SUPPLICA A MIA MADRE

 

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

 

In un giorno di maggio del 1962, Susanna Colussi pose una rosa sulla scrivania del figlio; da quando Pasolini la vide, sono nate meditazioni che confluiranno in poesie quante erano i petali e che verranno pubblicate all’interno della raccolta “Poesia in forma di rosa” pubblicata nel 1964. La poesia Supplica a mia madre, scritta da Pier Paolo Pasolini il 24 aprile 1962, è inserita nella prima sezione “La Realtà” del libro.
Supplica a mia madre è la poesia che celebra la mamma da chi vive la diversità e i disagi procurati dalla mancata accettazione della società.
Pasolini ha difficoltà a trovare le parole per esprimere alla madre il perché egli appare diverso agli occhi degli altri, perché egli interiormente non si sente di assomigliare a ciò che appare.
Solo la madre conosce l’anima del figlio dal di dentro e conosce ciò che egli è sempre stato prima di avere rapporti esterni con gli altri.
Pasolini in questa poesia invoca il suo bisogno di materna comprensione. Si serve del linguaggio poetico per confidare il suo segreto alla madre seppur sentendosi ancora tuttavia prigioniero solo del suo amore, “per il resto libero, in ogni mio giudizio, ogni mia passione.”
La libertà dalla mamma è una necessità per Pier Paolo Pasolini. Rappresenta la fine della schiavitù dei suoi sentimenti. Pasolini ha bisogno di amare anche gli altri.
E’ un racconto vero, tragico, contraddittorio. Il pensiero di Pasolini rompeva le ali del bel sogno per riportare tutti in un contemporaneo pieno di contraddizioni e molti incubi. Il perbenismo tipico degli anni ’60 italiani e non solo, venivano interrotti da un racconto diverso della realtà.
L’amore per Pasolini è stato il tema centrale della sua vita d’artista. In Supplica a mia madre questo amore, o meglio questa richiesta o esigenza d’amore, diventa evidente, dominante.
Lo spirito immortale di Pasolini risiede nel suo coraggio di essere stato sempre fedele a se stesso riuscendo ad avere il valore più alto, forse l’unico che dà davvero significato all’esistenza.
La mamma nella sua essenza è il ponte verso la vita, verso gli altri oltre se stesso. La mamma è il traghetto che dà vita al disagio e allo stesso tempo la scialuppa di salvataggio che non deve mai mancare. Una poesia che merita di essere letta e riletta.

 

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF

AUTUNNO

 

Autunno mansueto, io mi posseggo
e piego alle tue acque a bermi il cielo,
fuga soave d’alberi e d’abissi.

 

 

 

Aspra pena del nascere
mi trova a te congiunto;
e in te mi schianto e risano:

 

 

 

povera cosa caduta
che la terra raccoglie.

 

 

 

Nella poetica di Salvatore Quasimodo l’autunno non è una semplice stagione, ma un simbolo capace di riflettere le contraddizioni dell’animo umano. È il tempo della malinconia e del raccoglimento, in cui la natura stessa diventa specchio del dolore di vivere e, al tempo stesso, promessa di rinnovamento.
Con Autunno, il poeta ermetico riesce a racchiudere in pochissimi versi una meditazione universale: la vita è segnata da fragilità e caduta, ma la natura offre consolazione trasformando ogni fine in un nuovo inizio. La lirica, parte della raccolta Oboe sommerso (1932), rappresenta uno dei momenti più intensi della prima produzione di Quasimodo, quella in cui la parola poetica si fa essenziale, simbolica, capace di dire molto con pochissimo.
È in questa prospettiva che va letta la poesia: non come descrizione paesaggistica, ma come allegoria metafisica dell’esistenza, un intimo colloquio con la natura che si traduce in riflessione sull’uomo e sul suo destino.
L’autunno è “mansueto”. La stagione non è aspra o minacciosa, ma dolce e accogliente.  L’immagine delle acque che riflettono il cielo diventa simbolo di introspezione e fusione cosmica: un gesto di umiltà e sete spirituale. La “fuga soave” degli alberi e degli abissi non è semplice descrizione paesaggistica, ma rappresentazione di un dissolversi lento, dolce, in cui la natura e l’animo umano sembrano confondersi. La vita è segnata dalla “pena del nascere”, una condanna originaria che porta con sé la certezza della morte. Eppure nell’autunno il poeta riconosce un compagno di destino. 
Il finale della poesia di Salvatore Quasimodo  concentra il senso dell’intera lirica in un’immagine semplice ma folgorante. L’uomo è una foglia che cade, fragile e priva di orgoglio, ma non abbandonata. La terra lo raccoglie, lo custodisce, gli offre le giuste possibilità di trovare la propria armonia, di liberarsi, di rigenerarsi a nuova esistenza.

