I BAMBINI GIOCANO ALLA GUERRA

I bambini giocano alla guerra.
E’ raro che giochino alla pace
perché gli adulti
da sempre fanno la guerra,
tu fai “pum” e ridi;
il soldato spara
e un altro uomo
non ride più.

 

E’ la guerra.
C’è un altro gioco
da inventare:
far sorridere il mondo,
non farlo piangere.

 

 

 

Pace vuol dire
che non a tutti piace
lo stesso gioco,
che i tuoi giocattoli
piacciono anche
agli altri bimbi
che spesso non ne hanno,
perché ne hai troppi tu;

 

 

 

che i disegni degli altri bambini
non sono dei pasticci;
che la tua mamma
non è solo tutta tua;
che tutti i bambini
sono tuoi amici.

 

 

E pace è ancora
non avere fame
non avere freddo
non avere paura. 

 

Come reagire quando il mondo parla di guerra? Come si affronta il dolore, l’odio, la violenza?
Spesso il mondo ci mette davanti a questi inquietanti scenari, come quelli che stiamo vedendo in Israele e in Palestina.
In “I Bambini giocano alla guerra” Bertolt Brecht parla di tutti quei bambini che, immersi in luoghi di guerra, si abituano a concepire la vita come “lotta alla sopravvivenza”. E così anche un giocattolo, può diventare il capro espiatorio per combattere.
Per questo scrive “è raro che giochino alla pace, perché gli adulti da sempre fanno la guerra”.  Brecht cerca di farci riflettere su quello che, a volte, scambiamo come normale, anche il semplice “pum” durante un gioco. Quello sparo che, da un’altra parte del mondo, sta uccidendo qualcuno.
Educare un bambino alla pace non è una cosa semplice. Perché significa educare alla condivisione, al rispetto, all’apertura mentale. Significa saper condividere l’amore, saper insegnare il concetto di amicizia e di famiglia. E, purtroppo, in molti posti nel mondo questi valori non sono prioritari. Perché è prioritaria la violenza, la fame e la sofferenza.
Quando parliamo di pace, vorremmo immaginarci in un mondo dove certi elementi “disumani”, non ci siano più. Quando pensiamo alla pace ci immaginiamo un mondo dove:”E pace è ancora non avere fame non avere freddo non avere paura”.


BERTOLD BRECHT

 

Bertolt Brecht (1898-1956) nacque in Baviera ed esordì come autore-attore a Monaco, rivelando una vena creativa influenzata dall’Espressionismo. Nel 1928 ebbe grande successo con la rappresentazione dell’Opera da tre soldi, rifacimento del dramma popolare inglese “Beggar’s Opera” di John Gay. Critico nei confronti della società del suo tempo, quando salì al potere il nazismo fu costretto a fuggire dalla Germania. Peregrinò per anni attraverso molti Paesi per poi stabilirsi negli Stati Uniti. Alla fine del conflitto mondiale, tornò a Berlino dove fondò la ‘‘Berliner Ensemble’’, destinata a diventare una delle più affermate compagnie teatrali dell’epoca.
La rivoluzione di Brecht nel teatro fu quella di tentare di cambiare il comportamento del pubblico, di renderlo critico, di non far creare nel pubblico sentimenti uguali a quelli del protagonista in scena.
Brecht voleva eliminare a tutti i costi l’immedesimazione del pubblico nel protagonista teatrale, com’era nella tradizione catartica aristotelica. Brecht voleva che il pubblico del teatro fosse libero e razionale, creativo e critico, che non si immedesimasse nei protagonisti. passione e critica era alla base del pensiero di teatro di Bertolt Brecht.
Allo stesso modo la poesia di Brecht, come si può comprendere anche in “i bambini giocano alla guerra”, vuole far riflettere i lettori sulla realtà sociale e politica. La grande rivoluzione di Brecht fu quella di produrre una poesia marxista rivoluzionaria. La poesia doveva rappresentare a tutti i costi la critica della società borghese, capitalista. Il pubblico attraverso la poesia doveva poter prendere coscienza delle grandi contraddizioni della società. I conflitti sociali, la povertà, le contrapposizioni di ceto, la guerra, e così via. La poesia è il momento in cui il pubblico cerca a tutti i costi di liberarsi dalle catene imposte dalla società. Giusto o sbagliato si interpreti il pensiero di Brecht, egli contribuì ad un’idea diversa del teatro e della poesia. Come tale merita la massima attenzione e soprattutto di essere letto con attenzione.

