Regia Giuseppe Domingo Romano

 

 

 

 

 

La voce intensa di Stefano Accorsi racconta Tintoretto in un film che lancia un bel segnale, poetico e pratico

Attraversando la vita del pittore, Tintoretto. Un Ribelle a Venezia delineerà i tratti della Venezia del 1500, un secolo culturalmente rigoglioso che vede tra i suoi protagonisti altri due giganti della pittura come Tiziano e Veronese, eterni rivali di Tintoretto in un’epoca in cui la Serenissima conferma il suo dominio marittimo e affronta la drammatica peste del 1575-77, che stermina gran parte della popolazione lasciando un segno indelebile nella Laguna.

 

TINTORETTO IL TERRIBILE

 

Jacobo Robusti – “Tintoretto”

Jacopo Robusti, detto “il Tintoretto” per il mestiere del padre, che era un tintore, è uno dei più grandi esponenti della pittura rinascimentale; racchiude in sé l’eredità della pittura veneta di Tiziano, dei grandi come Raffaello, Michelangelo e Giulio Romano e incarna i prodromi di quel chiaroscuro violento che poi Caravaggio porterà all’apice della magnificenza.
È una figura chiave del periodo che segna la transizione tra il Rinascimento e il Manierismo, e domina questa fase di cambiamento con carattere impetuoso e aggressivo, che si mostra sia nella vita privata (fu il Vasari a definirlo “Terribile”) sia nello stile pittorico.

 

 

Tiziano e Tintoretto

Le fonti raccontano che già da bambino mostrò una notevole inclinazione all’arte: si racconta infatti che nella bottega del padre “sgraffignasse” le tinture per la stoffa per mettersi a colorare i muri. Fu per questo motivo, e forse anche un po’ per salvare i muri, che appena possibile suo padre lo mandò a bottega da Tiziano Vecellio.
Da lui, Tintoretto non imparò granché: solo pochi giorni dopo Tiziano lo cacciò, per paura che diventasse un rivale. Il suo talento era così grande da intimorire un artista di tale calibro.

 

Tintoretto, Il ritrovamento del corpo di San Marco 1562-1566

Tintoretto procedette in autonomia, procurandosi commissioni grazie alle conoscenze della famiglia e sviluppando uno stile tutto suo, che pur avendo radici nel Rinascimento non è completamente debitore a una figura specifica.
Ricava l’uso sapiente del colore dai veneti, cosa che all’epoca significava Tiziano: considerato il carattere di Tintoretto, mi piace pensare che l’abbia imitato un po’ per ripicca, almeno all’inizio.
Ma, dove il gradiente di Tiziano è delicato, colmo di rossi accesi e delicati colori pastello, quello di Tintoretto è vasto, spazia dai neri più cupi a colori chiari e brillanti, a creare un contrasto netto e violento, sottolineato dalla pennellata aggressiva e rapida; le figure sembrano quasi aleggiare in uno sfondo irreale, tuttavia non perdono di realismo, anzi lo accentuano.

 

Tintoretto-Paradiso (1588-1592) Palazzo Ducale Venezia

 

 

I corpi che dipinge sono un retaggio michelangiolesco: figure grosse, muscolose quasi all’eccesso, che spiccano ancora di più nella luce radente dettata dal violento chiaroscuro.
L’influenza di Raffaello è forse meno immediata, ma la composizione delle opere di maggiori dimensioni, i trompe-l’oeil e i murali, non può che aver visto le opere delle Stanze Vaticane. Non un’accozzaglia di personaggi, nemmeno una composizione irreale e a tratti ridicola, ma una folla vera e propria: la complessità di creare un gran numero di opere così piene di personaggi, senza essere ripetitivo, è inimmaginabile.

Giulio Romano – Camera dei Giganti (1532-1535) Palazzo Te – Mantova

 

Ma l’impressione maggiore, io credo, discende da Giulio Romano: le composizioni di Raffaello sono eteree e armoniche, e quelle di Tintoretto sono troppo maestose per discendere solamente da esse. Un uomo come Tintoretto, aggressivo e deciso e incredibilmente motivato a imparare qualsiasi tecnica su cui posasse gli occhi, non può essere rimasto indifferente di fronte alla Sala dei Giganti da lui affrescata a Palazzo Te (Mantova).
È un’opera maestosa, accerchiante. La sensazione, entrando nella sala, è di non trovarsi più all’interno di un palazzo, ma di essere in qualche modo finiti nel bel mezzo di una leggenda.
Tintoretto ha sicuramente visto quest’opera, e l’ha fatta sua, come suo solito elevandola e includendola con naturalezza nel proprio stile, traendone il meglio con l’uso del chiaroscuro.

