PER TE
Drammatico
Regia di Alessandro Aronadio – Italia, 2025 – 115′
con Edoardo Leo, Teresa Saponangelo, Javier Leoni

 

 

 

 

 

UN’OPERA CHE NON FORZA LA MANO IN CHIAVE SENTIMENTALE E SA COGLIERE MOMENTI DI VISSUTO AUTENTICO

“È giusto trattare un argomento così terribile provando a usare toni più leggeri?”. Così il regista-sceneggiatore Alessandro Aronadio (“Era ora”, 2022) nel presentare il suo nuovo film “Per te”, ispirato alla famiglia Piccoli segnata da una rara forma di Alzheimer precoce che ha colpito il papà Paolo poco più che quarantenne, e la risposta di forza e luminosità del figlio undicenne Mattia e della moglie Michela. In particolare, la resilienza e l’amore di Mattia per suo padre sono diventati un caso nazionale nel 2021 quando il presidente Sergio Mattarella ha nominato il ragazzo Alfiere della Repubblica. Scritta da Aronadio con Ivano Fachin e Renato Sannio, la loro storia è diventata un film interpretato con grande intensità e prudenza da Edoardo Leo, Teresa Saponangelo, Javier Francesco Leoni e Giorgio Montanini. Prodotto da Piper Film, Lungta, Alea e Netflix, “Per te” è nei cinema dal 17 ottobre.
La storia. Paolo ha poco più di quarant’anni, è sposato con Michela ed è papà di Mattia, undicenne acuto e brillante. La loro quotidianità è spensierata, fatta di sorrisi e complicità. All’improvviso una crepa, che minaccia di inghiottire tutto. Paolo ha avuto una diagnosi implacabile: Alzheimer precoce, aggressivo. Così fa di tutto per vivere al meglio il tempo in cui i ricordi non vacillano, prendendosi un congedo dal lavoro per seguire il figlio Mattia, dandogli insegnamenti utili per quando sarà grande: farsi la barba, il nodo alla cravatta o imparare a guidare la macchina. Michela e Mattia sono sempre al suo fianco, pronti a sorreggere i suoi sorrisi anche quando Paolo non ne sente più motivo…
“In questo film – ha affermato il regista – la diagnosi doveva essere raccontata come un tragico scherzo, una dichiarazione d’intenti, nostra e della vita (…). Perché ‘Per te’ racconta anche questo: due approcci diversi alla tragedia. Il primo, più leggero, di chi vive la commedia come modo per esorcizzare il dolore. L’altro, più concreto e pragmatico, ricorda che la risata è una medicina ma non può essere un’eterna via di fuga, e che a un certo punto le cose vanno attraversate (…). Paolo e Michela nel film incarnano questi due approcci e durante l’arco della storia ognuno, credo, finisce per imparare qualcosa dall’altro”.
“Per te” è un’opera che danza con passo leggero su un tema-vertigine che schianta, da cui si vorrebbe fuggire. Rispetto al recente, e altrettanto delicato, “Familiar Touch” (2025), il film italiano si serve dell’umorismo gentile per governare una materia incandescente, senza mancare di rispetto a chi abita la malattia, alle famiglie coinvolte nella tempesta dello smarrimento e del dolore. “Per te” è una bellissima storia d’amore, tra un marito e una moglie, tra un padre e un figlio. Il viaggio di un uomo nelle terre della paura – è la sfida più grande per Paolo, arrivare a dire al figlio undicenne “ho paura” – e dell’ignoto, senza però sentirsi mai solo, senza appigli o tenerezza. Un’opera che non ristagna nella malattia e nel dolore, bensì nella vita che brilla nella quotidianità familiare. E laddove Paolo non riesce più a trattenere i ricordi, sono Mattia e Michela a farlo per lui, a colorare i dettagli mancanti dalle sue giornate.
Edoardo Leo regala ancora una volta un’interpretazione misurata e vibrante, come pure Teresa Saponangelo; sorprende poi la spontaneità gentile di Javier Francesco Leoni, che sagoma Mattia. “Per te” non è un film ricattatorio, al contrario. Ha un respiro, per quanto possibile, arioso e lieve, che regala una dolce commozione.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amore-Sentimenti, Disabilità, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Malattia, Matrimonio – coppia, Medicina


Edoardo Leo, al terzo film con il regista dopo Io c’è ed Era ora, è credibile nei panni di Paolo così come risulta spontaneo il modo in cui viene ricreato il rapporto col figlio Mattia, portato sullo schermo con naturalezza da Javier Francesco Leoni. Ma è soprattutto Teresa Saponangelo che regala una prova di grande intensità, evidente nei silenzi, nei rimpianti, ma anche nel modo con cui costruisce la complicità e l’intimità con il marito. In una scena gli dice: “Tu dimenticherai tutto, io no”.


I film sulle malattie degenerative o incurabili sono un terreno scivoloso: possono essere a modo loro retorici e ricattatori, lavare la coscienza dello spettatore per il tempo della visione o spaventarlo al punto da essere rifiutati, ma quando sono ben fatti e con una scelta stilistica ben precisa questo rischio non si corre.


Alessandro Aronadio trasporta su schermo una storia vera che emoziona sia per ciò che racconta che per il modo in cui il regista sceglie di raccontarla, senza pietismi ma con una grazia preziosa e sicura, che si permette anche la giusta leggerezza dove possibile. Lo aiutano Edoardo Leo e il piccolo Javier Francesco Leoni che portano su schermo un padre e un figlio credibili nella loro ordinaria quotidianità così come nel dramma che si trovano a dover affrontare.