Fonte: Libreriamo

MGF

 

Regia di Tim Mielants – USA, Irlanda, Belgio, 2024 – 96′
con Cillian Murphy, Ciarán Hinds, Emily Watson

 

 

 

 

 

 

UNA PICCOLA OPERA DI STRAORDINARIA INTIMITÀ E AMMIREVOLE PRECISIONE DELLA MESSA IN SCENA

Il perimetro in cui si muove è quello dei film “Magdalene” (2002) di Peter Mullan e “Philomena” (2013) di Stephen Frears. È “Piccole cose come queste” (“Small Things Like These”) diretto da Tim Mielants, su copione di Enda Walsh, ispirato al romanzo “Piccole cose da nulla” di Claire Keegan (Einaudi). Il film mette a tema gli scandali nelle Case Magdalene in Irlanda, dove giovani donne venivano forzate ad entrare perché rimaste orfane oppure perché incinte fuori dal matrimonio; luoghi che spesso si rivelavano non di accoglienza ma di sfruttamento. Protagonista il Premio Oscar Cillian Murphy (“Oppenheimer”, 2023), che partecipa al film anche in veste di produttore insieme a Matt Damon e Ben Affleck. Titolo d’apertura della Berlinale 2024 e presentato alla 19a Festa del Cinema di Roma, il film è nelle sale con Teodora dal 28 novembre 2024.
La storia. Irlanda, 1985. A pochi giorni dal Natale Bill Furlong, che ha una ditta di carbone, scopre che nel convento locale alcune ragazze si trovano in condizioni di sofferenza, private della libertà. Bill è sposato ed è padre di cinque ragazze, pertanto non riesce a distogliere lo sguardo come molti gli consigliano. Inoltre, da orfano, rivede nelle giovani chiuse nella struttura la condizione di sofferenza e solitudine patita da bambino, figlio di una ragazza madre…
“Da un po’ di tempo io e Cillian – ha dichiarato il regista – volevamo tornare a lavorare insieme dopo l’esperienza di ‘Peaky Blinders’. Cercavamo temi e storie che ci sarebbe piaciuto raccontare e questo succedeva prima di ‘Oppenheimer’. Un giorno lui e sua moglie sono venuti da me con il libro di Claire Keegan. Si trattava di qualcosa che a livello personale potevo comprendere a fondo: la storia di un uomo maturo che si confronta con un dolore e lotta per fare la cosa giusta”.
Mielants costruisce un racconto perimetrato attorno al romanzo della Keegan. Approfondisce il dramma vissuto nelle Case Magdalene in Irlanda attraverso lo sguardo di un quarantenne con alle spalle le cicatrici di un’infanzia senza madre e da adulto padre di cinque figlie. È soprattutto la paternità a renderlo permeabile alle sofferenze delle giovani rinchiuse nelle Case Magdalene; a loro guarda come se fossero le figlie ma anche sua madre, che lo ha cresciuto da sola. E nonostante nella comunità locale siano in molti a consigliargli di abbassare lo sguardo e pensare alla sua vita tranquilla, già segnata da un’economia incerta e precaria, Bill non accetta compromessi, non volendo convivere con rimorsi. E nel cuore del clima natalizio, simbolo di accoglienza, si adopera per dare riparo a una giovane in difficoltà. Punto di forza di “Piccole cose come queste” è senza dubbio l’interpretazione di Murphy, che lavora molto in sottrazione con sguardi e silenzi intensi, dando voce, risonanza, ai demoni interiori del protagonista, combattuto nella scelta da compiere.
La regia di Mielants è sobria e composta, evitando toni urlati o enfatizzazioni. Quello che manca, a ben vedere, è un po’ di approfondimento sulla vicenda delle Case Magdalene in Irlanda; la narrazione rimane infatti troppo in superficie, lavorando più di suggestioni che di contenuto. Bene, dunque, ma non benissimo, se consideriamo la complessità del tema, che meriterebbe una maggiore articolazione.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche Amore-Sentimenti, Chiesa Cattolica, Cronaca, Donna, Educazione, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Letteratura, Libertà, Povertà, Psicologia, Storia, Violenza


