Adorazione di Pastori – Correggio (1525-1530)

 

In principio era l’oscurità.
Poi, Dio disse: “Sia la luce!” e la luce fu.
Ed ecco che è luce di nuovo, che torna a squarciare le tenebre con la nascita del Bambin Gesù.
Una luce netta, tanto forte da illuminare persino gli angeli, che solitamente ne sono portatori.
Null’altro nella scena è illuminato, c’è solo un fioco bagliore all’orizzonte, un’alba lattiginosa che conosciamo bene: è la tipica mattinata invernale nella Pianura Padana, una di quelle in cui sai che prima o poi il sole si farà vedere, ma nel frattempo bisogna coprirsi bene per cercare di combattere il più possibile quel gelido umidore che si fa strada fino alle ossa.

 

Ma ecco che le si contrappone un’altra luce, una luce che solo allo sguardo sembra calda e accogliente: viene dal Bambin Gesù, e rende bella ogni cosa che sfiora.
Com’è forte il contrasto tra la nebbia, anzi la scighèa, sullo sfondo, e i visi illuminati! Il paesaggio di sfondo è appena accennato, sembra quasi tracciato frettolosamente, mentre ogni dettaglio illuminato dalla Luce di Cristo è netto, pulito… ed infinitamente dolce.
Il volto di Maria, giovane e un po’ paffutello, è reso ancora più tenero dalla sua espressione: se potessimo riportare alla mente i nostri primissimi istanti di vita, sono certa che quello sarebbe il volto delle nostre madri, quando ci hanno presi in braccio per la prima volta. Un amore senza limiti, che forse sconvolge anche un po’ per la sua forza inenarrabile.

 

 

 

Giuseppe in primo piano, con la sua figura tesa in una posa al contempo orgogliosa e quasi intimidita: l’atteggiamento un po’ di scuse di chi ha appena assistito ad un miracolo e ancora non si sente in grado di capirlo completamente.

 

 

La levatrice, quasi accecata dalla luce, e il pastore, il suo volto disteso nell’espressione di chi sta contemplando qualcosa di meraviglioso e ancora non crede ai suoi occhi, sono un dolcissimo contrappunto alla scena, un segno che siamo tutti invitati ad assistere, anche i più umili.
Questi personaggi che si affollano a rendere omaggio all’appena nato Re dei Re siamo tutti noi; l’esperienza di luce a cui assistiamo, testimoni anno dopo anno della nascita del Figlio di Dio, ci scalda e ci unisce, nelle fredde notti d’inverno in cui il vento soffia, la nebbia avanza e sembra che il mattino non arriverà mai.

 

La nascita di Gesù è il nostro promemoria: non importa quanto lunga, fredda o buia ci sembri la notte, il mattino arriverà di nuovo, il sole sorgerà ancora e ancora… e nelle mattine in cui sembrerà tardare, coperto dalle nuvole o da una coltre di nebbia, sapremo pazientare, riscaldati dall’amore di Dio che ha mandato suo Figlio a salvare l’umanità.
È questo il significato del Natale, anche se c’è chi dice che ormai non è altro che un inno al consumismo: le lucine sull’albero, i pacchetti colorati, i maglioni buffi, le strade illuminate: siamo uniti, siamo di nuovo poveri viandanti stretti intorno ad una luce intensa, a proteggersi dal freddo con la reciproca vicinanza, ad ammirare esterrefatti una luce che squarcia le tenebre, partecipi dell’amore di Dio e sicuri di fronte al Salvatore.

Buon Natale!
Beatrice

 

MGF

 

 

 

Quelli che noi definiamo come genere “film di guerra” spesso si pongono come dei veri e propri manifesti antibellici. Si tratta di capolavori di una grande bellezza intrinseca che propongono un messaggio chiaro di denuncia contro la guerra e le sue varie sfaccettature di orrore. La lista sarebbe infinita, qui ve ne proponiamo una selezione tra i più famosi.

 

LA GRANDE ILLUSIONE – Jean Renoir, 1937
Presentato alla Mostra del cinema di Venezia e nominato all’Oscar nel 1939, raggiunse un enorme successo di pubblico e di critica, ma la pellicola di Renoir fu osteggiata dai regimi totalitari fascisti e nazisti. Goebbels decretò il film come il “nemico cinematografico numero uno” a causa del dichiarato pacifismo universale messo in scena.

 

 

ROMA CITTA’ APERTA – 1945
Capolavoro del Neorealismo italiano, il film di Roberto Rossellini, ancora oggi, ha un ruolo fondamentale nella cinematografia contemporanea. Il regista ci regala una testimonianza imprescindibile dell’occupazione militare tedesca di Roma durante la Seconda Guerra Mondiale. Don Pietro, interpretato da Aldo Fabrizi e la sora Pina, ruolo che consacrò Anna Magnani, sono l’esemplificazione principale della violenza e della crudeltà di ogni guerra.

 

LA GRANDE GUERRA – 1959
Mario Monicelli dirige uno dei capolavori del cinema italiano. Un affresco allo stesso tempo ironico e drammatico della vita dei soldati italiani in cui i due principali protagonisti, Alberto Sordi e Vittorio Gassman rappresentano i sentimenti più variegati di coloro che combattano al fronte. Paura, codardia ma anche coraggio ed eroismo non voluto. Più in generale viene dipanata la stoltezza della guerra, la sua insensatezza estendibile a tutti i conflitti. Si ride amaramente di un dramma come la guerra e della relativa stupidità degli uomini.

 

IL PONTE SUL FIUME KWAI– 1957
Un film sull’insensatezza della guerra, questa volta diretto dal britannico David Lean. Durante il secondo conflitto mondiale, il tenente colonnello Nicholson, detenuto in un campo di prigionia giapponese, accetta di dirigere i suoi sottoposti nei lavori di costruzione di un ponte sul fiume Kwai, opera nella quale finora i nipponici non hanno avuto successo. Al contempo, un suo compagno che è riuscito a fuggire allerta gli Alleati del progetto di costruzione e prende parte alla missione per sabotare il ponte.

 

 

ORIZZONTI DI GLORIA – 1957
di Stanley Kubrick si svolge sul sanguinoso sfondo della Prima guerra mondiale e ne mostra l’orrore. Il regista non focalizza l’attenzione sulla guerra, ma sugli uomini. Protagonista il colonnello Dax, interpretato da Kirk Douglas, che ci ricorda che “il più nobile impulso dell’uomo è la pietà verso il prossimo”.

 

 

IL CACCIATORE – 1978
Micheal Cimino dirige Robert De Niro e Christopher Walken in un film sulla guerra del Vietnam, capolavoro assoluto del cinema di sempre grazie ad un racconto mai scontato ma sviluppato con grinta e audacia con immagini forti e crude da lasciare qualsiasi spettatore senza fiato. Al centro della pellicola, vincitore di 5 premi Oscar, tra cui miglior film e miglior regia c’è la guerra ma vista più come una sporca avventura in cui sono mostrati lo spirito con cui ogni soldato affronta e vive personalmente la drammaticità assurda del combattere.

 

APOCALYPSE NOW – 1979
Forse il film di guerra più amato dalla critica e dal pubblico e insieme la pellicola che è riuscita ad essere la più lucida nel descriverne tutta la sua  follia. Coppola mette in scena i deliri e le pazzie che portarono alla guerra del Vietnam attraverso l’enigmatico colonnello disertore Walter Kurtz (Marlon Brando) e l’insicuro e cupo capitano Benjamin Willard (Martin Sheen) che gli dà la caccia. Una discesa agli inferi o verso quel “Cuore di tenebra” che ogni essere umano sente dentro di sé quando imbraccia un fucile ed inizia ad uccidere.

 

LA SCELTA DI SOPHIE – 1982
Alan J. Pakula ci offre uno sguardo su che cosa ha rappresentato l’orrore della guerra per chi è riuscito a sopravvivere ai campi di sterminio nazista. Ambientato a New York nel 1947, il film ruota intorno a Sophie Zawistowska, una donna polacca reduce da Auschwitz, Gradualmente lo spettatore entra nei ricordi della protagonista, culminanti nella “scena della scelta”. La guerra non c’è, non ci sono uccisioni ma soltanto l’eco vivido di quella che Arrigo Levi chiamava la “demolizione” dell’essere umano.

 

 

PLATOON – 1986
Oliver Stone ci regala uno dei più bei film di guerra mai realizzati, anzi, come oramai viene definito, l’ anti-war film per eccellenza, capace di essere intrinsecamente antisistema ma di vincere per la sua brutale autenticità due premi Oscar (miglior film e regia.). La pellicola, infatti, ripercorre le reali vicende che il regista ha passato in Vietnam dal 1967 al 1968. Il soldato Chris Taylor parte volontario per il Vietnam con forti ideologie, ma una volta raggiunto il territorio dovrà affrontare la crudeltà della guerra e delle armi.

 

FULL METAL JACKET – 1987
Stanley Kubrick ha raccontato molte volte la guerra. Con questo film ha cercato di focalizzarsi soprattutto sugli aspetti celebrali e mentali del conflitto. Prima della guerra vera e propria (affrontata nella seconda parte del film), quella che colpisce è la parte inziale del film in cui il regista mostra allo spettatore come si crea un vero soldato- killer e la conseguente perdita completa di umanità. Il finale film dove i marines avanzano in un paesaggio in fiamme, cantando la canzone di Topolino è la dimostrazione di quanto teorizzato.

 

SCHINDLER’S LIST – 1993
La lista di Schindler è un film del prodotto e diretto da Steven Spielberg e interpretato da Liam Neeson, Ben Kingsley e Ralph Fiennes. È la vera storia di Oscar Schindler, un industriale tedesco che, mettendo a rischio la propria vita e la propria carriera, riesce a salvare migliaia di ebrei da un tragico destino. Il film è stato girato interamente in bianco e nero, fatta eccezione per quattro scene: quella che tutti si ricordano è quella della bambina con il cappottino rosso.

 

 

LA SOTTILE LINEA ROSSA – 1998
di Terrence Malick è un film che parla di guerra, ma che evoca la pace: mostra il conflitto per quello che è, crudele e senza quell’aura epica. Il protagonista del film, James Caviezel, sembra più un messaggero di pace che un soldato. Attraverso i suoi monologhi interiori spinge a riflettere sulla vera natura dell’essere umano.

 

 

SALVATE IL SOLDATO RYAN – 1998
è un film diretto da Steven Spielberg con protagonista Tom Hanks. È del 1998. Seconda guerra mondiale: una madre americana sta per ricevere nello stesso giorno la notizia della morte di tre dei suoi figli su diversi fronti della guerra. Il comandante in capo generale Marshall dà ordine che il quarto fratello, Ryan, sbarcato in Normandia, venga rintracciato e portato a casa. Il film ha ottenuto 11 candidature e vinto 5 Premi Oscar.

 

 

BASTARDI SENZA GLORIA – 2009
Un film di guerra diverso dagli altri non poteva che realizzarlo Quentin Tarantino che ci mostra una Seconda guerra mondiale insolita, ironica e tragicomica, inserendo anche elementi di crudeltà e ferocia. Alla compagnia dei cosiddetti bastardi, otto soldati ebrei appartenenti a diverse unità dell’esercito americano, viene assegnato il compito di spargere il terrore tra le truppe naziste, con lo scopo di uccidere qualsiasi soldato tedesco che incontrino.

 

AMERICAN SNIPER – 2014
Il film che ha scosso Hollywood appena uscì, portando sullo schermo la storia di un cecchino americano impegnato in Iraq. Durante il film dovrà combattere una doppia battaglia: sul campo nemico e in famiglia. Diretto da Clint Eastwood, la pellicola è la storia vera del cecchino Chris Kyle, diventato la “leggenda” all’interno dell’esercito americano per aver ucciso centinaia (precisamente 160) di persone. Il film è una denuncia alla guerra in Iraq, che ha risucchiato vite e petrolio per dare vita ad altri orrori ben più gravi.

 

DUNKIRK – 2017
Il regista Christopher Nolan dirige un vero e proprio capolavoro al limite dell’impresa cinematografica, ovvero quella di portare sullo schermo l’evacuazione di migliaia di soldati intrappolati nella città francese di Dunkerque. Raccontata da tre punti di vista differenti (aria, terra, mare), il film più che sulla sceneggiatura punta emotivamente a restituirci l’aspetto e visivo e sonoro di quelli che vissero sulla propria pelle quell’immane sconfitta.

 

 

1917 – 2019
1917 lo ricordiamo soprattutto per la grande regia di Mendes. Come dimenticare il piano sequenza che fa attraversare in maniera vorticosa il campo di battaglia a noi spettatori? Il film racconta la Prima guerra mondiale e ci porta dentro le trincee come forse non era mai stato fatto prima, mostrandoci orrori e paure.

 

 

 

Fonti: Sky – Cinematographe

 

MGF

Il gruppo scultoreo del Laocoonte è forse il più magnifico che è giunto sino a noi dall’antichità; le cronache raccontano che Michelangelo Buonarroti, accorso a vedere degli scavi, abbia visto estrarre quest’opera del terreno e se ne sia innamorato a prima vista.
La scultura che conosciamo è una copia romana in marmo, mentre l’originale greco, probabilmente in bronzo, è andato perduto, fuso per fabbricare armi: una sorte comune per le statue greche, ma che in questo caso sembra quasi un’eco della storia di Laocoonte e del suo tentativo di salvare Troia.

 

Il racconto descritto da quest’opera è tanto semplice quanto struggente, l’ennesima dimostrazione di quanto gli dèi greci fossero vendicativi.
L’Eneide ci narra che, quando i Greci portarono il Cavallo di Troia davanti alle mura della città, Laocoonte, sacerdote di Apollo (o, secondo alcune versioni, di Poseidone), cercò di avvertire i concittadini, sicuro che fosse un inganno di qualche sorta. Pallade Atena, la quale nella guerra era dalla parte dei Greci, lo azzittì scagliandogli contro due enormi serpenti marini, che emersero dal mare e stritolarono lui e i suoi due figli.

 

 

Il gruppo scultoreo ritrae questo momento drammatico: il corpo di Laocoonte è contratto dal dolore, mentre uno dei serpenti gli morde il fianco. Uno dei suoi figli, sta cercando invano di liberarsi, mentre l’altro giace con la testa reclinata all’indietro, colto nel momento in cui la vita sta per lasciarlo.
È un’opera di notevole maestria, non solo per l’equilibrio di vuoti e volumi, perfettamente bilanciato, e per l’incredibile dovizia di particolari: questi sono, dopotutto, i motivi per cui ai Romani tanto piacquero le statue greche, tanto da replicarle sistematicamente per averne copia.

 

 

 

I muscoli del corpo di Laocoonte sono contratti, tesi allo spasimo, la torsione delle sue membra è quasi dolorosa da vedere, mentre per contrasto il figlio semincosciente pare già abbandonato alla morte, nonostante quella mano ancora posata sulla testa del serpente che gli sta insinuando il costato; anche l’altro figlio è in preda al dolore, sembra non riuscire a comprendere come sia possibile che anche suo padre, così grande e forte, possa essere in preda ad una tale sofferenza, impotente di fronte a questa punizione divina.

 

 

 

Ma il particolare che più colpisce, in quest’opera, è l’espressione di Laocoonte: l’artista coglie il suo volto sull’orlo di un urlo, di dolore e disperazione. Per la condanna della sua città, per la perdita dei suoi figli, per la vana perfidia vendicativa degli dèi, che per capriccio possono compiere simili atrocità

 

 

 

 

L’espressione del suo viso è stata definita dagli storici dell’arte una rappresentazione del concetto del sublime Kantiano: noi tutti usiamo il termine “sublime” come superlativo assoluto di “bello”, ma Kant vi pone un’altra accezione. Sublime è sì un bello all’ennesima potenza, ma non necessariamente qualcosa di positivo: sublime è la potenza del mare in tempesta, la corsa irrefrenabile della lava di un vulcano in eruzione, la carica distruttiva di un forte terremoto. È qualcosa che ci stupisce, e al contempo ci riempie di sentimenti contrastanti: l’amore per qualcosa di meraviglioso e il timore di fronte ad una potenza che è così incommensurabile da non poter essere del tutto compresa.

 

Il volto di Laocoonte è immortalato nell’istante appena precedente ad un urlo che sappiamo essere straziante, possiamo quasi sentirlo salire lungo la sua gola contratta, è una frazione di secondo precedente al momento in cui il suo volto si distorcerà in una smorfia insopportabile. Il perfetto equilibrio di sublime, che tocca nel profondo e ci lascia un po’ cambiati, un po’ cresciuti dopo aver assistito a qualcosa di così straordinariamente meraviglioso e terrificante.

Beatrice Fiorello

 

MGF

IL FILM

IL CONCERTO è un film del 2009 diretto da Radu Mihaileanu.
Ambientata fra Mosca e Parigi all’epoca di Breznev, quando il regime sovietico contemplava la pulizia etnica, la storia racconta di Andrei Filipov (Aleksej Guskov), un famosissimo direttore d’orchestra del Bolshoi. All’apice del successo, il musicista viene licenziato in quanto non ha espulso tutti i musicisti ebrei dalla sua orchestra. La sua ultima esibizione è stata addirittura interrotta sul palco da un ottuso gerarca di partito.
Viene così privato di quanto più ama, ma rimane nel teatro come uomo delle pulizie. Ventinove anni dopo è ancora lì e mentre lustra l’ufficio del direttore si accorge di un fax: il Theatre du Chatelet ha invitato l’orchestra del Bolshoi a esibirsi a Parigi. La sua mente è attraversata da una folle idea: ricostruire la sua vecchia orchestra e falsificando i documenti, presentarsi nella capitale francese come direttore. Recuperati i suoi vecchi amici, quasi tutti in condizioni di povertà, li prepara all’esecuzione del celebre concerto in Re maggiore op. 35 per violino e orchestra di Chaikowskij. Gli sgangherati, ma geniali musicisti, approdano a Parigi tra avventure tragicomiche, dove Andrei porrà una condizione allo Chatelet: vuole come solista la giovane e brillante violinista francese Anne-Marie Jacquet (Melanie Laurent), e non solo per la sua bravura…
Nel film “Il Concerto”, il brano principale eseguito è il Concerto per violino e orchestra in re maggiore, op. 35 di Čajkovskij. In particolare, viene eseguito un lungo e commovente estratto del secondo movimento, l’Andante, e il finale.

 

 

IL CONCERTO PER VIOLINO E ORCHESTRA IN RE MAGGIORE OP. 35

PËTR IL’IČ ČAJKOVSKIJ

Il Concerto per violino e orchestra in re maggiore op. 35 è l’unico concerto per violino del compositore russo . Ha sempre avuto una storia abbastanza particolare fin dalla sua apparizione: apprezzato ed acclamato dal pubblico per la sua capacità di coinvolgere e di trascinare gli ascoltatori e al contrario costantemente avversato dalla critica colta che l’ha sempre considerato una composizione di second’ordine, sia dal punto di vista formale che del contenuto, ritenuto eccessivamente patetico e talora anche rozzo; infine temuto dagli esecutori (addirittura il violinista che l’avrebbe dovuto eseguire alla première rinunciò all’incarico) per le sue difficoltà tecniche.
Con il passare del tempo i giudizi di pubblico e critica sono andati convergendo, ritenendo che il concerto per violino non rappresenti il massimo capolavoro del compositore russo, ma sia comunque un’opera certamente gradevole e anche apprezzabile sotto il profilo musicale; analogamente il concerto è entrato stabilmente nel repertorio di tutti i più grandi violinisti, che ne fanno spesso un cavallo di battaglia per dimostrare le proprie capacità virtuosistiche.

 

Chaikovsky scrisse il suo unico Concerto per violino e orchestra nei mesi di marzo e aprile del 1878; e si trattò dell’ultima composizione di rilievo prima di una lunga e sofferta crisi creativa. Il compositore, trentottenne, era reduce dal grande sforzo produttivo di due capolavori, la Quarta Sinfonia e l’Eugenio Onieghin, che avevano visto la luce l’anno precedente. Ma il 1877 era stato anche l’anno nel quale si erano verificati due eventi destinati a modificare sensibilmente il corso della vita del musicista, e, in parte, a turbare la sua delicata psicologia: il breve e disastroso matrimonio, e la concessione disinteressata di una rendita annuale da parte della mecenate Nadezda von Meck.
Tuttavia, se a proposito di Chaikovsky si è sempre messa in rilievo la stretta connessione fra eventi biografici e creazione artistica, il Concerto op. 35 non reca traccia nel suo contenuto espressivo delle agitate vicende private dell’autore. Esso fu redatto sulle rive del lago di Ginevra, nel corso di una vacanza volta a riprendersi dal trauma matrimoniale.