 

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF

 

 

QUANDO LUCE E OMBRA

Quando luce e ombra
tessevano trame nella radura del bosco,
in un pomeriggio d’autunno,
sulla verde erba che tremava
il monologo del vento
suonava nel mio flauto.

 

 

Ogni pena, ogni preoccupazione
furono spazzate via…
Oggi io sento
il fremito del vetro colorato,
il sospirare della brezza,
lo sguardo che invita,
l’armonia che nell’amore fiorisce.

 

 

I temi della luce e dell’ombra ricorrono in molte poesie di Rabindranath Tagore. Questi temi sono usati per esplorare la dualità dell’esistenza: la luce simboleggia la speranza e la gioia, mentre l’oscurità rappresenta la prova, la riflessione interiore e l’intimità con il mondo. 

L’oscurità, per Tagore, non è solo assenza di luce, ma uno spazio privilegiato per l’ascolto interiore e la comprensione più profonda.   
La luce e l’ombra sono viste come parti inseparabili dell’esistenza, che si completano a vicenda. La natura del poeta spesso si trova a confrontarsi con entrambe. In alcune poesie, la luce è legata all’amore, come in “Luce, oh dov’è la luce?”, dove viene descritto il desiderio di accendere la lampada dell’amore con la propria vita.  Nel contesto dell’ombra, la conoscenza si fa più interiore e profonda, raggiungibile solo quando i sensi si placano. Questo può essere interpretato come una forma di crescita personale e spirituale. 

 

Fonti varie da Libreriamo.it

 

Altro di Tagore:

http://fratellosole.it/cogli-questo-piccolo-fiore-di-rabindranath-tagore/

 

MGF

 

IN CAMPAGNA

Il fieno profuma di sogno
il fieno profumava nei vecchi sogni
i pomeriggi in campagna riscaldano di segala
il sole suona il fiume di balenanti lamiere
vita – campi – trama di fili dorati

 

Di sera attraverso il cielo una passerella
la sera e il vespro
le mucche da latte tornano alle fattorie
a ruminare nel trogolo colmo di crepuscolo

 

 

Di notte sotto i bracci delle croci nei bivi
si spande l’azzurra tarlatura delle stelle
nuvolette siedono davanti alla soglia del prato
sono sfere di bianca peluria
un soffione

 

la luna si reca a lavare fazzoletti argentei
i grillini stridono nelle biche
non c’è di che aver paura

 

 

Il fieno profuma di sogno
celata è in esso una melodia religiosa
mi accosta guance infantili
protegge dal male
(1927)

 

 

 