Il belga Tim Mielants – che con Murphy aveva lavorato nella serie Peaky Blinders – si concentra sul protagonista, e sui suoi silenzi, sul suo dolore imploso e evidente, e col direttore della fotografia Frank van den Eedenmette mette sullo schermo immagini di grande potenza visiva, notturne, crepuscolari, dolenti, affascinanti.


L’azione emotiva della pellicola è chiusa in una fotografia cupa, tra offuscamenti, non-fuoco e primissimi piani che inglobano e raccordano la luce domestica. Oltre l’abitazione di Bill, oltre il convento, a fare da protagonista, è la neve, la nemesi di ogni scrittore e scrittrice irlandese.


Piccole cose come queste è un film a cui bisogna dare fiducia. Scorre lento, non ha colpi di scena o improvvisi capovolgimenti di fronte. Nonostante la sua durata contenuta (96 minuti), la pellicola diretta da Tim Mielants ha l’incredibile potere di catturarci e portarci in una dimensione narrativa da cui si esce solo ai titoli di coda.


Recensioni
3,3/5 Mymovies
3,5/5 Coming Soon
7/10 Ondacinema

 

L’ORRORE DELLE CASE MAGDALENE

 

 

 

Le Case Magdalene erano residenze-prigioni attive in Irlanda a partire dal XIX secolo e rimaste aperte sino al 1996. Fino a quell’anno, infatti, le donne nubili e incinte, o considerate promiscue, venivano incarcerate a vita in queste strutture di proprietà della Chiesa Cattolica.

 

 

Quello delle Magdalene House fu uno scandalo cominciato nel lontano 1837 e continuato per quasi duecento anni, fino al 1990 inoltrato. Perché, per quanto il mondo e le società occidentali siano progredite, le donne sono spesso state lasciate indietro, come la presenza di queste prigioni testimonia. Non dovevi aver commesso un crimine per essere rinchiusa in una casa Magdalene: bastava che in un borgo o in un quartiere si spargesse la voce sulla presunta – non importa se reale o inventata – promiscuità della donna per segnare il suo destino che, dal momento dell’ingresso in un simile luogo, sarebbe stato segnato da una schiavitù totale nei confronti delle suore.

 

 

Per quanto in molte abbiano provato a uscirne, la maggior parte delle donne veniva ripresa quasi immediatamente e convinta a suon di isolamenti e percosse a non tentare più la fuga. L’unico vero modo per scampare a quelle case era infine la morte.
La vita per le donne delle case Maddalena era durissima: servitù totale e fatiche fisiche immani, punizioni corporali crudeli che spesso portavano alla morte… e ancora malattie, malnutrizione, depressione che spesso sfociava nel suicidio: l’opera di tortura messa in atto dalle suore – anche se loro la chiamavano redenzione – era così completa.
Manodopera gratuita, anche, al punto che spesso le suore accettavano presso le case Magdalene anche donne generalmente considerate virtuose, ma scomode ai parenti per i più svariati motivi, come per esempio un’eredità o un secondo matrimonio contratto dal padre di giovani ragazze orfane di madre.

 

 

Tutto ciò non importava alle suore e alle sfere alte della politica, egualmente interessate a finanziare queste case-prigioni. Bastava una piccola mazzetta affinché qualunque donna venisse ammessa nelle case Magdalene, a prescindere dalle sue presunte colpe.
Per quanto riguarda invece le nubili incinte, era praticamente certo che, una volta partorito, i bambini sarebbero stati venduti (anche se, ancora una volta, le suore parlavano di adozione) a coppie sterili o a contadini alla ricerca di futura manodopera gratuita.

