…CHE DIO PERDONA A TUTTI

Commedia

Regia di Pif – Italia, 2026 – 113′

con Pif, Giusy Buscemi, Francesco Scianna

Una commedia sentimentale che si gioca in un perimetro più ampio, quello della pratica religiosa e della ricerca della fede. …Che Dio perdona a tutti è firmato da Pierfrancesco Diliberto, un’opera che prende le mosse dal suo romanzo del 2018. Un viaggio esistenziale tra i tornanti del cuore e quelli della fede di un cinquantenne, Arturo che si dichiara agnostico e trova come padre spirituale, e amico immaginario, papa Francesco. E proprio al Papa argentino l’opera regala un sentito omaggio, al suo essere stato un pastore accogliente, attento a curare il dialogo con i distanti.

 

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Commedia
Regia di HIKARI- Giappone, USA, 2025 – 103′
con Brendan Fraser, Paolo Andrea Di Pietro, Takehiro Hira

 

 

 

 

 

UNA COMMEDIA UNIVERSALE CHE RIESCE NELL’IMPRESA DI APRIRE I CUORI E CONTAGIARE SPERANZA IN CHI GUARDA.

Philip è un attore americano di alterne fortune che da anni vive e lavora in Giappone.
Un giorno gli propongono di lavorare per un’agenzia che fornisce figuranti a noleggio per assistere i cari, chiedere scusa a mogli, fingersi parenti, e così via. Si chiama “Rental Family” e malgrado i dubbi iniziali Philip inizierà ad amare questo nuovo mestiere mirato ad aiutare il prossimo, benché a pagamento. Le cose si complicheranno non poco quando scoprirà a sue spese che non sarà facile evitare di affezionarsi ai clienti e chiudere definitivamente i rapporti con loro.
Hikari sceglie a più riprese di far combaciare il punto di vista del suo personaggio con quello del pubblico, una scelta che premia: il suo Philip è un uomo solo, che vive da sette anni in un Paese che non è il suo, e dalla finestra osserva le vite degli altri, piene di vita e di relazioni. Quando gli propongono di fare il figurante a “noleggio familiare” per dei perfetti sconosciuti storce il naso e avanza dubbi morali, però quando inizia a farlo capisce una cosa importante: la vita diventa più colorata quando si riesce ad aiutare il prossimo, al di là di ogni moralismo.
C’è chi ha bisogno di noleggiare una persona per solitudine, chi affitta uno sposo per accontentare genitori tradizionalisti e guadagnarsi la libertà di amare chi vuole, chi cerca un padre per poter iscrivere la propria figlia a una delle scuole più prestigiose e selettive di Tokyo, chi chiede di poter assistere un padre malato di Alzheimer che è anche un attore famoso.
Tutto raccontato in chiave di commedia, intesa nel senso originario di genere onnicomprensivo capace di abbracciare ogni tipo di sentimento, anche lo sconforto più totale. Il confine tra il mentire e l’aiutare si polverizza a ogni scena, i dilemmi etici emergono accanto all’urgenza di fare qualcosa di concreto per gli altri. Il che comporta anche sacrifici, rinunce personali, scelte azzardate: Phillip cambierà prospettiva sulle cose, trovandosi in continua difficoltà nell’uscire veramente dai personaggi che interpreta. Si ritroverà a mantenere promesse suo malgrado e persino a sfidare la legge pur di esaudire un ultimo desiderio non suo.
Nell’era dell’individualismo sfrenato, Hikari riesce a firmare un film toccante, tenero, garbato sul diritto a rendere felice il prossimo e sul bisogno di relazioni umane autentiche. Una commedia originale, mainstream e universale che sfida la retorica del buonismo senza mai rinunciare all’ironia, riuscendo nell’impresa di aprire i cuori e contagiare speranza in chi guarda, ricordando che in ogni parte del mondo e a ogni età non ci si salva mai da soli.
A tutto questo si aggiunge il fascino magnetico e irresistibile del Giappone, dall’architettura urbana di Tokyo – i grattacieli, i templi, i piccoli ristoranti in legno, le strade affollate – all’esplosione di natura nipponica incontaminata in una missione segreta del protagonista che non sveleremo, ma che colpisce dritto al cuore.

Claudia Catalli – Mymovies

Tematiche: Solitudine e Alienazione Moderna, Finzione vs Verità, Identità in Affitto, Cultura Giapponese e Apparenza, Legame Emotivo Autentico


Rental Family. Nelle vite degli altri riesce a toccare alcune corde emotive con grande grazia e delicatezza, un classico feel-good movie che parte da uno spunto narrativo già visto ma comunque adatto a ricreare situazioni divertenti senza appesantire il discorso e senza alcun tipo di “critica sociale” evidente.


Hikari sceglie un tono capace di oscillare tra leggerezza e profondità, alternando momenti ironici a scene di intensa introspezione. Il film non giudica mai i suoi personaggi, ma li accompagna con uno sguardo empatico, demolendo progressivamente quel muro che separa la menzogna dal sincero desiderio di fare del bene. Perché, quando una finzione produce conforto reale, possiamo davvero definirla solo un inganno?


Rental Family è un’opera luminosa e sincera. È sfacciatamente sentimentale, certo, a tratti quasi ricorda il cinema di Frank Capra, ma io lo trovo un piccolo tesoro che contiene dentro di sé un intreccio delicato e intelligente di commedia, ironia, dramma e confusione culturale.

Recensioni
3,8/5 MyMovies
3,8/5 Sentieri Selvaggi
3,5/5 ComingSoon

 

QUANDO L’AMORE SI PAGA A ORE: IL FENOMENO DELLE “RENTAL FAMILY” GIAPPONESI

 

Il Giappone è un Paese unico nel suo genere per quella contiguità tra tradizione e modernità, che garantisce servizi di qualsiasi genere, per quasi ogni bisogno. Tra i più particolari il “rental family service”, noto anche come “professional stand-in service” ovvero il servizio di un attore professionista “in affitto”.

 

A partire dagli Anni ‘80/‘90 queste agenzie “affittano” degli attori per interpretare il ruolo dell’amico, di un parente, di un fidanzato/a o di un collega di lavoro per eventi mondani o per semplice compagnia. Attualmente sono centinaia le società che offrono questi servizi in Giappone, come la “Family Romance” o la “Hagemashi-tai”, e il prezzo per qualche ora varia dai 150 ai 300 dollari, in base anche al ruolo. I clienti possono anche scegliere l’età dell’attore, il suo aspetto fisico e il suo modo di comportarsi.

 

 

Uno dei primi servizi di “rental family” risale alla fine degli Anni ’80 ed è riconducibile alla “Japan Efficiency Corporation” guidata da Satsuki Oiwa, azienda nata inizialmente per formare dipendenti aziendali, ma che dal 1991 iniziò a offrire anche il “noleggio” di attori professionisti per matrimoni, funerali e altri eventi sociali. In un anno arrivarono ad avere 21 clienti, una lista d’attesa di più di 84 persone e 400 curriculum di attori che volevano il lavoro. Numerose sono le testimonianze, anche sui social, di gente che “noleggia” un fidanzato, una mamma, una nonna, una sorella, anche solo per un giorno, per vivere un rapporto che non hanno mai potuto sperimentare.

 

Tra i vari esempi di “rental family” troviamo l’agenzia “New Start”, un’organizzazione no-profit “rental sister”. Il processo è simile a quello della “rental family”, ma si diversifica perché fornisce specificatamente supporto agli “Hikikomori”, le persone che soffrono di estremo isolamento sociale. Il ruolo di queste donne è quello di fornire supporto per convincere, senza pressioni, i clienti a uscire di casa.

 

Uno dei servizi più particolari in questo campo è quello del “Do-Nothing Rental man”, letteralmente l’uomo che non fa nulla. L’idea è nata da Shoji Morimoto, precedentemente un Hikikomori, che ha capito che l’unica cosa che amava fare era il nulla. Ha iniziato, quindi, a mettersi sul mercato a disposizione delle persone che vogliano parlare con qualcuno dei loro problemi senza pesare sulla famiglia o semplicemente frequentare luoghi o compiere azioni che da soli non farebbero.
In una società come quella giapponese, dove le apparenze devono essere perfette per potersi integrare con gli altri, la pressione sociale è sempre più alta e ciò spinge le persone a cercare soluzioni che possano, anche se temporaneamente, alleviare quella pressione. Ma il movente sembrerebbe essere soprattutto il bisogno di un affetto costruito sui gesti e sulle parole, invece che sui beni materiali.

 

 

Insomma, che sia per vivere un’esperienza diversa o sopperire a una qualche mancanza, sta di fatto che il servizio di “rental family” si è ampiamente sviluppato in Giappone, per poi espandersi anche in altre parti del mondo, tanto da essere rappresentato anche nei film e nelle serie tv come un fenomeno tipico.
Alla Festa del Cinema di Roma è stato presentato “Rental Family – Nelle vite degli altri”, il film diretto da Hikari, con Brendan Fraser, che racconta proprio di questo mondo a noi ancora sconosciuto.

Fonte: Ladiscussione.com

 

MGF

 

 

Al Fratello Sole, Stefania Vetrano del liceo scientifico Tosi di Busto Arsizio conquista il primo premio della categoria Adulti nella XXII edizione dedicata al tema “La verità vi renderà liberi”. Premiati anche i giovani autori della sezione Ragazzi in una cerimonia tra poesia, musica e riflessioni sul valore della verità nel mondo contemporaneo. Un centinaio di poesie provenienti da tutt’Italia.
È stata Stefania Vetrano del liceo scientifico Tosi di Busto Arsizio (classe 2A) a conquistare il primo premio della categoria Adulti alla XXII edizione del Concorso di Poesia “Sole d’Autunno”, promosso dal Teatro Fratello Sole di Busto Arsizio e conclusosi con la cerimonia di premiazione di sabato 23 maggio. Al secondo posto si è classificata Irma Albrizzi, mentre il terzo premio è stato assegnato ex aequo ad Alessia Cremonesi (sempre del liceo scientifico Tosi, 3H) e Nadia Cremonesi. La giuria ha inoltre attribuito menzioni speciali a Roberta Buzio, Monica Schiaffini e Martina Marangoni (scientifico Tosi, 3H). Alla manifestazione hanno partecipato autori provenienti da tutta Italia, dalle province di Firenze, Verona, Livorno, Alessandria, Napoli, Torino, Vicenza, Genova e Asti.

Il tema della verità e della libertà

La XXII edizione del concorso ha scelto un tema di forte attualità: “La verità vi renderà liberi”. Un filo conduttore nato dalla riflessione su un tempo segnato da informazioni distorte, manipolazioni e difficoltà nel distinguere ciò che è autentico da ciò che non lo è. Nel corso della premiazione, Benedetta Sarrica, responsabile del Fratello Sole, ha ricordato come il tema abbia accompagnato tutto l’anno pastorale.

Fra Davide ha sottolineato il legame profondo tra libertà e verità, richiamando il messaggio evangelico: «Libertà e verità sono due dimensioni che oggi si fa fatica a tenere unite. Tutto sembra vero, ma in realtà un’alta percentuale non lo è». Un invito rivolto soprattutto ai giovani a non fermarsi alle apparenze e a sviluppare uno sguardo critico e consapevole sulla realtà.

Il contributo culturale di “Antico e Moderno”

Nel corso dell’evento è intervenuta anche una responsabile dell’associazione “Antico e Moderno”, realtà nata nel 1887 con l’obiettivo di promuovere gli studi classici e diffondere la cultura come strumento di crescita personale e civile. Un contributo che ha arricchito ulteriormente il significato culturale della manifestazione, sottolineando il valore della poesia come spazio di riflessione e ricerca interiore.

La partecipazione dei ragazzi

Molto partecipata anche la sezione dedicata ai ragazzi della scuola secondaria di primo grado. Tutti i giovani autori presenti hanno letto la propria poesia davanti al pubblico, ricevendo un attestato di partecipazione. La menzione speciale è andata a Celeste Sforte, mentre il terzo posto è stato assegnato a Camilla Fuentes, il secondo a Jonathan Herrera e il primo premio a Simone Di Lella.

Musica e poesia durante la cerimonia

La premiazione è stata accompagnata anche da momenti musicali e spirituali. Fra’ Illuminato ha proposto un accompagnamento con lo stecchetto musicale, intonando il canto “Alto e glorioso Dio” e “Dolce sentire” creando un clima di raccoglimento che ha accompagnato la lettura delle poesie.

L’edizione 2026 del concorso ha registrato complessivamente circa ottanta partecipanti tra adulti e ragazzi, con ventisei elaborati provenienti dagli studenti delle scuole medie. Numeri che confermano la capacità del concorso “Sole d’Autunno” di coinvolgere generazioni diverse attraverso la forza della parola poetica e della riflessione sul presente.

Laura Vignati – Il Bustese

 

 

Leggi l’articolo originale:

https://www.ilbustese.it/2026/05/23/leggi-notizia/argomenti/cultura-17/articolo/video-e-foto-premiati-i-vincitori-del-concorso-di-poesia-sole-dautunno-al-fratello-sole.html

 

Per il nostro video di presentazione delle poesie vincitrici:

https://www.youtube.com/watch?v=6dr_WKDqbZs

 

Un sentito ringraziamento anche agli sponsor del Concorso:

 

 

MGF

 

 

Drammatico
Regia di Avelina Prat – Portogallo, Spagna, 2025 – 114′
con Manolo Solo, Maria de Medeiros, Branka Katic

 

 

 

 

UN PIACEVOLE RACCONTO MORALE SU COME GLI IMPREVISTI DELLA VITA APRONO LA STRADA ALLE SCOPERTE PIÙ IMPORTANTI.

Fernando è un docente universitario di geografia, colto, abitudinario, sposato da un paio d’anni con Milena, una donna di origine serba. Quando lei se ne va di casa, senza lasciare nemmeno una spiegazione, lui scopre di non sapere nulla del suo passato, nemmeno da dove cominciare a cercarla. Durante una vacanza solitaria in Portogallo, Fernando conosce Manuel, un uomo che vive di piccoli lavori, felicemente nomade. Ma accade qualcosa di imprevisto e Fernando si ritrova a cominciare una nuova vita, come giardiniere nella splendida villa di una donna di nome Amalia.
Avelina Prat, originaria di Valencia, ha lasciato anni fa l’architettura per il cinema, e la possibilità di cambiare il proprio destino, per ragioni che possono venire dall’esterno o dall’interno, è al centro del suo secondo film, La villa portoghese.
Al centro del suo film c’è anche l’importanza di trovare un luogo speciale, da poter chiamare casa (l’architettura ha evidentemente piantato dei semi, che continuano a fruttare su un altro terreno).
Per la moglie di Fernando, così come per il vero Manuel, un posto vale un altro: lo sradicamento è diventato un modo di vivere, dettato da un trauma o percepito come sinonimo di libertà. Non è così per Fernando, magnificamente interpretato da Manolo Solo, il quale dovrà fare, però, un lungo giro per arrivare alla meta, e accettare che il proprio posto possa trovarsi molto lontano rispetto a quanto ha sempre creduto. Quando spiega alla sua classe, all’inizio del film, che il modo migliore per conoscere il mondo è disegnarlo (di nuovo, riga, matita e squadre: gli strumenti dell’architettura) e una studentessa gli chiede se non sia meglio invece percorrerlo realmente, viaggiando fisicamente attraverso le terra che sta illustrando sulla cartina, lui non le dà ascolto, ma è esattamente ciò che gli capiterà di sperimentare da lì a poco e che gli insegnerà la frequentazione dell’enigmatica Amalia interpretata da Maria de Medeiros.
Prat non teme di puntellare questo racconto realistico di colpi di scena incredibili, che servono il tema della morte apparente e della rinascita, così come fa il lavoro di giardinaggio che Manuel/Fernando impara a svolgere; ma gli avvenimenti inverosimili servono anche l’idea che la vita possa sorprendere continuamente, alternando dramma e commedia sentimentale, e rivelandosi così più cinematografica che mai.
Un cinema umano e umanista, dunque, quello di Prat, che ragiona attorno al concetto di famiglia acquisita in termini non stereotipati e invita a pensare l’esistenza come passibile di una continua riscrittura.

Marianna Cappi – Mymovies

Tematiche: Ridefinizione dell’Identità e Seconda Opportunità, Concetto di “Casa” e Appartenenza, La Solitudine e la Memoria, La Cura come Atto di Rinascita


La villa portoghese non spiega l’identità: la mette in prova, la lascia oscillare fra perdita e invenzione. Fa della cura una misura del tempo, e per questo si prende il tempo della conclusione: tratta la fuga come atto minimo di chi, non riuscendo più a stare nel proprio nome, tenta una forma precaria di presenza. L’identità non come enigma, ma come materia: una cosa che si sporca, si indossa, si perde e, a volte, si restituisce. E in quel temporaneo – fragile, discreto, ostinato – il mondo, per un istante, torna leggibile.


Un film in cui si ristabilisce una quotidianità dopo una cesura brutale di quella precedente, che viene però raccontata con una quiete anticlimatica che spiazza, e fa perdere i punti di riferimento consueti del ritmo della narrazione di una storia cinematografica. È un senso di straniamento costante a catturarci, una ragnatela di ritmo garbato e personaggi in cerca di una rinascita. È una storia sul rapporto fra l’individuo e i luoghi in cui si vive, fra identità e il contesto in cui questa si sviluppa e si esprime.


Un dramma intimo, ma ricco di speranza è l’opera seconda della regista spagnola Avelina Prat che, ne La villa portoghese, racconta un percorso esistenziale e fisico. Il viaggio è ciò che accomuna i personaggi del film, un viaggio interiore, esistenziale, ma anche fisico, che dalla vitale Barcellona conduce lo spettatore fino in Serbia e poi ancora nel Portogallo verdeggiante e pieno di calore.

 

Recensioni
3,4/5 MyMovies
3,5/5 Movieplayer
3,5/5 ComingSoon

 

PORTOGALLO : IL MIGLIOR PAESE AL MONDO DOVE CAMBIARE VITA

Di recente molte persone scelgono di trasferirsi all’estero e una delle mete predilette è il Portogallo. Il Portogallo è oggi un Paese che ha molto da offrire e negli ultimi anni è stato testimone di intensi flussi migratori da tutta Europa, anche dal nostro Belpaese. Trasferirsi in Portogallo non è difficile, che si voglia farlo per lavorare, investire, o andare in pensione. Sicuramente offre i suoi vantaggi sia dal punto di vista economico che per lo stile di vita più tranquillo e rilassato. In fondo non è un cambiamento così radicale essendo un Paese molto simile all’Italia sotto numerosi aspetti. Il popolo portoghese è rinomato per sua cordialità, gentilezza e accoglienza nei confronti degli forestieri, è quindi facile innamorarsi di questo posto.

 

Porto

Tradizionalmente conosciuto per il mare, il Portogallo possiede anche molte aree interne di indubbio fascino. Questo Paese dalla popolazione di circa 10 milioni di abitanti vanta svariati siti d’interesse storico-culturale. Meravigliosi castelli, tesori architettonici e archeologici e, inoltre, città splendide. La capitale Lisbona è bella e intrigante con la sua movida, Porto è affascinante e si vive bene, ma i nuovi arrivati restano affascinanti anche dalle città a sud, in Algarve, in particolar modo gli amanti della bella vita estiva. Per chi invece vuole una vita tranquilla ci sono numerose location dove godersi una vita semplice e ritirata.

