BLOWIN’ IN THE WIND
Quante strade deve percorrere un uomo
prima di essere chiamato uomo?
E quanti mari deve superare una colomba bianca
prima che si addormenti sulla spiaggia?
E per quanto tempo dovranno volare le palle di cannone
prima che vengano bandite per sempre?
la risposta, amico mio, se ne va nel vento,
la risposta se ne va nel vento
Per quanti anni una montagna può esistere
prima che venga spazzata via dal mare?
E per quanti anni alcuni possono vivere
prima che sia concesso loro di essere liberi
E per quanto tempo può un uomo girare la sua testa
fingendo di non vedere
la risposta, amico mio, se ne va nel vento,
la risposta se ne va nel vento

Per quanto tempo un uomo deve guardare in alto
prima che riesca a vedere il cielo?
E quanti orecchie deve avere un uomo
prima che ascolti la gente piangere?
E quanti morti ci dovranno essere affinché lui sappia
che troppa gente è morta?
la risposta, amico mio, se ne va nel vento,
la risposta se ne va nel vento

Siamo nel 1963: gli Stati Uniti sono in guerra contro il Vietnam e Bob Dylan scrive una canzone, una poesia, che parla dei diritti civili e degli orrori della guerra. Il brano è costruito su una serie di domande, le cui risposte, come recita il titolo, volano nel vento. Il cantante poeta sembra che osservi tutto dall’alto. La sua è una canzone sulla guerra, ma invece di parlare delle bombe e delle armi, preferisce concentrarsi sulle vittime, che non riusciranno mai a dimenticare il dolore e la violenza. Dolore e violenza che, purtroppo, sembrano tornate di estrema attualità al confine tra Ucraina e Russia, o tra Israele e Gaza. Alla luce di questi fatti, la poesia-canzone di Bob Dylan ricorre tristemente attuale. Tra anafore, metafore e parallelismi, il cantautore fa un ampio uso di figure retoriche con l’originale capacità di mantenere un tono tranquillo e pacato, anche se parla di tematiche crude e violente, come la morte e la guerra. Nel ritornello, che segue ognuna delle tre strofe, si rivolge al pubblico (o al lettore) chiamandolo “amico mio”, e con tono fraterno cerca di dirgli una cosa molto semplice: tutto si muove e cambia e l’unico modo che ha l’uomo per sopravvivere è assecondare questi cambiamenti, che sono imprevedibili come il vento. Le risposte alle domande formulate sono tante e differenti, ma sono parole e le parole sono mutevoli e fugaci come il vento che non possiamo controllare.
BOB DYLAN

Da menestrello a oracolo, da poeta a traditore. Bob Dylan viene considerato il più grande esponente della canzone folk statunitense. Ma rappresenta anche una figura fondamentale nello sviluppo della cultura americana per il suo impegno nella diffusione di messaggi contro le guerre e a sostegno dei diritti umani.
Il «bardo» di Duluth nasce in Minnesota nel 1941, il suo vero nome è Robert Allen Zimmerman. Impara a suonare su una chitarra acquistata per corrispondenza, dimostrando uno straordinario talento. A 15 anni Bob fonda il suo primo gruppo rock: I Golden Chords. Sì, perché il primo amore di Dylan, a differenza di quanto comunemente si crede, è stato proprio il rock ‘n’ roll. Mentre frequenta l’università a Minneapolis, inizia a suonare nei locali di Dinkytown, il sobborgo intellettuale della città, popolato da studenti, beat e appassionati di folk. Ed è proprio con un repertorio folk che il ragazzo del Minnesota inizia ad esibirsi nei locali di striptease di Denver, nelle pause tra un numero e l’altro. “Una sera ero sul punto di farlo io, lo spogliarello…”, ha dichiarato in un’intervista. Al Ten O’Clock Scholar, un locale vicino alla sua università, si esibisce per la prima volta come Bob Dylan, il suo nome d’arte. Stregato dalla musica, inizia a girare per l’America come un menestrello ambulante. È il gennaio del 1961 e il gelo invernale penetra fino in fondo alle ossa quando Bob, un ragazzo dall’aspetto esile, arriva a New York su di una berlina nera. Non ha ancora compiuto 20 anni, ma la sua terra natia gli sembra già troppo provinciale. Il cantautore decide di trasferirsi nella Grande Mela sulle orme del suo idolo Woody Guthrie, il più grande interprete della canzone folk di protesta tra gli anni Trenta e Cinquanta. Ed è proprio a New York che prende per mano chitarra, tastiere e armonica, il blues e il folk e li fonde assieme portandoli nella modernità, con un rock inconfondibile, intriso di rabbia e tenerezza.
Il suo primo album, registrato nel 1961 ma pubblicato nel 1962, è una raccolta di brani tradizionali (tra cui la celebre House Of The Rising Sun) per voce, chitarra e armonica. Ma è l’anno dopo che Dylan pubblica quello che viene considerato il suo più grande capolavoro, The Freewheelin’ Bob Dylan (1963). L’album contiene brani che sono diventati veri e propri inni generazionali: si va da Blowin’ in the wind a Masters of war, passando per A hard rain’s a-gonna fall. Tutte canzoni fortemente influenzate dalla tensione politica e sociale di quegli anni. Gli stessi anni della guerra fredda e del conflitto del Vietnam.
Molte delle sue prime canzoni conquistano il grande pubblico attraverso versioni di altri musicisti più famosi. Joan Baez, ad esempio, sostenitrice e amante di Dylan, duetta sul palco con lui ed è determinante nel portarlo al successo nazionale e internazionale.
Molto famoso l’album Desire (1976), trainato da Hurricane, una canzone di protesta sul caso del pugile di colore Rubin ‘Hurricane’ Carter ingiustamente accusato di un omicidio. Dopo un’intensa attività dal vivo, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, si assiste alla sua conversione alla religione dei Cristiani rinati, parentesi spirituale testimoniata da una manciata di album e poi contraddetta dall’uscita del significativo Infidels (1983).
Gli anni Ottanta e Novanta vedono poi Dylan attraversare il momento del riflusso culturale mantenendo un livello qualitativo importante, come dimostrano Oh Mercy (1989), World gone wrong (1993), Time out of mind (1997), Love and theft (2001).
Dylan è stato premiato più volte. I suoi album hanno ricevuto Grammy Award, Golden Globe e Academy Awards, ed egli è stato incluso nella Rock & Roll Hall of Fame, nella Nashville Songwriters Hall of Fame e nella Songwriters Hall of Fame. Nel 1999 è stato inserito dal Time tra le cento più influenti personalità del XX secolo e nel 2004 è stato classificato come il secondo più grande artista rock di tutti i tempi dalla rivista Rolling Stone, preceduto dai Beatles. Il suo album Modern Times, pubblicato il 29 agosto 2006, è stato nominato Album dell’Anno dalla rivista Rolling Stone.
Nel gennaio 1990 il ministro della cultura francese Jack Lang lo ha nominato Commendatore delle Arti e delle Lettere, nel 2000 è stato insignito del Polar Music Prize dalla Accademia reale svedese di musica e nel 2007 del Premio Principe delle Asturie. È stato proposto più volte come candidato per il Premio Nobel per la Letteratura, fino a vincerlo nel 2016, ed è stato insignito del Premio Pulitzer alla carriera nel 2008.
Per sapere cosa fa Bob Dylan oggi e cosa ne pensa di questi tempi attuali, vi consigliamo questo articolo di Rolling Stone:
https://www.rollingstone.it/musica/news-musica/cosa-pensa-bob-dylan-della-musica-di-oggi/698173/
«Io continuo a dire che i peggiori criminali sono tutte le persone che girano la testa dall’altra parte quando vedono il male e sanno che è male. Ho solo ventun’anni ma so già che ci sono state troppe guerre… E voi che avete più di ventun’anni dovreste essere anche più saggi. La maniera migliore di rispondere a tutte queste domande è porsele. Ma molte persone devono prima trovarsi nel vento.»
Bob Dylan – 1963
Fonti: Sapere.it – Treccani.it – Libreriamo.it
MGF