 

Adesso che le case Magdalene sono state destituite, in molte di queste residenze le recenti opere di restauro e riammodernamento hanno fatto sì che nei giardini venissero trovati innumerevoli cadaveri di donne e neonati, al punto che di recente sono esplosi diversi scandali nazionali e internazionali. Innumerevoli gli irlandesi che vogliono far luce non solo sulle colpe del clero, ma anche sul legame tra i governi che si sono succeduti negli anni e le sfere alte dell’apparato religioso irlandese.

Fonte: LangEditore

 

MGF

 

 

LA COSA PIU’ PREZIOSA CHE PUOI RICEVERE

 

“La cosa più preziosa che puoi ricevere da chi ami
è il suo tempo.
Non sono le parole, non sono i fiori, i regali.
È il tempo.
Perché quello non torna indietro
e quello che ha dato a te è solo tuo,
non importa
se è stata un’ora o una vita.”

 

 

Ricevere il tempo altrui come dono è il regalo più prezioso che si possa avere. Il tempo è unico, non ripetibile nella sua essenza; dunque donare attenzioni e premure costituisce la forma di regalo più pura. Proprio come le tante cose della vita, anche per il tempo donato non è rilevante la quantità, bensì la qualità. L’amore è composto da infinite sfaccettature, non si dovrebbe associare solamente con lo stereotipato amore romantico o passionale. C’è molto, molto di più. Può essere il rapporto tra fratelli, l’affetto tra nonni e nipoti oppure il legame indissolubile che lega i figli ai propri genitori.

 

DAVID GROSSMAN

 

David Grossman (Gerusalemme 1954), noto per il suo impegno volto a una risoluzione pacifica della questione palestinese, è uno dei più grandi narratori contemporanei. È diventato un caso letterario nel 1988 con Vedi alla voce: amore, seguito da Il libro della grammatica interiore (1992), Ci sono bambini a zigzag (1996), Che tu sia per me il coltello (1999), Qualcuno con cui correre (2002), Col corpo capisco (2004), A un cerbiatto somiglia il mio amore (2009), Caduto fuori dal tempo (2012), Applausi a scena vuota (2014) e La vita gioca con me (2019), tutti pubblicati da Mondadori. Suoi sono anche una fortunata serie di libri per bambini e per ragazzi e alcuni libri-inchiesta dedicati alla questione palestinese: Il vento giallo (1988), Un popolo invisibile (1993), Con gli occhi del nemico (2007), La guerra che non si può vincere (2003), Sparare a una colomba (2021).
David Grossman occupa una posizione di prestigio nel panorama letterario mondiale. La sua opera è una fusione di impegno politico, profondità emotiva e maestria stilistica che lo ha reso un rappresentante insigne della letteratura israeliana contemporanea.
Noto per il suo attivismo e il suo impegno politico, l’autore è un sostenitore della sinistra israeliana, e negli anni ha criticato apertamente la politica governativa nei confronti dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania. Le sue posizioni gli hanno perciò attirato critiche e ostilità da parte della destra politica, ma non hanno mai scalfito la sua determinazione nel promuovere la pace e il dialogo.
Anche dopo i fatti del 7 ottobre 2023, in cui l’organizzazione islamica Hamas ha attuato una serie di attacchi con gruppi armati provenienti dalla striscia di Gaza, uccidendo più di un migliaio di civili e militari israeliani, e rapendone circa 250, David Grossman continua a sostenere che l’unica soluzione a questo lunghissimo conflitto sia la pace.

 

Fonti: Mondadori.it – FocolareLiguria.it

 

MGF

 

Anche quest’anno abbiamo voluto dedicare parte del nostro tempo e del nostro impegno ai più giovani.

