L’ESTATE È FINITA

Sono più miti le mattine
e più scure diventano le noci
e le bacche hanno un viso più rotondo.
La rosa non è più nella città.

 

L’acero indossa una sciarpa più gaia.
La campagna una gonna scarlatta,
Ed anch’io, per non essere antiquata,
mi metterò un gioiello.

 

 

 

Il caldo torrido è ormai un lontano ricordo, le temperature si sono abbassate e il sole tramonta prima di giorno in giorno.
L’autunno inizia ad annunciarsi ed Emily Dickinson con la sua poesia riesce perfettamente a dipingere questo momento, analizzando la fine della stagione da una prospettiva non solo paesaggistica o descrittiva, ma soprattutto da un punto di vista interno, psicologico: la natura diventa metafora del cambiamento che gli esseri umani compiono da sempre, gli indumenti come la vegetazione sono destinati ad essere diversi.
Emily Dickinson nella poesia esprime dolcemente tutta la gioia che la nuova stagione le porterà e cerca di offrire positività alla malinconia che inevitabilmente l’estate è destinata a lasciare nelle persone.
La sensazione di perdita emerge dalla poesia attraverso l’immagine della scomparsa della rosa L’assenza della rosa presuppone una mancanza, incapace di essere riempita se non dalla nostalgia.
L’autunno si insinua nelle giornate di fine estate portando aria fresca e giornate man mano più brevi, per esplodere poi con i suoi colori più tipici.
Emily Dickinson con L’Estate è finita ci dona la sensazione che l’estate non se ne vada all’improvviso, ma si congedi silenziosamente con una fuga leggera fatta di piccoli cambiamenti.

Fonte: Libreriamo

 

MGF

 

IO SONO UNA STELLA

Io sono una stella nel firmamento,
Che osserva il mondo, disprezza il mondo,
E si consuma nella propria luce.

 

 

Io sono il mare di notte tempesta,
il mare che grida e che accumula nuovi
peccati e all’antico fa ammenda.

 

 

Io sono stato bandito dal vostro mondo
Cresciuto nella superbia, tradito dall’orgoglio,
Sono un re senza un Regno.

 

 

Io sono la passione senza parole,
In una casa senza camino, in una guerra senza spada,
è la mia stessa forza che mi ammala.

 

 

 

La lirica è tratta da Musica e solitudine, una raccolta di poesie date alle stampe per la prima volta nel 1915. Erano gli anni bui della Prima Guerra Mondiale, un periodo in cui l’Europa si stava distruggendo proprio in nome della supremazia e dell’orgoglio nazionalista. Hesse, scegliendo la via della spiritualità e dell’introspezione, si opponeva a quella follia collettiva, proponendo l’amore universale come unico vero antidoto alla barbarie.

Oggi più che mai, questa lirica di Hermann Hesse risuona come un avvertimento necessario e rivoluzionario. Viviamo in un mondo attuale che sembra pervaso dalla divisione, dallo scontro e da una costante ricerca di supremazia culturale.
Quando un gruppo, una nazione o un pensiero ideologico si autoproclama “superiore”, si comporta esattamente come la stella di Hesse: osserva il mondo e lo disprezza. Questa brama di predominio non crea progresso, ma genera barriere culturali, muri geopolitici e una profonda incapacità di ascoltare l’altro. È il rifiuto radicale dell’amore assoluto, sostituito dal culto della forza.
Questo cortocircuito si riflette, come in un gioco di specchi, nel microcosmo dei nostri rapporti interpersonali. Anche il dialogo quotidiano sembra ormai caratterizzato dallo scontro continuo, da monologhi sovrapposti in cui l’altro non è un interlocutore da comprendere, ma un avversario da sconfiggere. L’orgoglio privato diventa una trincea che ci fa sentire forti, ma che alla fine ci lascia isolati, “re senza un Regno”, privati dell’unica cosa che dà senso all’esistenza: la capacità di amare e di lasciarsi amare.

 

Fonte: Libreriamo

 

MGF

L’INDIFFERENZA

L’indifferenza è inferno senza fiamme,
ricordalo scegliendo fra mille tinte
il tuo fatale grigio.

Se il mondo è senza senso
tua solo è la colpa:
aspetta la tua impronta
questa palla di cera.

La poesia è un potente monito contro l’apatia esistenziale. L’indifferenza è paragonata a un “inferno senza fiamme”, una condizione di non-vita. La seconda strofa introduce il tema della responsabilità individuale: il mondo è una “palla di cera” informe che attende di essere plasmata dall’azione di ognuno. È una lirica severa, ma ricca di speranza e indica quanto il mondo sia malleabile, trasformabile in meglio. Il senso del mondo non è dato, ma deve essere creato. Scegliere il “fatale grigio” dell’indifferenza è una colpa.