 

Tintoretto Doge Pietro Loredan (1567-1570) Cardinale Marco Antonio da Mula (1562-1563)

 

Persino nei ritratti e nelle opere di dimensioni più ridotte non si perde questa magnificenza e quest’uso quasi emotivo del chiaroscuro: con il colore, Tintoretto tratteggia e detta le sensazioni da provare, quasi imponendo allo spettatore la propria visione. Si pensi alla differenza tra il ritratto del Doge Pietro Loredan da quello del Cardinale Marco Antonio da Mula: per quanto le loro espressioni siano neutre, guardandoli abbiamo quasi la sensazione di conoscerli personalmente.

 

 

Tintoretto – Cristo morto sorretto da un angelo (datazione sconosciuta)

 

E quando guardiamo il Cristo Morto sorretto da un angelo, possiamo sentire l’angoscia della Morte del Salvatore, leggere sulle Sue membra il peso del peccato che morendo ha tolto dalle spalle dell’Uomo.
E una pittura così eclettica serve forse a dimostrarci, ogni volta che la guardiamo, che il mondo può essere molto più di ciò che vediamo, e che possiamo scoprirne i misteri… se solo abbiamo il coraggio di avvicinarci e scrutare tra le ombre più profonde senza perdere di vista la luce.

 

 

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF

PASSIONE E MORTE DI GESU’

 

Il Cristo alla Colonna è l’unico dipinto su tela del Bramante di cui si sappia.
È un’opera devastante nella sua semplicità: sul corpo del Cristo non ci sono ancora i segni della flagellazione, ma ha una corda attorno al collo e il suo viso, contratto e smunto, il colorito quasi verdastro, lascia supporre che Gesù stia anticipando quello che sta per succedere. Sullo sfondo, una coppa dorata, che molti studiosi interpretano come un riferimento al “Calice” che Gesù aveva chiesto fosse allontanato dalle sue labbra nel Giardino del Getsemani.
Ecco, il calice è ancora lì, la sua preghiera è stata vana, quasi a ricordare all’umanità intera che, a volte, le preghiere non possono essere esaudite: un fine più alto ci aspetta, ma prima dobbiamo tenere salda la nostra fede. Dobbiamo capire che non possiamo esimerci dal bere da questo Calice, che nessuno ce lo potrà allontanare dalle labbra se vogliamo poi crescere e risorgere.
E, nei momenti di paura, potremo ricordare lo sguardo angosciato, terrorizzato del Salvatore, che affronta la passione con tutta la dignità che riesce a trovare, per salvare l’umanità. E sentirlo nostro fratello nel dolore.

 

 

Il Cristo Crocifisso di Dalì è, a mio parere, una delle rappresentazioni più impressionanti mai dipinte della Crocefissione. La prospettiva è estrema, esagerata, quasi un anamorfismo, e la cosa più sconvolgente è che lo sguardo dello spettatore va dall’alto in basso.
Siamo abituati, nell’arte ma anche nella vita di ogni giorno quando entriamo in chiesa, a vedere il crocifisso dal basso verso l’alto, a scorgere uno scorcio del volto sofferente del Cristo, mentre l’occhio si sofferma sistematicamente sulle mani e sui piedi perforati dai chiodi, sulla ferita nel costato.
Dalì, invece, ce lo presenta dall’alto; di Lui vediamo il capo chino e la schiena incurvata in una posizione quasi dolorosa da guardare; le braccia distese sembrano quasi una supplica perché il dolore finisca, un urlo muto da un corpo così provato che non conserva più nemmeno un filo di voce.
Ma ai suoi piedi si stende un lago calmo. Due pescatori hanno lanciato le reti da riva, e sembrano quasi godersi l’alba ormai imminente di una giornata che si preannuncia serena e soleggiata, con le nubi che già cominciano a dissiparsi all’orizzonte: è la calma della Salvezza, la quieta fiducia che, dopo una notte di tentativi infruttuosi, potremo gettare la rete e ritirarla piena di doni.