Abbiamo accolto con grande gioia le richieste delle scuole della nostra zona per la proiezione di film dal forte significato istruttivo ed educativo: due film sulla Shoah -One life e La zona d’interesse-, un film che tratta il fenomeno purtroppo attualissimo del bullismo in tutte le sue forme -Il ragazzo dai pantaloni rosa- e uno sul tema anch’esso tristemente attuale dei migranti e dell’accoglienza e integrazione -Io capitano-.

E’ un nostro piccolo contributo per investire sulla loro formazione, per orientarli verso un futuro più giusto e consapevole.

 

“Sono i giovani che salveranno la terra. I giovani sono i messaggi che mandiamo a un mondo che non vedremo mai. Non sono loro a salire sulle nostre spalle, siamo noi a salire sulle loro, per intravedere le cose che non potremo vivere.”  Renzo Piano

 

MGF

 

Regia di Jonathan Glazer – Gran Bretagna, Polonia, USA, 2023 -105′
con Christian Friedel, Sandra Hüller, Johann Karthaus

 

 

 

 

 

UN LABORATORIO DI ANALISI DELLA BANALITA’ DEL MALE

Rudolf Höss e famiglia vivono la loro quiete borghese in una tenuta fuori città, tra gioie e problemi quotidiani: lui va al lavoro, lei cura il giardino e i figli giocano tra loro o combinano qualche marachella. C’è un dettaglio però. Accanto a loro, separato solo da un muro, c’è il campo di concentramento di Auschwitz, di cui Rudolf è il direttore. Siamo di fronte ad un film ambizioso e collocato in un’epoca storica tristemente nota, quella degli anni ’40 e della messa in atto della Soluzione Finale da parte dei nazisti.
E’ chiaro fin da subito come non sia la ricostruzione storica a interessare il regista, bensì la messa in scena di una situazione paradossale, così estrema da trasformarsi in un laboratorio di analisi della banalità del male e della separazione tra percezione soggettiva e realtà oggettiva.
Introdotto e chiuso da alcuni minuti di solo audio – una composizione di Mica Levi che sembra rievocare il suono di urla di dolore umane – il film di Glazer sceglie di introdurci alla vita di una famiglia rivelando gradualmente il contesto generale. Con un astuto gioco di campi e controcampi e una meticolosa osservazione del profilmico, in cui ogni dettaglio dell’inquadratura assume importanza, cominciamo a intravedere cosa ci sia al di là del muro, e quindi ad associarlo alle immagini note di una delle pagine più tragiche della storia dell’umanità. Svelato il mistero, tutto assume un nuovo significato e ogni situazione quotidiana sembra una versione distorta di quanto avviene al di là del muro: non saremo più in grado, come è giusto che sia, di interpretare con il medesimo metro di giudizio quanto avviene alla famiglia Höss.
Eppure, superato lo choc della scoperta, a emergere con vigore è il ruolo simbolico della rappresentazione messa in atto da Glazer. Una volta che tra spettatore e personaggi si è creato un distacco siderale, ecco che la sceneggiatura li riavvicina, insinuando il dubbio che sia proprio la normalità di alcuni piccoli gesti e dialoghi il monito nascosto di La zona d’interesse. I discorsi sulla carriera professionale di Rudolf, il ménage famigliare o il contrasto tra la personificazione di animali e piante a scapito dell’oggettivizzazione delle vittime di Auschwitz, la costante sensazione di vivere in una bolla, nella negazione di quel che avviene al di fuori, riproduce comportamenti e vizi della nostra contemporaneità borghese.
Tendenze sempre più diffuse nella società del terzo millennio, che pongono inquietanti dilemmi etici su quale sia il possibile approdo di una graduale disaffezione dal nostro lato più umano e istintuale. Di Auschwitz ascoltiamo solo i rumori, spari e grida di dolore, ma non vediamo nulla di quel che avviene all’interno. Anche noi spettatori, complici e colpevoli, assisteremo alla rivelazione della verità – periodicamente negata e ridiscussa – solo a cose fatte, in un epilogo che apre al surreale e che dona l’esatta chiave di lettura sul film.
Ancora una volta straordinaria Sandra Hüller (Toni Erdmann) nel ruolo di Hedwig, moglie di Rudolf, così affezionata alla propria dimora da lottare strenuamente perché il marito mantenga la propria posizione professionale. Ma è la coralità di cast nel suo complesso, unita alla direzione di Glazer e alle musiche di Levi, a rendere La zona d’interesse un’opera di cui si parlerà a lungo.

