STAGIONI
Chi ha dimenticato l’inverno
Non merita la primavera,
Chi ha dimenticato la campagna
Non deve camminare in città.
La ragazza usciva sola
E amava camminare in silenzio:
Siccome non portava il cappello
Riusciva sgradita alla gente.

Le sue spalle curve e magre
Dicevano: io non voglio nessuno;
Io voglio soltanto
Camminare in città.
Chi non riconosce il volto
Della passione, non deve
Non deve esistere al mondo.
La ragazza che fumava, sdraiata
Sul divano, che taceva sola,
Non bisogna dimenticarla
Se pure è finito il suo tempo,
Se il suo corpo ha dato dei figli
Come una donna può fare.
Chi ha veduto il cielo al tramonto
Non deve dimenticare il mattino,
Poiché la vita che ci è data
È questa: morire e nascere,
Nascere e morire, ogni giorno.
La ragazza che usciva in silenzio
Non c’è più, ma forse i suoi figli,
Nati dal suo corpo, un giorno
Vorranno uscire da soli,
In silenzio, a sfidare la gente.
Stagioni fu scritta da Natalia Ginzburg agli inizi del 1941, mentre si trovava a Pizzoli, in Abruzzo, dove seguì il marito Leone Ginzburg, che vi era stato mandato al confino politico. Fu pubblicata sulla rivista Darsena Nuova nel 1946.
Stagioni è una poesia sul rispetto della propria storia, sulla dignità del dolore, sulla libertà individuale e sulla continuità tra le generazioni. È anche un inno sommesso ma potente alla dignità e all’identità femminile. La ragazza che sfidava la società diventa madre, ma non perde valore, il suo spirito vive nel desiderio di libertà dei suoi figli.
Stagioni inizia con un chiaro invito alla memoria “Chi ha dimenticato l’inverno/Non merita la primavera” dove è chiaro il riferimento al fatto che bisogna sapere imparare dalle esperienze negative, alle sofferenze che la vita pone davanti. E quindi per rinascere, la primavera appunto, per ritrovare la gioia, la felicità, la serenità bisogna appoggiarsi a ciò che è stato.
Poi protagonista diventa la “ragazza” e qui si evince che fa riferimento alla sua vita passata, e dalle caratteristiche che l’autrice esprime della giovane emerge lo spirito ribelle, libero e allo stesso tempo fragile e vulnerabile.
E’ come se l’autrice volesse rivendicare la voglia di manifestare la sua esistenza, di ribellarsi alle condizioni di annullamento che molte volte la società impone e affermare sé stessa così com’è.
L’ultima parte della poesia si apre a una visione più ampia, la ragazza ha avuto figli, è cambiata, eppure non va dimenticata. Il suo spirito vive forse nei figli che un giorno “vorranno uscire da soli, / in silenzio, a sfidare la gente.” La vita è presentata come un ciclo continuo di “morire e nascere”, ogni giorno, in un eterno ritorno dove ogni stagione ha un senso e una dignità.
Fonte: Libreriamo.it
MGF
il tempo è malato
Tempo è di tornare poveri
Non si è ancora levata la nebbia. I cuori dei fanciulli in alto
Tra i vari componimenti poetici di Karol Wojtyla – Giovanni Paolo II che hanno avuto molto successo c’è quello che ha per titolo Fanciulli, in cui il papa parla dei fanciulli che crescono e vanno in giro per il mondo. E, con cuore di padre, si domanda se custodiranno sempre nel loro cuore quello che hanno imparato da piccoli e, soprattutto, se sapranno sempre separare il bene dal male.




Siate cauti con le parole,



