La campana del tempio tace,
ma il suono continua
ad uscire dai fiori.

Matsuo Bashō

 

 

Il primo grande maestro degli Haiku fu Matsuo Bashō (1644–1694) a trasformare l’hokku in un’opera d’arte indipendente, capace di contenere in poche parole sentimenti profondi e visioni essenziali del mondo. Nato nella classe militare dei samurai e in seguito ordinato monaco in un monastero zen, divenne poeta famoso con una propria scuola e allievi, col passare del tempo, sempre più numerosi. Viaggiatore instancabile, descrive spesso nella sua opera l’esperienza del viaggio. La sua estetica fa coincidere i dettami dello zen con una sensibilità nuova che caratterizza la società in evoluzione: dalla ricerca del vuoto, la semplicità scarna, la rappresentazione della natura, fino a essenziali ma vividi ritratti della vita quotidiana e popolare.

 


 

Sembrava un petalo caduto
tornato sul ramo:
una farfalla.

Arakida Moritake

 

 

Arakida Moritake (1473-1549) è stato un poeta giapponese e prete shintoista. Noto soprattutto nell’ambiente haikai, si dedicò in vita anche alla composizione di waka (31 sillabe divise in 5 versi di 5-7-5-7-7) e renga (poesia a catena ), studiando sotto la guida di Īo Sōgi (poeta giapponese,1421-1502). All’età di 69 anni, divenne capo sacerdote del Grande Santuario di Ise, un enorme complesso costituito da oltre un centinaio di santuari nella prefettura di Mie, sull’isola Honshu.


 

Mondo di sofferenza:
eppure i ciliegi
sono in fiore.

Kobayashi Issa

 

 

Kobayashi Issa (1763 – 1828) è stato un poeta e pittore giapponese. Con Matsuo Bashō, rappresenta uno degli autori di haiku più apprezzati e conosciuti al mondo.  Nato in Giappone nel villaggio di Kashiwabara da una famiglia di agricoltori Kobayashi Issa resta orfano di madre a tre anni, e viene cresciuto dalla nonna. Spedito dopo la morte della nonna a guadagnarsi da vivere a Edo (l’odierna Tokyo), torna ventinovenne al suo villaggio natale. Negli anni successivi viaggiò per tutto il Giappone, scrivendo moltissimo: più di 20.000 poesie, introspettive e descrittive, ancora oggi molto celebri. Il suo stile ha una semplicità quasi fanciullesca.


 

Mare di primavera,
sale… scende…
per tutto il giorno

Yosa Buson

 

 

Taniguchi Buson nasce nel villaggio di Kema, nella provincia di Settsu, probabilmente figlio illegittimo di un capo villaggio e della serva di quest’ultimo. All’età di vent’anni, si trasferisce ad Edo (l’odierna Tokyo) per studiare poesia haikai con l’anziano maestro Hayano Hajin. Alla morte di quest’ultimo, si trasferì nella provincia di Shimo-Usa e, seguendo le orme del suo idolo Matsuo Bashō, si recò nei territori selvaggi nel nord dell’isola di Honshū.
Viaggiò poi per molte altre zone del Giappone. Si stabilì a Kyōto ormai quarantaduenne, iniziando a firmarsi con il cognome Yosa, forse ispirato al nome del villaggio natale della madre.
Si sposò tre anni dopo, ed ebbe una figlia, di nome Kuno. Non si spostò più da Kyoto, dove rimase a scrivere ed a insegnare poesia. Intorno ai cinquant’anni subì l’influenza della scuola Nan-p’in e subito dopo elaborò un proprio stile romantico sia nella pittura sia nella poesia.


HAIKU

 

Gli haiku costituiscono una delle più semplici e sincere forma di poesia giapponese. Nascono in Giappone nel XVII secolo. La loro struttura è molto semplice: essi si compongono di tre versi composti, in totale, da 17 more secondo lo schema 5-7-5.
Per mora nella metrica classica si intende l’unità di misura della durata delle sillabe ed è differente da una sillaba, anche se spesso vengono messe sullo stesso piano.
Per quanto riguarda la forma, gli haiku sono poesie che in realtà non sembrano tali e aforismi che non sono aforismi; si tratta di una manciata di parole in cui ciò che è fondamentale non è quello che viene detto ma il non detto. Gli haiku sono componimenti dell’anima che raccontano molte cose, ad esempio l’emozione legata alle stagioni oppure la precaria esistenza umana.

Gli haiku possono sembrare davvero difficili da scrivere, ma la verità è che chiunque può avvicinarsi a questa forma di poesia carpendo poche, semplici e fondamentali regole.
– non c’è necessità del titolo;
– metrica: 3 versi, 17 sillabe suddivise secondo la struttura 5-7-5. Il discorso delle sillabe è una trasposizione in italiano poiché in giapponese non sono le sillabe che si contano ma gli onji, ovvero i segni grafici dell’alfabeto giapponese. Un haiku scritto in giapponese è formato da 17 onji. In italiano una poesia di 17 sillabe può risultare più lunga di un componimento in giapponese.
– un kigo, ovvero un riferimento a una delle quattro stagioni dell’anno; si può inserire questo accenno in maniera diretta (la parola autunno) o intuibile da colui che legge (citando per esempio le cicale). Il collegamento può anche essere estremamente sottile o difficile da cogliere, come un riferimento a un evento atmosferico tipico di una determinata stagione solo in una parte del mondo (non è quindi scontato che coloro che non ci abitano lo colgano).
– ci sono due stili differenti per i quali si può optare scrivendo un haiku: si può scegliere di anticipare il tema della poesia nel primo verso per poi svilupparlo in quelli successivi o, in alternativa, si può scegliere di presentare due temi in contrasto o in armonia tra di loro.

Fonte: sololibri.net

 

MGF

 

 

NELLA MIA GRANDE SOLITUDINE

Nella mia grande solitudine, una solitudine di animale ferito
ora dopo ora io giaccio. In silenzio.
La mia vigna l’ha spogliata il destino e non un solo rampollo è rimasto.
Ma il cuore, ormai vinto, ha perdonato.

 

 

Se davvero sono questi i miei ultimi giorni
voglio esser calma,
perché l’amarezza non intorbidi il quieto blu
del cielo, mio compagno di sempre.

 

 

 

Rachel Bluwstein (1890-1931), nota al pubblico come Rachel, è un simbolo mai scalfito dal tempo del movimento pioneristico ebraico e madre fondatrice della tradizione poetica israeliana al femminile. Benché Rachel sia considerata una delle poetesse “nazionali” d’Israele, spesso nel corso dei decenni la sua opera è stata relegata a un ruolo minoritario, se non, addirittura, fraintesa. Soltanto di recente la critica ha saputo restituirle la giusta collocazione all’interno del canone poetico, mostrando l’intento rivoluzionario della sua scrittura. L’amore deluso, la nostalgia, la solitudine sono parte integrante dell’universo poetico di Rachel. Tuttavia, accanto a questo, troviamo una donna risoluta, consapevole della propria realtà, passionale e, soprattutto, dotata di un progetto poetico molto preciso.


 

RACHEL BLUWSTEIN

Rachel Bluwstein, (1890-1931), nata a Saratov (Russia) come Rachel Bluwstein-Sela, giunse nella Palestina Ottomana nel 1909, dove fino al 1913 visse in una scuola agricola femminile in riva al lago di Tiberiade. In seguito si recò in Francia per studiare agronomia e pittura e con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale ritornò in Russia, dove lavorò in istituti educativi per bambini rifugiati. Durante questo periodo contrasse la tubercolosi, la malattia che la condusse a una morte prematura. Nel 1919 tornò nel kibbutz Degania ma, non essendo più in grado di lavorare, si trasferì definitivamente a Tel Aviv, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Morì all’età di quarant’anni e fu sepolta sulle rive del lago di Tiberiade. Molto amata dal pubblico, la sua tomba è ancora oggi meta di numerosi visitatori. La prima raccolta di Rachel, Safiah-Frutto spontaneo, fu pubblicata nel 1927. A essa, tre anni più tardi, fece seguito un nuovo volume, intitolato Mineged-Di fronte. Il suo terzo e ultimo libro, Nebo, uscì postumo nel 1932.

 

Fonte: luigiasorrentino.it

 

MGF

LA PRIMAVERA

 

 

L’inverno aveva rinfrescato anche
il colore delle rocce. Dai monti scendevano,
vene d’argento, mille rivoletti silenziosi,
scintillanti tra il verde vivido dell’erba.

 

 

 

Il torrente sussultava in fondo alla valle tra
i peschi e i mandorli fioriti. E tutto era puro,
giovane, fresco, sotto la luce argentea del cielo.

 

 

 

La primavera è una stagione di rinascita, di fiori che sbocciano e della natura che si risveglia.
Questa stagione si caratterizza per i mille colori che la contraddistinguono, accompagnandola dolcemente, delineandone i contorni e al contempo è anche consapevolezza, conoscenza, apertura.
Nella scrittura della Deledda gli elementi naturali, i colori si fondono, quasi personificandosi; tutto ciò ha voce umana e rappresenta lo specchio delle condizioni dell’uomo. Ne risulta un interessante gioco fra parola e silenzio, fondamento del linguaggio dell’autrice.
È quasi come se lo sguardo dei personaggi, attivi e cognitivamente presenti, si aprisse a nuove prospettive, con un’energia che risolleva, sprigionando il profumo dei peschi in fiore, che nonostante il vento si piegano, ma non cadono. Così l’uomo, così le parole dell’indimenticabile autrice e poetessa sarda.

Fonte: eroicafenice.com

 

GRAZIA DELEDDA

 

Il 28 settembre 1871 nasceva Grazia Deledda, una delle più grandi scrittrici e romanziere della storia dell’Italia moderna, un’autrice originale e apprezzata in tutto il mondo, tanto da essere insignita del Premio Nobel per la Letteratura nel 1926. Fu la seconda donna a ricevere il premio più importante per la scrittura, dopo la svedese Selma Lagerlöf.
Grazia Deledda ha pubblicato decine di romanzi, poesie e raccolte dei suoi scritti, che ancora oggi vengono insegnati nelle scuole e vengono annoverati tra i più significativi per le tematiche della diversità, della crescita e del territorio. Il suo libro più celebre è certamente Canne al vento, uscito nel 1913, un racconto che esplora i temi della fragilità umana e del dolore esistenziale.
Grazia Deledda nasce a Nuoro, in Sardegna, in una famiglia benestante della classe media. Il padre si dilettava nella poesia a livello amatoriale, era un imprenditore e un politico locale, Sindaco della cittadina sarda. La formazione di Deledda fu ampia e variegata, dalla letteratura alle altre discipline. Fin da piccola, tuttavia, dovette confrontarsi con alcune disgrazie familiari, dalla morte prematura del padre a quella della sorellina, passando per l’arresto di uno tra i fratelli.
Dall’età dei diciassette anni, nel 1888, Grazia Deledda iniziò ad essere pubblicata su alcune riviste locali e nazionali con poesie e brevi racconti. In poco tempo, la sua fama tra letterati e intellettuali crebbe, e Deledda si dedicò ai romanzi. Sposatasi nel 1900, si trasferì a Roma e pubblicò negli anni successivi decine di opere teatrali e romanzi di ottimo successo, come L’edera e Canne al vento, che indubbiamente rappresenta il suo libro di maggior successo.
Morì di tumore al seno nel 1936, a 65 anni, il 15 agosto.
Fonte: mondadori.store

 

MGF

 

DANZA

Offri ai cieli sopra di te
qualcosa di più di uno sguardo fuggevole.
Spero che non perderai mai
il senso di meraviglia.
Possa tu non dare mai per scontato
neppure un singolo respiro.

 

E quando ti si presenterà la scelta
di star seduta in disparte, o di danzare
io spero che danzerai, spero che danzerai.
Spero che non avrai mai paura
delle montagne che vedi in distanza.
Non prendere mai il sentiero più facile.
Vivere può voler dire fare scelte
ma vale la pena di farle.

 

Non lasciare che qualche inferno
ti pieghi il cuore.
Quando ti senti vicina a mollare tutto
riconsidera.
Spero che tu ti senta ancora piccola
quando stai di fronte all’oceano.

 

 

 

Promettimi che darai a ciò in cui credi
una possibilità di lottare.
E quando ti si presenterà la scelta
di star seduta in disparte o di danzare,
danza.
Io spero che danzerai, spero che danzerai.

 

******************

 

 

 

 

 

HWANG JIN YI

L’autrice di questo sijo (antico tipo di componimento poetico coreano) è Hwang Jin Yi, vissuta nel 1500 (chi dice dal 1506 al 1544, chi dal 1520 al 1560).
Cortigiana, poetessa, danzatrice, cantante – i sijo erano pensati per essere cantati, non recitati – il suo nome “d’arte” era Myeongwol che significa Luna Splendente. Hwang Jin Yi era una gisaeng o ginyeo, e cioè un’intrattenitrice di proprietà del governo. Oltre a mezza dozzina delle sue poesie, le sono sopravvissute alcune descrizioni da lei fatte delle sue danze, probabilmente destinate ad istruire le gisaeng più giovani.
I versi delle gisaeng erano rivoluzionari e creativi, sia nei temi sia nei contenuti. Ignoravano la formalità e l’ipocrisia etica del confucianesimo, e lasciavano correre libere le loro nude emozioni. Il linguaggio da esse usato nei poemi era dolce, appassionato, pure grandemente rifinito. In esso vi era una scelta di fresche immagini, di punzecchiature umoristiche e di metafore finemente velate.” (Kim Un-song, “100 Classical Korean Poems”, marzo 1986)

La storiografia ufficiale coreana non pone molta attenzione alle gisaeng, che pure non hanno nulla di inventato e che furono determinanti in parecchie questioni politiche (giacché il governo le usava anche come “agenti segreti”). La cultura popolare, invece, è zeppa di riferimenti alle loro storie ed ai loro talenti, che comprendevano anche la medicina, la pittura, l’uso di strumenti musicali e il ricamo. La fama di Hwang Jin Yi, una donna di basso status in un’epoca rigidamente gerarchica e brutalmente patriarcale, è qualcosa che non ha paragoni. Era lodata per la straordinaria intelligenza e per un’arguzia affascinante non meno che per la bellezza, e veniva ricercata dai più potenti aristocratici, dagli artisti e dagli intellettuali.
Dalla fine del secolo scorso, la sua storia ha cominciato ad attrarre nuova attenzione in entrambe le Coree. La sua vita è stata descritta in romanzi, film e persino in un’opera lirica. Fra i libri vanno citati quello scritto da Hong Sok-chung nel 2002, il primo romanzo nord-coreano ad ottenere un premio dalla Corea del Sud, e quello sud-coreano scritto da Jeon Gyeong-rin, un bestseller del 2004.

 

 

Fonte: lunanuvola.com

 

MGF

SORRIDI DONNA

Sorridi donna
sorridi sempre alla vita
anche se lei non ti sorride.
Sorridi agli amori finiti
sorridi ai tuoi dolori
sorridi comunque.

 

 

Il tuo sorriso sarà
luce per il tuo cammino
faro per naviganti sperduti.
Il tuo sorriso sarà
un bacio di mamma,
un battito d’ali,
un raggio di sole per tutti.

 

 

Con la poesia “Sorridi“, Alda Merini invita le donne ad affrontare la vita e le difficoltà che essa ci pone davanti con un sorriso. Perché piccoli gesti, come un sorriso, possono innescare un circolo virtuoso di azioni e, con un effetto farfalla, irradiare gioia e luce anche a chi è lontano da noi. Perché un sorriso, come scrive Alda Merini, può diventare il “faro per naviganti sperduti”.
La poetica della Merini è così vasta, profonda, intima, tanto che ha saputo raccontare dell’amore, dell’essere donna, degli uomini, della sua città, della pazzia. Da sempre anticonvenzionale, lontana dal voler essere imprigionata da etichette e da qualsiasi status sociale, Alda Merini si è prefissata di essere libera.
Forse è questo il dono più bello che le sue poesie ci hanno lasciato: il desiderio di libertà. Ma anche la capacità di alzare lo sguardo oltre gli ostacoli della vita per cogliere la bellezza della vita stessa.

 

«Io la vita l’ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio. Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita e la vita è spesso un inferno… per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara».

 

 

Fonte: Libreriamo

 

MGF