Emanuele Sacchi – MyMovies


La normalità del male, raccontata con un’ironia nerissima che gioca su contrasti incredibili eppure reali, lasciando al contempo ammirati e sconcertati.


La zona d’interesse è un film che si potrebbe guardare a occhi chiusi


Glazer riesce a veicolare attraverso le immagini e i suoni, più che attraverso le parole, schegge di realtà progressivamente più taglienti che sembrano bucare in vari punti il massiccio diniego familiare, come una diga, dalle cui fessure si infiltrino poco a poco la percezione del vuoto identitario e dell’orrore.


Il film ha ottenuto 5 candidature e vinto 2 Premi Oscar, Il film è stato premiato al Festival di Cannes, 3 candidature a Golden Globes, 9 candidature e vinto 3 BAFTA, 5 candidature e vinto un premio ai European Film Awards, a National Board, 1 candidatura a Critics Choice Award, 1 candidatura a Spirit Awards

Recensioni
9/10 IGN Italia
4/5 MYMOVIES
4/5 COMINGSOON


I MIGLIORI FILM SULLA SHOAH

Schindler’s list – Steven Spielberg 1993
Il pianista – Roman Polanski 2002
La scelta di Sophie – Alan J. Pakula 1982
La vita è bella – Roberto Benigni 1997
Train de vie – Un treno per vivere – Radu Mihaleanu 1988
Il bambino con il pigiama a righe – Mark Herman 2008

Il diario di Anna Frank – George Stevens 1959
Jona che visse nella balena – Roberto Faenza 1993
Jojo Rabbit – Taika Waititi 2019
The Reader A voce alta – Bernhard Schlink 2008
Il figlio di Saul – László Nemes 2015
La signora dello zoo di Varsavia – Niki Cari 2017

                                                                                


COME SAPPIAMO QUANTI EBREI MORIRONO NELL’OLOCAUSTO?

Sebbene non esista in nessuna parte del mondo un elenco ufficiale di coloro che persero la vita nell’Olocausto, le stime fornite a partire dagli anni ‘40 da studiosi, agenzie governative e organizzazioni ebraiche sono concordi nel rilevare che il numero di ebrei uccisi dai nazisti sia intorno ai sei milioni.
Tali stime si basano su diversi documenti come rapporti di censimento precedenti alla seconda guerra mondiale, archivi tedeschi e di altri paesi dell’Asse, documenti dei campi di concentramento che non furono distrutti dai tedeschi, rapporti di guerra stilati da funzionari responsabili dell’attuazione della politica demografica nazista, studi demografici postbellici sulla perdita di popolazione durante la guerra e indagini postbelliche.
I tedeschi compilarono statistiche degli ebrei uccisi nel 1942 e nel 1943, ma smisero di farlo durante l’ultimo anno e mezzo di guerra. Quando si resero conto che stavano perdendo la guerra, distrussero anche molti dei registri dei campi. La loro abitudine di produrre documenti in più copie, tuttavia, consentì ai ricercatori di ricostruire stime dei numeri dei deportati in alcuni campi.
Nonostante questo, non possiamo far altro che stimare il numero reale di coloro che persero la vita, poiché non c’è modo di controllare gli elenchi tedeschi, né di tenere conto delle nascite e dei decessi avvenuti dopo la deportazione. I livelli della Sala dei nomi a Yad Vashem contengono quattro milioni di pagine di testimonianze in cui i sopravvissuti e le famiglie hanno contribuito con informazioni. Per coloro che non sono mai stati riconosciuti, però, non può esserci alcuna registrazione.

Fonte: aboutholocaust.org

MGF