NOTTE D’ESTATE di Antonio Machado
NOTTE D’ESTATE
È una notte bellissima d’estate.
Nelle alte case stanno
spalancati i balconi
del vecchio borgo sulla vasta piazza.
In quell’ampio rettangolo deserto,
panchine di pietra, evonimi, acacie
disegnano in simmetria
e nere ombre sulla bianca arena.
Allo zenit, la luna, e sulla torre
col quadrante alla luce l’orologio.
In questo vecchio borgo vado a zonzo
solo, come un fantasma.
Sotto la superficie di una descrizione apparentemente serena, la vera sostanza di Notte d’estate risiede nel paradosso della dolorosa estraneità dell’uomo di fronte a un mondo che continua a scorrere. Per comprendere l’origine di questo vuoto così esagerato, è necessario calarsi nel contesto drammatico e biografico che il poeta stava attraversando proprio in quell’anno.
Arrivato a Soria, in Castiglia, per ricoprire la cattedra di lingua francese, Machado vi aveva trovato non solo la sua ispirazione letteraria, ma anche l’amore della sua vita: la dolce Leonor Izquierdo, sposata nel 1909. La loro unione, profonda e fortissima, fu però tragicamente breve.
Durante un soggiorno a Parigi, dove il poeta frequentava le lezioni del filosofo Henri Bergson, si manifestarono i sintomi devastanti di una tubercolosi avanzata. Il rientro precipitoso in Spagna non bastò a salvarla: Leonor morì per un’emottisi il primo agosto del 1912, a nemmeno vent’anni, venendo sepolta nel cimitero del borgo castigliano.
Questo lutto creò una faglia insanabile nell’esistenza del poeta, che non avrebbe mai più trovato il coraggio di fare ritorno a Soria, trasferendosi poco dopo in Andalusia per insegnare a Baeza.
Il tema centrale è proprio questa solitudine che si consuma tra le proprie radici. Machado sperimenta l’isolamento più radicale non nell’anonimato di una metropoli moderna, ma nel cuore di un luogo carico di memoria e di identità collettiva.
Il dramma della perdita si spinge fino a una totale svalutazione esistenziale: l’assenza di Leonor priva il poeta della consistenza stessa dell’essere vivo, trasformandolo in un’ombra che vaga senza più trovare un ancoraggio profondo nella realtà.
Il poeta descrive il borgo muovendosi come se stesse guidando lo sguardo dello spettatore attraverso l’obiettivo di una macchina da presa: il suo sguardo scivola dalla cima delle case alla piazza e poi risale per dare una breve impressione del cielo e della torre, fino a stringere l’inquadratura sull’io lirico che appare alla fine mentre vaga in solitudine.
ANTONIO MACHADO

Poeta spagnolo (Siviglia 1875 – Collioure, Pirenei Orientali, 1939). La sua produzione poetica mostra evidente agli inizi l’impronta del modernismo e una propensione all’introspezione intimista, per poi lasciare maggiore spazio, nelle raccolte successive, a temi legati alla terra e alla tradizione spagnola. Con il fratello Manuel studiò a Madrid nella Institución de libre enseñanza, e si trasferì in seguito a Parigi, dove lavorò come traduttore presso Garnier. Nel 1907 vinse la cattedra di francese a Soria, dove nel 1909 conobbe e sposò Leonor, molto più giovane di lui, che morì nell’agosto del 1912 lasciando nel poeta una tristezza così profonda che ne condizionò tutta la vita e la produzione. Machado si trasferì a Baeza, poi a Segovia e in seguito a Madrid. All’inizio della guerra civile si trasferì a Valencia dove collaborò a Hora de España e nel febbraio del 1939 abbandonò la Spagna per raggiungere la Francia, ma morì appena superato il confine. La produzione di Machado coincide, all’inizio, con il periodo di maggior rigoglio della poesia modernista, dalla quale tuttavia si differenzia nettamente per la sua intimità e sobrietà. Dopo il primo momento di Soledades (1903), nelle quali serpeggia il pessimismo che caratterizza tutta la Generazione del ’98, Campos de Castilla (1912) rivela la maturità del poeta che, con sentimento commosso, scopre, come gli altri della sua generazione, il paesaggio castigliano. Gli antichi villaggi, le terre desolate, le querce, le cicogne sono cantati nella loro realtà fisica insieme all’amore, alle piccole cose, alla fatica dell’uomo. Campos de Soria e La tierra de Alvargonzález rappresentano i momenti migliori di quest’opera. In Nuevas canciones il ricordo della Castiglia è sempre vivo, ma l’Andalusia, dove Machado è ritornato, gli suggerisce canti e coplas popolari con i quali si riallaccia all’anonima tradizione collettiva. Tra le sue opere in prosa sono da ricordare gli articoli e i poemi scritti durante la guerra civile e in parte pubblicati nel volume La guerra (1937), e Juan de Mairena (1937), opera filosofica. Con il fratello Manuel scrisse per il teatro Juan de Mañara (1927), Las adelfas (1928), La Lola se va a los puertos (1930), La duquesa de Benamejí (1932).
fonti: Libreriamo, Treccani
MGF