Recensioni
3/5 MyMovies
4,5/5 Ciak Magazine
3,5/5 ComingSoon

 

CHI E’ MATTIA PICCOLI, CHE A 11 ANNI A INIZIATO A PRENDERSI CURA DEL PADRE MALATO

Nei momenti più cupi, Mattia Piccoli, 16 anni, tira fuori una foto incorniciata. Ci sono lui, suo fratello Andrea, 12 anni, e papà Paolo, quando ancora non era malato di Alzheimer precoce, una forma rara che lo ha colpito a soli 43 anni.
In Italia, come spiega al Corriere il dottor Nicola Vanacore, responsabile demenze all’Istituto Superiore di Sanità, si stima che ci siano 24.000 persone malate di Alzheimer precoce, che insorge prima dei 65 anni: ha cause genetiche dettate da mutazioni precise, e riguarda il 3-4% dei casi complessivi di Alzheimer.

Paolo era ancora un uomo giovane quando ha cominciato a scordarsi di fare quelle cose che, normalmente, non si dimenticano: andare a prendere i bambini, fare la spesa. Sua moglie, Michela, si è resa conto presto di cosa fosse successo: anche il papà di suo marito ne aveva sofferto, e Paolo, da bambino, lo aiutava a farsi la barba e a mangiare. È diventata presto una caregiver, con tutto il carico emotivo e pratico che comporta, e quando la stanchezza ha cominciato a farsi sentire e a schiacciarla, ha trovato un aiuto proprio nel suo primogenito, Mattia, che allora aveva solo undici anni.

 

 

«All’inizio non capivo. Ero un bambino normale, pensavo a giocare. Poi però ho iniziato a guardare mia mamma e a vedere nei suoi occhi la sua sofferenza, che era triste. E lì ho capito che dovevo mettermi in gioco, aiutare mia mamma, e l’ho fatto piano piano perché ero un bambino. Da allora non ho più smesso», ha spiegato a RaiPlay. Ha deciso di farsi carico di alcune incombenze, e ha cominciato ad aiutare il papà a vestirsi, a infilarsi le scarpe. Le cose che lui non riusciva più a fare da solo.

 

 

Per il suo coraggio e la sua forza, Mattia Piccoli, nel 2021, è stato insignito del riconoscimento di Alfiere della Repubblica dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella «per l’amore e la cura con cui segue quotidianamente la malattia del padre e lo aiuta a contrastarla. Il suo impegno è quanto mai prezioso: non è frequente che un giovanissimo svolga, con tanta dedizione, il compito di caregiver tuttavia la sua esperienza è un esempio anche per i coetanei».

 

 

E oggi la sua storia – che è stata raccontata da Serenella Antoniazzi nel libro Un tempo piccolo (Gemma Edizioni) – è diventata anche un film, Per te, diretto da Alessandro Aronadio, con Edoardo Leo, Javier Francesco Leoni e Teresa Saponangelo.
Oggi Paolo si trova in una Rsa, ma suo figlio Mattia continua a stargli accanto: «Qualche volta lui non si ricorda più nemmeno chi sono, e allora gli prendo la mano e dico: “Papà, sono io: Mattia”».

 

 

 

Fonte: VanityFair.it

 

MGF

 

 

 

 

LE CITTA’ DI PIANURA
Drammatico
Regia di Francesco Sossai – Italia, Germania, 2025 – 100′
con Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla

 

 

 

 

UN ROAD MOVIE CHE RIESCE A RACCONTARE UN’ITALIA VERA CON UNA SUA ENERGIA LENTA E SUL FINALE COMMOVENTE

Cosa fare in Veneto quando sei morto? La parafrasi del titolo di un film americano della metà degli anni Novanta (“Cosa fare a Denver quando sei morto” di Gary Fleder) è evocativo del mondo richiamato da “Le città di pianura”, opera seconda di Francesco Sossai, ambientata nel lembo di terra che separa la laguna veneta dalle Dolomiti, quello che fino agli anni Novanta era la locomotiva trainante dell’economia del nord-est italiano e che, dopo la grande crisi economica del 2008, è finita per scomparire dall’immaginario collettivo al punto tale che la scena in cui i protagonisti ne disegnano il reticolo stradale e le città principali su fogli di carta velina diventa una sorta di metafora sul bisogno di certificarne l’esistenza da parte delle persone che lo abitano.
In questa specie di “terra di mezzo” si muovono Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla), due simpatici lestofanti che sembrano capaci di esorcizzare gli smacchi della vita trasformandola in una continua festa etilica di cui a un certo punto entra a far parte anche Giulio (Filippo Scotti), studente napoletano fuori sede alle prese con le sofferenze del primo innamoramento.
“Le città di pianura” costruisce da subito una sintonia tra i personaggi e il territorio: dapprima facendo corrispondere l’anonimato esistenziale dei protagonisti a quello della pianura veneta, ripresi senza un inizio e una fine come peraltro si evince dalla mancanza di riferimenti della sequenza d’apertura nella quale vediamo Carlobianchi e Doriano immersi nel buio della notte dentro l’abitacolo della macchina ferma in mezzo alla strada in attesa di capire il da farsi. In seguito, quando la conoscenza con Giulio si trasforma in amicizia, toglie alle cose e alle persone la vaghezza con cui di solito si guarda alle vite in transito, quelle sfiorate dai personaggi nel corso del loro errante incedere. Il film lo fa ambientando la scena clou all’interno della tomba Brion, il monumento funebre realizzato da Carlo Scarpa che, accogliendo i nostri nell’eccezionalità della sua modernistica architettura (contrapposta alla piatta omogeneità delle case passate in rassegna dal finestrino della macchina) diventa l’emblema di un’identità e di una bellezza nelle quali i tre viaggiatori sembrano trovare temporaneo ristoro mentre guardano con incertezza a ciò che sta fuori (campo), ossia l’insensato progresso che ha ridotto la pianura in un luogo di passaggio.
Nel mettere in scena la sua requisitoria “Le città di pianura” elabora un intelligente percorso di stratificazione visiva fatto di scarti impercettibili e però rivelatori dello stato delle cose, come lo è l’inquadratura delle macchie di vino lasciate sulla tovaglia dai bicchieri in tutto uguali all’incrocio degli anelli presenti nel monumento funebre, sintesi della relazione dialettica tra opposti che rimanda al legame tra culture diverse di cui i tre protagonisti sono espressione. Girato con un’attenzione documentaria che il regista destabilizza con distorsioni sensoriali in grado di mettere sullo stesso piano realtà e immaginazione, passato e presente, “Le città di pianura” dà vita a un’esistenza fantasmatica – di cui anche Giulio a un certo punto entra a far parte, diventando protagonista del racconto che sta ascoltando – dove la malinconia del tempo andato è compensata dalla contagiosa leggerezza che permette ai nostri di continuare a vivere, nonostante tutto.

Carlo Cerofolini – Ondacinema

Tematiche: crisi sociale, disillusione e ricerca di senso, amicizia


Impreziosito dalla colonna sonora di Krano, musicista che lavora sulla contaminazione tra country e musica tradizionale veneta, Le città di pianura è un lavoro di grande interesse e intelligenza, capace di portare alla luce un’umanità destinata a scomparire per sempre e un mood esistenziale che con lei si sta spegnendo, e di alludere così anche alle vicende più vaste che riguardano il nostro Paese.


Quando il film finisce, con i protagonisti che mangiano un gelato sotto le montagne e che finalmente hanno ritrovato, nella memoria, il “segreto del mondo” a cui avevano pensato giorni prima, la sensazione è quella di una malinconia soffusa, velata da una gioia del cuore per questa storia semplice.


Il film di Sossai sembra un “indie” americano anni Settanta, ma gli ambienti sono profondamente italiani, così come sono riconoscibilmente reali i due protagonisti che appartengono non al loro “territorio”, ma proprio alla loro terra – quella “parola che nessuno usa più”.

 

Recensioni
3,4/5 MyMovies
3/5 Cineforum.it
4/5 ComingSoon

LA CRISI FINANZIARIA DEL 2008 NELLA CINEMATOGRAFIA

Nonostante sia l’industria di cinema più grande del mondo e nonostante sia specializzata in grandi film di carattere fantastico, storie impossibili, effetti speciali e racconti fantastici, Hollywood è uno dei sistemi di produzione più reattivi nei confronti dell’attualità.

TRA LE NUVOLE (2009)
George Clooney è un tagliatore di teste, di lavoro si reca nelle società e licenzia le persone per conto dei capi. Nel film le molte persone a cui fa il letale discorso, quello che lui è bravo a recitare perché è il suo lavoro, non sono attori, sono vere persone che hanno perso il lavoro in quella medesima maniera, congedati da uno sconosciuto per conto della società per cui lavoravano. Era passato un anno dalla tragedia del fallimento della Lehman Brothers e già Jason Reitman era sul pezzo.

 

 

 

I LOVE SHOPPING (2009)
Tratto dall’omonimo romanzo il film del 2009 metteva in metafora quel che stava accadendo con una pregnanza rara. La commedia leggerissima raccontava di una maniaca dello shopping che arriva a spendere soldi che non ha, finendo indebitata e quindi in crisi. Attraverso questo metaforone quel che veniva messo in scena era il più grande scenario americano di quegli anni (il film esce nel 2009, il che significa che è stato scritto e girato prima del fallimento delle banche d’investimento). Non solo, I love shopping propone anche una via d’uscita. Tutto il film infatti è un gigantesco spot sul sistema capitalista, sull’esigenza di spendere e consumare per far girare l’economia. Nessuno in tutta la storia vuole infatti tenere soldi da parte, ma tutti sono contenti solo quando hanno speso.

 

THE COMPANY MEN (2010)
Senza fare nomi e cognomi ma lavorando di metafora The Company Men racconta cosa accade quando tutto crolla. Manager e agenti ricchissimi si trovano sul lastrico, licenziati da un giorno all’altro.
Invece che fare un racconto dei fatti e degli eventi, questo film preferisce fare un racconto sentimentale che metta in scena non tanto quel che accade ma quali sono i sentimenti in ballo durante una crisi.

 

 

TOO BIG TO FAIL (2011)
Forse il film più completo e dettagliato ma anche il più complesso. Con diversi grandi attori sottratti alla pensione (James Woods, William Hurt), Too Big to Fail si concentra sui tre mesi tra Agosto e Ottobre del 2008 facendo ordine negli eventi della crisi e cercando di adottare tutti i diversi punti di vista necessari.
Anche qui il titolo mette sulla giusta pista per capire quale sia la tesi di fondo, ovvero l’assurdità del principio secondo il quale le grosse banche sarebbero per sempre rimaste in piedi e avrebbero potuto sopportare ogni tipo di crisi o debito perché, semplicemente, “troppo grandi per fallire”.

 

 

INSIDE JOB (2010)
L’opera più completa ed esaustiva in materia, vincitrice di un premio Oscar per il miglior documentario è stato anche tra i primi film sul genere ad uscire. Charles Ferguson divide tutto in capitoli, spiega con calma e utilizza realmente gli strumenti del suo genere (il documentario) e del racconto audiovisivo per fare un racconto comprensibile di una realtà complessa e sfaccettata.

 

 

 

 

Fonte: Wired.it

 

MGF

 

 

 

 

SPRINGSTEEN – LIBERAMI DAL NULLA
Biografico
Regia di Scott Cooper – USA, 2025 – 120′
con Jeremy Allen White, Jeremy Strong, Paul Walter Hauser

 

 

 

 

UNA BALLATA FOLK CHE RACCONTA IL BOSS – MAGISTRALMENTE INTERPRETATO DA JEREMY ALLEN WHITE COME PALADINO DELLE IMPERFEZIONI.

Non un biopic convenzionale. Il regista Scott Cooper si confronta con la vita di Bruce Springsteen, The Boss, isolando un momento preciso della sua carriera, ovvero l’incisione di “Nebraska” nel 1982, album intimo, sperimentale, realizzato contro la volontà della sua etichetta discografica. Così è nato “Springsteen: Liberami dal nulla”, ispirato all’omonimo libro di Warren Zanes, con protagonista l’attore del momento, Jeremy Allen White, star della pluripremiata serie “The Bear” (Disney+). Nel cast anche Jeremy Strong, Odessa Young e Stephen Graham.
La storia. New Jersey, 1982. Il cantautore trentenne Bruce Springsteen ha appena concluso il suo tour registrando un solido successo. Una star in forte ascesa nel panorama statunitense, con i dirigenti della Columbia Records che non vedono l’ora che sia pronto un nuovo album da lanciare. Bruce, però, è stremato, sente il bisogno di fermarsi e affittare una casa isolata fuori città. Lì, inizia a ragionare su un progetto musicale differente dai precedenti, intitolato “Nebraska”: un album intimo, che racconta il sogno americano “spezzato”, quello di chi non ce l’ha fatta. E tra i brani torna ricorrente il fantasma del padre, gli irrisolti nella relazione con il genitore. Assalito così da una tempesta emotiva, che lo conduce nelle secche della depressione, Bruce si aggrappa al produttore Jon Landau e al sentimento per Faye…
“È la storia di un’anima trascurata che guarisce sé stessa attraverso la musica”. Così il regista Cooper, che sottolinea: “Bruce stava uscendo dall’enorme successo di ‘The River’ e, dall’esterno, sembrava che tutto andasse per il meglio. Ma dentro di sé stava silenziosamente crollando, stava attraversando una sorta di vertigine emotiva, la sensazione che la vita che aveva costruito non fosse più all’altezza del peso che si portava dietro”. “Springsteen: Liberami dal nulla” racconta il viaggio della grande voce rock d’America, Bruce Springsteen, non solo come artista ma soprattutto come uomo. Ne esplora le fragilità, le fratture interiori, che affiorano nel momento in cui la carriera sta girando nella direzione giusta. Forte di successi come “Born to Run”, “Thunder Road”, “Hungry Heart” e “The River”, il cantautore trentenne inciampa in una vertigine depressiva che divora slanci artistici e vitali. Bruce si scopre fragile, irrisolto, e mentre si mette in ascolto di nuovi stimoli musicali e culturali (rimane colpito dal film “La rabbia giovane” di Terrence Malick), richiama alla memoria gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, abitati dallo spettro di un padre ombroso e brusco, segnato dalla dipendenza da alcol. Un padre difficile, da cui il rocker non riesce però a separarsi, ma che impara a leggere e comprendere arrivando nel tempo persino a custodire e perdonare. Jeremy Allen White interpreta Springsteen con rispetto e convinzione, entrando in partita con i suoi dolori interiori e al contempo esprimendo sul palco tutta la sua carica di energia dirompente. “Springsteen: Liberami dal nulla” è un film biografico non scontato, acuto e profondo.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Adolescenza, Alcolismo, Amore-Sentimenti, Educazione, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Matrimonio – coppia, Musica, Psicologia


Springsteen: Liberami dal nulla è un film che rende giustizia alla figura di Bruce Springsteen. Il film di Scott Cooper, rende giustizia a Nebraska. Come quell’album, questo è un film scarno, intimista, senza alcun orpello.
Come Springsteen per quel disco non aveva voluto nessun ornamento – solo una chitarra a 12 corde, una struggente armonica, un mandolino, un glockenspiel così Scott Cooper per il suo film ha scelto uno stile di riprese semplice e lineare: pochi movimenti di macchina e la mdp che non lascia mai il protagonista.


Springsteen – Liberami dal nulla sceglie un momento particolare della vita e carriera del Boss per raccontare lo smarrimento identitario di un uomo e un artista che ha sempre avuto come priorità quella di non tradire se stesso.


Recensioni
3,7/5 MyMovies
3,6/5 ComingSoon
7/10 Everyeye Cinema

 

IL BOSS: 5 COSE CHE (FORSE) NON SAPPIAMO DI LUI

Anche un rocker “operaio”, come spesso è stato definito Bruce Springsteen, nasconde curiosità e piccoli aneddoti!

Al culmine della sua carriera, tra gli anni 70 e 80 Bruce Springsteen ha ottenuto lusinghieri risultati di vendite ma non ha mai raggiunto il numero 1 con un singolo. Cosa invece riuscita ai Manfred Mann con “Blinded by the Light”, brano scritto proprio da lui per il suo album di debutto del 1973, Greetings from Asbury Park, N.J., di cui la band avrebbe pubblicato la cover quattro anni dopo. Lo stesso Springsteen ha considerato che era piuttosto curioso che l’unico numero uno della sua carriera fosse arrivato grazie alla versione di qualcun altro della sua canzone.

 

 

 

Durante gli anni 80 non è stato facile avere a che fare con lui. Il divorzio dalla prima moglie, Julianne Phillips, gli ispirò parecchi contenuti del suo album Tunnel of Love, in cui descriveva quanto fosse infelice nel rapporto, e gli lasciò in eredità svariati problemi relazionali che si manifestavano con reazioni divistiche piuttosto insolite in un artista la cui immagine era spesso identificata con quella di un rocker working class. Si racconta per esempio di un comportamento non proprio esemplare quella volta che, nel corso di un tour con la sua band, il cibo che doveva essere loro recapitato non arrivò in tempo. O di un certo atteggiamento irritabile ed eccentrico rispetto ai suoi stessi musicisti. Insomma, si può affermare che quello è stato un periodo davvero difficile per il Boss.

 

 

La chitarra usata da Springsteen nel disco Letter To You gli è stata regalata da un fan, che il Boss crede di origini italiane, a Broadway. “Ho ringraziato, poi ho dato un’occhiata allo strumento, sembrava una bella chitarra, l’ho portata con me in auto». Per mesi Bruce non ha toccato quello strumento, salvo poi sentire un’energia unica provenire da quella sei corde con cui ha registrato tutte le canzoni dell’album. “Nel giro di una decina di giorni sono nate tutte le canzoni dell’album. Passavo da una stanza all’altra scrivendo una canzone al giorno. Una l’ho scritta in camera dal letto, una nel nostro bar, un’altra in soggiorno» ha detto il Boss. La prima di queste nuove composizioni è stata Last Man Standing.

 

È un grande sostenitore dei matrimoni gay e dei diritti civili delle comunità LGBT. In un post sul suo sito web ha dichiarato che ha sempre creduto che l’uguaglianza nel matrimonio deve essere riconosciuta come una questione riguardante i diritti civili di tutti e che ogni cittadino deve essere trattato allo stesso modo e rispettato dalla legge. A conferma delle sue affermazioni nell’aprile del 2016 ha annullato un concerto in North Carolina per protestare contro una legge di quello Stato che prevede che l’uso dei bagni sia legato al
sesso registrato sui certificati di nascita. E ricordando che la stessa legge impedisce ai membri della comunità LGBT di ricorrere in giudizio per la difesa dei loro diritti sul posto di lavoro.

 

Fu arruolato nell’esercito quando aveva 19 anni e la guerra in Vietnam infuriava ancora. Cercando di evitare la partenza per il fronte tentò di far fallire le prove fisiche standosene fuori tutta la notte con un amico.
Inoltre aveva avuto una commozione cerebrale a 17 anni per un incidente motociclistico e un comportamento che nelle certificazioni fu definito “folle”. L’operazione gli riuscì: inabile al servizio!

 

 

 

Manuela De Vito-Capital.it

 

MGF

 

 

Regia di Christopher McQuarrie – USA, 2025 – 165′
con Tom Cruise, Hayley Atwell, Ving Rhames

 

 

 

 

 

 

 

DOPO AVER SALVATO IL CINEMA, TOM CRUISE SALVA IL MONDO

La fine del mondo è vicina ma Ethan Hunt non è lontano e riparte da dove aveva lasciato. Recuperata una preziosa chiave crociata, deve raggiungere adesso il Sevastopol, un sottomarino nucleare russo, distrutto dall’Intelligenza Artificiale, che giace sotto la calotta polare. La chiave gli permetterà di recuperare il ‘codice sorgente’ dell’IA e di disinnescarla. Ormai autonoma e ‘cosciente’, l’Entità accede a qualsiasi sistema operativo, manipola fatti, dati e persone ed è determinata a sterminare la razza umana. Mentre Hunt cerca una soluzione, l’IA prende progressivamente il controllo delle armi di distruzione di massa. Il tempo stringe, non resta che correre. Ancora e ancora.
L’Entità vuole spingere l’umanità e i governi del mondo verso un’apocalisse nucleare, l’ultima linea di difesa sono naturalmente Ethan Hunt e il suo team. Dopo un’introduzione che ripercorre in montaggio parallelo i fondamentali della saga lanciata trent’anni fa, a partire dalla serie televisiva di Bruce Geller, Mission: Impossible – The Final Reckoning assume il peso della gravità, intesa come condizione e come forza che tiene il film incollato a terra. Per i primi cinquanta minuti, almeno, in cui respiriamo un’atmosfera da fine del mondo, che fa rima con la possibile fine della saga. La nota è funebre e in risonanza con gli eventi attuali: pericolo nucleare, democrazia minacciata…
Poi la musica cambia e il film decolla letteralmente col nostro eroe, preso in consegna da un elicottero militare e portato laddove si deciderà il suo destino e quello del mondo. Tom Cruise non rallenta e rilancia obbedendo alla logica collaudata e irrealistica dei film d’azione.
Una tenacia pavloviana eretta a sistema da un attore che sfida ancora la morte e alza la posta in gioco, narrativa ed emozionale, convocando i precedenti capitoli ed esplorando a fondo il suo legame con Ethan Hunt.
Perché mai come in Mission: Impossible personaggio e uomo coincidono. Isolati dal sistema, è a loro che i servizi segreti come Hollywood ricorrono per garantire la longevità del pianeta o del cinema. E alla chiamata nessuna delle due star può resistere, offrendo lo struggente spettacolo di sé in due movimenti prodigiosi che rendono obbligatorio vedere The Final Reckoning sul grande schermo.
Autore e attore si immergono in profondità per raggiungere il relitto di un sottomarino e per concludere il loro progetto ‘in silenzio’ e lontano dal fracasso dei blockbuster. Venti minuti di cinema muto, di geometrie sofisticate, di suspense e di sospensione dove lavora una forma di azione quasi astratta, una sorta di logica onirica che culla Hunt e insinua la monumentalità del film.
Se Hunt va alla sorgente dell’IA, McQuarrie va all’origine del suo agente, spogliato della muta e con il corpo come unica dotazione. E quello di Cruise è sempre stato un corpo da ammirare, ieri e oggi mentre risale in superficie e conclude una ‘corsa indietro’, rannicchiandosi in posizione fetale, nudo, separato, forse morto ma di nuovo vivo nella sequenza aerea. Un inseguimento in biplano che segna una sorta di punto limite dello stunt di Cruise, dove i riferimenti spaziali si dissolvono gradualmente e lo sguardo dello spettatore non riesce più a comprendere la logica spaziale se non ancorandosi alla presenza del divo al centro dell’inquadratura.
Il mondo oppone la sua resistenza al corpo dell’attore che non solo salta, corre, si batte, fa degli ostacoli un’arma e degli oggetti ordinari qualunque cosa ma salta sempre più in alto, corre ancora più forte, cade da un cielo ancora più grande per dire il suo sogno folle: prima degli algoritmi, dei droni, dell’IA, un uomo aveva già esplorato tutto e in tutte le direzioni, conquistato l’intero mondo avanzando, l’azione più pura all’origine del cinema.
Correndo, Tom Cruise ci riporta ogni volta al mondo dell’infanzia, quando sentivamo il corpo più cinegetico di un magma blu. Affamato di analogico, e in linea con un metodo promozionale che ha dato i suoi frutti con le acrobazie dell’attore, The Final Reckoning torna all’essenziale. Quello che conta, che è sempre contato, è la gravità e il fatto di trascrivere le sue conseguenze sulla silhouette di Ethan Hunt, negli abissi o tra le nuvole.

Marzia Gandolfi – Mymovies

Tematiche: spionaggio, servizi segreti, sacrificio, eroismo, conflitti etici e politici, umanità, giustizia, memoria


Ethan Hunt corre, Ethan Hunt fa il volto corrucciato, sorride. Ethan Hunt si libera dalle catene, uccide i nemici, salva gli amici (quasi tutti). Ethan Hunt s’immerge nelle profondità oscure dell’oceano artico, lotta con Gabriel appeso alle ali di un biplano. Ethan Hunt contro Gabriel, l’Entità, la CIA e l’IMF, Ethan Hunt sostenuto dal presidente – nero e donna – degli USA. Ethan Hunt da solo, solo col suo team, per salvare il mondo da un’apocalisse nucleare.


Qui si fa il finale epico, definitivo, quasi messianico.
E “finale” non si intende per forza nel senso di chiudere definitivamente una storia, ma nel senso di portarla nell’ultimo posto in cui abbia senso che vada. L’ultima sfida possibile: salvare l’intero pianeta dalla distruzione totale da parte di una tecnologia autonoma fuori controllo (“l’Entità”), e farlo da solo.


Mission: Impossibile – The Final Reckoning è una continua corsa contro il tempo, contro i limiti dell’umano, contro le storture di un mondo che, secondo McQuarrie e Cruise, si sta affidando troppo all’artificiale dimenticando le potenzialità – fisiche sì, ma prima di tutto morali e sentimentali – della natura umana.


Recensioni
3,8/5 MYmovies
4,5/5 Sentieri Selvaggi
3,5/5 Movieplayer

 

PAPA LEONE XIV E L’IA:
PUÒ APRIRE NUOVI ORIZZONTI DI UGUAGLIANZA O FOMENTARE CONFLITTI

 

L’Intelligenza Artificiale e “l’autentica saggezza”: non mero accumulo di “dati”, ma sguardo capace di cogliere “il vero significato della vita”. Un intelletto che nessuna macchina può imitare, un dono da valorizzare anche attraverso l’ausilio delle nuove tecnologie; “strumento” al servizio dell’uomo, come ricordava Papa Francesco, in grado di aprire orizzonti di scoperte benefiche nella scienza e della medicina, e di promuovere autentica “uguaglianza”. A patto, però, che non si pieghino a un uso “egoistico”, capace di “fomentare conflitti e aggressioni”. L’IA – considerata tanto per le sue opportunità quanto per i suoi rischi – è al centro del messaggio inviato da Papa Leone XIV ai partecipanti alla Seconda Conferenza annuale su Intelligenza Artificiale, Etica e Governance d’Impresa.

 

Il simposio si è aperto il 19 giugno tra Palazzo Piacentini a Roma, sede del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), e la Sala Regia del Palazzo Apostolico vaticano.
Proprio la scelta di tenere l’evento in Vaticano rappresenta per il Pontefice una “chiara indicazione” della volontà della Chiesa di partecipare attivamente alle riflessioni su un tema che investe direttamente “il presente e il futuro della famiglia umana”. È “urgente”, sottolinea Leone XIV, avviare “serie riflessioni” e mantenere “continue discussioni” sulla dimensione etica dello sviluppo tecnologico, senza trascurare la necessità di una governance “responsabile”.
Accanto allo “straordinario potenziale” che le nuove tecnologie offrono per il bene dell’umanità, il Papa invita a non eludere le “domande profonde” che il rapido progresso dell’IA pone, a favore di uno sviluppo realmente “giusto e umano”. La tecnologia, ricorda ancora Leone XIV citando il predecessore Francesco, è innanzitutto uno “strumento” che, per definizione, si riferisce all’intelligenza, quella “umana”, da cui trae origine e la cui forza etica dipende dalle “intenzioni” di chi la usa.
Per questo la Chiesa intende offrire il proprio contributo a una riflessione “serena e informata”, soffermandosi in particolare sulla necessità di valutare le “ramificazioni” dell’IA alla luce dello “sviluppo integrale della persona e della società”, come scrive la recente nota Antiqua et Nova. Il benessere, ammonisce il Papa, non può essere considerato soltanto dal punto di vista materiale, ma anche nella sua dimensione “intellettuale” e “spirituale”.
L’umano e il suo “senso”, quindi. Un concetto che “tristemente” – come già notato da Papa Francesco – si sta perdendo, o perlomeno eclissando, nella società odierna. Leone XIV invita, al contrario, a riscoprire la “vera natura”, l’unicità “della nostra, condivisa, dignità umana”.
Mai, osserva Leone XIV, l’umanità ha avuto accesso a una tale quantità d’informazioni come oggi grazie all’IA. Tuttavia, questa disponibilità di dati — per quanto estesa — non coincide con la vera “intelligenza”, che “implica l’apertura della persona alle domande ultime della vita e rispecchia un orientamento verso il Vero e il Buono”, come ricorda ancora Antiqua et Nova.
L’auspicio finale di Papa Leone è che ogni decisione sull’IA si inserisca nel contesto di un necessario “apprendistato intergenerazionale”, che aiuti i giovani a integrare la verità nella propria “vita morale e spirituale”, preparandoli a “decisioni mature” e a costruire un mondo di maggiore solidarietà e unità. Un compito, riconosce il Papa, tutt’altro che facile, ma “di vitale importanza”.
Inoltre – sottolinea il Pontefice – la riflessione sulle tecnologie emergenti non può prescindere dall’impatto che esse avranno sulle generazioni future, sempre più immerse in mondi digitali, con effetti possibili sul loro sviluppo “intellettuale e neurologico”.

Fonte: Vaticannews.va

 

 

MGF

 

 

 

 

 

INCANTO
Regia di Pier Paolo Paganelli – Italia, Belgio, 2025 – 96′
con Vittoria Puccini, Mia McGovern Zaini, Giorgio Panariello

 

 

 

 

 

UN RIUSCITO FILM DAI TONI DI FAVOLA DARK, UN’OPERA CHE RIEMPIE UNA LACUNA NEL CINEMA ITALIANO

Pier Paolo Paganelli dirige e firma (con Jacopo del Giudice e Davide Rossetti) “Incanto”, una favola che riprende e modernizza personaggi e temi che partono dal lontano 1838, dalla pubblicazione di un classico della letteratura per ragazzi, “Oliver Twist”, scritto da Charles Dickens per denunciare la miserevole condizione degli orfani nell’Inghilterra della Rivoluzione industriale.
La storia: Margot, tre anni, vive con il padre, Ludovico, e la governante Felicia. Quando l’uomo, gravemente ammalato, muore, la donna è convinta di ereditare la villa. Non sa, però, di una clausola del testamento che, oltre ad obbligarla a trasformare la casa in un orfanotrofio perché Margot possa crescere in allegria con altri bambini, fa della piccola l’unica a poter disporre della proprietà. Potrebbe facilmente convincerla a firmare la cessione (non c’è un vincolo di maggiore età), ma il documento non si trova. Felicia chiude Margot nella sua stanza per sette lunghi anni mentre cerca il modo di impossessarsi della villa dove “accoglie” i bambini affamandoli e terrorizzandoli.
Con lei, complice sottomesso quanto inutile, il suo compagno Max.
Quello che la donna non può immaginare è che il giovane Daniel, il suo tuttofare, sia diventato amico della piccola e che, piano piano, abbia cominciato a insegnarle parole nuove, lei che, a dieci anni, reclusa e traumatizzata, ancora non parla. Una notte, Margot riesce a fuggire e trova rifugio tra gli artisti del circo Ballon, da poco arrivato in zona.
Accolta e protetta da Charlie, dalla funambola Stella, dall’uomo cannone e dal suo assistente Spoletta, la bambina trova finalmente qualcosa che profuma di casa, di famiglia. Ma Felicia la sta cercando…
Per il suo esordio nel lungometraggio Paganelli ha scelto di rivolgersi a un pubblico di ragazzi. “Incanto”, infatti, è un racconto di formazione dalle sfumature dark, giocato tra i due poli del male e bene, facilmente riconoscibili nella crudeltà dell’orfanotrofio (la non-famiglia per antonomasia, dove i più indifesi vengono maltrattati e umiliati), e nell’incanto del circo (una “famiglia” costruita sulla gentilezza e sull’accoglienza dove ciascuno mette la sua arte al servizio degli altri ed è rispettato e considerato). Certamente i caratteri dei personaggi sono piuttosto definiti e prevedibili, ma ci sono anche, qua e là, interessanti sfumature. Daniel (Massimo Pio Giunto) – il primo bambino accolto nella casa, fedele servitore di Felicia, ma anche guida per gli altri piccoli orfani – ad esempio vede in Felicia la mamma che non ha conosciuto e per questo non riesce, non può, ammetterne cattiverie e limiti. Aprirà gli occhi al momento giusto. Una parola va spesa per il cast. Innanzitutto, Vittoria Puccini, una perfetta, gelida Felicia, una “cattiva” totale senza traccia di pentimento, che ovviamente pagherà il fio per la sua malvagità: interessante il contrasto che si crea tra i tratti gentili del suo volto e la freddezza che riesce a trasmettere in ogni gesto, in ogni sguardo. Significativa anche l’interpretazione di Giorgio Panariello che si lascia alle spalle l’esuberanza, l’istrionismo e l’ironia che ben conosciamo per tratteggiare, con misura e sentimento, Charlie, il clown bianco che non si toglie mai il trucco di scena. Da segnalare anche Mia Benedetta, nel ruolo della funambola Stella, che, come una madre, accoglie, rassicura e aiuta la piccola Margot (Mia McGovern Zaini, 12 anni e già una veterana tra cinema e serie Tv) a scoprire il suo talento. Originale il finale a cui si arriva accompagnati da un cast valido e affiatato.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Adolescenza, Amicizia, Amore-Sentimenti, Avidità, Bambini, Educazione, Famiglia, Solidarietà


Incanto va a riempire una lacuna del cinema italiano, che realizza pochi prodotti per ragazzi e quando lo fa spesso va al risparmio: qui la produzione italo-belga ha invece fornito fondi adeguati e l’autore ha riconosciuto autorevolezza al pubblico dei più giovani, confezionando per loro un film riuscito nei suoi intenti di intrattenimento non condiscendente, e collocandolo in “un luogo fra realtà e fantasia”, fra Lemony Snicket, Miss Peregrine e Coraline: paragoni alti, ma meglio guardare in alto che raso terra, come fa spesso il cinema italiano per ragazzi.


Nel panorama spesso avaro di film italiani destinati all’infanzia, Incanto arriva come un colpo di scena: una fiaba moderna, sospesa tra incubo e speranza, che non si limita a intrattenere ma osa raccontare la fragilità con coraggio. Diretto da Pier Paolo Paganelli, alla sua prova più ambiziosa dietro la macchina da presa, si colloca tra le rare eccezioni del cinema italiano capaci di rivolgersi ai più giovani senza trattarli da spettatori ingenui.


Il viaggio di Margot è un percorso di crescita, in cui riscopre l’amore, l’amicizia e la sua vera identità, mentre il circo diventa il palcoscenico della sua rinascita.


Recensioni
3/5 MYmovies
3,8/5 ComingSoon
3/5 Movieplayer

FAVOLE DARK: IL LATO OSCURO DELLE STORIE PER BAMBINI

Le vere favole sono favole dark. Dalle favole per bambini scritte nei libri sino a quelle del grande schermo, ci siamo sempre fatti abbindolare dalle morali e dai lieto fine tramite l’uso di parole consone a stimolare l’immaginazione, fantasia e curiosità, il cui scopo è di impartire degli insegnamenti, che poi dovranno essere appresi e messi in pratica nella vita, ma è solo apparenza. Favole dark, questo è il loro vero nome: ciò che non viene mai sottolineato è una realtà spaventosa e crudele. Tanti dettagli vengono nascosti per non incutere terrore e paura, passaggi tetri della trama che passano inosservati. Analizzando alcune di queste favole per bambini o tra i più famosi film di animazione, salteranno all’occhio parecchi temi importanti che da bambini non avremmo mai e poi mai potuto cogliere.

 

Hansel e Gretel
Tra le prime favole dark che sicuramente ricorderete ci sono Hansel e Gretel. La casa fatta di pane e dolci succulenti, e il loro ritorno trionfante a casa, dopo essere scampati dalle grinfie dell’anziana signora, mettono da parte i fatti atroci avvenuti sin dall’inizio della storia. I temi principali che compaiono nel racconto è quello dell’abbandono da parte del padre e la matrigna, e l’inganno che li ha condotti nel bosco “per avere meno bocche da sfamare”. Cannibalismo dell’anziana signora, e il compimento di azioni violente da parte di Gretel, che per mettere in salvo lei e la vita di suo fratello, uccide l’anziana signora bruciandola viva nel forno.

 

Cenerentola
Un classico tra le favole dark per bambini è proprio lei, Cenerentola. Il racconto parla chiaro, una bambina – e in seguito adulta – abusata e sfruttata nelle mansioni di casa, maltrattata dalla sua matrigna e dalle sorellastre, un cattivo esempio, diremmo. E non dimentichiamo come le sorellastre di Cenerentola si tagliano rispettivamente le dita e il tallone del piede per calzare la scarpetta di cristallo. Sottili sfumature offuscate dalla magia della fata madrina, dai mitici topolini e dal principe.

 

La Carica dei 101
Tra le favole dark più cruenti troviamo quella della Carica dei 101. I dalmati, i protagonisti più belli e pelosi della storia delle favole. L’avventura che intraprendono questi 101 cuccioli insieme a Peggy e Pongo ha fatto la storia, facendo poca luce sulla malvagità e ossessione incessante per lo scuoiamento verso dei poveri cuccioli di cane, destinati a essere pelliccia per gli abiti di Crudelia Demon, simbolo di avidità e vanità estrema, aspetti negativi da non apprendere.

 

Raperonzolo
Come non dimenticare la bellissima fanciulla dai lunghissimi capelli: Raperonzolo. La ragazza cresciuta, o meglio rapita e poi rinchiusa in una torre molto alta dove non le era permesso di uscire su ordine della strega, la stessa che sottrasse la piccola Raperonzolo ai genitori. Anche lei si aggiudica un posticino tra le favole dark.

 

 

La sirenetta
Obnubilati dalla versione edulcorata di Walt Disney con scontato happy ending, spesso si dimentica che la fiaba scritta da Hans Christian Andersen e pubblicata nel 1836, è in realtà quasi un racconto horror venato di misticismo, con la protagonista pronta a rinunciare a quello che di più prezioso possiede, una voce incantevole, pur di poter andare sulla terra per conquistare il principe che ha salvato durante il naufragio, in modo tale che lui la sposi e la doti di un’anima. Per liberarla della sua coda di pesce la strega del mare non solo le mozza la lingua lasciandola muta, ma le fa anche presente che la trasformazione sarà dolorosissima e che le cose non miglioreranno in seguito: «ogni passo che farai, sarà come se camminassi su lame acuminate e tutto il tuo sangue dovesse stillare a goccia a goccia».

Nelle favole il male sembra sempre passare in secondo piano, cosa invece molto importante e che ci permette di comprendere meglio il mondo che ci circonda.
Se a distanza di anni andassimo a rileggere le favole, ci accorgeremmo di tanti dettagli lasciati dietro e che ci aiuterebbero a stare in guardia e a farci riflettere ancora di più sulle azioni che bisogna e non bisogna fare, e che il lieto fine non è il vero traguardo.

Fonte: Eroicafenice.com

 

MGF