LA GRANDE PAURA DI HITLER.
PROCESSO ALL’ARTE DEGENERATA
Diretto da Simona Risi
con la voce narrante di Iaia Forte

 

 

 

 

I veri grandi nemici di Hitler erano artisti come Picasso, Chagall, Van Gogh e Matisse, bollati dal nazismo come “degenerati”: le loro opere vennero ritirate dai musei tedeschi, distrutte o vendute, così come furono messe al bando la letteratura, la musica e l’architettura non in linea con il regime. A partire dalla mostra del Musée Picasso di Parigi, il documentario ripercorre questo attacco ideologico attraverso filmati rari, opere censurate e testimonianze di curatori, storici, sociologi e psicanalisti.

LA CENSURA ARTISTICA NEL TERZO REICH

Chiunque abbia aperto un libro di storia recente si è trovato faccia a faccia con gli orrori causati dal Terzo Reich, e credo che almeno una volta tutti ci siamo posti una domanda: com’è stato possibile?

Per rispondere a questa domanda, bisogna porre l’ascesa del regime nazista nel contesto storico: ci troviamo in una Germania al collasso, messa in ginocchio dalle riparazioni imposte dalla Francia dopo la Prima Guerra Mondiale, un Paese in cui l’inflazione era così galoppante che gli stipendi erano rivisti giorno per giorno, senza che ciò fosse d’aiuto alla popolazione.
Il Marco tedesco, la valuta ufficiale, era del tutto inutile: per gli scambi commerciali si usava il dollaro, oppure si acquistava cibo barattando sigarette o vecchi mobili, utili ormai solo come legna da ardere.

 

In questo contesto di fame e disperazione, appare un giovane Adolf Hitler, che punta il dito sull’ormai morente patriottismo: i Tedeschi dovevano rialzarsi e mostrare il loro vero valore!
Un discorso banale, scontato, ma perfetto per fare presa sulle menti di persone la cui sopravvivenza è oramai ai limiti dell’inspiegabile.
Hitler, nel suo Mein Kampf, parla di un’aleatoria idea dell’identità tedesca, non un amore di patria o un consesso di valori, ma una considerazione che partiva da basi estetiche: entrato in contatto con la comunità ebraica di Vienna, riporta di essersi sentito molto a disagio, e di aver finalmente compreso tutto l’odio rivolto nei loro confronti, perché “non sembravano assolutamente dei tedeschi”.

Ma da qui alla persecuzione sistematica serve un passo ulteriore: serve dimostrare che tutte queste “persone che non sembrano tedeschi”, siano essi ebrei, rom, omosessuali, comunisti o disabili, abbiano veramente delle cattive intenzioni nei confronti del Paese. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, non è così: nascono dunque i giornali di partito, che riferiscono solo versioni ufficiali rivedute e corrette dal Governo stesso. L’interesse non è trasmettere la verità, ma diffondere una menzogna che faccia comodo.
Scatta inoltre una brutale censura, verso qualsiasi pensiero od opinione che non sia completamente conforme ai princìpi di quel Partito che prometteva di far tornare grande la Germania, verso chiunque non corrisponda all’immagine del Tedesco. Viene indefessamente soffocata qualsiasi cosa possa spingere al ragionamento critico, fino ad instillare nelle persone il terrore anche solo di pensare qualcosa di sovversivo: non parlarne, sia chiaro, anche solo pensarlo.

 

Ma perché l’arte? Beh, innanzitutto non si parla di tutta l’arte, ma solo delle correnti più moderne, considerate decadenti e pregne di propaganda ebraica. Inoltre, l’arte eleva lo spirito, induce alla considerazione di concetti che vanno oltre la mera sopravvivenza. E l’arte di avanguardia spingeva a ragionamenti meno tradizionali, contrari all’ideologia imposta dai nazisti e pericolosi per il regime.

Un primo tentativo di screditare l’arte non istituzionale fu fatto nel 1933, quando Joseph Goebbels, Ministro della Propaganda, organizzò una mostra di “arte degenerata”, nella quale veniva mostrato “come le menti malate vedevano la natura”. Tuttavia, l’enorme successo della mostra, che nonostante l’intento derisorio piacque a due milioni di persone, spinse presto la Germania a metodi più drastici.
Nel 1937, venne organizzata una grandiosa vendita all’asta, in Svizzera, per allontanare le opere sovversive dalla Germania, eliminando il problema alla radice: i proventi, fu promesso, non sarebbero stati utilizzati per finanziare la guerra. Era una bugia.

 

Si provvide poi alla distruzione sistematica delle opere d’arte che non si era riusciti a vendere, in quanto inutili anche da un punto di vista economico.

La stessa distruzione venne poi operata anche con i bambini disabili, sterminati a decine di migliaia durante il progetto Aktion T4, autorizzato nel settembre 1939, prima della sua dismissione nel 1941. Da quella data, le eutanasie sistematiche non cessarono, semplicemente proseguirono senza un documento programmatico.

Il passo dalla censura all’omicidio di massa fu breve e agghiacciante, e vale la pena, oggi più che mai, di ricordare una citazione di Heinrich Heine: “Là dove si bruciano i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini.