 

 

MARIA LUISA SPAZIANI

 

Maria Luisa Spaziani nasce a Torino nel 1922. Diciannovenne, prima della laurea in lingue, dirige la rivista letteraria “Quaderni del girasole” che le permette di entrare in contatto con Saba, Penna, Sinisgalli, Luzi, Pratolini. Nel gennaio 1949 conosce a Milano Eugenio Montale con il quale ebbe un intenso sodalizio intellettuale e affettivo. Infatti i “Madrigali privati” (una sezione di “La bufera ed altro”), che il poeta ligure compose nel biennio 1949-50, sono dedicati a lei. Viaggiò molto, visse a Roma; a Messina e a Palermo fu docente universitaria di Lingua e Letteratura francese. La sua produzione letteraria spazia dalla poesia al poema-romanzo, dal saggio al racconto, dal giornalismo al teatro, dall’attività di traduttrice a quella di aforista. Nel 1990, ’92, ’97 fu candidata al premio Nobel. Si spense a Roma nel 2014.

 

Fonte: Sololibri.net

 

MGF

«Ogni mattina, quando esci per recarti a scuola, pensa, figliuolo, che in quello stesso momento, nella tua stessa città, altri trentamila ragazzi vanno come te a chiudersi in una stanza per tre ore a studiare.
Ma pensa un po’ ai ragazzi di tutti i paesi che vanno a scuola alla stessa ora! Li vedi con l’immaginazione, che vanno, vanno, per le stradette dei villaggi, per le vie affollate delle città, lungo le rive dei mari e dei laghi, sotto un sole ardente o in mezzo alle nebbie; in barca nei paesi tagliati dai canali, a cavallo per le grandi pianure, in slitta sulle nevi, per valli e per colline, attraverso a boschi e a torrenti, su per i sentieri solitari delle montagne; soli, a coppie, a gruppi, a lunghe file, tutti coi libri sotto il braccio, vestiti in mille modi, parlanti in mille lingue; dagli ultimi confini della Russia perduti tra i ghiacci alle ultime scuole dell’Arabia all’ombra delle palme; milioni e milioni di creature che vanno tutte a imparare le medesime cose, in forme diverse!
Immagina questo immenso formicaio di ragazzi di cento popoli, questo movimento prodigioso di cui fai parte, e pensa: — Se questo movimento s’arrestasse, l’umanità ricadrebbe nella barbarie; questo movimento è il progresso, la speranza, la gloria del mondo. —
Coraggio, dunque, piccolo soldato dell’immenso esercito! I tuoi libri son le tue armi, la tua squadra è la tua classe, il campo di battaglia è la terra intera, e la vittoria è la civiltà umana. Non essere un soldato codardo, Enrico mio.»

 

“Ogni mattina, quando esci per recarti a scuola” è l’incipit di un capitolo intitolato proprio La scuola tratto dal romanzo Cuore di Edmondo De Amicis, pubblicato nel 1886.
In questo brano, un padre si rivolge al proprio figlio (Enrico, il protagonista del libro) per ricordargli l’importanza dello studio e il valore immenso della scuola come istituzione universale. 

Ha ancora senso leggere oggi il libro Cuore? La società e la scuola stessa sono profondamente cambiate. Per non parlare del lessico usato da De Amicis. Qualsiasi ragazzetto lo riconoscerebbe oggi come vecchio, desueto, puzzolente di naftalina.

La risposta è semplice: ha senso, perché nonostante abbia superato i 130 anni d’età, vi si trovano valori attualissimi e auspicabili ancora oggi quali la solidarietà, il rispetto reciproco, l’uguaglianza, la lealtà, lo spirito di sacrificio.

 

