A MIO PADRE

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.
Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:

“Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno”. Tu vedevi il mondo
nel novilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.
La lirica “A mio padre” di Alfonso Gatto (1909-1976) fa parte della raccolta “Il capo sulla neve”. Si tratta di un libretto pubblicato nel 1947 per le Edizioni Milano Sera che raccoglie 20 poesie di argomento resistenziale composte a partire dal 1943. “Il capo sulla neve” dà voce ad angoscia, orrore, speranze che accompagnarono la lotta di liberazione sullo sfondo di una Milano sepolta dalla neve nei due inverni gelidi del 1944 e del 1945. La città meneghina assurge a simbolo di morte e dolore collettivo, perché la tragedia di guerra non risparmia nessuno.
Rispetto ad altre liriche dedicate alla figura genitoriale, “A mio padre” presenta la specificità di intrecciare l’evocazione intimistica con lo scenario resistenziale.
ALFONSO GATTO

Alfonso Gatto nacque nel 1909 a Salerno, proveniente da una famiglia di marinai e di piccoli armatori. Si iscrisse alla facoltà di Lettere e Filosofia di Napoli, ma non arrivò mai a conseguire la laurea. Fin da giovanissimo si dedicò alla poesia tanto che la sua prima raccolta in versi fu pubblicata nel 1939. Il 1934 segna una svolta cruciale perché andò a Milano in cerca di fortuna dove svolse mille mestieri. Qui scontò alcuni mesi nel carcere di San Vittore per cospirazione in quanto militante comunista. Trasferitosi a Firenze diresse per due anni insieme a Vasco Pratolini la rivista Campo di Marte, quartier generale dell’esperienza ermetica fiorentina. Intanto l’editore Guanda di Modena gli pubblica il secondo libro di poesie intitolato “Morto ai paesi” che lo consacra come una delle voci più rappresentative della sua generazione. Torna a Milano per dedicarsi più attivamente alla lotta antifascista. Nell’immediato secondo dopoguerra fu redattore dell’Unità e di altre testate comuniste, ma si distaccò dal partito nel 1951. Fu pittore, critico d’arte e di letteratura. Fu anche attore per Pasolini, Rosi, Monicelli. Continuò l’attività giornalistica come inviato speciale e gli ultimi vent’anni della sua vita li visse a Roma. Morì ad Orbetello in provincia di Grosseto in seguito a un incidente stradale. Ebbe una vita intensa, conobbe la miseria e il successo e un’attitudine al nomadismo che sfruttò come inviato speciale in Europa. Malgrado l’amore per Milano che fece sua, Salerno rimase il suo centro di gravità ricordata con nostalgia in numerose liriche. Alfonso Gatto, come dimostra questa lirica, oltrepassa l’ermetismo fondendo l’autobiografia a temi civilmente impegnati.
Fonte: SoloLibri.net
MGF
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