Regia di Luca Guadagnino – USA, Italia, 2025 – 139′
con Julia Roberts, Ayo Edebiri, Andrew Garfield

 

 

 

 

 

GUADAGNINO ACCENDE CORAGGIOSAMENTE UN RIFLETTORE SU UN ARGOMENTO SCOMODO E DIVISIVO ACCETTANDO DI MOSTRARNE LE OMBRE.

Alma Himoff insegna Filosofia all’università di Yale, dove sta per ottenere la tanto attesa cattedra. È stimata da tutti, in particolare l’assistente Hank e la dottoranda Maggie, che si contendono le sue attenzioni lanciandosi reciproche frecciatine: il quarantenne Hank definisce la ventenne Maggie rigida come tutta la sua generazione, e la ragazza lo invita a non… generalizzare. Ogni tanto Alma si piega in due dal dolore, ma non ne fa cenno al marito Frederick, che la accudisce amorevolmente ma la definisce impenetrabile, per non dire insensibile. Quando Maggie si presenta a casa della professoressa raccontandole di essere stata molestata da Hank, Alma si trova fra due fuochi; da un lato l’empatia verso la studentessa e la propria nomea di paladina delle donne, dall’altro la volontà di concedere al suo assistente il beneficio del dubbio. Un metronomo ticchetta, marcando l’imminenza karmica dei destini di questo pugno di esseri umani nell’era del #metoo e della political correctness.
Luca Guadagnino, da sempre attento alle leggi del desiderio, racconta un universo spietato scisso draconianamente fra opposti, nella radicalizzazione binaria della società contemporanea – libertà di azione e responsabilità pubblica e privata; pluralità di informazioni e superficialità culturale; giustizia riparativa e vendetta; correttezza e legittimità. Il clima nelle università americane messo in mostra da Guadagnino è un campo minato in cui ognuno rischia di mettere il piede in fallo dicendo la cosa sbagliata o adottando un comportamento discutibile.
L’ambiguità è la cifra del cinema di Guadagnino, e caratterizza tanto questa storia quando ognuno dei suoi personaggi. Così Alma appare integerrima ma ha un segreto da nascondere; Maggie è fragile ma anche invadente e manipolatrice (il che non rende di per sé la sua testimonianza meno valida); Hank è arrogante ma si atteggia anche a vittima in quanto maschio bianco etero e cisgender; e Frederick è accuditivo ma anche passivo-aggressivo nei confronti della moglie.
Tutti camminano sulle uova, eppure tutti sembrano ignorare le ovvie conseguenze dei propri atti impulsivi, si direbbe commessi apposta per rompere la superficie di correttezza imposta dalla contemporaneità, seguendo una compulsione interiore a farsi beccare in castagna. E Guadagnino accende coraggiosamente un riflettore su un argomento scomodo e divisivo accettando di mostrarne le ombre. I personaggi di After the Hunt si muovono sul crinale incerto fra verità e percezione, tutti si sentono a disagio nell’epoca in cui si pensa che essere mantenuti a proprio agio sia un diritto, e in cui i più giovani rifiutano di ingoiare rospi come facevano le generazioni precedenti (dimostrando spesso più carattere).
Guadagnino non si sbilancia mai nel definire ciò che è giusto e ciò che non lo è, non rivela nemmeno ciò che è vero, falso o semplicemente verosimile, lasciandoci con tante domande e ben poche risposte. Più che un racconto morale, After the Hunt è una stesa di carte che invita gli spettatori a prendere in mano quelle per loro più rilevanti, non necessariamente scegliendo da che parte stare. E scansa (di misura) il pericolo di delegittimare le donne che denunciano un abuso richiamando gli uomini alla presa in carico dei loro comportamenti aggressivi e della disparità nella loro posizione di potere.

Paola Casella – Mymovies

Tematiche:le dinamiche di potere e abuso in ambito accademico, verità vs. menzogna, dibattito #MeToo e le zone grigie delle denunce, scontri generazionali, passato che ritorna, bisogno di riflessione etica e autocritica


Con un cast di star, in cui spiccano le due protagoniste femminili interpretate da una ritrovata Julia Roberts e da Ayo Edibiri, Guadagnino attraversa l’universo bollente di Me too, cultura woke, cancel culture, cercando di costruire su un film filosofico e finemente concettuale le dinamiche perverse di un sospetto che diventa fondato solo grazie al potere di chi lo esercita


Fin da titolo e ambientazione (Yale) è facile intuire come After the Hunt vada a raccontare, non senza polemiche, le battaglie culturali dei nostri tempi portate avanti dai paladini del woke, dell’inclusività, dei safe space, e di tutto il manifesto di quelli che – spesso più sui social che non nella vita reale – stanno dalla parte del bene e dei buoni. Questioni complesse che nascono da una bella sceneggiatura di Nora Garret, trasformata da Guadagnino in un thriller cultural-intellettuale, le cui immagini nitide e eleganti e i dialoghi filosofici sono scanditi come un metronomo dalla musica implacabile di Trent Reznor e Atticus Ross.


