studi universitari. Ritrovarsi a distanza, dopo così tanto tempo, li riconduce esattamente al crocevia emotivo dove si erano lasciati… Con grande controllo e poesia visiva, Celine Song ci regala una storia di esistenze, identità, radici e sentimenti che si snoda in maniera dolce e dolente. Seguiamo le traiettorie di vita di Nora e Hae Sung in tre grandi blocchi temporali, a intervalli di dodici anni. Le loro vite procedono spedite, rincorrendo sogni e ambizioni professionali, ma il loro cuore sembra riportarli sempre allo stesso punto, a quella promessa sussurrata nelle stanze dell’infanzia. Il loro è un amore non espresso, custodito al sicuro nel cassetto della memoria, che non appassisce mai. A Nora e Hae Sung manca però il coraggio del grande salto, di mettere quel loro sentimento prima di tutto. Esitanti, lasciano che la carriera abbia la meglio, e che le tradizioni familiari – soprattutto sudcoreane – scandiscano tempi e dinamiche relazionali. A questo si aggiunge l’amore di Nora per Arthur, uno scrittore conosciuto in un corso professionale. Incapace di attendere Hae Sung, la giovane costruisce il suo domani sentimentale, provando a mettere radici nel Nuovo mondo, perché è lì ora che si sente a casa. Arthur le schiude dunque un amore adulto, stabile e rassicurante; lui la sa amare con attenzione e premura. Arthur le regala un ancoraggio nella terra a “stelle e strisce”, un sogno di felicità nel quotidiano, dove però irrompe a volte il ricordo di Hae Sung. Magnifico è il modo in cui Celine Song scrive e dirige questo film, che trova ulteriore intensità e luminosità grazie ai tre interpreti Greta Lee, Teo Yoo e John Magaro, tutti di grande fascino e abilità nel saper dar voce a sentimenti e tormenti sottopelle. “Past Lives” conquista e convince con raffinatezza.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche
Amicizia, Amore-Sentimenti, Arte, Bambini, Dialogo, Dolore, Donna, Educazione, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Internet, Lavoro, Letteratura, Libertà, Mass-media, Matrimonio – coppia, Metafore del nostro tempo, Rapporto tra culture


Il film ha ottenuto 2 candidature a Premi Oscar, 5 candidature a Golden Globes, 3 candidature a BAFTA, 1 candidatura a British Independent, Il film è stato premiato a National Board, 3 candidature a Critics Choice Award, 4 candidature a Spirit Awards, 1 candidatura a Directors Guild, Il film è stato premiato a AFI Awards.


Un film sull’ amore come atto di fede, di incontri predestinati e accettazione del cambiamento. Un esordio intimo e intenso per la cineasta di origine coreana.


Elaborando l’artificio narrativo classico della molteplicità dei punti di vista e una scrittura che intreccia i tempi e le prospettive in modo mai meccanico, Song si interroga e ci interroga su come si possa diventare spettatori della propria vita – e delle vite degli altri – quando ci si comincia a fare domande


Recensioni
7/10 IGN Italia
4/5 Sentieri selvaggi
4/5 Cineforum.it

PAST LIVES, UN’INSOLITA RIFLESSIONE SULL’IDENTITA’

 

 

Al suo esordio cinematografico, la regista Celine Song realizza un film semplice quanto complesso emotivamente. Ogni dettaglio è funzionale a una trama che insegna ad accogliere il vissuto di ciascuno, e ringraziare per tutto ciò che lo ha condotto fino a qui.
Quanto sono belli i film come Past Lives. Così semplici in superficie, ma così complessi emotivamente.

 

 

La storia è esile: Nora è emigrata in America da piccola, ora è ben integrata a New York. Grazie ai social network entra in contatto con Hae Sung, il suo amore d’infanzia che ha dovuto lasciare in Corea del Sud. L’incontro virtuale le fa provare un’emozione mai incontrata prima: la nostalgia per una vita che non ha mai vissuto. Questa malinconia le genera un interrogativo. Cosa sarebbe diventata, Nora, se quell’amore non fosse mai stato interrotto?

 

 

La regista Celine Song, qui al suo esordio cinematografico dopo un’apprezzata carriera teatrale, confeziona un film di stampo semi autobiografico veramente eccezionale. Uno di quelli in cui ogni inquadratura e movimento di macchina sono funzionali ai sentimenti che raccontano. Past Lives è una profondissima riflessione sull’identità e su come questa sia legata a ciò che amiamo e ciò che ci lasciamo alle spalle. Una storia romantica in cui gli adulti si comportano come persone vere e mature (che rarità!), dove il melodramma patinato non ha spazio, al suo posto si prende ogni secondo la complessità dell’umano.
Ogni persona è un’anima in cammino. Si cambia continuamente. Quando gli innamorati si incontrano per la prima volta si conoscono per ciò che sono nel presente. Il futuro che viene costruito insieme è facile da accettare. Il passato, tutto ciò che di personale è stato lasciato in un altro luogo o in un altro punto del tempo, è più complesso da digerire. Il vero atto d’amore, afferma il film, la grande promessa di chi si ama, sta proprio nell’accogliere il vissuto di ciascuno e ringraziare per tutto ciò che lo ha condotto fino a qui. Non serve la gelosia di ciò che avrebbe potuto essere l’esistenza, ma la gioia di accogliere quel che è ora. Sta qui la forza di un film che, con le sue splendide immagini, fa venire voglia di gustarsi ogni possibilità della vita che ci è data.

Gabriele Lingiardi – Chiesa di Milano

 

MGF