 

 

 

 

Il Cristo Morto di Mantegna è l’apoteosi dell’iconografia del Compianto sul Cristo Morto. Gesù è rappresentato già sdraiato sulla pietra, coperto dal sudario; una boccetta posata di fianco al Suo capo simboleggia che è già stato cosparso di oli e profumi, e alla Sua sinistra due figure, probabilmente Maria Maddalena e Giovanni, piangono la Sua morte.
La prospettiva è anche qui estrema, e rappresenta, di fatto, un trompe-l’oeil: camminando intorno al quadro, questo acquisisce tridimensionalità, dando l’impressione di spiare all’interno del sepolcro, coinvolgendo lo spettatore nella scena e innalzandolo a personaggio.

 

Il crudo realismo del dipinto è incredibile, quasi osceno nella sua puntualità, ma non voyeuristico: il nostro sguardo è inesorabilmente attratto dai segni dei chiodi nei piedi, non dei meri segni rossi ma veri e propri squarci nella carne, che è grigiastra e palesemente immota, morta. La testa è abbandonata sulla pietra tombale, sul volto ancora un’ombra della sofferenza patita.
L’immagine genera una sensazione di pietà soverchiante: c’è quasi la tentazione di unirsi ai piangenti, di contribuire a ungere con riverenza quel Corpo che ha portato su di Sé i nostri peccati.
Ma il sole tramonta sul venerdì, e presto dovremo lasciare qui l’Uomo che amiamo, nell’obbligo mai così pesante di rispettare il Sabato, portando con noi la speranza sempre viva che, quando torneremo nel mattino della domenica, troveremo la pietra spostata, il sepolcro vuoto e il Cristo Risorto.

 

Beatrice Fiorello

 

MGF

 

 

 

La Passione di Cristo secondo San Marco per solisti, coro, orchestra e organo , è il primo oratorio composto da Lorenzo Perosi e presentato in prima assoluta nella chiesa di Sant’Ambrogio a Milano il 9 agosto 1897 in occasione di un convegno di musica sacra. Ci fu una precedente esecuzione della prima parte a Venezia , all’inizio di agosto. Perosi lo dedicò al compositore Ferruccio Menegazzi , all’alpinista e musicologo Francesco Lurani e al compositore Marco Enrico Bossi.

 

 

La prima aveva lasciato una profonda impressione. Perosi basa il linguaggio musicale sul canto gregoriano, utilizzando sempre testi semplici e moderati, sia per l’orchestra che per i solisti, con gli interventi del coro che svolgono il ruolo di commentatori.
Si dice che Massenet , dopo aver ascoltato il finale, abbia esclamato: “Lorenzo Perosi è davvero il Bach italiano!”
Questa composizione è divisa in tre sezioni, scritte in periodi diversi durante lo stesso anno 1897:
I. La Cena del Signore (Cap. XIV, versetti 17-26)
II L’Orazione al Monte (Cap. XIV, versetti 33-43)
III La morte del Redentore (Cap. XV, versetti 25-37)
Dopo la sua prima esecuzione, fu rappresentata a Santa Maria delle Grazie a Milano tra il 2 e il 5 dicembre 1897 in occasione del Congresso di musica sacra.

 

LORENZO PEROSI

 

Lorenzo Perosi, nato a Tortona, fu un musicista attento, uomo e religioso dalla profonda spiritualità e interprete musicale intelligente. La sua vita fu immersa tra l’arte e la fede. Amò la musica, come i suoi cinque fratelli, tutti coinvolti attivamente e pienamente. Fin da giovanissimo si fece “terziario” (chiamato a compiere il suo cammino aderendo pienamente alla spiritualità francescana), e poi entrò anche al Liceo Musicale di Santa Cecilia di Roma e seguì ancora un corso di studi a distanza col Conservatorio di Milano. Fu maestro di canto all’Abbazia di Montecassino; si diplomò al Conservatorio di Milano e continuò a studiare nella città di Ratisbona.