EDMONDO DE AMICIS

Edmondo De Amicis, nato a Imperia Oneglia il 21 ottobre del 1846, giornalista di professione e celebre scrittore di romanzi, lega fortemente il suo nome alla città di Torino. Nonostante le origini liguri, De Amicis ha un forte legame con il Piemonte, in particolare con la città di Torino, in cui trascorre gli anni della formazione e in cui più tardi ambienta e pubblica la sua più celebre opera, nonché una delle più importanti della letteratura italiana per ragazzi: il libro Cuore.
Accanto a questo, molti altri sono i romanzi che svelano la vita e gli aneddoti della città di Torino, come per esempio Amore e Ginnastica oppure La carrozza di tutti.
Dopo aver terminato gli studi liceali entra nell’Accademia Militare di Modena, cominciando così la sua carriera nell’esercito che, seppur breve, lo porta a diventare ufficiale. È a causa della sconfitta italiana nella battaglia di Custoza (1866) che decide di abbandonare le armi. In quest’occasione avviene il primo approccio di De Amicis con la scrittura, mediato proprio dalla sua recente esperienza, che lo induce a pubblicare, nel 1868, un’opera dal titolo La vita militare, il cui successo è tale da incoraggiarlo a proseguire nella strada della letteratura e del giornalismo, come inviato del quotidiano fiorentino «La Nazione». L’ideologia militare rimane una costante della sua vita e della sua opera, in quanto egli la considera un valido metodo educativo nella vita di un individuo. Anche attraverso gli edificanti racconti mensili di Cuore, pubblicato nel 1886, si percepisce lo spirito patriottico dell’autore e l’intento di diffondere tra i piccoli lettori l’amore per la patria, il rispetto per le gerarchie e la fratellanza.
Nel corso dell’ultimo decennio dell’Ottocento, l’adesione di De Amicis all’ideologia socialista sostituisce quel nazionalismo che fino ad allora aveva animato la sua vita e da quel momento nella sua produzione letteraria compaiono temi riguardanti le condizioni delle classi sociali più povere (ricordiamo tra gli altri Romanzo di un maestro).
Gli ultimi anni della sua vita sono segnati dal dolore causato da una serie di tristi eventi, quali la morte dell’amatissima madre e il suicidio nel 1898 del figlio Furio.
Edmondo De Amicis muore a Bordighera l’11 marzo 1908.

 

MGF

VEDERE CHIARO

Tutta la poesia è luminosa, persino
la più oscura.
È il lettore che ha talvolta,
al posto del sole, nebbia dentro di se.
E la nebbia non permette mai di vedere chiaro.

Se ritornerà
un’altra volta e un’altra volta
e un’altra volta
a queste sillabe infiammate
rimarrà cieco da tanto chiarore.
Sia felice se arriverà.

La luce, ecco il fine della poesia per Eugenio De Andrade. Lo sa bene questo  poeta portoghese, nato in estrema povertà, ma che ha fatto della poesia un dono oltre che uno strumento di elevazione sociale e culturale. Egli riflette precisamente sull’enorme capacità della scrittura in versi: sono un insieme di raggi che rischiarano il cuore e lo riscaldano del calore delle fiamme. Purtroppo, talvolta la nebbia invade lo spirito e lo copre con una patina oscura, la vista dell’animo è ricoperta da un velo troppo spesso. Tuttavia, anche per gli animi più ostinati e annebbiati, la poesia può fare miracoli. La sua luce è come il piacevole e inaspettato sole d’inverno.

EUGÉNIO DE ANDRADE

Eugénio de Andrade è nato nel 1923 a Póvoa da Atalaia, piccolo borgo della Beira Baixa, all’interno del Portogallo, ed è scomparso, a ottantadue anni, nella sua casa di Oporto, il 13 giugno 2005. Ha avuto un’infanzia povera nella quale, di abbondante, c’era soltanto il vento, la luce, gli alberi, l’azzurro del cielo, l’immanenza delle cose concrete e essenziali. È un mondo in cui il bianco abbagliante dei muri si interseca con le forme ardite dei tronchi d’ulivo, elementi di una geografia spiccatamente mediterranea che entra con prepotenza nell’architettura dei suoi versi, versi spogli e severi come il paesaggio della sua terra, ma illuminati da intuizioni folgoranti che sembrano sgorgare direttamente dall’inconscio.

Uomo dall’indole schiva, l’autore portoghese evitava di partecipare alle premiazioni ed agli eventi mondani e letterari. Nonostante l’estrema riservatezza del carattere, ottenne prestigiosi riconoscimenti sia nel suo Paese che all’estero, ed i suoi componimenti classici, ispirati ai modelli lirici dell’antica Grecia, sono stati tradotti in inglese, tedesco, italiano, spagnolo, francese, olandese, ceco, rumeno, affascinando i lettori di gran parte del vecchio continente. Dalla pubblicazione del libro As mãos e os frutos, nel 1948, assistiamo ad un crescendo di rigore e depurazione linguistica che lo portano, in certi momenti, quasi alle soglie del silenzio, ai versi ridotti all’osso. Ma la parola è sempre limpida e immediata, estremamente raffinata e di grande ricchezza verbale e musicale.

 

Fonti: Filidaquilone.it – Facebook

 

MGF