JÓZEF CZECHOWICZ

Józef Czechowicz nacque a Lublino il 15 marzo 1903. Scrittore, drammaturgo, critico, traduttore e soprattutto poeta di avanguardia nel ventennio tra le due guerre, co-fondatore del gruppo poetico Reflektor e della omonima rivista, dove nel 1927 apparve la prima raccolta delle sue poesie Pietra, accolta assai favorevolmente dalla critica. Nel 1920 partecipò come volontario alla guerra polacco-bolscevica. Negli anni ’30 riunì intorno a sé un cospicuo numero di poeti della seconda avanguardia (tra i quali Stanisław Piętak, Bronisław Ludwik Michalski, Józef Łobodowski). Redattore di molte riviste letterarie e per l’infanzia, collaborò anche con la Radio Polacca scrivendo radiodrammi. Nel maggio del 1932 il poeta insieme con Franciszka Arnsztajnowa fondò l’Unione dei Letterati di Lublino.
Józef Czechowicz è uno dei poeti più originali del suo tempo. Nei suoi primi versi egli crea un’atmosfera onirica e di serenità. Tutte le sue poesie provocano una forte suggestione ipnotica. Descrive il paesaggio della campagna, in cui un ruolo determinante è svolto dalla natura che circonda l’uomo da ogni lato. Il soggetto lirico vede il fiume, il campo, la segala, il bestiame che torna dal pascolo. Perfino il sogno profuma di fieno. Il poeta con descrizioni metaforiche agisce sui sensi – si serve dei colori, dei suoni, degli odori.
Ma alla vigilia della seconda guerra mondiale l’ammirazione della natura nella creazione di Czechowicz lascia lentamente il campo al catastrofismo. Nelle sue visioni profetiche si avvertono l’inquietudine e i timori per le sorti del mondo e dell’uomo. Appaiono motivi e simboli apocalittici ripresi dalla Bibbia: fumo, incendio, diluvio. Cresce il senso di solitudine.
Nella sua ultima raccolta Nota umana troviamo il presentimento della morte, riconosciuto poi come profetico. Czechowicz infatti morì il 9 settembre 1939, a soli 36 anni, nella sua città natale durante un bombardamento. La sua poesia è straordinariamente musicale. Egli si considerava un “virtuoso della musicalità”. Il mondo poetico di Czechowicz è rappresentato soprattutto dalla campagna e dal villaggio e le principali tonalità psichiche sono la moderazione, la tenerezza e l’insicurezza. Il timbro affettivo dominante è il rammarico, l’elegia e la principale ossessione è la morte.

Fonte: L’Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

 

MGF

CONOSCO DELLE BARCHE

Conosco delle barche che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.
Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.

 

Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

 

Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.
Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.

 

Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.
Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.

 

Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.
Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.

 

Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.

 

(a Jacques Brel)

“Conosco delle barche” è una toccante poesia in musica cantata dall’artista francese Mannick nell’album “Le temps de l’amour” (1977) e dedicata a Jacques Brel (cantautore, compositore, attore e poeta belga di lingua francese, ricordato nelle nazioni francofone anche come attore e regista teatrale), a cui spesso lo splendido testo viene erroneamente attribuito. 
Questi versi, emozionanti e romantici, parlano al cuore attraverso la metafora delle barche, e descrivono l’essere umano e la sua paura di avventurarsi nella vastità del mare. Che sia un invito ad amare o un inno alla vita, questa poesia possiede un’anima antica, che parla di coraggio e di forza. Una forza che non si esplicita nel non aver paura o nel restare impassibili dinanzi alle difficoltà, ma che al contrario si costruisce proprio sulle nostre debolezze e sulla nostra capacità di saperle riconoscere e affrontare.  


MANNICK


Mannick , il cui vero nome è Marie-Annick Rétif, nata ad Angers il 9 ottobre 1944, è una cantautrice francese il cui repertorio è rivolto ai bambini piccoli ma anche (soprattutto) agli adulti. L’amore è molto presente nelle sue composizioni, soprattutto nei registri della poesia e dell’umorismo.
Insieme ad altre cantautrici, ha anche contribuito al rinnovamento e allo sviluppo della musica liturgica in Francia a partire dagli anni 70. Nel suo lavoro ha anche affrontato in modo originale i temi del femminismo (i suoi album: Words of a woman, La possibilità di essere donna, Io sono Eva, tra le altre), e la resistenza all’oppressione (come ad esempio nella sua canzone Sono foreste).

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF