Thriller
Regia di Timur Bekmambetov – USA, 2026 – 100′
con Chris Pratt, Rebecca Ferguson, Kali Reis

 

 

 

UN THRILLER ADRENALINICO AL PASSO CON LE TECNOLOGIE AVVENIRISTICHE

Se a giudicare i reati non fosse più un essere umano ma un integerrimo e (in)fallibile prototipo di intelligenza artificiale? Questa è la domanda che pone il film “Mercy: Sotto Accusa”, legal-thriller futuristico (ma neanche troppo) diretto da Timur Bekmambetov e interpretato da Chris Pratt, Rebecca Ferguson, Kali Reis e Chris Sullivan.
La storia. Stati Uniti, oggi. In un futuro prossimo venturo Chris Raven è un agente del dipartimento rapine e omicidi della polizia di Los Angeles. Sposato e con una figlia adolescente, Chris ha avuto problemi di alcolismo in seguito alla morte del suo mentore, un evento traumatico del quale si ritiene personalmente responsabile. In passato ha contribuito a fondare la Mercy Court, un tribunale virtuale preposto a giudicare gli inquisiti con la massima oggettività.
Ma si ritrova improvvisamente incatenato ad una sedia metallica e messo sotto processo da una giudice AI, l’impassibile Maddox, che lo accusa dell’omicidio di sua moglie Nicole. Chris, che si dichiara innocente ma non ricorda nulla delle ultime ore della sua vita, avrà solo 90 minuti di tempo per trovare le prove che potrebbero scagionarlo. “Non sono colpevole, non posso esserlo, non lo avrei mai fatto”, dice Chris a se stesso e a Maddox. Ma sarà vero, in un mondo in cui “tutti mentono”?
Ricorda non poco l’ottimo “Minority Report” (2002) di Steven Spielberg con Tom Cruise, da un racconto di Philip K. Dick.
“Mercy – Sotto accusa” esplora il nostro possibile domani, una società che abdica competenze umane all’evoluzione tecnologica, lasciando campo libero all’intelligenza artificiale. Non solo, dunque, aerei o navi pilotate da computer, ma anche la giustizia governata da sistemi di intelligenza artificiale.
L’opera di Bekmambetov – suoi “Wanted” (2008) e “Ben-Hur” (2016) – ha il pregio di individuare approfondire un tema di stringente attualità; lo svolgimento narrativo incede agile e adrenalinico, depotenziato qua e là da semplificazioni secondo i canoni del cinema hollywoodiano un po’ fracassone, ma ad ancorare la storia sono gli interpreti, in testa Pratt e Ferguson. Una buona proposta nel terreno del legal-thriller, acuta ma senza troppi sussulti.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Famiglia, Famiglia – genitori figli, Giustizia, Media, Nuove tecnologie, Politica-Società


Uno screenlife thriller dai contrappunti sci-fi. Teso e compatto, chiaramente debitore dell’immaginario di Philip K. Dick, è mosso e smosso da una messa in scena quasi interamente mediata da schermi, dati e flussi digitali. Il film punta su ritmo e tensione. Al centro c’è una riflessione attuale sul rapporto tra uomo, tecnologia e giustizia, con l’A.I. come giudice supremo. Un film onesto.


In Mercy: Sotto Accusa, il regista Timur Bekmambetov prende una premessa che oggi fa davvero paura perché sembra a un passo dal reale: un tribunale automatizzato dove un’“intelligenza” decide in tempo reale chi merita di vivere. La domanda che il film mette sul tavolo è brutale e seducente: se la giustizia diventa un calcolo, quanto siamo disposti a chiamarla “ordine” pur di sentirci al sicuro?


Fin dai suoi primissimi istanti, il lungometraggio diretto da Timur Bekmambetov strizza l’occhiolino verso il nostro presente, verso un mondo che, in qualche modo, potrebbe ritrovarsi facilmente in una situazione simile, in un contesto in cui è la stessa tecnologia creata dall’essere umano a dover portare legge nel suo quotidiano.

Recensioni
3/5 Sentieri Selvaggi
3/5 Movieplayer
6,5/10 Everyeye Cinema

 

AI IN ITALIA: SIAMO TUTTI UTENTI… MA QUANTI DAVVERO SANNO COSA FANNO?

 

Nel 2025 l’Intelligenza Artificiale (AI) è diventata parte integrante della vita quotidiana degli italiani. Secondo i dati di Comscore, il 28% degli utenti internet in Italia sono circa 13 milioni di persone e ognuno di loro ha utilizzato almeno un’applicazione di AI generativa ad aprile, un dato in crescita e molto significativo, rispetto agli anni precedenti.

 

 

Le applicazioni più diffuse in Italia sono:
ChatGPT: 11 milioni di utenti, soprattutto tra i 15-24 anni (44,5%), leggermente più donne (51,9%)
Google Gemini: 2,8 milioni di utenti
Microsoft Copilot: 2,7 milioni di utenti
Character AI: 119.000 utenti
DeepSeek: 308.000 utenti

 

E vengono maggiormente utilizzate (con nostra grande sorpresa del primo posto, perché proprio non ce lo aspettavamo), in tre ambiti fondamentali:
Educazione: il 37% degli studenti usa ChatGPT come supporto allo studio
Creatività: strumenti per generazione musicale (Suno) e immagini (Ideogram)
Lavoro: il 59% dei manager usa l’AI per migliorare il proprio ruolo, contro il 39% dei dipendenti non-manager

 

 

Nonostante l’uso diffuso, però, solo il 7% degli italiani ha una comprensione approfondita dell’AI.

Il restante 77% la utilizza senza capire veramente cosa fa o quali rischi comporta, praticamente la maggior parte delle persone non sa valutare correttamente i limiti degli strumenti (e neanche ci prova, vista la moltitudine di contenuti fasulli che girano). Ma quali sono questi limiti?

Allucinazioni dei modelli: l’AI può fornire risposte sbagliate o incoerenti, ricordate che le informazioni su cui si basa non sono sempre esatte. Indovinate perché non possono prendere il posto di programmatori, designers o data analysts…
Bias e discriminazione: algoritmi che riproducono pregiudizi esistenti.
Privacy e sicurezza: dati personali a rischio di esposizione o abuso. Non tutte le AI sono discrete come ChatGPT o Gemini, alcune sono delle vere ficcanaso.
Manipolazione dell’informazione: deepfake e contenuti falsi. Se gli diamo in pasto nozioni fasulle lui risponderà con risposte fasulle.
Dipendenza emotiva: interazioni prolungate con IA empatiche possono creare attaccamento emotivo.
Riteniamo che l’AI sia uno strumento utilissimo e di gran supporto in alcuni ambiti, utile anche per divertirsi ogni tanto, ma sicuramente qualcuno si sta facendo prendere troppo la mano. Andrebbe disciplinato un po’ l’uso e siamo d’accordo con le iniziative di alfabetizzazione digitale, non farla sarebbe come guidare un’auto senza mai esserci neanche saliti sopra.
Il vero passo avanti sarà saper usare l’intelligenza artificiale con consapevolezza, non solo con entusiasmo.

Fonte: Digiup.it

 

CONSIGLI DI LETTURA PER APPROFONDIRE:

         

 

MGF

 

 

 

APRILE

Prova anche tu,
una volta che ti senti solo
o infelice o triste,
a guardare fuori dalla soffitta
quando il tempo è così bello.
Non le case o i tetti, ma il cielo.

 

Finché potrai guardare
il cielo senza timori,
sarai sicuro
di essere puro dentro
e tornerai
ad essere felice.

 

 

Aprile di Anna Frank nasce dentro uno spazio chiuso, ma non è una poesia sulla chiusura. È un testo sull’apertura possibile, anche quando tutto sembra negarla.
Dentro questi versi si muove una tensione fortissima tra ciò che limita e ciò che libera. Da una parte la soffitta, che non è solo un luogo fisico ma la condizione di una vita sospesa, costretta, minacciata. Dall’altra il cielo, che diventa immediatamente qualcosa di più di uno spazio naturale: è una dimensione interiore, una possibilità di respiro.
Il cuore della poesia non è la fuga, ma lo sguardo. Non il cambiamento della realtà, ma il modo in cui la si attraversa. Ed è proprio per questo che il messaggio di Anna Frank arriva fino a noi con una forza intatta. Perché parla a tutte quelle situazioni in cui la vita si restringe. Non solo nelle condizioni estreme che lei ha vissuto, ma anche nelle forme più silenziose e quotidiane di smarrimento, di fatica, di perdita di senso.
Leggere Aprile di Anna Frank non significa solo analizzare dei versi scritti ottant’anni fa, ma scoprire un vero e proprio manuale di resistenza emotiva. In un’epoca come la nostra, dove l’incertezza e il rumore digitale spesso ci tolgono il respiro, Anna ci indica una via d’uscita che non richiede passaporti, ma solo coraggio interiore.

 

Fonte: Libreriamo

 

MGF

 

Storico
Regia di James Vanderbilt – USA, 2025 – 148′
con Russell Crowe, Rami Malek, Leo Woodall

 

 

 

 

 

UN FILM, CON UN ‘MOSTRUOSO’ RUSSELL CROWE, CHE HA IL MERITO DI PORRE LO SPETTATORE DI FRONTE ALL’ORRORE, PROVANDO A DIALOGARE CON L’OGGI.

A 80 anni dal suo inizio, il cinema torna a raccontare uno dei processi più importanti e impegnativi della storia, quello istituito da Gran Bretagna, Usa, Francia e Urss contro i principali esponenti del regime nazista. James Vanderbilt, alla sua seconda prova dietro la macchina da presa (“Truth”, 2015), con “Norimberga” rilegge la vicenda ispirandosi al libro del 2013 “Il Nazista e lo psichiatra” di Jack El-Hai.
La storia. Norimberga, 20 novembre 1945 – 1° settembre 1946. Lo psichiatra dell’esercito statunitense capitano Douglas Kelley è chiamato a valutare la sanità mentale dei dirigenti del regime nazista a vario titolo imputati nel processo. Il suo obiettivo è quello di stabilire l’effettiva libera adesione degli imputati al nazifascismo: erano stati semplici esecutori di ordini? La sua attenzione si concentra in modo particolare su Hermann Göring, numero due del Reich consegnatosi agli Alleati alla fine della guerra. Lo psichiatra, con i suoi metodi anticonformisti, sembra conquistare la fiducia dell’alto gerarca. E se invece fosse lui a essere caduto nelle maglie di un lucido manipolatore?
Fino a che punto i gerarchi nazisti hanno aderito liberamente e in piena coscienza alle farneticanti dottrine hitleriane? Sono stati “costretti” all’obbedienza? Qualcuno di loro ha avuto qualche dubbio, qualche ripensamento, un’ombra di pentimento? Queste sono le domande alle quali a suo tempo si è tentato di dare una risposta cercando di coniugare l’inalienabile diritto alla difesa, con la giustizia dovuta a tutte le vittime. Il film si regge sulla superba interpretazione di Russel Crowe che fagocita lo stralunato psichiatra di Rami Malek: è Göring a condurre il gioco, abile nell’ingannare il capitano Kelley e forse anche gli spettatori.
Vanderbilt costruisce abilmente un film denso e dinamico che coniuga la drammaticità dei fatti evocati con la spettacolarità propria della tradizione hollywoodiana. Il racconto cerca e trova un suo equilibrio. Nella prima parte troviamo anche inserti “ironici”: la resa di Göring che si consegna con moglie e figlia ai soldati americani, chiedendo loro, in tedesco, di portargli le valigie; le sue risposte sarcastiche al test Rorschach cui viene e sottoposto in cella; e la scena in treno in cui Kelley cerca di far colpo su una sconosciuta con un gioco di carte. Sequenze iniziali che lasciano poi il posto alle immagini drammatiche girate dagli Alleati durante il loro ingresso nel campo di Auschwitz mostrate in tribunale: montagne di cadaveri e prigionieri scheletrici, nei cui volti scavati si legge tutto l’orrore di cui gli uomini sono stati capaci.
Nel film si evidenziano due linee narrative. Da un lato il difficile svolgimento del processo, dove si alternano sul banco degli imputati i vari gerarchi, Göring in testa, dall’altro il tormento di Douglas Kelley che, per il suo eccessivo coinvolgimento nel caso, viene sollevato dall’incarico. In particolare, lo psichiatra sperimenta sfiducia e amarezza verso le procedure militari e processuali; assalito da dubbi verso i suoi superiori e la propria professione, matura un senso di ribellione e frustrazione.
Nel racconto va segnalata qualche perplessità sul trattamento riservato a papa Pio XII: una breve scena, un colloquio da cui emerge la figura di un uomo pavido, deciso a mantenere la Chiesa in una posizione ambigua nei confronti del nazismo. Una soluzione gratuita, che fa traballare il lucido e attento racconto della Storia.
Nell’insieme, “Norimberga” si dimostra un film valido, dall’ottima messa in scena e cura formale, che racconta un passato di cui è importante fare memoria per evitare che possa tornare di agghiacciante attualità.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Carcere, Famiglia, Giustizia, Guerra, Libertà, Male, Politica-Società, Potere, Psicologia, Razzismo, Shoah – Olocausto, Storia, Violenza


Le scene finali di Norimberga colpiscono nel segno e non si dimenticano facilmente, risultano molto coraggiose e si fanno testimoni di un film che non ha paura a raccontare gli ultimi nazisti – quelli abbandonati persino dal Führer che si è egoisticamente tolto la vita – ponendoli sullo stesso piano di quelle vittime che hanno mietuto nei campi di concentramento.


Nel ruolo di Hermann Göring, Russell Crowe giganteggia, nel senso letterale del termine. L’attore neozelandese sfoggia una parlata tedesca fluente e un fisico incredibilmente massiccio. Crowe trasuda carisma, rubando la scena a ogni apparizione. Il rischio del film di James Vandebilt è proprio quello di rendere uno spietato assassino talmente affascinante da farci segretamente parteggiare per lui.

 

Recensioni
3/5 MyMovies
3,5/5 Movieplayer
3/5 ComingSoon

 

         

 

IL MISTERO DEL VOLO DI RUDOLF HESS

RUDOLF HESS

Quale fu lo scopo del famoso volo di Rudolf Hess sulla Scozia concluso con un lancio con il paracadute?
Una missione, individuale o per conto di Adolf Hitler, per aprire chissà quali trattative con il governo britannico. Un documento spuntato fuori dagli archivi russi, svelerebbe il giallo: la Germania sperava nell’alleanza o almeno nella neutralità di Londra in caso di attacco alla Russia.
Nato ad Alessandria d’Egitto nel 1894 da un ricca famiglia di commercianti, durante la prima guerra si arruolò nel reggimento «List», tra i più aggressivi e tenaci dell’esercito tedesco, in cui combatteva anche un certo caporale di origine austriaca, tal Adolf Hitler. Fu proprio lui che convinse Hess a entrare in politica nel 1920, anno in cui tra l’altro abbandonò l’Università di Monaco mentre stava per laurearsi in filosofia.

 

 

 

Dunque nazista della primissima ora, partecipò al Putsch di Monaco nel 1923. La rivolta fallì ed egli fu arrestato insieme ad Hitler. In carcere, Hess aiutò il futuro Führer a scrivere il «Mein Kampf», «La mia Battaglia». Da quel momento egli divenne uno dei più stretti collaboratori di Hitler, tanto da esserne considerato il successore alla guida del partito.

Infatti, nel 1933, Hitler lo nomina suo vice, dandogli ampi poteri sia all’interno del partito sia nel governo. Sei anni dopo, Rudolf Hess fu nominato ufficialmente numero tre del partito, dietro ovviamente a Hitler e Hermann Göring.

 

Il 10 maggio del 1941 volò in Scozia da solo e si per raggiungere il castello del Duca di Hamilton, considerato un fautore del dialogo con il Terzo Reich. I motivi di quel viaggio non sono mai stati chiariti, ma la versione ufficiale britannica dipinge Hess un uomo in crisi, con disturbi mentali, sconvolto dagli orrori della guerra, messo da parte dal regime, intenzionato, all’insaputa del dittatore, a proporre, tramite il Duca, un utopistico piano di pace all’Inghilterra. Secondo alcuni storici in realtà la missione avvenne con il consenso di Hitler, per aprire una trattativa di pace tra i due Paesi.

 

La nuova versione, illustrata dallo «Spiegel», avvalora l’ipotesi di un viaggio su mandato del Führer, ma per chiedere agli inglesi il «placet» di invadere l’Unione Sovietica. Il settimanale ha infatti esaminato un documento di 28 pagine, scovato negli archivi russi da uno storico tedesco e redatto nel 1948 da Karlheinz Pietsch, ex aiutante di campo di Hess al momento del suo volo. Nel documento è scritto che la missione concordata con gli inglesi, aveva come obiettivo di riuscire a porre in atto «con ogni mezzo un’alleanza militare tra Germania ed Inghilterra contro la Russia, o come minimo ottenere la neutralità dell’Inghilterra».
Una trattativa, come ha dimostrato la storia, forse neppure aperta, ma sicuramente respinta dalla Gran Bretagna. Internato fino alla fine della guerra, nel 1946 fu portato alla sbarra come imputato al Processo di Norimberga.

 

 

Hess fu condannato all’ergastolo e trascorse il resto della sua vita nel carcere di Spandau, morendo nel 1987 senza mai chiarire completamente se la sua missione fosse un atto folle o il risultato di una manipolazione.
Ancora oggi, il volo di Hess rimane uno degli episodi più enigmatici della Seconda Guerra Mondiale, sospeso tra l’idea di una follia personale e complesse teorie di cospirazione.

 

 

Consigli di lettura sull’argomento:

       

 

 

MGF

Docufilm diretto da Ralph Loop

 

 

 

 

 

A distanza di secoli l’opera di Botticelli continua a coinvolgere ed emozionare. I suoi quadri più celebri portano nei musei e nelle mostre di tutto il mondo migliaia e migliaia di visitatori ogni anno. Tuttavia uno dei suoi disegni più intimi e misteriosi – forse uno dei più importanti per comprenderlo nel profondo- è rimasto a lungo chiuso nei depositi climatizzati del Vaticano. Si tratta del disegno che Botticelli dedicò all’Inferno di Dante e che diventa oggi protagonista di un film documentario originale, appassionato e coinvolgente.

 

DANTE ALIGHIERI E SANDRO BOTTICELLI: PARADISO SU CARTA

Sandro Botticelli – La Voragine Infernale

 

I disegni di Sandro Botticelli per la Divina Commedia di Dante Alighieri sono una delle più importanti opere di contorno alla letteratura mai create.
Gli appassionati della Divina Commedia hanno senz’altro in mente le incisioni di Gustave Doré: sono il mio primo ricordo dell’opera, un accompagnamento ora lieve ora opprimente del meraviglioso testo dantesco.

 

 

 

Lorenzo il Magnifico

 

Ma uno dei primi a decidere che la Divina Commedia era troppo bella per non essere affiancata da immagini che la descrivessero fu il più grande committente dell’Italia rinascimentale: Lorenzo il Magnifico, signore di Firenze, politico, statista, mecenate, nobile, scrittore e poeta. Un uomo del suo calibro non avrebbe mai potuto leggere la Divina Commedia senza desiderare di poter vedere le scene descritte da Dante.

E chi meglio di Sandro Botticelli poteva sopperire a questa esigenza?

 

La Voragine Infernale – Dettaglio

Tra il 1480 e il 1495, Botticelli eseguì cento disegni ad accompagnamento della Divina Commedia: uno per ogni canto, più un importante spaccato dei gironi infernali che ancor oggi, in barba a Doré, appare nei libri di letteratura di molte scuole.
Di queste opere, tuttavia, si perse traccia per moltissimo tempo: divennero leggenda, furono considerate perdute, il che non stupisce dal momento che la pergamena, per quanto più resistente della carta, è comunque deperibile, e di certo poco ingombrante, facile da nascondere.

 

 

Furono infine riscoperte dallo storico dell’arte Gustav Friedrich Waagen nella collezione privata del Duca di Hamilton, messe all’asta e acquisite dal Kupferstichkabinett Berlin, di cui Waagen era direttore; lo scandalo che ne seguì rivelò che altri fogli erano stati conservati dalla Biblioteca Vaticana. In totale, si recuperarono 92 tavole: mancano all’appello otto tavole per l’Inferno e due per il Paradiso.
È un’opera imponente, soprattutto considerando il supporto fisico non certo facile da utilizzare per un artista abituato alle tele: Bernard Berenson disse che sarebbe assurdo pretendere che dei puri contorni siano in grado di rendere l’intera gamma delle sensazioni, passioni ed emozioni che Dante esprime nella Commedia, eppure Botticelli riesce a fare proprio questo.

 

 

E persino Berenson ne loda le “rapsodie di linee pure, alate”. E forse, dopotutto, un tratto meno delicato, meno etereo, non avrebbe fatto altro che saturare all’eccesso un’opera che è già sostanzialmente perfetta di per sé. I disegni di Botticelli sono geniali nella propria semplicità: ogni disegno corrispondeva ad un canto ma, a differenza di Doré, non illustrano la scena principe del canto, bensì lo narrano per intero, partendo dall’angolo in alto a sinistra e degradando verso il basso, un semplice espediente che tuttavia riflette la discesa di Dante all’Inferno, la sezione che da sempre suggestiona di più i lettori.

 

Sandro Botticelli, Inferno X (punta d’argento, inchiostro e penna su pergamena)

Alcuni sono completamente colorati, altri solo in parte, alcune tavole sono semplicemente disegnate a penna, senza alcuna aggiunta. Linee dolci e semplici, che si succedono l’una all’altra, canto dopo canto; un’opera che di per sé è magistrale e non può essere descritta altrimenti, e forse è così magistrale proprio per la propria modestia.

Sembra quasi di percepire, in questi disegni, l’umiltà con la quale Botticelli si approccia all’opera di Dante; ed è giusto così, dopotutto l’autore che conosciamo per nome non è lui, è Dante. L’opera magna è sua, un’opera incredibilmente audace che ha attinto dalla Bibbia e molteplici altre fonti cattoliche, ma anche dalla mitologia greca e romana: con un’illuminazione che poteva facilmente sfociare in arroganza, Dante sceglie i personaggi dalle sue fonti preferite e le colloca nell’oltretomba cristiano, rendendoli, di fatto, personaggi semireligiosi, e definendo la visione cristiana dell’aldilà.

 

Sandro Botticelli, Paradiso IX (punta d’argento, inchiostro e penna su pergamena)

Forse, allora, la scelta di Lorenzo il Magnifico non era un semplice caso di favoritismo da mecenate, per quanto uno dei suoi artisti preferiti fosse proprio Sandro Botticelli: da parte di un uomo di così grande intelligenza, non ci si può aspettare altro che la scelta perfetta. Non una scelta di grandeur, ma un contorno semplice e genuino ad accompagnare senza adombrare una portata principale già incredibilmente complessa e articolata.

Le linee eteree che Berenson denigra proprio prima di lodarne la semplicità erano la decisione perfetta, forse l’unica decisione possibile, per accompagnare Dante nel suo viaggio dall’Inferno al Paradiso; accompagna la condanna dantesca dei mali del mondo, portando avanti la sottile, spesso sottovalutata speranza che cambiare, migliorare, rendersi essenziali è sempre possibile… solo con un pizzico di umiltà.

 

 

 

Beatrice Fiorello – Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF

 

PRIMAVERA

Dramma Storico

Regia di Damiano Michieletto – Italia, Francia, 2025
con Tecla Insolia, Michele Riondino, Andrea Pennacchi

Durata: 110′

Venezia, 1716. Cecilia è un’orfana che la madre ha affidato all’Ospedale della Pietà, e come le altre ospiti dell’istituto ha imparato a leggere, scrivere e a suonare uno strumento musicale, il violino. Le musiciste più dotate dell’orfanotrofio si esibiscono in pubblico dietro ad una grata perché non possono farsi vedere in volto.
Quando la loro offerta musicale subisce la concorrenza di un gruppo parallelo, le ragazze vengono affidate alla guida di un prete di grande talento: Antonio Vivaldi, che intuirà in Cecilia un talento simile al proprio, e un’analoga passione per la musica.

 

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