Adorazione di Pastori – Correggio (1525-1530)

 

In principio era l’oscurità.
Poi, Dio disse: “Sia la luce!” e la luce fu.
Ed ecco che è luce di nuovo, che torna a squarciare le tenebre con la nascita del Bambin Gesù.
Una luce netta, tanto forte da illuminare persino gli angeli, che solitamente ne sono portatori.
Null’altro nella scena è illuminato, c’è solo un fioco bagliore all’orizzonte, un’alba lattiginosa che conosciamo bene: è la tipica mattinata invernale nella Pianura Padana, una di quelle in cui sai che prima o poi il sole si farà vedere, ma nel frattempo bisogna coprirsi bene per cercare di combattere il più possibile quel gelido umidore che si fa strada fino alle ossa.

 

Ma ecco che le si contrappone un’altra luce, una luce che solo allo sguardo sembra calda e accogliente: viene dal Bambin Gesù, e rende bella ogni cosa che sfiora.
Com’è forte il contrasto tra la nebbia, anzi la scighèa, sullo sfondo, e i visi illuminati! Il paesaggio di sfondo è appena accennato, sembra quasi tracciato frettolosamente, mentre ogni dettaglio illuminato dalla Luce di Cristo è netto, pulito… ed infinitamente dolce.
Il volto di Maria, giovane e un po’ paffutello, è reso ancora più tenero dalla sua espressione: se potessimo riportare alla mente i nostri primissimi istanti di vita, sono certa che quello sarebbe il volto delle nostre madri, quando ci hanno presi in braccio per la prima volta. Un amore senza limiti, che forse sconvolge anche un po’ per la sua forza inenarrabile.

 

 

 

Giuseppe in primo piano, con la sua figura tesa in una posa al contempo orgogliosa e quasi intimidita: l’atteggiamento un po’ di scuse di chi ha appena assistito ad un miracolo e ancora non si sente in grado di capirlo completamente.

 

 

La levatrice, quasi accecata dalla luce, e il pastore, il suo volto disteso nell’espressione di chi sta contemplando qualcosa di meraviglioso e ancora non crede ai suoi occhi, sono un dolcissimo contrappunto alla scena, un segno che siamo tutti invitati ad assistere, anche i più umili.
Questi personaggi che si affollano a rendere omaggio all’appena nato Re dei Re siamo tutti noi; l’esperienza di luce a cui assistiamo, testimoni anno dopo anno della nascita del Figlio di Dio, ci scalda e ci unisce, nelle fredde notti d’inverno in cui il vento soffia, la nebbia avanza e sembra che il mattino non arriverà mai.

 

La nascita di Gesù è il nostro promemoria: non importa quanto lunga, fredda o buia ci sembri la notte, il mattino arriverà di nuovo, il sole sorgerà ancora e ancora… e nelle mattine in cui sembrerà tardare, coperto dalle nuvole o da una coltre di nebbia, sapremo pazientare, riscaldati dall’amore di Dio che ha mandato suo Figlio a salvare l’umanità.
È questo il significato del Natale, anche se c’è chi dice che ormai non è altro che un inno al consumismo: le lucine sull’albero, i pacchetti colorati, i maglioni buffi, le strade illuminate: siamo uniti, siamo di nuovo poveri viandanti stretti intorno ad una luce intensa, a proteggersi dal freddo con la reciproca vicinanza, ad ammirare esterrefatti una luce che squarcia le tenebre, partecipi dell’amore di Dio e sicuri di fronte al Salvatore.

Buon Natale!
Beatrice

 

MGF

 

 

 

Le nascite non sono dal nulla.
Nemmeno quella di Gesù è dal nulla della terra. Vengono da una dimora nel grembo. Noi diciamo venne alla luce, come se da lì avessero inizio i giorni. Raramente indugiamo a pensare ai giorni in cui abbiamo dimorato nel grembo, ai pensieri, alle trepidazioni e anche alle fatiche da gonfiore che hanno accompagnato i nove mesi. In uno scambio reciproco, in trasformazioni lievi ma tenere dell’uno che è portato e dell’altra che porta. Raramente sosto a pensare alle fatiche di quando mia madre saliva scale e io le pesavo dentro. Ai gradini, allora senza ascensori della mia casa di Milano.
Lei mi portava, forse anche mi parlava. Le sono grato per i nove mesi. Non so se a sua madre Gesù, qualche sera o qualche mattino, quando la luce tiene la timidezza di un intimo dialogare, abbia chiesto dei suoi nove mesi nel tepore. Se scalciava o se stava quieto in attesa. Non so se le abbia chiesto del fruscio dell’angelo, e se lei gli abbia mai raccontato come pioveva quel giorno la luce tra le pareti di casa, una casa che si portava appresso l’umido delle pietre