 

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF

 

 

Regia di Teemu Nikki – Finlandia, Italia, 2024 – 88′

con Pirjo Lonka, Elina Knihtilä, Ville Tiihonen

 

 

 

UNA COMMEDIA SCORRETTA CON UN TRAVOLGENTE RITMO DA THRILLER

In un paesino della Finlandia vivono due sorelle di mezza età, Taina e Pirkko, che di mestiere producono birra artigianale seguendo le orme del padre, un anziano scorbutico considerato il più grande mastro birraio della zona. Taina e Pirkko hanno promesso di produrre 100 litri di birra per l’imminente matrimonio della sorella Päivi, trasferitasi da tempo a Helsinki e costretta a camminare con delle protesi di titanio dopo un incidente causato da Taina. Donne aggressive, risolute e senza peli sulla lingua, le due sorelle sono delle conclamate alcolizzate e senza nemmeno rendersene conto bevono tutta la birra di Päivi e a un giorno di matrimonio sono costrette a trovarne altrettanta. L’unica è comprarla dal loro avversario più temibile racimolando soldi dai creditori che hanno sempre maltrattato.
Il prolifico regista Teemu Nikki gira una commedia grezza e scorretta ambientata nel villaggio natale di Sysmä e dedicata a una delle glorie nazionali finlandesi: la birra sathi. Una tale istituzione, in Finlandia, da poterci fare su un film un po’ comico e un po’ tragico in cui emergono i tanti caratteri di un popolo: il suo lato scatenato e distruttivo, la sua latente insoddisfazione, il suo complicato rapporto con l’alcol, la sua anima travolgente, svaccata, divertente, crudelmente disperata.
Taina e Pirkko sono due donne sole, arrabbiate e aggressive che usano l’alcol come uno sfogo; soprattutto la prima, incapace di elaborare la colpa per aver causato da ubriaca l’incidente che ha menomato la sorella e per questo legata a doppio filo all’incosciente e autodistruttiva Pirkko, la vera leader di una coppia di guerriere che sono in realtà rifiuti della società, artigiane di talento e devastatrici ancora più dotate.
Lo schema del film è quello classico di una commedia sgangherata con ritmo da thriller, con tanto di ore, minuti e secondi che invadono lo schermo per ricordare allo spettatore la missione delle due protagoniste: recuperare la birra perduta in tempo per il matrimonio. Lo spunto è il medesimo di Una notte da leoni, quando le due donne, al risveglio dopo un’epica sbronza di due giorni, non hanno la più pallida idea di ciò che hanno combinato e hanno perso la cognizione del tempo. Lo svolgimento, invece, è da film anni ’90, un po’ tarantiniano e un po’ fratelli Coen, tra un mastro birraio rivale con aria da gangster, un aiutante timido e narrativamente inutile, un frammento di iperviolenza assurda, continui rovesci di fortuna (la birra viene trovata, persa, ritrovata, ripersa e così via) e pure qualche gag azzeccata (lo stacco di montaggio sulla macchina rovesciata è molto divertente…).
Come sempre, poi, non manca il sottofondo dolceamaro: una propensione alla morte e all’autodistruzione già presente in altri film del regista come Il cieco che non voleva vedere Titanic e La morte è un problema dei vivi (2023) e qui ripresa per restituire in chiave sinistra il lato oscuro della passione per l’alcol, la corsa delle due protagoniste soprattutto contro sé stesse, le loro debolezze, la loro propensione ad affogare dolori e sconfitte in una pinta media e un amaro.
Non è casuale, però, che proprio il personaggio più riuscito del film sia il più spietato e disperato, e cioè l’irrefrenabile e caotica Pirkko, che a differenza della sorella sembra non conoscere rimorso o voglia di redenzione, ed è mossa come da un istintivo e animalesco principio di piacere e sopravvivenza. In termini cinematografici, è lei la forza propulsiva del racconto; lei, così indifferente e amorale, a fare da controcanto al sentimento che nel finale risolve in parte gli sbagli del passato.
Resta anche il dolore, nel mondo di 100 litri di birra, e la possibilità di offuscarlo, distruggendosi.

Roberto Manassero – MyMovies.it

Tematiche:
Alcolismo, Denaro, Disabilità, Famiglia – fratelli sorelle, Famiglia – genitori figli


Presentato all’ultima Festa del Cinema di Roma, conferma nel suo piacevole scorrimento la scioltezza narrativa di un autore piuttosto interessante, giunto all’ottavo lungometraggio, chiaramente invaghito del mondo emarginato e borderline che ama rappresentare, sorta di Kaurismaki certamente meno geniale e sublimato nella forma. Di certo, il cinema nordico evidenzia un umorismo tutto suo. Esempio? Nel pieno di una giornata scaldata da un bel sole, Taina totalmente zuppa dell’acqua del lago in cui ha rischiato di annegare, si rifugia dal padre Vekko che, vedendola, chiede impassibile: “Oh! Piove fuori?”.


È un concentrato di follia e trovate geniali e sopra le righe il 100 litri di birra di Teemu Nikki. Il regista finlandese mette le sue protagoniste in un frullatore di situazioni intrise di umorismo nero, che sfociano nel grottesco, che ammiccano all’eccesso, ma viene premiato dalla prova delle due splendide protagoniste Elina Knihlä e Pirjo Lonka, che portano su schermo Pirkko e Taina senza risparmiarsi, suscitando una empatia nello spettatore che lascia stupiti e soddisfatti.


Una sarabanda grottesca, una corsa contro il tempo – con tanto di conto alla rovescia sullo schermo – che, tra colpi di scena e trovate “ingegnose”, che immancabilmente peggiorano la situazione, incalza i personaggi e trascina gli spettatori in un vortice di risate.
Una sarabanda grottesca, una corsa contro il tempo – con tanto di conto alla rovescia sullo schermo – che, tra colpi di scena e trovate “ingegnose”, che immancabilmente peggiorano la situazione, incalza i personaggi e trascina gli spettatori in un vortice di risate.

Recensioni
3/5 MYmovies
7/10 FilmTV
3/5 ComingSoon

 

BIRRA SATHI FINLANDESE: TRA TRADIZIONE VICHINGA E SAPORI ANCESTRALI

Nelle foreste della Finlandia, tra laghi cristallini e notti illuminate dall’aurora boreale, si nasconde un segreto brassicolo vecchio di secoli: la birra Sahti finlandese. Questa bevanda, che fonde ritualità pagane e ingredienti selvatici, non è solo una birra. È un viaggio nel tempo, un’esperienza sensoriale che racconta storie di clan, saune fumanti e feste del solstizio. Con la sua gradazione coraggiosa e l’aroma di ginepro, la Sahti sfida le convenzioni moderne, offrendo un sorso di autenticità nordica.
Classificata come historical beer dalla BJCP, rappresenta uno degli stili più antichi ancora prodotti in Europa.

 

 

Il suo profilo è unico: note terrose si intrecciano a sentori resinosi del ginepro, mentre una dolcezza maltata ricorda il pane di segale appena sfornato. Non esiste una Sahti uguale all’altra. Ogni famiglia custodisce variazioni segrete, tramandate come dote nuziale.
Le radici della birra Sahti finlandese affondano nell’epopea nazionale Kalevala, dove il poeta-sciamano Väinämöinen crea la prima birra usando miele e saliva d’orso. Documentata dal XIII secolo, era la bevanda cerimoniale per matrimoni, funerali e riti di passaggio. Le donne finlandesi – vere sacerdotesse della brassificazione – mescolavano i malti in grandi tini di legno, spesso durante sessioni di sauna collettiva.
Con l’avvento del luppolo nel XVII secolo, molti stili tradizionali scomparvero. La Sahti sopravvisse nelle zone rurali, diventando simbolo di resistenza culturale.

La Sahti si affida a metodi ancestrali: è di colore ambra scuro, torbido come i laghi finlandesi in autunno.
Gli ingredienti principali sono orzo e segale tostati su legno di betulla, ginepro, acqua di pozzo non trattata e fermentazione spontanea o da ceppi ancestrali. I malti si mescolano in un tino di legno chiamato kuurna, il filtraggio avviene attraverso rami di ginepro che rilasciano oli essenziali donando note balsamiche e creando un dialogo aromatico con i malti di segale. La fermentazione è breve, due o tre giorni in botti di quercia, e il consumo è immediato.
Nella cultura finlandese, la Sahti si beve durante le sessioni di sauna: il calore intenso esalta i suoi aromi balsamici, creando un’esperienza quasi sciamanica.

 

Le spose finlandesi un tempo portavano in dote un ceppo di lievito di famiglia, un’usanza simile a quella delle birre trappiste, dove i monasteri custodiscono ceppi unici. Secondo la leggenda, usare rami di ginepro raccolti dopo il tramonto porta sfortuna.
I mastri birrai devono rispettare cicli naturali, come nella produzione delle birre stagionali.
La birra Sahti finlandese non è un semplice prodotto brassicolo. È un ponte tra passato e presente, tra natura e cultura, un’avventura senza fine.

Fonte:.lacasettacraftbeercrew.it

 

 

MGF

 

Regia di Eric Khoo – Giappone, Francia, Singapore, 2024 – 105′
con Catherine Deneuve, Yutaka Takenouchi, Jun Fubuki

 

 

 

 

 

UN PONTE TRA ORIENTE E OCCIDENTE, GRAZIE ANCHE ALLA PRESENZA DI UN’ETEREA CATHERINE DENEUVE.

Con una sceneggiatura scritta del figlio Edward che configura una storia di padri e figli che ha probabilmente più di uno spunto autobiografico, Eric Khoo aggiunge un altro capitolo alla sua consistente e variegata filmografia con Spirit World. Attraverso una narrazione rigonfia di scosse ma che non abbandona mai il suo ritmo piano e disteso, il regista realizza un prodotto da esportazione volto però a contaminare di spiritualità orientale il materialismo insito nella moderna cultura dell’Occidente del mondo. E lo fa attraverso il corpo e l’interpretazione di Catherine Deneuve, nel film Claire Emery, celebre cantante transalpina impegnata in un ultimo tour di addio alle scene che tocca anche Tokyo, dove i suoi dischi del passato sono celebri e amatissimi. Un vecchio musicista ora accordatore di pianoforti (Masaaki Sakai) è un suo grande fan, e non si fa sfuggire l’occasione di prendere il biglietto per il concerto, con l’intenzione di farle firmare un disegno realizzato in passato dal figlio. Quest’ultimo (Yutaka Takenouchi) è un regista in grande crisi d’ispirazione, che ha realizzato in passato due film d’animazione ormai cult assoluti, bloccato da una crisi creativa sfociata nell’alcolismo.
Da queste premesse si dipana un racconto che mette in connessione mondi terreni e ultraterreni, con il trait d’union rappresentato dalla festa di Obon, dove per la tradizione nipponica si compie l’incontro e il saluto tra morti e viventi.
Come da tradizione, gli spiriti inquieti che hanno lasciato in sospeso qualcosa al momento del trapasso non abbandonano definitivamente la Terra, ma vagano accompagnando da presso gli affanni e le gioie dei loro cari. Il momento della transizione da un piano astrale all’altro è messo in scena da Khoo con semplicità e naturalezza, un forte sibilo a scuotere i timpani e poi l’immediata osservazione “esterna” del corpo morente, senza più ovviamente la possibilità d’interagirvi.
Si configura quindi in Spirit World una seconda occasione per padri e figli da tempo distanti, o magari anche solo per spiriti affini che non hanno mai incrociato le traiettorie dell’esistenza, come Claire e il suo vecchio fan, che svariati decenni orsono faceva parte di un gruppo di musica “surf” insieme alla sua amata, che aveva abbandonato per amor di carriera lui e il figlio piccolo. I due riusciranno a salvare il ragazzo ormai uomo da un momento di sconforto e da un tentativo di suicidio che riprende pari pari la scena finale del film d’animazione realizzato da quest’ultimo; anche il disegno realizzato da bambino che la cantante autograferà rappresenta una sorta di premonizione a quest’evento, ed ecco che anche passato e futuro diventano vasi comunicanti, molto distanti dalla percezione consequenziale di tempo e spazio che ci è ormai propria. Khoo è capace di trasmettere concetti così “alti” con una naturalezza di tocco derivatagli dall’ormai lunga esperienza, e parimenti ad inserire il soprannaturale tra gli eventi possibili con una credibilità non comune.
L’arte in Spirit World, sia essa musicale o figurativa, è il ponte attraverso cui connettere anime e spazi, tempi e modi: ma, da sola, non basta ad evitare incomprensioni e dolori, e la pacificazione può arrivare soltanto dopo faticosi percorsi di autocoscienza che non finiscono con la fine dell’esistenza, ma possono trovare compimento anche in quel mondo di mezzo che la festa delle lanterne di Obon eterna e celebra, in questo non molto dissimile dal Dia de los Muertos della cultura centro-sudamericana. Un ponte ulteriore dunque, per un’opera che si posiziona fuori da questi tempi cinici ed egotisti, che vuole comunicare l’importanza delle seconde occasioni, del non cadere nel baratro depressivo, del sentirsi vicini e connessi ai propri cari anche quando sembra che ci abbiano abbandonato per sempre. Un ultimo cenno alla prova di Catherine Deneuve, che sembra ragionare su se stessa e sul suo status attraverso il suo ruolo, elegante sia su un palcoscenico teatrale sia mentre abbraccia/non abbraccia un semisconosciuto sulla spiaggia: non sappiamo in quanti altri film reciterà, ma questo sarebbe un perfetto passo d’addio.

Donato d’Elia – Quinlan.it

Tematiche: vita e morte, lutto, comunicazione tra mondi, solitudine, cultura giapponese, redenzione e seconde occasioni


Ambientato in un Giappone che il regista singaporiano osserva e comprende sempre più dall’interno e sempre meno da forestiero, il film è un’esplorazione intima di elaborazioni del lutto e legami famigliari compromessi. L’empatia del regista (e sceneggiatore) verso la materia trattata è l’architrave su cui si regge l’intera operazione, che sacrifica ogni vezzo stilistico sull’altare dell’indagine emotiva.


Khoo costruisce una storia semplice, in cui i fantasmi rappresentano la leggerezza e la poesia, ai limiti della retorica, e regalano malinconia ma anche credibilità a personaggi di cui ci si affeziona, con una Deneuve lontana dalla sua proverbiale razionalità ironica e sarcastica.


“Spirit World” è un viaggio tra questo e altri mondi, tra i vivi e i morti, tra le stagioni e le emozioni, tra la città e il mare, tra le canzoni che Claire ha cantato, quelle che Yuzu avrebbe voluto comporre e i film realizzati da Hayako.
Un viaggio intelligente, garbato, vivissimo, nel corso del quale i protagonisti vengono a patti con la loro vita, i loro affetti, i loro spiriti.

Recensioni
3/5 MYmovies
3/5 ComingSoon
3,5/5 Sentieri Selvaggi

 

OBON

 

L’Obon, o più semplicemente Bon, è la festa delle lanterne, una delle più importanti ricorrenze giapponesi che si svolge ogni anno in estate, dal 13 al 16 di agosto. Le sue antiche origini sono legate all’usanza buddista di venerare gli spiriti dei propri antenati.

Secondo le credenze popolari, durante l’Obon le anime dei defunti tornano per ricongiungersi ai propri cari, e simbolicamente le lanterne accese servono a guidarle verso la strada di casa. Per molti giapponesi questa festività è un’occasione di raduno con la famiglia e di ritorno alla propria città natale.

Ci sono alcune regioni in cui questa festività è anticipata al mese di luglio.
Lo Shichigatsu Bon, ovvero Bon di luglio, è basato sul calendario solare e si celebra in alcune aree del Kanto e del Tohoku. Quando invece cade ad agosto, secondo il più comune calendario lunare, viene definito Hachigatsu Bon.

La pratica buddista dell’Obon ha origini cinesi ed è stata introdotta in Giappone nel VII secolo. Secondo una leggenda, il monaco Mokuren, un discepolo del Buddha, vide la madre defunta grazie a dei poteri soprannaturali, e si accorse che il suo spirito soffriva perché si trovava nel regno dei fantasmi affamati. Mokuren chiese al Buddha come poteva liberare la madre dalle sofferenze, e lui gli disse di fare delle offerte agli altri discepoli.
Dopo aver messo in atto la richiesta del Buddha, Mokuren rivide lo spirito della madre finalmente liberato, e si rese conto dei numerosi sacrifici e gesti di altruismo che sua madre aveva fatto per lui in passato: sopraffatto dalle emozioni il discepolo di Buddha iniziò una particolare danza di felicità, che venne chiamata “Bon Odori”.

Tradizionalmente nei primi due giorni di festività vengono poste delle lanterne fuori casa per guidare gli spiriti degli antenati, permettendogli di ritrovare la propria dimora terrena: questa pratica era molto diffusa un tempo, ma al giorno d’oggi sono sempre meno le persone che seguono la tradizione.
Il 15 del mese ci si reca al cimitero insieme alla famiglia per pregare, portando in offerta agli spiriti dei defunti cibo e bevande. Il giorno successivo si accendono nuovamente le lanterne, che questa volta hanno lo scopo di indicare agli spiriti la strada di ritorno per l’aldilà: a seconda delle usanze dei vari luoghi, queste vengono portate al tempio oppure lasciate trasportare dalla corrente di corsi d’acqua o del mare.

Per celebrare l’Obon vengono organizzate delle feste di paese in tutto il Giappone, con tante bancarelle e grandi spettacoli di luci. Per l’occasione i giapponesi usano indossare lo yukata o un leggero kimono estivo.
Una parte molto importante della celebrazione dell’Obon è la danza Bon Odori. Ogni zona del Giappone utilizza la sua musica e la sua danza tradizionale: la più famosa fra tutte è l’Awa Odori nella città di Tokushima, che attira ogni anno più di 1 milione di turisti.
Migliaia di persone vestite in abiti tradizionali danzano per le strade della città regalando agli spettatori uno spettacolo meraviglioso.

Fonte: ItaliaJapan.net

MGF

 

 

Regia di Mike Leigh – Gran Bretagna, Spagna, 2024 – 97′
con Marianne Jean-Baptiste, Michele Austin, David Webber

 

 

 

 

UN RACCONTO INTIMO E SCONVOLGENTE SU RELAZIONI FAMILIARI DITORTE DAI SEGRETI

Londra oggi, Pansy è una casalinga cinquantenne che trascorre le sue giornate tra il letto e il divano, dedicandosi alla pulizia maniacale della casa. Con lei vivono il marito Curtley, che ha un’impresa edile, e il figlio maggiorenne Moses, che ancora non ha trovato un indirizzo di vita. Pansy è esausta e urla tutto il suo dolore e nervosismo ai suoi cari, compresa la sorella Chantelle. Nel giorno della Festa della Mamma le due sorelle si ritrovano per andare al cimitero e da lì si apre un vaso di pandora torrenziale…
Il regista britannico Mike Leigh in oltre cinquant’anni di carriera si è distinto per racconti di matrice sociale e intimista, scavando nell’animo umano, senza timore di trovarsi faccia a faccia con inquietudini e amarezze. Tra i suoi film più noti “Segreti e bugie” (1996, Palma d’oro al Festival di Cannes), “Il segreto di Vera Drake” (2004, Leone d’oro alla Mostra di Venezia), “Another Year” (2010) e “Turner” (2014, sul pittore William Turner). Nei cinema da fine maggio 2025 con Lucky Red “Scomode verità” (“Hard Truths”), presentato al 49° Toronto Film Festival (2024), che ricompone il sodalizio artistico tra il regista e l’attrice Marianne Jean-Baptiste dopo “Segreti e bugie”.
Un’opera sul senso di frustrazione e impotenza verso una vita spiaggiata su un binario morto, tra genitorialità, matrimonio e legami familiari.
Mike Leigh ci consegna un altro ritratto femminile di grande intensità. La sua protagonista Pansy, che Marianne Jean-Baptiste interpreta magistralmente, è una donna accesa dal dolore e dallo sconforto, che spesso deborda in risentimento.
Pansy è infelice, e non riesce più a contenerlo. Rompe gli argini emotivi e scarica tutto su chi le è accanto. Investe il marito Curtley di lamentele per i suoi silenzi ingombranti, per non aver amato e formato il figlio a una vita adulta capace e responsabile; attacca il figlio Moses perché troppo indolente e scansafatiche, avviato a un’esistenza rovinata e infelice (come la sua). Ancora, Pansy ha parole dure e lacrime pesanti anche nei confronti della sorella Chantelle, che è del tutto diversa, ilare e dal sorriso leggiadro. Pansy e Chantelle non si sono aiutate nel corso della vita, soprattutto durante la malattia della madre. Tutto il peso è finito sulle spalle di Pansy che si è dovuta rimboccare le maniche, scivolando così in una spirale di scelte e sacrifici sbagliati. Il colloquio con la sorella, tra cimitero e casa, si fa rivelatore: Pansy legge chiaramente, lo dice a gran voce, i suoi errori, la situazione esistenziale in cui è piombata e da cui non riesce più a sottrarsi. Si sente in gabbia, e lo spettatore respira con lei un senso di claustrofobia estenuante. In questo Mike Leigh raggiunge il suo obiettivo, facendoci sperimentare la condizione di chi vive nella sofferenza, nell’incomprensione.
“Scomode verità” è un film denso e acuto, percorso però da vibranti tensioni negative che oltre a inquinare l’animo della protagonista si attaccano all’epidermide dello spettatore. Un’opera attenta, ma anche sfidante e stancante, che descrive il mal di vivere senza però offrire appigli o soluzioni.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana
Tematiche: Amore-Sentimenti, Dialogo, Dolore, Donna, Famiglia, Famiglia – fratelli sorelle, Famiglia – genitori figli, Lavoro, Matrimonio – coppia, Morte