 

Lisbona

 

La maggior parte degli espatriati sceglie di trasferirsi a Lisbona, che assicura una vita cosmopolita all’insegna del divertimento. Vi si trova un ambiente sofisticato per il business ma anche una ricca tradizione culturale, e una comunità vivace rappresentata da persone provenienti da tutto il mondo occidentale. Qui, non lontano da rovine romane, si stagliano luccicanti nuovi complessi industriali.

 

Cosa offre questo Paese? Vita tranquilla, clima piacevole, gente accogliente ma non invadente. Sicuramente uno degli aspetti più invitanti è il clima, tendenzialmente più caldo d’inverno e più freddo d’estate rispetto all’Italia. Ma anche le numerose meraviglie del paese potrebbero far prendere la decisione di abbandonare l’Italia per il Portogallo: storia e bellezze naturali s’intrecciano creando un mirabile esempio di mediterraneità con qualche influenza orientale.

 

Il costo della vita poi è piuttosto basso, la moneta è l’euro ed essendo in Europa, oltre che nell’eurozona, non richiede agli italiani speciali permessi. Non è necessario ottenere alcun visto o permesso di soggiorno per risiedere e lavorare qui. Gli italiani che si trasferiscono in Portogallo hanno diritto all’assistenza sanitaria gratuita, proprio come i cittadini portoghesi. Come da noi, verrà assegnato un medico di base disponibile presso i Centros de Saúde locali, ossia gli ambulatori. Per accedere alle prestazioni sanitarie basta possedere la Tessera Sanitaria e un documento di identità.

Per i giovani vi sono molte occasioni per lavorare in Portogallo soprattutto nel campo turistico. Ci si può reinventare guide turistiche, insegnanti di sport acquatici, ma anche artigiani o scegliere mansioni legate ai servizi nei bar, nei ristoranti o negli alberghi. Ci sono molte scuole internazionali per chi vuole apprendere il portoghese, o per i figli degli espatriati. Il Portogallo offre infatti un ritratto multiculturale volto all’integrazione, preservando la sua identità culturale ma abbracciando le differenti culture che storicamente da sempre si intrecciano alla sua.

Fonte: Portogallo.info

 

MGF

 

 

Commedia
Regia di Antonio Albanese – Italia, 2026 – 90′
con Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese, Niccolò Ferrero

 

 

 

 

UNA COMMEDIA FUORI CONTROLLO CHE RACCONTA, IN CHIAVE TEATRALE, FOLLE E DIVERTENTE, UNA GENERAZIONE “SCONFITTA”, TENERA E UMANA.

Lavoreremo da grandi di Antonio Albanese è un film illuminante nella sua decadente ma bellissima parabola umana, in un riflesso che diventa metafora di una “generazione sconfitta”. In mezzo, la ricerca esatta dell’assurdo, bagnata (anzi, inzuppata) nell’acqua dolce – la citazione al suo esordio registico, datato 1997, è notevole – di una provincia che diventa perfetto palcoscenico in cui tutto cambia pur restando uguale, generando quel perfetto cortocircuito che ha fatto grande la commedia all’italiana. Un film matto, mattissimo, che sfrutta l’architrave di una “fatalità” per generare una storia letteralmente “fuori controllo”, nonché inaspettata nella visione naif del regista, in cui il ridicolo “dilaga” fino a diventare un’esplosione di assurda e originalissima comicità.
Come spiega Albanese, che ha scritto il film insieme a Piero Guerrera, Lavoreremo da grandi parte da quella provincia bellissima “dove non accade nulla di nulla”: il lago d’Orta, che bagna diversi piccoli comuni. Al centro della storia Umberto, musicista fallito con troppe ex moglie; il figlio Toni, appena uscito da galera; Beppe, idraulico con una madre fin troppo premurosa; poi Gigi, sbronzo fin su alla parrucca bionda lasciatagli in eredità da una zia ricchissima. A interpretarli, con sincerità e incanto, lo stesso Albanese, e poi rispettivamente Niccolò Ferrero, Giuseppe Battiston e Nicola Rignanese. Correndo sul filo dell’ineluttabile, i quattro – miserabili, teneri, impacciati – si ritrovano a vivere una notte scombinata e imprevedibile.
Dietro Lavoreremo da grandi, fin dal titolo, l’elogio che commisera il fallimento, umanizzando ed esaminando – senza presunzione alcuna – gli anfratti di una vita a metà, vissuta senza essere compresa a pieno (con una domanda: l’istinto è meglio della ragione?), onorando però l’indolenza, la dolcezza e la pigrizia ancora prima che l’azione. Di contro al precedente – e notevole – Cento domeniche, e chiaramente più vicino a Un uomo d’acqua dolce, Albanese non si tira indietro e anzi avanza plasmando una follia narrativa in cui il senso del comico e del tragico sbracciano, rubandosi a vicenda la scena, come a teatro.
Sì, perché Lavoreremo da grandi, anche grazie alla scenografia di Marco Belluzzi e Anna Ranci Ortigosa, sembra una pièce dell’Off-Broadway, radicata però nel più profondo degli immaginari italiani, dove i personaggi, i dialoghi, i toni si mescolano diventando specchio di un modo che conosciamo e riconosciamo, declinato secondo un approccio cinematografico che riprende gli echi delle commedie anni Sessanta (ma dentro ci sono pure Marco Ferreri, Dino Risi) finendo per citare indirettamente Luis Buñuel o i Fratelli Coen (e scusate se è poco).
Se i quattro personaggi che giocano in scena – perché di un gioco si tratta – sfuggono alle responsabilità, girando (e aggirando) attorno a una colpa che diventa pretesto e contesto, Albanese con coraggio e passione (doti non scontate, soprattutto nel nostro cinema) si imbarca – letteralmente – in un intermezzo comico (e quindi umano) che non ha paura di esagerare, puntando a un divertimento dal mozzico amaro, e quindi ancora più vero, colorato e struggente. Affidando il senso esatto del film, in fine, alle note e alle parole di Marrakech: “Avevamo solamente il sogno di una vita diversa, tanto noi la pace l’abbiamo già persa”. Applausi.

Damiano Panattoni – Movieplayer

Tematiche: Fallimento Generazionale e Personale, Amicizia, Solidarietà Maschile, Provincia, Immobilità, Confine tra Commedia e Tragedia


I film di Antonio Albanese non sono mai carini: sono funambolici, esilaranti, inaspettati e imprevedibili, e di volta in volta scatenati o riflessivi, attuali e politici oppure favolistici. Esprimono il suo sguardo sul mondo, un mondo un po’ sbilenco che pur nelle sue anomalie e nei suoi spauracchi è tutto da scoprire. Antonio Albanese ci ha insegnato a riderne, e finché riusciremo a ridere, anche solo 10 minuti al giorno, saremo sicuramente salvi.


Antonio Albanese torna ai toni stralunati e fuori scala degli esordi (con tanto di indiretta citazione a “Uomo d’acqua dolce)”, puntellando senza egocentrismo una “generazione” sfinita, sconfitta e impigrita. Una sorta di pièce teatrale di provincia, che vive grazie a un cast sincero e appassionato, e dosato nell’umore e nei toni, generando un cortocircuito capace di “dilagare” in un film inaspettato e irresistibile.


Il nuovo film di Antonio Albanese parte da una costruzione del genere, per poi imprimervi dentro una situazione che si nutre di momenti assurdi, di un’escalation particolare di imprevisti e situazioni, anche sopra le righe, restando comunque e sempre vicino ai suoi protagonisti, in un racconto di generale delicatezza.

 

Recensioni
3,5/5 Movieplayer
7,5/10 Everyeye Cinema
3,5/5 ComingSoon

 

ANTONIO ALBANESE REGISTA

Tutti i suoi personaggi nascono dal disagio di una società che li ha messi all’angolo e costretti all’alienazione: è la capacità dell’interprete a renderli pronti a mostrare la vulnerabilità sotto lo sberleffo. Più si ride forte, più si soffre in silenzio.

 

 

L’esordio come regista arriva con L’Uomo d’Acqua Dolce nel 1996. Il primo film da regista di Antonio Albanese usa uno dei suoi personaggi più acclamati: Epifanio, personaggio timido e gentile con spessi occhiali da vista, al centro di una trama sottile con il protagonista felice marito e padre che perde la memoria e torna a casa dopo cinque anni. Qui non si chiama Epifanio ma Antonio: e ha perso la memoria, il tempo, e non il cuore. L’Uomo d’Acqua Dolce è una commedia in linea con il mondo artistico di Albanese, con le emozioni in punta di penna che rievocano il cinema muto di Jacques Tati, l’espressività laconica e la gestualità dei cartoni animati.

 

Nel 1999 esce La fame e la sete, un secondo film di quelli nati sull’urgenza del successo degli esordi. Tornano infatti le maschere e i personaggi: al centro questa volta c’è Alex Drastico, accompagnato però da Ivo Perego e Pacifico. Il film riceve diverse nominations su diversi premi, anche come miglior attore protagonista ai David di Donatello. Al centro del racconto c’è sempre un mondo imbarbarito dipinto con ironia, tra un ottimismo tronfio scalfito dalla crisi di fiducia dell’uomo postmoderno, mentre a denunciare l’imbarbarimento del nostro stare al mondo ci pensa l’inconsapevolezza opportunista di Alex Drastico.

 

La terza regia arriva nel 2002, con Il nostro matrimonio è in crisi: niente più maschere, perché inizia la trasformazione di Albanese. Il film è infatti uno spartiacque: prima di tutto perché dopo ci sarà una lunga pausa dalla regia e poi perché come spesso fisiologicamente accade i personaggi sullo schermo iniziano a mostrare la corda e si intravede il tentativo di inquadrare storie più costruite e drammaturgicamente più risolte. Inizia infatti da qui un lunghissimo percorso di Albanese che come interprete di film altrui decostruisce e ricostruisce il suo stile espressivo.

 

 

Tutto confluisce allora in Contromano nel 2018, il quarto film da regista, che segna un distacco netto dalle sue produzioni precedenti: un distacco preceduto e preannunciato dalla regia della serie I Topi, fondamentale (quanto ingiustamente dimenticato dal pubblico e dalla critica) proprio perché il primo vero progetto nel quale il genio di Albanese può liberarsi e rivelarsi appieno.

 

 

 

Antonio Albanese torna dopo cinque anni nel 2023 dietro la macchina da presa proseguendo nel percorso di cinema civile che caratterizza la sua carriera di artista e racconta con sensibilità una storia universale, che ha riguardato migliaia di piccoli risparmiatori, traditi dall’avidità e dai crack bancari. Cento domeniche (quelle in cui Antonio ha lavorato per tutta la vita) è convenzionale, quasi scolastico nelle transizioni fra un scena e l’altra, ma ha anche intuizioni bellissime e in qualche modo visionarie Albanese ha lavorato al soggetto per due anni, dopo che l’autore ha ascoltato un’intervista a una vittima dei tanti crac bancari, che dal 2008 in poi hanno spinto sul lastrico migliaia di risparmiatori onesti e fiduciosi, preda delle speculazioni di banche spregiudicate. Ha scelto di ambientarla nella provincia di Lecco, di dove è originario, tra cui il Comune natio di Olginate. Il cantiere nautico mostrato nel film è lo stesso in cui ha lavorato Albanese prima di intraprendere la carriera professionale.

Lavoreremo da grandi, sesta regia cinematografica di Antonio Albanese, è un film di spettri, di apparizioni improvvise, di allucinazioni. Una commedia stralunata sotto ipnosi. Dopo la parentesi più politica di Cento domeniche, il comico-cineasta sembra tornare con questo nuovo film alle atmosfere degli esordi. Anche in Lavoreremo da grandi c’è un evento improvviso che fa saltare tutti gli equilibri nella vita dei protagonisti. Sembra un cinema d’altri tempi, quasi la rivisitazione di una commedia teatrale francese anni ’30 adattata per il grande schermo.Ma resta comunque una commedia intelligente e ispirata, dove la disperazione è appena accennata, ma scorre sempre sottotraccia.

 

MGF