 

Assai complesse furono invece le vicende relative alla prima esecuzione. Ispiratore e primo dedicatario del lavoro fu Josif Kotek, amico e allievo del maestro; ma costui, che pure era intervenuto con pareri tecnici nella fase della stesura, si tirò indietro a partitura compiuta. Anche il celebrato virtuoso Leopold von Auer rifiutò il battesimo della composizione, ritenendo ineseguibile la parte solistica. A interpretare la première, il 4 dicembre 1881 a Vienna – ben tre anni e mezzo dopo il compimento dell’opera – fu Adol’f Davidovič Brodskij; Hans Richter dirigeva la Filarmonica di Vienna. Adol’f Brodskij diventò paladino della diffusione del Concerto, e il compositore gli dedicò giustamente la partitura.
Il giudizio della critica non è sempre stato benevolo; le accuse più frequenti sono state quelle di superficialità e di carenza di gusto.
La “carenza di gusto” non è dovuta a inettitudine, ma alla ricerca di una nuova vitalità espressiva, mediante la presenza di motivi di danza e di ascendenza gitana. E l’equilibrio organico della partitura mostra il calcolo preciso di ogni effetto, la perfetta consapevolezza dei propri scopi da parte dell’autore.

 

 

Il concerto è articolato in tre movimenti:
1. Allegro moderato (Re maggiore)
2. Canzonetta. Andante (Sol minore)
3. Finale. Allegro vivacissimo (Re maggiore)

Il primo movimento, “Allegro moderato”, si avvale di una calibrata dialettica fra solista e compagine orchestrale, che sfrutta una invenzione melodica lirica e pregnante; la cadenza, come in Mendelssohn, è prima della ripresa e non al termine. La centrale “Canzonetta (Andante)” è un Lied di impronta popolare, basato sulla tenera cantabilità del solista. Il Finale (“Allegro vivacissimo”) è una pagina di trascinante vitalità, dove l’elemento zigano si converte in strepitoso virtuosismo; ma non mancano, nei vari episodi, pause liriche di raffinato lirismo, prima che la partitura venga suggellata da una brillante coda ad effetto.

 

Ed ecco il finale del film Il Concerto, con la musica di Chaikovsky.

Fonte: Magiadellopera.com

 

MGF

 

Vincent van Gogh – Girasoli – 1888 – National Gallery

 

Vincent Van Gogh dipinse molti vasi di girasole: un tema insolito, una natura morta (a giudicare dallo stato di alcuni dei girasoli dipinti, non si tratta solo di una descrizione artistica!), soprattutto per un artista come Vincent, che si era sempre concentrato più su paesaggi e persone. Oggi non è strano pensare al collegamento tra Van Gogh e i girasoli, perché sono diventati forse tra le sue opere più iconiche… eppure, sono anche tra le più inusuali.

Nelle sue lettere al fratello Théo, Vincent scrisse di aver pensato di dipingere qualcosa per abbellire la casa, la sua in primis, ma anche quelle di eventuali compratori: piccole opere, semplici semplici, dipinte con i colori della terra e del sole, da appendere al muro per ravvivare una stanza, niente di più. Nessuna pretesa, nessuna aspirazione a temi aulici, solo la voglia di rendere un po’ più colorata la vita; e forse questo desiderio è, di fatto, il filo conduttore dell’opera di Van Gogh.

 

Cercava i colori, sia fisicamente sia metaforicamente, e cercava di imprimerli su tela. Non c’è alcun messaggio di tematiche pompose nelle sue opere, solo il suo modo di vivere e la ricerca spasmodica di qualcosa di bello, qualcosa che lo spingesse a vivere un altro giorno, nella speranza di trovare un’altra scintilla di gioia, e poi un’altra, e un’altra, e un’altra ancora, fin quando tutte insieme non gli avrebbero illuminato la vita intera.
Ho sempre trovato particolare la scelta dei girasoli, soprattutto unita al sostanziale bicromatismo in scale di tenui tinte gialle e marroni che Vincent usava per questi quadretti: più che ravvivare, attirano lo sguardo e poco altro.

Di recente, tuttavia, ho scoperto un piccolo aneddoto sui girasoli: quando è nuvoloso, invece di volgersi verso un sole che non si vuol far vedere, i girasoli voltano la corolla gli uni verso gli altri. Sono certa che Vincent, nella sua instancabile osservazione della natura, se ne fosse accorto.
E mi piace pensare che, scegliendo proprio i girasoli e decidendo di usare dei toni così poco accesi, Vincent stia ricordando, a se stesso e anche a noi, che in quelle mattine in cui il sole sembra proprio rifiutarsi di sorgere, possiamo trovare conforto in un volto amico.

 

Beatrice Fiorello