Il focus di Scomode verità si schiude con tocchi misurati ma non delicati, quando l’irruenza di Pansy, scrutata dallo sguardo antropologico minimalista di Leigh, si inquadra prima tra gli spigoli acuminati della black comedy, calibrata su un personaggio verboso, travolgente e non maneggevole, poi nelle reticenze che svelano in punta di piedi un ritratto del lutto non elaborato.


Maestro del realismo e umanista fuori moda, Leigh non prescinde mai dalla commedia che postula il dramma, dall’umorismo senza il quale la vita sarebbe un’occasione perduta, dal cuore che batte anche oltre una coperta che fa da barriera, il giubbotto come corazza, nella lacrima che sgorga immaginando una rinascita.


Scomode verità è la quintessenza di un film di Mike Leigh: un racconto intimo e sconvolgente su relazioni famigliari distorte dai segreti e le bugie che l’uno ha rispettivamente nascosto o propinato agli altri.


Recensioni
3,2/5 MYmovies
4/5 Cinematografo
4/5 Cineforum

 

LA PSICODINAMICA DELLE RELAZIONI FAMILIARI

La psicodinamica delle relazioni familiari è lo studio dei processi psichici che si attivano e si influenzano reciprocamente tra i membri di una famiglia, in relazione al contesto sociale e culturale in cui vivono. Questa disciplina si occupa di esplorare le dinamiche affettive, emotive, cognitive e comportamentali che caratterizzano la vita familiare, sia nella sua dimensione individuale che collettiva.
La famiglia è il primo ambiente in cui l’individuo umano si sviluppa e costruisce la sua identità e la sua personalità.

Le esperienze vissute in famiglia, infatti, hanno un impatto significativo sullo sviluppo psicologico, sulla salute mentale, sulle relazioni interpersonali e sulla storia esistenziale di ogni persona. Allo stesso tempo, la famiglia è un sistema dinamico e complesso, che cambia nel tempo e si adatta alle trasformazioni sociali e culturali.
Uno dei modelli più utilizzati per comprendere la psicodinamica delle relazioni familiari è quello sistemico, che considera la famiglia come un sistema aperto, composto da elementi interdipendenti e in costante interazione con l’ambiente esterno. Secondo questo approccio, la famiglia ha una propria organizzazione interna, basata su regole, ruoli, confini e comunicazione, che ne determinano il funzionamento e l’equilibrio.
La famiglia, inoltre, è un sistema evolutivo, che attraversa diverse fasi nel corso del suo ciclo vitale. Ogni fase comporta dei cambiamenti strutturali e funzionali, che richiedono alla famiglia di adeguarsi e di negoziare nuovi equilibri.
Alcune fasi critiche sono la formazione della coppia, la nascita dei figli, l’adolescenza dei figli, la separazione dei figli dalla famiglia d’origine, il pensionamento dei genitori e la vecchiaia.

Un altro modo di analizzare la psicodinamica delle relazioni familiari è quello di considerare la famiglia come un insieme di sottosistemi, cioè di gruppi più ristretti che si formano all’interno del sistema più ampio. Ogni sottosistema ha una propria identità, una propria funzione e una propria modalità di interazione con gli altri sottosistemi. Alcuni esempi di sottosistemi sono la coppia genitoriale, i fratelli, i nonni e i nipoti.
I sottosistemi sono delimitati da dei confini che possono essere più o meno rigidi o permeabili. I confini servono a regolare il flusso di informazioni, di emozioni e di energie tra i sottosistemi, a proteggere l’autonomia e la privacy di ogni gruppo e a favorire la differenziazione e l’integrazione dei suoi membri.

 

I confini, tuttavia, devono essere adeguati alla fase evolutiva della famiglia e alle esigenze dei suoi componenti. Se i confini sono troppo rigidi, possono impedire la comunicazione e la collaborazione tra i sottosistemi, creando isolamento e rigidità. Se i confini sono troppo permeabili, possono favorire l’ingerenza e la confusione tra i sottosistemi, creando dipendenza e fusione.

 

 

 

Un altro aspetto importante della psicodinamica delle relazioni familiari è quello del processo attraverso il quale la famiglia trasmette ai suoi discendenti una serie di elementi psichici, affettivi, relazionali e culturali, che provengono dalle generazioni precedenti.
Infine, un altro aspetto rilevante della psicodinamica delle relazioni familiari è quello dello sviluppo affettivo dei suoi membri.
Per favorire lo sviluppo affettivo dei suoi membri, la famiglia deve essere in grado di offrire loro un ambiente caldo, empatico, rispettoso e autentico, in cui possano esprimere liberamente le proprie emozioni, ricevere sostegno e comprensione, sentirsi accettati e valorizzati per quello che sono. L’analisi delle dinamiche familiari consente di rilevare le cause e le conseguenze dei conflitti o delle sofferenze manifestate all’interno della famiglia. Queste possono emergere sia a livello individuale che collettivo, e la comprensione di tali dinamiche può guidare interventi mirati.
La psicodinamica delle relazioni familiari è un campo di studio molto ampio e articolato, che richiede una prospettiva integrata e multidimensionale. La famiglia non può essere ridotta a una semplice somma di individui isolati, ma va considerata come un sistema complesso e dinamico, che interagisce con il contesto sociale e culturale in cui vive.

Fonte: VasodiPandora.online

 

MGF

Regia di Matteo Gagliardi

con Luigi Diberti, Benedetta Buccellato

Docu-fiction – Italia, 2023 – 90′

 

 

 

L’ANALISI INTERPRETATIVA DI UN CLASSICO ATTRAVERSO LA DIMENSIONE CONTEMPORANEA

Mirabile visione: inferno, il documentario diretto da Matteo Gagliardi, è un percorso documentaristico che riprende i grandi temi della Divina Commedia e li adatta nei “se” della contemporaneità. Ciò che colpisce è l’intreccio della filmografia in cui sembra risiedere una misteriosa e dettagliata perfezione che invita a delineare aspetti che riprendono il contesto sociale odierno, una simulazione sperimentale che inscena il progresso e il regresso sociale costruendo un racconto di elevata calibratura dal punto di vista culturale, politico e morale. Infatti, si legge nel documentario la denuncia provocatoria nei confronti di una modernità pigra e immobile. Attraverso lo sguardo della professoressa Argenti interpretata da Benedetta Buccellato, si analizzerà l’interpretazione che i suoi studenti faranno nel conoscere la figura di Dante Alighieri e soprattutto la capacità che dimostreranno nell’inserirlo nei loro contesti quotidiani come rappresentazione di eterni valori.
Mirabile visione: inferno offre una ripresa documentaristica che non sacrifica la parola ma la restituisce alla metafora personificata, attraverso l’essenzialità di personaggi che inscenano il paradosso umano. Padre Guglielmo, interpretato da Luigi Diberti, darà l’indicazione d’apertura verso l’indagine, restituendo al suo personaggio, in parte, l’onere di rappresentare Virgilio, importante portavoce di un messaggio trascendentale che giunge negli oscuri abissi infernali.
I gironi danteschi diventano allegoria e inscenano un esasperato contesto planetario in rivolta, metafora di un mondo che ha vissuto le più tristi calamità umane, il crollo di ideali, la caduta di una umanità che ha sfidato la natura ed ingannato lo stesso uomo. Una metafora che rigurgita gli estremi di una umanità moderna in cui prevalgono rabbia e risentimento nelle loro forme più estreme.
In 90 minuti, cerchio per cerchio, ripercorrendo la strada immaginata da Dante, si ripercorre una realtà attuale di cui sembra non comprendiamo i rischi e il pericolo muovendoci senza consapevolezza tra nuove guerre mondiali digitalizzate, tra comportamenti arroganti ed abusi di potere, tra dittature religiose e razzismi smisurati, l’un contro l’altro armato dalla sete di individualismo e sopraffazione, assuefatti o sottomessi ad ogni forma di violenza.
Matteo Gagliardi, con grande abilità illustrativa pone in essere la storia di un secolo, il Novecento, senza risparmiare nulla; documenti, analisi, immagini di grandi e piccoli eventi; tematiche climatiche ed ambientali, povertà, sfruttamento, piaghe sociali ed eccessi consumistici.
Dante potrebbe realmente vivere nel nostro mondo? L’intero documentario sembra rimarcare uno stretto legame tra ieri ed oggi; la selva oscura del peccato che sopravvive nell’uomo moderno.
Mirabile Visione: inferno è un lavoro scenografico eccellente, un’interpretazione che teoricamente convince ma che in parte si contraddice.
93 minuti indubbiamente sono sufficienti per porre delle domande ma non abbastanza per esprimere le dovute risposte. Un esperimento documentaristico di grande valore e di grande impatto culturale che semina una speranza: “E uscimmo a riveder le stelle”!