 

Divenne poi maestro di cappella a Imola e l’anno seguente direttore della Cappella Marciana della Basilica di San Marco a Venezia. Dopo essere diventato nel 1895 sacerdote, Papa Leone XIII lo nominò direttore perpetuo della Cappella Musicale Pontificia Sistina, carica che ricoprì fino alla sua morte nel 1956.
Perosi lasciò un grande segno, sia perché era una personalità e un maestro musicalmente straordinariamente dotato e preparato, sia perché particolarmente sensibile e appassionato, oltre che continuamente attivo nella musica soprattutto religiosa corale.
Compose moltissima musica per la liturgia, dando così un enorme contributo al repertorio musicale cattolico.

Dedito molto alla forma dell’Oratorio e dei mottetti, ha interpretato quello che stava succedendo dall’inizio del Novecento in Italia e in Europa. Uomo aperto e irriducibilmente curioso, pur nelle sue vesti di “povero prete”, fu una personalità molto inserita nella società dell’epoca e aggiornato ai suoi tempi.
La musica di Perosi ci svela una pietà solida: uno spazio della vita dell’Uomo alla preghiera e all’aspetto della spiritualità. Una vera proposta di legame con la vita della Chiesa e il vivere con il “sentore di Dio”. Mai esposto, Perosi, pur con la sua grande apertura verso gli altri e verso l’espressione musicale, rimase sempre nell’ombra, riservato e delicato. Proprio questi aspetti della sua personalità li ritroviamo puntualmente anche in tutta la sua musica religiosa composta. I suoi mottetti, moltissimi dei quali brevi, delicatissimi e leggeri come “acquerelli”, e allo stesso tempo intensi, sono tra le sue composizioni più eseguite ancora oggi dai cori liturgici e non solo.

 

ET HYMNO DICTO

Il brano Et hymno dicto (tradotto dal latino: “E, cantato l’inno”) è un’espressione biblica tratta dai Vangeli di Matteo (26,30) e Marco (14,26) che descrive il momento conclusivo dell’Ultima Cena, quando Gesù e gli apostoli intonano i salmi rituali e si recano al Monte degli Ulivi
Perosi inserisce le parole del “Lauda Sion”, unendo idealmente l’istituzione dell’Eucaristia al cammino verso il Getsemani e compie due scelte significative: utilizza la forma fugata che porta ad immaginare un’uscita dal Cenacolo caotica, affannosa e disordinata, e l’inizio del tema della fuga, ritmicamente marcato ed accentuato, esprime il battito del cuore di questi personaggi in ansia che non sanno cosa accadrà da lì a poco. Il pathos emotivo che Perosi riesce a creare è davvero intensissimo. Sulle parole conclusive (et hymnis et canticis)viene pensato questo intensissimo crescendo sia di sonorità che di intensità, finalmente omoritmico, che ben descrive il sentimento degli Undici che terminano la loro cena cantando e lodando il Signore nonostante il timore per il futuro.

 

Et, hymno dicto, exierunt in montem Olivarum.
Lauda Sion Salvatorem, Lauda ducem et pastorem
In hymnis et canticis!

E, detto l’inno, andarono al monte Oliveto.
Loda, o Sion, il Salvatore, loda il duce ed il pastore
cogli inni e coi cantici!

 

 

per l’intera PASSIONE SECONDO SAN MARCO

http://www.youtube.com/watch?v=f3KgE1vZtvs

 

 

MGF

La Vie et la Passion de Jésus Christ (1902) di Ferdinand Zecca.  Scena iniziale del film

Yeshu’a per il mondo ebraico, Gesù per i cattolici, è stata una figura fondamentale per l’intera umanità.
Il cinema non è stato immune dall’influenza della figura di Gesù Cristo. Non è facile stabilire con esattezza quale sia stata la prima pellicola dedicata al Nazareno. Vues représentant la vie et la passion de Jésus Christ (1897) dei fratelli Lumière è uno dei primi esempi. Seguirono poi Le Christ marchant sur les eaux (1898) di Gorge Mèliès e La Vie et la Passion de Jésus Christ (1902) di Ferdinand Zecca. Sono queste le prime trasposizioni al cinema della vita di Gesù Cristo. Opere interessanti, ma con un linguaggio più teatrale che cinematografico.