Thriller filosofico sul concetto di verità che stimola la nostra riflessione critica a partire dal fuori campo delle immagini. Un notevole esempio di cinema nel contemporaneo.


Recensioni
3,4/5 MyMovies
3,8/5 Sentieri Selvaggi
4/5 ComingSoon

 

CHE FINE HA FATTO IL #MeToo?

Quando nel 2006 Tarana Burke fondò il movimento Me Too, difficilmente poteva prevedere che strada avrebbe preso. All’epoca Burke viveva in Alabama, e lavorava per Just Be Inc., un’organizzazione che aiutava le ragazze a ritrovare l’autostima. “Durante questi incontri capitava spesso di parlare con adolescenti che avevano subìto violenza sessuale – racconta Burke a Insider – a volte erano così giovani da non riuscire a realizzare che, in realtà, certi gesti erano dei veri e propri abusi”.

Tarana Burke e il suo team decidono di pubblicare una pagina Myspace: vogliono capire quanto sia grande il fenomeno, e quante altre ragazze abbiano bisogno di aiuto. In poco tempo iniziano ad arrivare centinaia di storie simili. #MeToo nasce per supportare le ragazze nere (e di altre minoranze) sopravvissute a violenze sessuali.

Undici anni dopo, il New York Times e il The New Yorker pubblicano i primi dettagli dello scandalo Harvey Weinstein. Il produttore cinematografico, l’“imperatore di Hollywood”, è accusato di aver perpetrato per anni molestie sessuali e ricatti. Le attrici Rose McGowan e Ashley Judd sono tra le prime a denunciare. “Se anche tu sei stata vittima di violenza, scrivi Me Too e condividi questo post”, twitta nel 2017 l’attrice Alyssa Milano, che finalmente trova il coraggio di raccontare la sua storia. L’hashtag esplode, è l’inizio di un fenomeno globale.

 

 

Con l’aiuto dei social, il termine coniato da Tarana Burke si trasforma in un grido di battaglia, andando ben oltre il suo significato originale. Le persone iniziano a usare #MeToo per descrivere non solo stupri e molestie sessuali sul posto di lavoro, ma anche violenza domestica, pregiudizi di genere e abusi verbali. Nascono proteste, nuovi casi e processi (Bill Cosby, Andrew M. Cuomo, Jeffrey Epstein e R. Kelly); a febbraio 2020, Harvey Weinstein viene condannato a ventitré anni di prigione. L’uomo da cui tutto è iniziato si trova finalmente dietro le sbarre di una cella.
Il 2022 ci ha regalato il processo più spettacolarizzato dell’ultimo decennio: Amber Heard v. Johnny Depp, dove l’ex pirata ne è uscito martire e dove, sui social, nessuno è riuscito a prendere le difese di Heard; neanche per un secondo. A qualcuno è venuto spontaneo chiedersi: che cosa è successo allora a #MeToo? Per alcuni è morto, per altri non è possibile ridurre la questione al processo Heard v. Depp.

 

Per altri ancora #MeToo non è mai finito, e per quanto sia difficile misurare l’impatto che ha lasciato, lo ritroviamo nella pratica di tutti i giorni.
Negli Stati Uniti, ad esempio, dopo l’esplosione del movimento, 22 stati hanno adottato leggi per rendere più sicuri i luoghi di lavoro: le aziende hanno introdotto politiche più severe sulle molestie sessuali, e hanno iniziato a promuovere corsi di formazione. In Italia c’è sicuramente più consapevolezza. È vero, nel nostro paese è mancata la spettacolarizzazione, che da un lato ha alimentato il fuoco del movimento, e dall’altro l’ha reso oggetto di critiche e controversie; e manca ancora tutta la parte educativa sul luogo di lavoro – secondo dati Istat del 2018, sono oltre un milione le donne in età lavorativa che dichiarano di aver subìto molestie fisiche da parte di un collega o di un datore di lavoro nel corso della loro vita. Ma c’è stato un cambiamento culturale che non si può negare. Abbiamo tracciato nuovi confini, e possiamo dire di averlo fatto grazie a #MeToo. Abbiamo dato una nuova definizione a normale: non è normale una battuta “innocente” in ufficio, un commento di troppo, o un fischio per strada. Oggi tutto questo ha un nome: molestie.

Fonte: Elle.com

 

MGF

 

 

Regia di Gianni Di Gregorio – Italia, 2025 – 97′
con Gianni Di Gregorio, Greta Scarano, Tom Wlaschiha

 

 

 

 

 

UNA PARABOLA SULLA FRAGILITÀ CHE CI RICORDA CHE CI SONO ANCORA SPAZI DI UMANITÀ RESISTENTE

Romano, classe 1949, Gianni Di Gregorio ha debuttato tardi dietro alla macchina da presa. Nel 2008 firma la sua opera prima, la commedia “Pranzo di ferragosto”, raccogliendo consensi di critica e pubblico, vincendo anche il David di Donatello come miglior regista esordiente. Negli anni sono seguiti titoli sullo stesso tracciato che ne hanno confermato abilità, umorismo acuto e respiro poetico: “Gianni e le donne” (2011), “Lontano lontano” (2019) e “Astolfo” (2022). A Venezia82 – Giornate degli Autori ha presentato il nuovo film “Come ti muovi, sbagli”, di cui è regista e sceneggiatore (il copione è firmato con Marco Pettenello), una metafora sulla terza età, colta tra affanni familiari e desiderio di sentimenti. Oltre a Di Gregorio, nel cast anche Greta Scarano, Tom Wlaschiha e Iaia Forte.
La storia. Roma oggi, un professore ultrasettantenne trascorre placidamente le sue giornate da pensionato scandite da una certa routine. All’improvviso sua figlia Sofia fa ritorno a casa dalla Germania portando con sé i due figli preadolescenti: ha scoperto che il marito Helmut l’ha tradita e non vuole più saperne di lui. Al professore non rimane che occuparsi dei nipoti, provare a consigliare tanto la figlia quanto il genero, e al contempo a salvare la sua amicizia con Giovanna, messa a dura prova dalla sua indecisione e dalle incombenze familiari…
“C’è una cosa – dichiara il regista – della quale noi umani a quanto pare, non possiamo fare a meno: la famiglia. Infatti, cosa c’è di più bello della famiglia? E cosa c’è di più impegnativo della famiglia, con il suo incommensurabile carico d’amore che schiaccia ogni velleità personale, ogni anelito di libertà e di pace? Questo film è dedicato alla famiglia e dunque all’amore, questa forza che ci fa fare cose che non avremmo mai creduto di poter fare, rendendoci allo stesso tempo formichine al lavoro ma anche eroine ed eroi epici”.
Di Gregorio ci regala un altro puntuale sguardo sulla società odierna, servendosi come sempre della sua consueta cifra dolce e semiseria. Ci racconta ancora una volta l’ultima stagione dell’esistenza, la terza età, tra ripetitività, stanchezze varie ma anche un vibrante desiderio di vita, dove c’è posto ancora per amare ed essere amati. L’autore, con stile accorto e brillante, tratteggia un protagonista ancora una volta vicino alla propria età, esplorandone bene la condizione tra luci e chiaroscuri. Il suo sguardo per lo più è rivolto alle tonalità calde, quelle della fiducia e della speranza. Il professore vive in un guscio, in una comfort zone, da cui è scosso dalla figlia Sofia con figli e problemi al seguito, che lo spingono a cercare soluzioni per tutti, soprattutto a preservare i propri spazi di autonomia e a trovare il coraggio di cogliere le tenerezze dell’amore.
“Come ti muovi, sbagli” è una commedia simpatica e gentile, all’apparenza semplice ma a ben vedere segnata da una chiara densità tematica. Un racconto che scivola via su un copione ben scritto, che coniuga realismo e umorismo garbato, regalando suggestioni acute e divertenti. Un cinema che si apprezza con facilità, per la sua scorrevolezza ma anche per i suoi lampi di poesia quotidiana.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amicizia, Amore-Sentimenti, Animali, Anziani, Donna, Educazione, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Matrimonio – coppia, Metafore del nostro tempo, Politica-Società


Come ti muovi, sbagli è una commedia umana, elegante senza compiacimenti, dolceamara senza cinismo, capace di farci ridere piano e di farci pensare piano, con quella mitezza che oggi appare quasi rivoluzionaria. Ci ricorda che è meglio inciampare che restare fermi, che l’imperfezione è la nostra forma, che il disordine, accolto senza timore, può rivelarsi inattesa forma di felicità.


In Come ti muovi, sbagli, Di Gregorio mantiene la sua semplicità e la sua leggerezza. È ancora più divertente perché non cerca la pietà ed è soprattutto inserito in una storia più solida e stratificata rispetto, per esempio, al precedente Astolfo. Per questo film come questo sono anime fragili dal cuore puro da conservare con cura e affetto. Perché ci saranno forse altri momenti della nostra vita che avremo bisogno di Come ti muovi, sbagli.


Di Gregorio non ha bisogno di scene clamorose: indugia su dettagli minimi, lascia parlare i silenzi, si affida al ritmo dei gesti quotidiani. È un cinema che non dichiara, ma suggerisce; che non impone, ma apre spazi di riflessione.

 

Recensioni
3/5 MyMovies
3,7/5 Sentieri Selvaggi
3,4/5 ComingSoon

 

SI VIVE DI PIÙ E MEGLIO. LA TERZA ETÀ È SEMPRE PIÙ CORTA

Campiamo di più e il bello è che gli anni aggiunti rispetto ai nostri predecessori si piazzano nella mezza età, allungandone i tempi e il vigore. Non sono cioè gli ultimi anni di vita, i più disagiati, che si protraggono. Occorre allora che cambiamo nella nostra opinione il concetto di vecchiaia e guardiamo con altra considerazione alle età di 75 e 80 anni. Ad affermare questi aggiornamenti sui nostri cicli di vita è la professoressa Tania Rantanen, dell’Università di Jyväskylä in Finlandia, alla fine di un confronto, insieme a un gruppo di collaboratori, tra le persone di età 75-80 anni oggi e i loro “coetanei” di 30 anni fa, negli anni ’90. Lo studio è stato pubblicato sui Journals of Gerontology.
Procedendo con le misurazioni all’interno della Facoltà di Sport e di Scienze della salute, hanno constatato che la forza muscolare, la sveltezza nel camminare, la rapidità delle reazioni, la facilità nel discorrere, il modo di ragionare così come la memoria di lavoro negli attuali 75-80enni sono significativamente molto migliori che negli anziani nati tanti anni prima.

«Una maggiore attività fisica e l’aumento della dimensione del corpo spiegano il modo di camminare più svelto e la maggiore forza muscolare degli attuali anziani – osserva la dottoressa Kaisa Koivunen – mentre la maggiore ragione sottostante alle differenze nelle abilità cognitive dipende dagli studi più prolungati». Aggiunge il ricercatore Matti Munukka: «Il gruppo nato più tardi è cresciuto e è vissuto in un mondo diverso rispetto ai predecessori, in cui si sono verificati molti cambiamenti favorevoli. Il che include una migliore alimentazione, maggiore igiene, miglioramenti nel campo della salute e del sistema scolastico, un più facile accesso all’istruzione e una vita di lavoro migliore».
In più, possiamo aggiungere, gli attuali 75-80enni non hanno attraversato le tragedie della seconda guerra mondiale, che segnò le vite di chi era vecchio negli anni ’90 del Novecento. I risultati dello studio finlandese suggeriscono che l’aumentata aspettativa di vita va di pari passo con molti più anni da vivere in buone condizioni fisico-mentali nelle età finali. Riprende la professoressa Rantanen:
«I risultati raggiunti dimostrano che noi abbiamo un’idea datata della vecchiaia. La maggior parte degli anni guadagnati si aggiungono a quelli della vita di mezzo e non molti all’estrema parte dell’esistenza. Tuttavia la vera vecchiaia arriva ad età sempre più alte. Le conseguenze alla fine sono due: un prolungamento degli anni in salute verso età più avanzate che in passato, ma anche l’aumento di persone davvero molto vecchie che non sono autosufficienti e richiedono cure esterne».
«E’ uno studio confortante e plausibile. Ed è importante che il miglioramento sia globale: fisico e cognitivo – commenta il professor Raffaele Antonelli Incalzi, presidente della Società italiana di Geriatria e Gerontologia. – Fondamentale è la maggiore scolarità, poi gli stili di vita, le molte relazioni. Anche se compiuto in un paese così nordico come la Finlandia, diciamo pure che i risultati si possono generalizzare a tutto l’Occidente. C’è eterogeneità in Europa per quanto riguarda gli ultimi anni di vita.». Continua il professor Antonelli Incalzi: «C’è poi il problema della pensione: col lavoro qui si passa dal tutto al nulla. Nei paesi scandinavi non si limitano a garantire un buon tenore di vita ai pensionati, ma a offrire forme flessibili di attività».

Fonte: Fondazione Veronesi

 

Regia di Cherien Dabis

con Saleh Bakri, Cherien Dabis, Adam Bakri, Maria Zreik, Mohammad Bakri.

Genere Drammatico, – Cipro, Germania, Grecia, Giordania, 2025 – 145′

1988 Prima Intifada. Noor, un adolescente viene colpito da un proiettile sparato dagli israeliani. La madre, ormai anziana, si rivolge ad un interlocutore, di cui scopriremo l’identità solo molto più avanti, sentendo la necessità di raccontargli quanto accaduto alla famiglia nel passato. Si passa a Jaffa nel 1948 quando il nonno di Noor, Sharif, viene arrestato perché attaccato alla propria terra dopo che gli inglesi hanno lasciato la regione. E poi si arriva al 1978, al campo dei rifugiati in Cisgiordania. Qui Salim, figlio di Sharif, viene umiliato da un soldato israeliano dinanzi al figlio Noor, del quale poi seguiremo le vicende che coinvolgeranno i genitori. Cherien Dabis dirige e interpreta un film che invita tutti a interrogarsi su quanto accade oggi.

La storia del cinema ha visto portare sullo schermo, nel corso dei decenni, il susseguirsi delle generazioni all’interno di un nucleo familiare. In Italia Ettore Scola con La famiglia rappresenta uno dei punti più alti di questo tipo di narrazione. È solo conoscendo il passato che si può comprendere il presente, ed è ciò che Dabis fa scegliendo un punto di vista, quello palestinese, senza dimenticare quello di chi vi si oppone.

C’è uno scambio di battute (nell’ultima parte del film) che è estremamente significativo in proposito ma che in questa sede, per ovvi motivi di spoiler, non è possibile citare.

Vedendo questo film vengono alla mente le parole pronunciate nel febbraio di quest’anno ad una radio ultraortodossa dal vicepresidente della Knesset (il parlamento israeliano): “Chi è innocente a Gaza? I civili sono usciti e hanno massacrato la gente a sangue freddo. Sono feccia, subumani, nessuno al mondo li vuole. I bambini e le donne vanno separati e gli adulti eliminati.” Sono parole che dovrebbero far rabbrividire chiunque si ritenga umano e, purtroppo, non si tratta di una fake news.

Questo film ci porta dalla parte dei ‘subumani’ e ce ne mostra la vita nel susseguirsi degli anni, mostrando come chi viene sottoposto a soprusi non venga messo nella condizione di poter sviluppare sentimenti di fratellanza ma possa conservare comunque un senso profondo di umanità.

Veniamo messi di fronte ad una narrazione che ci ricorda che i palestinesi non sono Hamas, la quale pretende di agire a nome di tutti non avendone il diritto.
Ci ricorda anche che non è con l’oppressione e la separazione (quella che un presidente sicuramente non estremista come Jimmy Carter definì come “apartheid”) che si lavora per la pace. Tutto ciò con una collocazione cronologica che precede il 7 ottobre.
Il passaggio generazionale consente di vedere in azione i padri e i figli ed offre un ruolo importante, in una società in cui prevale il maschile, anche alla madre di Noor. Nella seconda parte, ancor più che in quella storicamente più rilevante, si avverte come la separazione incida in maniera determinante nel quotidiano e si comprende come entrando in contatto con l'”altro” possiamo modificare le dinamiche relazionali nel profondo.
Gli antichi romani dicevano “Senatori boni viri, senatus autem mala bestia”, i singoli sono brave persone; è quando li si vede come massa che, a seconda delle posizioni ideologiche, vengono considerati ‘nemici’ senza più alcuna distinzione. Così tutti i palestinesi finiscono con l’essere identificati con Hamas e tutti gli israeliani con il governo Nethanyau.
Senza aspirare ad un happy end illusorio Dabis riesce a farci incontrare delle persone. Aiutandoci a capirne le vite.

Giancarlo Zappoli – Mymovies


Con Tutto quello che resta di te Cherien Dabis mette in scena un melodramma famigliare lungo intere generazioni per raccontare la tragedia palestinese, dalla Nakba del 1948 fino alla prima Intifada, per finire con la contemporaneità. Narrativamente sfrutta tutti gli escamotage del genere, ma per la prima volta mette in fila di fronte agli occhi “occidentali” le ininterrotte vessazioni patite dal popolo tanto a Gaza quanto in Cisgiordania, o nei campi profughi libanesi.


L’obiettivo di Dabis, un’umanista che interroga il proprio rapporto con le radici non solo territoriali ma anche culturali (il riconoscimento della ferita storica, la ciclicità della violenza, la convivenza con il dolore, la resistenza di una traccia umoristica), non è condannare chi ha sistematicamente attutato operazioni militari per cancellare una presenza e quelli che hanno chiuso gli occhi di fronte alle aggressioni.


Non si tratta di un film politico, ma un chiaro punto di vista c’è, quello di una popolazione che ha perso progressivamente libertà, diritti e aspirazioni. Con salti temporali dal 1948 al 1978 e dal 1988 a un momento più recente, la storia è più intima che epica nella sua ricerca di autenticità. Siamo invitati a diventare testimoni di una vita trascorsa in uno stato di occupazione permanente, dove rassegnazione e rivoluzione sono gli estremi di un pendolo che oscilla tra una generazione e l’altra.

 

PRIMA DELLA PROIEZIONE INTERVENTO DI fr DAVIDE SIRONI E CAMILLA GOMMARASCHI, LAUREANDA IN STORIA CONTEMPORANEA

 

MGF

Fra Davide Sironi

Abbiamo bisogno di riscoprire una verità che apra il cuore dell’uomo e una libertà autentica“.

Fra Davide Sironi, parroco del convento del Sacro Cuore, spiega le ragioni alla base della scelta di dedicare alla “verità” il progetto de “I Martedì al Sole”

QUALCOSA DI VERAMENTE AUTENTICO

In un’epoca in cui ognuno vuole costruirsi la propria verità – tra fake news create ad arte e un uso distorto dell’ Intelligenza Artificiale – si avverte sempre più la necessità di basi davvero solide a cui appoggiarsi. “E’ un tema impegnativo, ma ci piace stimolare e far riflettere le persone su questioni che hanno a che fare con la dimensione umana e cristiana – spiega fra Davide -. Ne sentiamo tutti l’urgenza. Qualsiasi cosa accada, non si sa mai bene dove stia la verità: la narrazione umana è sempre espressa da un punto di vista, necessariamente parziale: questo però non ci impedisce di cercare qualcosa di davvero autentico”

 

 

PORTARE UN PO’ DI CHIAREZZA

La parrocchia del Sacro Cuore ha scelto come punto di partenza la celebre frase di Gesù riportata nel Vangelo di Giovanni: “La verità vi farà liberi“. Da quest’affermazione densa di significato si svilupperanno le riflessioni proposte dagli esperti nei vari incontri in calendario. “La vita non è sempre facile , arrivano i momenti in cui si sente la necessità di portare un po’ di chiarezza nella propria esistenza, di raggiungengere un approdo sicuro, di avere dei punti di riferimento – continua il francescano -. C’è una sete di autenticità, imparentata con la Verità con la V maiuscola. Certo, la verità rende liberi, ma può essere anche scomoda: ci chiede di metterci in gioco, di lasciare da parte i pregiudizi, le pre-comprensioni. Tanto che a volte pretendiamo di non sapere come stiano davvero le cose, piuttosto che fare lo sforzo di ricercare ciò che è autentico. Così ci aggiustiamo un po’ la realtà, e rimaniamo in una zona per noi confortevole. Sì: la verità è anche scomoda.”

 

AFFERMAZIONE ATTRAVERSO LA GRADUALITA’

Nell’era della velocità, del “tutto e subito”, delle risposte già pronte e confezionate, la verità richiede altri tempi: anche per questo può essere particolarmente impegnativo mettersi a ricercarla. “Una volta Gesù ha usato quest’espressione con i suoi discepoli: ‘Ho ancora molte cose da dirvi, ma non sono per ora alla vostra portata. Quando verrà lo Spirito Santo, vi guiderà in tutta la verità’ – ricorda fra Davide Sironi – . Questo significa che la verità si afferma attraverso una gradualità, non necessariamente in maniera istantanea. Oggi le persone tendono a chiedere risposte immediate a problemi immediati, ma per giungere a una verità profonda, a tutto tondo, serve tempo”.

 

LA PREALPINA – Domenica 15 febbraio 2026

 

MGF

 

 

Regia di Cesc Gay – Spagna, 2025 – 99′
con Nora Navas, Rodrigo De la Serna, Juan Diego Botto

 

 

 

 

 

UNA COMMEDIA GARBATA SUL CAMBIAMENTO E SU UNA DONNA CHE MOLLA TUTTO A 50 ANNI PER PROVARE NUOVE EMOZIONI

Eva è una consulente editoriale spagnola che sta per compiere 50 anni e un giorno per caso, durante una trasferta di lavoro a Roma e una chiacchierata con uno sceneggiatore sconosciuto, si rende conto che la sua vita matrimoniale dopo 25 anni di nozze non la soddisfa più. Semplicemente ha voglia di provare emozioni nuove e una sera ha il coraggio di comunicarlo al marito Victor. La sua vita cambia, i suoi figli si adattano alle novità come possono e lei, senza clamori, inizia a sperimentare nuove esperienze e incontrare nuove persone tramite appuntamenti anche improbabili, fino a rincontrare lo stesso sceneggiatore che aveva conosciuto a Roma. Ma ora è tutto diverso, lei è una donna diversa, e le cose possono ancora cambiare. È una commedia delicata e deliziosa sul cambiamento, La mia amica Eva. Con grande misura racconta la voglia di vita di una donna che all’alba dei cinquant’anni non vuole arrendersi a una vita priva di emozioni.
Perché trasformare radicalmente la propria vita si può anche a cinquant’anni, anche quando i Tampax non servono più (per citare una gustosa scena della commedia) e la menopausa incombe, anche quando si ha pudore di provare un barlume di desiderio per uno sconosciuto (nel caso della protagonista Alex, uno sceneggiatore incontrato in una trasferta professionale). Senza scene madri, senza melodrammi, senza retorica e tanto meno facili didascalismi, sfila sullo schermo la quotidianità di una donna che si sente stretta nel suo ruolo di madre e moglie, desidera provare sulla sua pelle delle nuove emozioni e uscire dalla noia di un rapporto spento. Ce la mette tutta, si rimette in gioco a cinquant’anni, si assume la responsabilità e il rischio di una scelta importante, e per questo viene puntualmente giudicata dalla società, perché “osa” rompere un matrimonio. Senza aver tradito, senza avere un altro uomo o un piano b, se non vivere con autenticità ciò che resta di se stessa.
Nora Navas è l’attrice perfetta per incarnare tutto questo e lo fa con grande equilibrio, diretta da un regista, Cesc Gay, che non appare minimamente interessato a firmare l’esilarante commedia pop ridanciana del momento e neppure uno struggente dramma intimista autoriale, ma un sussurro di commedia romantica garbata che, nella sua semplicità, sa conquistare chi guarda con la sua forte umanità. Declinandola in una sequela di momenti buffi, dubbi, indecisioni, incomprensioni, chiusure e riavvicinamenti, e in tutta la girandola emotiva di errori e imperfezioni di cui è fatta la vita, soprattutto sentimentale. “Ain’t no cure for love”, ci ricorda Leonard Cohen in un finale che chiude il cerchio di evoluzione della protagonista, che potrebbe essere la versione cresciuta di Hafsia Herzi di Tu mérites un amour. In quel film l’attrice, anche regista, interpretava una ragazza in cerca dell’amore e del tipo giusto, che cercava attraverso una serie di avventure e appuntamenti con sconosciuti.
Qui, in un certo punto del film, accade lo stesso, ma è l’età della protagonista a cambiare, e non è così comune vedere considerato e narrato su grande schermo il desiderio femminile, passati i cinquant’anni. Lo ha fatto Sophie Hyde con Il piacere è tutto mio, ma lì Emma Thompson aveva a che fare con un gigolò, qui l’oggetto del desiderio – mai esploso, ed è la forza del film, fuggire al già visto e alle banalità – è uno sceneggiatore (lo interpreta Rodrigo de la Serna). Un uomo normale, come Eva, come il pubblico che guarda, e come il salvifico amico di Eva, che con la sua battuta darà il titolo al film.

Claudia Catalli – Mymovies

Tematiche: ricerca di sé, sfide e incertezze del cambiamento, desiderio di libertà e nuove emozioni, romanticismo, fragilità dei rapporti umani.

 

Senza Nora Navas, attrice davvero squisita e sensibile, questo film non esisterebbe: lei porta nel personaggio l’ironia sulla menopausa, il piacere di mettersi in gioco, il desiderio di farsi stupire, anche una bellezza non artefatta intonata all’età.


Sofisticato senza eccedere nel patinato, La mia amica Eva è capace di dosare dialoghi e situazioni ben orchestrate con l’effetto che scatenano nei protagonisti, silenzi e imbarazzi, con un cast di ottimi attori e non di bellezze da catalogo. Film impeccabile.


La mia amica Eva è, in definitiva, una commedia sentimentale che riesce nell’impresa più difficile: essere lieve senza superficialità, ironica senza cinismo, dolce senza zucchero. Racconta il desiderio di ricominciare quando tutto sembra fermo, la malinconia di ciò che si perde e la gioia improvvisa di ciò che ritorna. Un film che invita a ridere di sé e a riconoscersi, con la grazia di chi sa che la vita, a volte, sorprende davvero.


Recensioni
3,4/5 MyMovies
3,6/5 Sentieri Selvaggi
3,5/5 ComingSoon

 

LE DONNE DELLA “GENERAZIONE X” O “SANDWICH”

Nate tra il 1965 e il 1980, appartengono a quella che in America viene definita Generazione Sandwich: sono le donne che, oggi, hanno circa 50 anni e si trovano dinanzi a un incrocio irripetibile di passaggi cruciali della vita, tra i figli adolescenti, l’arrivo della menopausa e i cambiamenti del corpo, le asperità del lavoro e i genitori anziani, sempre meno autonomi e più bisognosi di aiuto.

 

 

 

A raccontarle nel libro Le schiacciate, edito da Solferino, è Laura Turuani, psicoterapeuta dell’Istituto Minotauro di Milano, che parte dalle testimonianze raccolte durante la sua carriera per analizzare questa condizione femminile e illustrarne l’impatto psicofisico.
«Oltre ad appartenere anch’io a questa generazione, lavorando con gli adolescenti ho contatto quotidiano con i genitori, spesso con madri che si mettono in discussione. Così, ho avuto modo di percepire una stanchezza inedita in queste donne che, diventate madri tardi perché prima hanno investito tempo, energia e soldi in altri ruoli, si trovano a dover affrontare il peso di essere allo stesso tempo madri, mogli, figlie, senza alcun cedimento. Queste donne sono schiacciate dalla molteplicità dei pesi, aggravata dalla società dell’ipercontrollo che ci chiede di essere sempre multitasking e performanti. Per tale motivo, temono di non essere adeguate. Hanno “superpoteri”, ma avvertono il peso della responsabilità.

 

Le “schiacciate” sono giunte alla maternità cariche di aspettative melense che lasciavano poco spazio all’ambivalenza e molto al senso di colpa. Anche la menopausa per loro è stato un tabù. Hanno proceduto per prove e errori, correndo per arrivare dappertutto. […] Sono state le prime a crescere dando per scontato il diritto/dovere di lavorare, difendendo le stesse ambizioni e opportunità dei colleghi. Con grande ottimismo, si sono inserite in un contesto lavorativo prettamente maschile, sperimentandosi in tutti gli ambiti, ma ben presto si sono rese conto di non essere così attese, in un mondo immobile da troppi decenni. Da qui scaturisce il senso di stanchezza: premono di meno l’acceleratore della professione, procedono per inerzia, a velocità limitata, forse per il timore di rimanere senza benzina, paradossalmente più in preda alle insicurezze che alla solidità. Dopo una vita vissuta di corsa, ci si può consentire di rallentare e usare l’esperienza accumulata per guardare in modo inedito passato, presente e futuro. Sostenute da una maggiore consapevolezza e un’autostima finalmente ritrovata, possono raggiungere un nuovo equilibrio, con una maggiore centratura su sé stesse. In questa fase della vita, in cui le madri, spesso, si trovano ad affrontare il complesso periodo della menopausa, da alcuni definita come una seconda adolescenza proprio per il subbuglio ormonale che provoca, la paura di invecchiare porta alla ricerca affannosa di soluzioni per allontanare il declino. Nella nostra società narcisistica, tante donne ricorrono alla chirurgia estetica e a un abbigliamento casual per illudersi di sembrare più giovani, ma bisogna ben comprendere che il tempo non si può fermare, invecchiare è un privilegio e non è soltanto una questione di estetica. La solitudine, in queste fasi di cambiamento psicofisico, può rivelarsi pericolosa facendo scaturire sintomi ansiosi-depressivi. Per tale motivo sostengo sia fondamentale instaurare un legame di sorellanza tra donne che, in tal modo, non si sentono sbagliate né tantomeno le uniche ad affrontare questi momenti di fatica, ma trovano rifugio nel dialogo, nel conforto del confronto. Senza tralasciare l’importanza del sostegno della società, dei compagni di vita, per intraprendere un percorso di rinascita, senza più la paura di perdere pezzi»

Fonte: MInotauro.it

 

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