Angelo Casati – “I giorni dello stupore”

DON ANGELO CASATI

Angelo Casati nasce a Milano il 9 maggio 1931; nel 1954 ha ricevuto l’ordinazione presbiterale dal Card. Schuster; dopo la Licenza in Teologia, ha insegnato Lettere nei seminari diocesani, e religione in Licei statali; è stato vicario parrocchiale a San Giovanni di Busto Arsizio, poi parroco a San Giovanni di Lecco. Dal 1986 al 2008, su invito del Card. Martini, è stato parroco della comunità parrocchiale di San Giovanni in Laterano a Milano. Seguendo l’esempio del Card. Martini ha promosso anche nella sua parrocchia la “Cattedra dei non credenti”: incontri con intellettuali, storici, pittori, poeti, scienziati di diversi competenze e orientamenti, accomunati dalla ricerca di autenticità umana e approfondimento spirituale. Tuttora abita a Milano e la sua casa è rimasta luogo di incontri e conversazioni sempre stimolanti e libere. Come libera e disponibile è la sua personalità: per nulla vincolato a precetti dogmatici e inibitori, sempre rispettoso della libertà della coscienza di ognuno, dotato di larga umanità e di empatia, anche e soprattutto per chi si trova in partibus infidelium. Angelo Casati ha affiancato alla attività pastorale un’ampia produzione saggistica e letteraria: raccolte di poesie, di omelie, scritti di spiritualità, commenti biblici; sugli stessi temi molteplici collaborazioni a diverse riviste. Amico fraterno di noti esponenti del più aperto cristianesimo italiano, tra i quali Padre David Turoldo, Padre Camillo de Piaz, don Abramo Levi, Mario Cuminetti, don Michele Do, don Luigi Pozzoli, don Luisito Bianchi. Su richiesta di un folto gruppo di amici, vengono inoltrati via mail i testi dei brani liturgici e l’omelia che don Angelo tiene nei giorni festivi nella parrocchia di san Francesco di Paola ove oggi risiede.

 

MGF

LA MADRE

E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.

 

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

 

 

Nel 1930 Maria Lunardini morì: per Ungaretti la figura materna è stata il punto di riferimento primario, avendo perso il padre quando  aveva solo 2 anni. 
La poesia quindi esprime la volontà di poter riavere un dialogo ultraterreno con la madre. Ungaretti ha voglia di poterla incontrare, consapevole che ciò è possibile solo attraverso il passaggio della morte, ma grazie alla figura della madre la morte non fa più paura. Anzi, è un valido motivo per ritrovare quella pace e combattere la sofferenza.
Il legame viscerale con la madre permette al poeta di non aver paura della morte, convinto che ci sarà lei ad offrirgli la sua mano come quando era bambino.
La mamma apparirà forte e decisa in preghiera di fronte a Dio, come nel ricordo che il poeta aveva della stessa.
La madre gli mostrerà il proprio sguardo solo dopo che il Signore lo avrà perdonato, un elemento che evidenzia l’incontro di Ungaretti con la spiritualità e la religione. C’è voglia di trovare meditazione religiosa. 
La madre quindi rappresenta il suo percorso verso la salvezza, lo accompagnerà verso quella pace che è gli è sempre mancata.
Ciò che colpisce della poesia è che l’affetto materno è sinonimo di valori morali. Si evince dal fatto che l’atteggiamento materno è severo nelle prime strofe del poema per trasformarsi in affettuoso e colmo di amore per il figlio nella parte finale. 
Il senso della morte nella poesia è assimilabile ad un viaggio, ad un ponte utile per ritrovare quell’amore sano e spirituale rappresentato dal perdono di Dio e dall’affetto materno. 

 

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF

 

COME UN FRUTTO MATURO

Come un frutto maturo
che già il peso
allontana dal ramo,
ora vorrei
somigliare a me stesso,
ritornare
dalla mia superficie
al mio silenzio
per un più vasto incontro.
E sentir crescere
in me la piena
infinita dell’uomo
come si ascolta un fiume.

 

Lino Curci  è stato un poeta italiano.
Nato a Napoli nel 1912 e laureato in giurisprudenza e in scienze politiche, dalla nativa città si trasferì a Roma nel 1937 e qui trascorse il resto della sua vita. Fu redattore e inviato speciale del quotidiano La Tribuna fino al 1943, allorché decise di abbandonare l’attività giornalistica a tempo pieno, pur continuando a collaborare con vari quotidiani e periodici come Il Mattino , Il Giornale d’Italia, La Fiera Letteraria ed altri. I resoconti di guerra raccolti ne L’Equipaggio (1942) riflettono le sue esperienze vissute a bordo di una torpediniera, durante la seconda guerra mondiale.
La vocazione poetica, che Curci visse come una missione totalizzante, diede i suoi primi frutti acerbi nei Canti del sud (1942), dove peraltro il poeta «non riuscì ad evitare un certo tipo di dannunzianesimo linguistico», sia pur temperato da «un certo tipo di pascolismo più centrato sui temi e sui motivi dell’uomo in quanto tale».
Il ripudio della retorica tipica di quegli anni e il deciso rinnovamento della sua poetica trovano un chiaro riscontro nella prima raccolta del dopoguerra, Mi farò vivente (1951), dove l’autore sembra abbandonarsi «alla poesia come canto dolente e tormentato che coinvolge l’uomo e lo scrittore in una assoluta globalità». Allo stesso modo, da qui in poi diventa sempre più esplicita e continua la identificazione del discorso poetico con la ricerca spirituale e religiosa dell’uomo. È lo stesso poeta a ribadirlo più volte: «Mi è impossibile disgiungere dalla poesia l’idea di una ricerca di salvezza.»
Le ultime quattro raccolte (L’esule e il regno, 1955; Un fuoco nella notte, 1959; Gli operai della terra, 1967; Con tutto l’uomo, 1973) coprono quasi l’arco di un ventennio, nel tempo delle prime conquiste spaziali dell’uomo, e praticamente concludono il ciclo esistenziale e produttivo di questo poeta, lasciando l’idea di un tormentato processo interiore. Questo si sviluppa sul doppio binario della scienza e della fede e trae spunto da occasioni d’impatto con la morte di ogni essere vivente. Un progetto forse ambizioso, con esiti non sempre convincenti, ma sostenuto da una religiosità intensa e da un’«ansia d’infinito che ha come termine fisso la morte».
E la morte lo colse d’improvviso a Roma, il giorno successivo al Natale del 1975.

 

MGF

LA RAGAZZA DI VIA CARDINAL TOSI

La ragazza di Via Cardinal Tosi
ha una bellezza discreta e silenziosa,
una bellezza che non mette in posa.
Dentro un nome regale, dietro un mito.
Vende la pasta “fresca-fatta-in-casa”:
le buone cose di un mondo elementare
dal sapore di casa e di cucina,
con la nuvola -bianca- di farina
dove volteggiano -lievi- senza peso
i sogni che sognammo da bambina.

 

La ragazza di Via Cardinal Tosi
sarebbe assai piaciuta al mio Gozzano:
l’avrebbe colta nel gesto della mano
che ti infiocchetta un pacco di lasagne
o di ravioli verdi agli spinaci.
L’avrebbe amata nello sguardo -perso-
che la sospinge -tra un cliente e l’altro-
a inseguire la vita dentro un verso.

 

Sotto la cassa, lì, sul banco da lavoro,
tra gnocchi, tagliatelle e fettuccine,
c’è sempre quanche libro di poesia.
Sfogliato tra la pasta e la farina,
si sposa il sogno al vero quotidiano.
Sorridono i poeti, oltre il bancone.
Per Elena sussurrano parole. Piano, piano.

 

 

MARISA FERRARIO DENNA

 

Marisa Ferrario Denna è un’artista molto conosciuta e apprezzata per la sua produzione poetica. Nata a Busto Arsizio nel 1945, dopo una laurea in pedagogia conseguita all’Università Cattolica di Milano, aveva insegnato filosofia, pedagogia e letteratura italiana. Nel 1987 con Geometriche associazioni in cucina Marisa Ferrario Denna si era aggiudicata il premio internazionale “E. Montale” per l’inedito. Ha pubblicato La Vita in un quadro, presentazione di Silvio Raffo (Forum 1986); Frammenti da una miopia, prefazione di Franco Buffoni (Edizioni del Leone 1987); Imprudenti viaggiatori, prefazione di Mario Ramous (Amadeus 1989); Il sole d’inverno, prefazione di M. Ramous (Book Editore 1993); La lettera non spedita (Lietocolle 1995); Mal di luna (Book Editore 1996). La sua ultima raccolta poetica, intitolata “Ritratti in controcanto”  pubblicata da Nomos Edizioni, è un omaggio a numerose figure femminili, poetesse, scrittrici, artiste, donne della storia e del mito con le quali l’autrice è in intimo colloquio ripercorrendone in versi le loro esistenze.

Marisa Denna si è spenta nel 2016.

Chi ha letto le sue poesie l’ha apprezzata per la pacatezza del dettato, l’acutezza delle intuizioni liriche e anche sociali, senza mai accendersi di livore contro qualcuno o qualccosa, ma sempre vigile sulle opportunità che la vita può offrire, anche nel quadro generale di difficoltà e delusioni che ognuno riceve inesorabilmente nel corso dell’esistenza.

 

Fonti varie

 

MGF