 

 

Bisogna aspettare gli anni Dieci e Venti del Novecento per trovare i primi veri Kolossal di carattere religioso. Come Cristus (1916) di Giulio Antamoro, un grande maestro del cinema muto. Dopo un breve periodo di predominio dell’industria cinematografica europea (con Italia e Francia in prima linea) è Hollywood a diventare la maggiore sede di produzione dedicata alla vita di Gesù Cristo.

 

 

 

Ecco una carrellata dei film più famosi:

IL RE DEI RE
Al massimo del suo successo, dopo aver diretto un cult innovativo come Gioventù bruciata e una serie di thriller e western amati dal pubblico, Nicholas Ray dirige nel 1961 la prima epopea sonora e a colori sulla vita di Gesù. Affida il ruolo del protagonista a Jeffrey Hunter, con cui aveva già lavorato in La vera storia di Jess il bandito, e si concede delle libertà narrative rispetto ai Vangeli, per rendere il racconto il più spettacolare ed emozionante possibile. Due anni dopo il colossale Ben Hur in cui Gesù non veniva mai mostrato in volto, Il re dei re, remake dell’omonimo film muto di Cecil B. DeMille del 1927, lo rende a tutti gli effetti il protagonista di un’epopea hollywoodiana, dove vengono utilizzati i toni dell’avventura e del dramma per portare sul grande schermo il Vangelo. E il pubblico dell’epoca accoglie la scelta con entusiasmo.

 

 

IL VANGELO SECONDO MATTEO
Nel 1963 in Italia viene girato un film che è quanto di più lontano possa esserci dal modello hollywoodiano. Pier Paolo Pasolini scrive e dirige un lungometraggio che, come dice il titolo stesso, narra la vita di Gesù come descritta nel Vangelo di San Matteo, utilizzando le parole del discepolo per i dialoghi, senza ricorrere a parafrasi o trasposizioni. La volontà dell’autore, non credente e marxista, è di raccontare in questo modo le sofferenze umane e il riscatto attraverso atti rivoluzionari. Per rendere la storia il più contemporanea possibile, utilizza una colonna sonora anacronistica (attinge da Bach, Mozart ma anche dalla musica blues e spiritual americana) e si affida a non professionisti sia per i ruoli principali sia per le comparse, rivolgendosi in molti casi anche ad amici e parenti, come nel caso di sua madre che interpreta la Madonna. Gesù ha il volto di Enrique Irazoqui, sindacalista catalano di 19 anni, che devolverà la sua paga al movimento clandestino antifranchista.

 

 

LA PIÙ GRANDE STORIA MAI RACCONTATA
Volto simbolo del cinema svedese di Ingmar Bergman, Max von Sydow nel 1965 esordisce nel cinema americano (e in generale in lingua inglese) con il ruolo di Gesù in La più grande storia mai raccontata. Si tratta dell’unico volto sconosciuto al pubblico statunitense, perché il kolossal, diretto da George Stevens, vanta la partecipazione di un lunghissimo elenco di stelle del firmamento hollywoodiano dell’epoca, anche per brevi apparizioni: da Charlton Heston a Martin Landau, da Angela Lansbury a Sidney Poitier fino a John Wayne. Il film segue fedelmente la narrazione dei quattro vangeli: inizia con l’arrivo dei magi e termina con la resurrezione annunciata agli apostoli. Un progetto enorme, quasi un’agiografia, della durata di quattro ore e mezzo.

 

 

 

JESUS CHRIST SUPERSTAR
Trasposizione dell’omonimo spettacolo teatrale, considerato un capolavoro del rock, con musiche composte da Andrew Lloyd Webber e testi di Tim Rice, Jesus Christ Superstar narra l’ultima settimana della vita di Cristo, dal punto di vista di Guida Iscariota, l’apostolo che tradisce Gesù per 30 denari. Uscito nel 1973, diretto da Norman Jewison, il film è diventato uno dei musical più iconici nella storia del cinema. Si tratta, d’altronde, di un film rivoluzionario, che racconta la figura di Gesù in un modo completamente diverso dal passato, influenzato profondamente dalla cultura hippie del tempo. Distanziandosi completamente dai kolossal hollywoodiani, Jesus Christ Superstar mostra un Gesù umano e in conflitto con se stesso, con i suoi sentimenti, le sue paure e i suoi dubbi, e diventa un simbolo delle contraddizioni dell’uomo contemporaneo.