Giulia Massara – Cinematographe.it


La Divina Commedia di Alighieri, a cui il film rende un denso, meticoloso e intelligente tributo per i suoi settecento anni di storia, rappresenta ancora una delle opere più contemporanee che siano mai state scritte.


Oltre che viaggio attraverso la “Infima lacuna”, Mirabile Visione: Inferno è anche e soprattutto una potente radiografia dei mali che affliggono il mondo di oggi. Alla radice dei quali sono le colpe e le umane debolezze, di cui il capolavoro dantesco è una straordinaria allegoria.


Recensioni
3,9/5 ComingSoon
4,3/5 MyMovies
3/5 Cinematographe.it

 

FRANCESCO SCARAMUZZA

Francesco Scaramuzza nasce a Sissa (Pr) il 14 Luglio 1803 da Nicolò e Marianna Benedetta Frondoni.
Sin dai primi anni di studio, il giovane dimostrò una spiccatissima predisposizione al disegno tanto da indurre i genitori ad iscriverlo al corso di pittura della Regia Accademia di Belle Arti, dove in seguito ottenne anche una cattedra che mantenne fino al 1877.
Vinse nel 1820, durante gli studi, vari premi e nel 1826 un corso di perfezionamento a Roma, dove realizzò i suoi primi lavori.
Nel 1836 partecipò all’Esposizione di Milano con un quadro rappresentante l’episodio dantesco del Conte Ugolino. L’opera suscita interesse e ammirazione sia tra il pubblico che tra i critici, cosa che dà al pittore la sicurezza e la spinta per cimentarsi nello studio dell’intera opera dantesca.
L’illustrazione della Divina Commedia consta di 243 cartoni: 73 per l’inferno, 120 per il Purgatorio e 50 per il Paradiso. Fu esposta per la prima volta a Parma nel 1870, non ancora compiuta ma già a buon punto per poter essere giudicata un capolavoro.
Parallelamente all’impegno di illustratore di Dante, Francesco Scaramuzza svolse un’attività pittorica di cui restano valide testimonianze nella Pinacoteca di Parma, in diverse Chiese e in collezioni private sparse in Italia ed all’estero.
Francesco Scaramuzza morì a Parma il 20 Ottobre 1886.

Fonte:

https://prolocosissa.jimdofree.com/personaggi/scaramuzza-francesco/

 

IL NOSTRO OSPITE: MATTEO GAGLIARDI

Matteo Gagliardi è un regista, sceneggiatore e montatore nato il 10 maggio 1978 a Jesi, in provincia di Ancona. Terminato il liceo scientifico, si iscrive alla facoltà di Scienze della Comunicazione all’Università degli Studi di Macerata mentre da autodidatta si specializza nella realizzazione di numerosi corti di formazione. Nel 2007 approfondisce in regia cinematografica con un corso intensivo alla New York Film Academy in Directing and Theatrical Production.
Inizia a lavorare nel mondo del cinema come assistente alla regia nel biennio 2008-2009. Sempre nel 2009 inizia, per poi concludere due anni dopo, la realizzazione dello spettacolo fulldome di 40 minuti SpaceOpera (2011). Si tratta di un filmato per planetari digitali e teatri Omnimax in cui lo spettatore, avvolto da una visione a 360 gradi, si ritrova all’interno di una astronave aliena mentre attraversa e (ri)scopre il cosmo guidato dalla voce italiana della Principessa Leila in Star Wars, Ottavia Piccolo.

 

Nel 2012 è co-autore del docufilm Fukushame: Il Giappone Perduto (2013) ed è montatore e curatore degli effetti speciali visivi del corto 41° Parallelo per la regia di Davide Dapporto con protagonista il padre, Massimo Dapporto, Gianfelice Imparato ed Ernesto Mahieux. Sempre nello stesso anno, è direttore artistico dell’evento Black&White dell’America’s Cup a Napoli, realizzando per l’occasione e per la prima volta in Italia, una Discodome ovvero discoteca avvolta da immagini a 360°.

 

Il suo debutto dietro la macchina da presa avviene nel 2016 quando realizza Fukushima: a nuclear story. La pellicola viene venduta in almeno 20 paesi aggiudicandosi il premio DIG 2016, il Premio di miglior docufilm all’Uranium Film Festival 2016 a Rio de Janeiro e raggiungendo la rosa dei finalisti ai Nastri d’Argento 2017.

Si dedica dal 2019 al 2022 in qualità di produttore, co-autore e regista, nella realizzazione del docufilm sulla Divina Commedia di Dante Alighieri in occasione dei 700 anni dalla sua morte, dal titolo Mirabile Visione: Inferno (2023). La pellicola viene distribuita in oltre 230 sale con il Patrocinio del Ministero della Cultura. Sempre nel 2021 ha coordinato la realizzazione del volume Francesco Scaramuzza e le tavole per la Divina Commedia con testi di Vittorio Sgarbi, e con il contributo dei Fondi per le Celebrazioni Dantesche.

 

MGF