 


L’ULTIMA TENTAZIONE DI CRISTO
Anche Martin Scorsese si è interessato alla ‘Passione’ nella sua carriera (e presto, a distanza di oltre 35 anni, tornerà a girare un film sulla vita di Gesù). È il 1988 quando realizza L’ultima tentazione di Cristo con Willem Dafoe nei panni di un Gesù inedito, che vede il rapporto con l’Eterno come persecutorio. Nel desiderio di essere un uomo come tutti gli altri, abbandonare il suo percorso messianico e costruirsi una famiglia, inizia a fabbricare croci per i Romani. Il film, come l’omonimo romanzo dello scrittore greco Nikos Kazantzakis da cui è tratto, è stato accusato di blasfemia e inondato di critiche per la scelta di raccontare un Gesù in preda ai dubbi.

 

 

 

LA PASSIONE DI CRISTO
L’opera più controversa e discussa esce nel 2004: scritto, diretto e prodotto da Mel Gilbson, La passione di Cristo rompe completamente con la narrazione fatta da Hollywood della morte di Gesù. Il film viene girato in latino, ebraico e aramaico, le lingue del tempo, in Italia, tra Matera e Cinecittà. Come spiega lo stesso titolo, è incentrato sulle ultime ore di vita di Gesù, interpretato da Jim Caviezel: il suo arresto, la condanna a morte e la crocifissione. Il film ricevette critiche per la rappresentazione molto cruda del calvario di Gesù, con tantissime scene di violenza esplicita ed estrema.

 

 

 

 

MARIA MADDALENA
In uno dei più recenti film ispirati al Vangelo, la vicenda di Gesù è filtrata mediante il punto di vista di uno dei personaggi più peculiari del Nuovo Testamento, che tuttavia nell’opera diretta da Garth Davis assume un ruolo centrale. In Maria Maddalena Rooney Mara presta infatti il volto alla giovane che decide di entrare in conflitto con la propria famiglia e di trasgredirne le imposizioni pur di seguire Gesù di Nazareth (Joaquin Phoenix), restando al suo fianco durante la predicazione e fino alla crocifissione, fiduciosa dell’importanza del proprio compito. Uscito nelle sale nel 2018, ma arrivato con un anno di ritardo negli Stati Uniti, Maria Maddalena non ha riscosso particolare fortuna, ma rimane comunque un interessante tentativo di approcciarsi in maniera originale a questo filone cinematografico.

 

 

Fonti: Taxidrivers / Movieplayer

 

 

MGF

Docufilm diretto da Ralph Loop

 

 

 

 

 

A distanza di secoli l’opera di Botticelli continua a coinvolgere ed emozionare. I suoi quadri più celebri portano nei musei e nelle mostre di tutto il mondo migliaia e migliaia di visitatori ogni anno. Tuttavia uno dei suoi disegni più intimi e misteriosi – forse uno dei più importanti per comprenderlo nel profondo- è rimasto a lungo chiuso nei depositi climatizzati del Vaticano. Si tratta del disegno che Botticelli dedicò all’Inferno di Dante e che diventa oggi protagonista di un film documentario originale, appassionato e coinvolgente.

 

DANTE ALIGHIERI E SANDRO BOTTICELLI: PARADISO SU CARTA

Sandro Botticelli – La Voragine Infernale

 

I disegni di Sandro Botticelli per la Divina Commedia di Dante Alighieri sono una delle più importanti opere di contorno alla letteratura mai create.
Gli appassionati della Divina Commedia hanno senz’altro in mente le incisioni di Gustave Doré: sono il mio primo ricordo dell’opera, un accompagnamento ora lieve ora opprimente del meraviglioso testo dantesco.

 

 

 

Lorenzo il Magnifico

 

Ma uno dei primi a decidere che la Divina Commedia era troppo bella per non essere affiancata da immagini che la descrivessero fu il più grande committente dell’Italia rinascimentale: Lorenzo il Magnifico, signore di Firenze, politico, statista, mecenate, nobile, scrittore e poeta. Un uomo del suo calibro non avrebbe mai potuto leggere la Divina Commedia senza desiderare di poter vedere le scene descritte da Dante.

E chi meglio di Sandro Botticelli poteva sopperire a questa esigenza?

 

La Voragine Infernale – Dettaglio

Tra il 1480 e il 1495, Botticelli eseguì cento disegni ad accompagnamento della Divina Commedia: uno per ogni canto, più un importante spaccato dei gironi infernali che ancor oggi, in barba a Doré, appare nei libri di letteratura di molte scuole.
Di queste opere, tuttavia, si perse traccia per moltissimo tempo: divennero leggenda, furono considerate perdute, il che non stupisce dal momento che la pergamena, per quanto più resistente della carta, è comunque deperibile, e di certo poco ingombrante, facile da nascondere.

 

 

Furono infine riscoperte dallo storico dell’arte Gustav Friedrich Waagen nella collezione privata del Duca di Hamilton, messe all’asta e acquisite dal Kupferstichkabinett Berlin, di cui Waagen era direttore; lo scandalo che ne seguì rivelò che altri fogli erano stati conservati dalla Biblioteca Vaticana. In totale, si recuperarono 92 tavole: mancano all’appello otto tavole per l’Inferno e due per il Paradiso.
È un’opera imponente, soprattutto considerando il supporto fisico non certo facile da utilizzare per un artista abituato alle tele: Bernard Berenson disse che sarebbe assurdo pretendere che dei puri contorni siano in grado di rendere l’intera gamma delle sensazioni, passioni ed emozioni che Dante esprime nella Commedia, eppure Botticelli riesce a fare proprio questo.

 

 

E persino Berenson ne loda le “rapsodie di linee pure, alate”. E forse, dopotutto, un tratto meno delicato, meno etereo, non avrebbe fatto altro che saturare all’eccesso un’opera che è già sostanzialmente perfetta di per sé. I disegni di Botticelli sono geniali nella propria semplicità: ogni disegno corrispondeva ad un canto ma, a differenza di Doré, non illustrano la scena principe del canto, bensì lo narrano per intero, partendo dall’angolo in alto a sinistra e degradando verso il basso, un semplice espediente che tuttavia riflette la discesa di Dante all’Inferno, la sezione che da sempre suggestiona di più i lettori.

 

Sandro Botticelli, Inferno X (punta d’argento, inchiostro e penna su pergamena)

Alcuni sono completamente colorati, altri solo in parte, alcune tavole sono semplicemente disegnate a penna, senza alcuna aggiunta. Linee dolci e semplici, che si succedono l’una all’altra, canto dopo canto; un’opera che di per sé è magistrale e non può essere descritta altrimenti, e forse è così magistrale proprio per la propria modestia.

Sembra quasi di percepire, in questi disegni, l’umiltà con la quale Botticelli si approccia all’opera di Dante; ed è giusto così, dopotutto l’autore che conosciamo per nome non è lui, è Dante. L’opera magna è sua, un’opera incredibilmente audace che ha attinto dalla Bibbia e molteplici altre fonti cattoliche, ma anche dalla mitologia greca e romana: con un’illuminazione che poteva facilmente sfociare in arroganza, Dante sceglie i personaggi dalle sue fonti preferite e le colloca nell’oltretomba cristiano, rendendoli, di fatto, personaggi semireligiosi, e definendo la visione cristiana dell’aldilà.

 

Sandro Botticelli, Paradiso IX (punta d’argento, inchiostro e penna su pergamena)

Forse, allora, la scelta di Lorenzo il Magnifico non era un semplice caso di favoritismo da mecenate, per quanto uno dei suoi artisti preferiti fosse proprio Sandro Botticelli: da parte di un uomo di così grande intelligenza, non ci si può aspettare altro che la scelta perfetta. Non una scelta di grandeur, ma un contorno semplice e genuino ad accompagnare senza adombrare una portata principale già incredibilmente complessa e articolata.

Le linee eteree che Berenson denigra proprio prima di lodarne la semplicità erano la decisione perfetta, forse l’unica decisione possibile, per accompagnare Dante nel suo viaggio dall’Inferno al Paradiso; accompagna la condanna dantesca dei mali del mondo, portando avanti la sottile, spesso sottovalutata speranza che cambiare, migliorare, rendersi essenziali è sempre possibile… solo con un pizzico di umiltà.

 

 

 

Beatrice Fiorello – Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF