Docufilm diretto da Giovanni Piscaglia

soggetto di Didi Gnocchi

voce narrante di Mario Cordova.

 

 

 

 

 

ANNUS DOMINI PLACABILIS – UN GIUBILEO PER IL PERDONO DIVINO

 

Roma, anno del Signore 1600.
L’intera città, anzi, l’intero mondo cattolico è in fermento per il Giubileo che papa Clemente VIII ha annunciato poco più di sei mesi prima con un’enciclica dal titolo “Annus Domini Placabilis”. L’istituzione del Giubileo arriva all’indomani di una tremenda inondazione del Tevere che ha lasciato la città in ginocchio, flagellandola come se Dio in persona stesse cercando di estirpare da essa ogni seme di peccato.
Indulgenze, riti, tradizioni, tutto s’intreccia sullo sfondo di un’immane campagna di rimessa a nuovo della città, affinché essa sia degna di ospitare questo grandioso evento e le folle che inevitabilmente accorreranno per parteciparvi.

È in questo contesto che Caravaggio, al secolo Michelangelo Merisi, dopo anni di malumori, trova finalmente un palcoscenico per la propria arte: abbandonate le piccole tele dai soggetti laici, già da qualche tempo si era dedicato a grandi opere religiose, in parte spinto dall’insistenza del cardinale Francesco Maria del Monte, che in occasione del Giubileo lo mise in contatto con Clemente VIII.
Era il momento perfetto: alcuni studiosi sostengono che Caravaggio seguì questa strada per espiare un presunto omicidio da lui commesso in gioventù, parte del motivo per cui aveva lasciato la Lombardia per cercare di sistemarsi in altre zone della Penisola. Contribuire ai fasti del Giubileo, forse, sarebbe stata una sufficiente dimostrazione del pentimento, forse gli avrebbe concesso il perdono per l’orribile crimine commesso che, le biografie del tempo lo rivelano, continuò a perseguitarlo per il resto della sua vita.
Si susseguono le commissioni, ma non terminano i dissapori: fedele, o forse prigioniero, della sua natura di uomo tormentato e dominato da emozioni forti, Caravaggio non ha la minima intenzione di mitigare i toni, nemmeno in campo artistico.

Le sue rappresentazioni sacre sono crude, brutali, le sue figure non sono eteree e distanti, ma umane e imperfette: amate da alcuni, considerate assolutamente impresentabili per altri. Chiaroscuri intensi e dalla consistenza quasi solida danno vita a personaggi nerboruti e giunonici, mentre Caravaggio sperimenta la resa di pose fino ad allora mai osate, non per santi e beati, considerate sconvenienti per la rappresentazione del Figlio di Dio, della sua Vergine Madre e dei suoi accoliti.

 

Alcune opere di Caravaggio vennero rifiutate per questi motivi: in più di un’occasione, addirittura, egli usò come modelli persone incontrate lungo la strada: passanti, mendicanti, persino prostitute (che vennero riconosciute, sebbene non si possa dire altrettanto dell’ipocrisia dei sant’uomini che furono in grado di riconoscere i volti di queste donne di malaffare).
Un rifiuto dopo l’altro, la frustrazione di Caravaggio aumentava: in pochi sembravano in grado di accettare lui e la sua arte per quello che erano. L’uno e l’altra erano appassionati, flamboyant, altalenanti tra luci crude e taglienti e ombre impenetrabili.

 

Non termina l’anno del Giubileo prima che Caravaggio commetta un altro crimine, stavolta un’aggressione che lo portò ad essere incarcerato per qualche tempo.
Uscito di galera, la sua arte sembra riflettere un animo più pacato, forse piegato dalla dura vita da galeotto, ma forse non si trattò di altro che di un vano tentativo di mettere la testa a posto.

Negli anni seguenti, il magistrale chiaroscuro delle sue opere, netto e deciso, rifletté il dualismo di quest’uomo: da un lato fine artista, in grado di rappresentare molteplici soggetti con realismo, profondità e incontestabile magnificenza. Dall’altro, un uomo prono ai reati: aggressione, possesso improprio di armi, ingiurie, e infine una grave aggressione; solo il favore del nuovo papa, Paolo V, concesse a Caravaggio di continuare a frequentare Roma e il suo incalcolabile patrimonio artistico.

 

Poi accadde, ciò che forse aveva sempre covato nel buio fitto abilmente nascosto dalla luce: durante una partita di pallacorda, per futili motivi, Caravaggio uccide un uomo.

È costretto a fuggire, di nuovo, pena la decapitazione; la notizia della grazia, concessagli anni più tardi, lo raggiunge a Napoli e lo spinge a tornare verso Roma, ma non vi giungerà mai: morirà per un’infezione trascurata in un sanatorio, a metà strada verso il perdono.
Mai salvato, ma nemmeno completamente condannato: questo dualismo di Caravaggio è evidente nelle sue opere e, forse, specchio di ciò che cova in ognuno di noi.

 

 

Beatrice Fiorello Dott.ssa Scienze dei Beni Culturali

 

MGF

 

IL NIBBIO
Regia di Alessandro Tonda – Italia, 2025 – 109′
con Claudio Santamaria, Sonia Bergamasco, Anna Ferzetti

 

 

 

 

 

LA VICENDA SGRENA COME UNA SOLIDA E DOVEROSA SPY STORY CHE SI SEGUE CON FACILITA’ E AMAREZZA

4 febbraio 2005. Nicola Calipari, alto dirigente del SISMI, sta partendo per una vacanza con la moglie e i due figli, quando viene richiamato a Roma perché la giornalista de Il Manifesto Giuliana Sgrena è stata rapita a Baghdad, al suo ritorno da una visita ad un campo profughi, da quello che si scoprirà essere un commando sunnita. Per 28 giorni Calipari, soprannominato “il Nibbio”, dovrà fare la spola fra l’Iraq presidiato dall’esercito statunitense e la dirigenza dei Servizi Segreti nel tentativo di ottenere la liberazione di Sgrena.

Il ricordo dell’uccisione del giornalista Enzo Baldoni, avvenuta sempre in Iraq l’anno precedente, è ancora fresco e doloroso, e Calipari farà di tutto per assicurarsi che quella storia non si ripeta, cercando di trattare il rientro di Sgrena senza commettere errori e unendo le forze con il direttore de Il Manifesto, il compagno di Sgrena e alcune alte cariche istituzionali. Ma il destino, e l’incompetenza di certi uomini, non saranno altrettanto attenti e rispettosi nei suoi confronti.
Il Nibbio compie un’operazione doverosa nel ricordare un uomo perbene e un professionista rigoroso, scevro da personalismi e presenzialismi, un po’ come aveva fatto Michele Placido con Giorgio Ambrosoli in Un eroe borghese.
La regia è del quarantenne Alessandro Tonda, che sa gestire bene le scene d’azione all’interno di un immaginario cinematografico global (il suo esordio al lungometraggio, The Shift, era girato in Belgio e interpretato da un cast internazionale). Tonda mette in scena la vicenda Sgrena come una spy story, virando in toni grigi e seppia e dirigendo gli attori come il cast di un thriller mitteleuropeo. La sceneggiatura di Sandro Petraglia, scritta “a mestiere” su un soggetto suo e di Davide Cosco e Lorenzo Bagnatori, scansa il melodramma e punta alla caratterizzazione di Calipari come un uomo di famiglia e di coscienza, evitando ogni superomismo.

Il risultato è un racconto solido che si segue con facilità, anche se con amarezza, ben sostenuto dalle interpretazioni di Claudio Santamaria nei panni del Nibbio e di Sonia Bergamasco in quelli sgomenti di Giuliana Sgrena. Nota di merito per Anna Ferzetti nel ruolo della moglie di Calipari e soprattutto per Beatrice De Mei che interpreta con naturalezza la figlia 18enne, polemica e affettuosa al punto giusto. I cattivi, in questa rappresentazione, sono gli americani, dei quali si sottolineano l’arroganza e l’inettitudine, e il capo della Croce Rossa, intento a disturbare maldestramente (e dannosamente) la camminata sulle uova di Calipari. Quel che avrebbe potuto elevare maggiormente Il Nibbio è un maggiore spessore storico-politico: il film ha perso (intenzionalmente) l’opportunità di rendere questa storia non solo un action movie ma anche una metafora del mondo in cui viviamo e delle tensioni che lo attraversano: mancano ad esempio tutte le polemiche suscitate all’epoca sia dalla presenza di Sgrena in Iraq che dal pagamento del riscatto, così come manca la volontà di approfondire i rapporti di forza fra tutti gli attori in gioco. Tuttavia, la figura di Calipari emerge come un baluardo di buon senso e intelligenza diplomatica, un uomo la cui parola, credibilità e coerenza sono state moneta preziosa nel corso di rapporti delicati e trattative spinose, e altruistica garanzia di protezione per la giornalista rapita. Il ricordarci che esistono figure istituzionali di questa caratura, in un momento in cui latitano gravemente, è un merito indiscutibile del film.

Paola Casella – Mymovies
Tematiche: spionaggio, servizi segreti, sacrificio, eroismo, conflitti etici e politici, umanità, giustizia, memoria


Il Nibbio parte dall’oggettività dei fatti per raccontare i profili di due eroi votati alla verità e alla giustizia. Cronaca del reale, spy-story all’italiana, Il nibbio pone l’attenzione sull’umanità, sulla riconoscibilità e sull’ispirazione, risultando visione importante per alimentare una memoria troppo ristretta. Convincono i protagonisti, Claudio Santamaria e Sonia Bergamasco.


Commuove questo ritratto sincero, non retorico e artefatto, e tridimensionale dell’uomo.
Un ritratto che rende giustizia al suo ruolo storico di portatore di una precisa visione valoriale e strategica, in anticipo sui tempi. Di tempo ne è passato parecchio, ma ad oggi ancora “le spiegazioni sulla sua morte non sono esaurienti”, per usare le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Citando quelle del film ovvero nei titoli di coda: l’omicidio di Nicola Calipari è rimasto senza colpevoli. Cambia la forma, ma la sostanza purtroppo è sempre la stessa e fa molto male.


Il Nibbio riporta la figura di un uomo che abbiamo perso per il senso che dava al proprio mestiere. E, soprattutto, all’importanza che dava alla vita e alla sua custodia, anche e soprattutto degli altri.

Recensioni
3,5/5 MYmovies
4/5 Ciak Magazine
3/5 Movieplayer

 

 

Nicola Calipari era nato a Reggio Calabria il 23 giugno 1953 e fu educato negli scout, entrando a far parte del reparto “Aspromonte” del gruppo Reggio Calabria 1 dell’AGESCI. Conseguì la laurea in giurisprudenza presso l’Università di Messina. Si arruolò in Polizia nel 1979, diventando funzionario e prestando servizio a Genova, Cosenza e Roma, ricoprendo ruoli di responsabilità, tra cui quello di commissario e dirigente della Squadra Volanti.
Dopo oltre 20 anni di servizio in Polizia entra al Servizio per le informazioni e la sicurezza militare (SISMI) nell’agosto 2002. Successivamente diviene Capo dipartimento della 2ª Divisione “Ricerca e Spionaggio all’Estero”, nell’ambito operativo per le operazioni estere del Servizio d’intelligence e viene assegnato alle operazioni in corso in Iraq.

 

L’agguato in Iraq e la morte
La sera del 4 marzo 2005 una Toyota Corolla dei servizi segreti italiani con a bordo la giornalista Giuliana Sgrena, l’autista Andrea Carpani e Nicola Calipari, giunta nei pressi dell’aeroporto di Baghdad, transita sulla Route Irish in direzione di un posto di blocco statunitense. La giornalista è stata appena rilasciata dai rapitori, a conclusione di una lunga trattativa condotta da Calipari che aveva comunicato telefonicamente agli uffici del governo di Roma il felice esito dell’operazione, informando anche l’ambasciata. La Route Irish è presidiata a causa delle frequenti azioni ostili nella zona (135 da novembre a marzo, per la maggior parte fra le 19 e le 21, ora in cui transitava l’auto del SISMI), e anche per il previsto passaggio dell’allora ambasciatore statunitense in Iraq John Negroponte.

 

 

Approssimandosi alla zona vigilata, il veicolo è oggetto di numerosi colpi d’arma da fuoco; Calipari si protende per fare scudo col suo corpo alla giornalista e rimane ucciso da una pallottola alla testa. Anche la giornalista e l’autista del mezzo rimangono feriti. A sparare è Mario Lozano (New York, Bronx, 1969), addetto alla mitragliatrice al posto di blocco, appartenente alla 42ª divisione della New York Army National Guard. Altri soldati sono stati sospettati di aver partecipato alla sparatoria.
Sono state prodotte due versioni dell’accaduto, una italiana ed una americana, fra loro contrastanti in molti punti.

 

Versione italiana

Dei sopravvissuti all’episodio le testimonianze sono principalmente quelle di Giuliana Sgrena, giacché l’autista, anch’egli appartenente al SISMI, non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche, sebbene abbia riferito dell’accaduto per via gerarchica. Tuttavia, in Diario di una spia a Baghdad, un agente del SISMI (nome in codice Invisible Dog) presente nella capitale irachena ha raccolto e pubblicato la testimonianza dell’agente Corsaro, nome in codice usato da Andrea Carpani durante l’operazione.
Come riferito da autorità governative, Giuliana Sgrena ha sostenuto di aver visto, dopo una curva, una luce accecante che li avrebbe fatti rallentare fino ad una velocità massima di circa 50 km/h e poi di aver udito subito dopo l’esplosione di numerosi colpi d’arma da fuoco: diverse centinaia, secondo la giornalista, protrattisi per 10-15 secondi a dire dell’autista.
Giuliana Sgrena ha aggiunto che non si trattava di un posto di blocco e che la pattuglia dei soldati americani non aveva fatto alcun segnale per identificarsi o per intimare l’alt, come era invece regolarmente accaduto negli altri posti di controllo precedentemente attraversati, iniziando decisamente a sparare contro la loro automobile. La giornalista dichiarò inoltre che i sequestratori, poco prima della liberazione, le avevano detto che gli statunitensi non volevano che tornasse viva in patria.

 

Versione statunitense
Secondo il governo statunitense, la cui versione è stata diffusa il 1º maggio 2005, l’auto viaggiava ad una velocità prossima ai 100 km/h. I militari del check-point 541 avrebbero seguito la cosiddetta procedura delle quattro S: Shout” (grida), “Show” (mostra), “Shove” (allontana), e “Shoot” (spara). Nel corso della sparatoria, alcuni dei proiettili sarebbero stati accidentalmente deviati ed uno avrebbe centrato alla testa Calipari, protesosi in avanti per proteggere con il suo corpo la giornalista. I funzionari statunitensi hanno inoltre asserito che nessuno era a conoscenza dell’operazione condotta dal SISMI, né dell’identità delle persone a bordo di quell’auto, regolarmente presa a nolo all’aeroporto di Baghdad.Il rapporto americano era inizialmente uscito con numerose censure, per circa un terzo dell’elaborato, che mascheravano sotto strisce nere i nomi dei soldati implicati ed altri dettagli; pubblicato ufficialmente su Internet in formato PDF, il documento fu decifrato in pochi istanti tramite copia-incolla.L’inchiesta effettuata dai militari statunitensi ha concluso che la sparatoria avvenuta il 4 marzo 2005 al posto di blocco presso l’aeroporto di Baghdad è stata «un tragico incidente».

Riconoscimenti e onorificenze a Nicola Calipari:
Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.
Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Il sacrificio di Nicola Calipari è stato riconosciuto e ricordato per il suo coraggio, il suo senso del dovere e la sua dedizione al servizio del paese.

 

MGF

 

 

 

LA VITA DA GRANDI
Regia di Greta Scarano – Italia, 2025 – 96′
con Matilda De Angelis, Yuri Tuci, Maria Amelia Monti

 

 

 

 

 

IL DEBUTTO ALLA REGIA DI SCARANO E’ UNA COMMEDIA LIEVE E INCLUSIVA, PIENA DI CUORE E IRONIA

L’opera prima è sempre una scommessa.
Greta Scarano fa subito centro, anzi va dritto al cuore con “La vita da grandi”. L’attrice romana, classe 1986, dopo due decenni di attività tra cinema e serie Tv – tra i suoi lavori “Suburra” (2015), “Smetto quando voglio” (2017), “La linea verticale” (2018) e “Il commissario Montalbano. Il metodo Catalanotti” (2021) –, si è preparata al debutto nella regia con un copione che unisce cinema sociale e commedia familiare. “La vita da grandi” prende le mosse da una storia vera, quella dei fratelli Margherita e Damiano Tercon, che hanno messo in racconto pubblicamente il loro legame comprese le sfide poste dall’autismo di Damino e le responsabilità di Margherita come ‘sibling’ (sorella/fratello di persona con disabilità). A interpretarli sullo schermo con grande vivacità e trasporto sono la brava Matilda De Angelis e l’esordiente Yuri Tuci (favoloso!). Nel cast anche Maria Amelia Monti, Paolo Hendel, Adriano Pantaleo e Ariella Reggio.
La storia. Roma oggi, Irene è una giovane donna sulla trentina che lavora nel campo della comunicazione e delle risorse rinnovabili. Ha una vita apparentemente serena, tra lavoro e il progetto di una casa con il fidanzato Ugo. Un giorno la madre Piera le chiede di tornare a Rimini per occuparsi temporaneamente del fratello quarantenne Omar.
La donna deve fare degli accertamenti medici e non vuole lasciare solo il figlio. Omar è autistico e la madre ha avuto sempre paura che potesse non essere pienamente indipendente.
I due fratelli si ritrovano così a passare del tempo insieme, riannodando i fili del passato e provando anche a costruire un nuovo rapporto.
Attraverso la storia di Irene e Omar la Scarano offre un importante sguardo sulla condizione di numerose famiglie, che affrontano la disabilità di un loro componente, passando in rassegna i vari pensieri, sentimenti ed emozioni in campo.
La Scarano si tiene ben lontana da inutili stereotipi o macchiette comico-pietistiche. Usa la commedia gentile per raccontare la realtà, il quotidiano familiare, in tutte le sfaccettature: alterna con disinvoltura la prospettiva dei due fratelli, cerando di fare emergere punti di vista ed esigente di entrambi.
Da un lato, c’è Omar che è consapevole della sua condizione, ma non accetta di vivere una vita in sottrazione; vuole lavorare, essere libero di uscire, di cantare e sì anche di potersi innamorare. Il suo autismo esiste, ma non deve essere una barriera che separa dagli altri, dalla vita. Omar desidera un’esistenza piena, come ogni adulto.
Dall’altro lato c’è Irene, che disattende puntualmente le richieste della madre Piera che la vorrebbe più disciplinata nell’occuparsi del fratello, più organizzata davanti alla prospettiva sul “dopo di noi”, quando lei e il padre non ci saranno più. Irene invece è infastidita da tutta questa “soffocante” protezione nei confronti del fratello, che vorrebbe vedere più libero, più felice, in grado di “sporcarsi” anche lui con la vita, di inciampare in errori e comunque andare avanti. Come tutti.
Nell’insieme il film è un affresco familiare dove trovano posto un po’ tutti i ruoli ancorati alla realtà: al di là dei due fratelli in primo piano ci sono due genitori apprensivi, che portano sul volto i segni di un’esistenza spesa per non far mancare nulla in casa, soprattutto a Omar; e ancora la nonna e la zia, generatrici di ironia e leggerezza, quella di un’età dove si è meno propensi a seguire pedissequamente le regole, cercando scampoli di giocosa libertà.
“La vita da grandi” è una commedia riuscita e coinvolgente che si muove con grazia su un tema delicato, tra colpi di ironia e sguardi attenti, rispettosi. Un film splendido, arioso, che conquista per profondità e insieme leggerezza.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amicizia, Arte, Disabilità, Donna, Famiglia, Famiglia – fratelli sorelle, Famiglia – genitori figli,
Lavoro, Libertà, Mass-media, Media, Metafore del nostro tempo, Musica


 

La vita da grandi è tante cose: un film sull’autismo, raccontato con autenticità, rispetto e ironia e senza forzature – perché Omar non è un genio e non risponde ai cliché a cui il cinema ci ha abituati -, un doppio racconto di crescita fatto di paure e speranze, una riflessione sul terrore del fallimento e sulla necessità di iniziare a pensare che essere felici – o almeno provarci – è più importante che “sistemarsi”. E forse è per questo che risuona potente in chi guarda. Perché quello che mette in scena abbraccia tutti.


Come trasformare i ricordi del passato condivisi in propulsione per un futuro più di speranze che di paure? La vita da grandi cerca di raccontarcelo con un garbo molto sincero, un rispetto dei personaggi assoluto, tanto che li abbracceresti, ma assestando anche qualche sacrosanto calcio nel sedere nei momenti giusti


Scarano firma una commedia garbata che parla di sogni, legami familiari, inclusione, ma anche chiassose cene familiari davanti al televisore, tra racconti, incomprensioni e recriminazioni (spicca la performance di Maria Amelia Monti, nel ruolo della madre legittimamente apprensiva).


Recensioni
3,6/5 MYmovies
4/5 Movieplayer
3,7/5 Sentieri Selvaggi

 

I SIBLINGS: FRATELLI E SORELLE DI CUI NON SI PARLA ABBASTANZA

Il termine siblings appartiene alla lingua inglese, possiamo tradurlo come “fratello” o “sorella”.
Tuttavia, nella lingua italiana, quando ci riferiamo alla parola “siblings”, stiamo parlando dei fratelli e delle sorelle di persone che necessitano di assistenza a causa di neurodiversità e/o disabilità.
Questi siblings si trovano ad affrontare una serie di esperienze e sfide uniche dovute alla loro situazione familiare, che possono includere la responsabilità di fornire assistenza, la gestione delle proprie emozioni legate alla situazione del fratello o della sorella, nonché la navigazione attraverso il complesso sistema di supporto e servizi disponibili.
Spesso, essi giocano un ruolo cruciale nel fornire sostegno e assistenza al proprio familiare con bisogni speciali, assumendo un carico emotivo e pratico significativo. Le loro esperienze sono profondamente influenzate dalla dinamica familiare e dalla relazione con il fratello o la sorella neurodiverso/a o disabile, il che può avere un impatto notevole sul loro sviluppo personale e sulle relazioni interpersonali. Premesso che la gamma di neurodiversità e disabilità è vasta e variegata, molte persone che vivono queste esperienze si confrontano con sfide significative, insieme alle loro famiglie. Sebbene il rapporto genitori-figli sia un aspetto naturale e atteso, per i fratelli e le sorelle non è scontato dover assumersi la responsabilità della vita di una persona cara, soprattutto quando i genitori non saranno più presenti.
Questa responsabilità aggiuntiva, può presentare un carico emotivo e pratico considerevole per i siblings, che potrebbero dover affrontare decisioni cruciali riguardanti i problemi familiari, la cura e il sostegno del fratello o della sorella neurodiverso/a o disabile.
I siblings possono trovarsi a bilanciare le loro esigenze personali e aspirazioni con il bisogno di assistere e prendersi cura del loro familiare, creando così una complessa rete di responsabilità e dinamiche familiari. Inoltre, possono sperimentare sentimenti di preoccupazione, ansia, colpa o frustrazione nel navigare questo ruolo in evoluzione, specialmente quando si confrontano con limitazioni delle risorse o mancanza di supporto esterno.
Tuttavia, nonostante le sfide, i siblings spesso si dimostrano incredibilmente resilienti e dedicati nel loro impegno a sostenere i loro cari. La loro relazione con il fratello o la sorella neurodiverso/a o disabile può svilupparsi in un legame profondo e significativo, basato sull’amore, la comprensione reciproca e l’empatia. I siblings spesso hanno più empatia rispetto ai coetanei e alle coetanee, più senso di responsabilità, maggiore profondità di pensiero, di resilienza, di sensibilità, di solidarietà, di capacità di insegnamento e di vicinanza, e un tasso inferiore di conflitto e rivalità.
Nonostante ciò molti di questi fratelli/sorelle percepiscono e crescono con l’idea di avere un avvenire segnato dalle aspettative genitoriali, poiché sono destinati a diventare caregiver dei loro fratelli e vivono il futuro con preoccupazione e ansia: è importante intercettare precocemente nei siblings forme di disagio e/o vulnerabilità.
Gli studi scientifici sui siblings sono stati trascurati per molti anni, ma nell’ultimo periodo ci si sta concentrando anche sul loro ruolo. Il benessere psicologico del sibling, la percezione della qualità della sua vita relazionale, la presenza di una rete di supporto a cui fare affidamento, sono tutti elementi di cui è importante tener conto. Tramite la terapia familiare, i siblings possono sentirsi supportati nel condividere le loro esperienze e trovare modi costruttivi per affrontare le sfide che incontrano, rafforzando così il legame familiare e promuovendo il benessere di tutti i membri della famiglia.
Questa è una delle ragioni per cui esiste la “Giornata dei fratelli e delle sorelle” o “Siblings day” (10 aprile): non solo bisogna riconoscere il loro ruolo sostenendo la loro salute mentale, ma anche l’importanza che giocano nel benessere di tutta la famiglia.

Fonte: Serenis.it

 

MGF

 

 

 

 

 

LA VITA ACCANTO
Regia di Marco Tullio Giordana
con Sonia Bergamasco, Paolo Pierobon, Valentina Bellè

 

 

 

LA VITA ACCANTO – IL SEGRETO E’ UNA MACCHIA

Volto di donna. Gli echi lontanissimi possono partire da Gustaf Molander (Senza volto) e The Woman’s Face di George Cukor del 1941. I primi piani sulla protagonista in La vita accanto, ispirato al romanzo di Mariapia Veladiano che ha vinto il Premio Calvino, rivelano e nascondono, proprio come nel caso di una giovanissima Ingrid Bergman nel primo film e di Joan Crawford deturpata e contagiata dal Male nel secondo. Il dolore, nel nuovo film di Marco Tullio Giordana, non è però nel corpo di Rebecca. O, almeno, non soltanto. Contagia invece una famiglia bene vicentina in cui ogni respiro vitale si interrompe. Tutto diventa fermo, immobile. Così, proprio nel modo in cui gli interni familiari potrebbero essere attraversati da spettri, si sente la mano di Marco Bellocchio, co-sceneggiatore assieme a Gloria Malatesta e il regista.
Tutto comincia nel 1980 quando nasce Rebecca. La madre Maria (Valentina Bellè) è su di giri e condivide la sua gioia con il marito Osvaldo (Paolo Pierobon) ed Erminia (Sonia Bergamasco), la sorella gemella di lui che è anche pianista di successo. Ma dopo il parto, la famiglia nota che la bambina ha qualcosa di strano; sulla sua faccia infatti c’è una voglia rossastra che la copre per metà. Da quel momento, piomba nello sconforto. Maria cade in depressione e rifiuta le sue responabilità come madre. Osvaldo è come impotente. Solo Erminia si accorge che Rebecca ha talento come pianista. Così la protagonista vede nella musica la possibilità per un riscatto personale.
Dedicato a Chantal Akerman, La vita accanto fa convivere l’accurata ambientazione dei luoghi e dei personaggi con un impulso contagioso in cui il cinema di Giordana sembra essersi improvvisamente ringiovanito. Ed è proprio nell’omaggio alla grande cineasta francese scomparsa nel 2015 che il film cattura i gesti, le vie di fuga, il legame ombelicale ma anche di aperto contrasto con i luoghi. Ci sono scatti di rabbia (Maria che non sopporta il suono degli esercizi della figlia al piano, il litigio di Rebecca con il padre quasi risvegliato da quel sonno profondo in cui è piombato dalla sua nascita) che si alternano con il silenzio e il vuoto, ma anche tanti, possibili, ritorni alla vita. Così è proprio dalla casa che riemergono i segni del passato (il diario e i disegni di Maria, fatti a mano da Bellocchio ), ed è nello stretto rapporto tra memoria e identità – che è tra i temi ricorrenti del cinema di Giordana – che Rebecca (portata sullo schermo da Sara Ciocca da ragazzina e da Beatrice Barison che sorprende per l’intensità che regala a un personaggio difficile) riesce a uscire da un isolamento che non è soltanto suo ma è come se appartenesse solo a lei.
Malgrado qualche distorsione eccessiva come nella seduzione e inganno da parte di un coetaneo studente di musica di Rebecca o il modo in cui viene mostrata l’aggressione nel sonno da parte della madre della protagonista, sono le derive fantasy/horror che portano il cinema di Giordana verso territori nuovi, riconoscibili ma anche inesplorati, in cui risulta decisamente felice il suo incontro con Bellocchio. Gli sguardi dalla finestra, il rumore del tuffo nel fiume. Sono percezioni, oppure già oscuri presentimenti. Gli stessi della famiglia di Lucilla, amica di Beatrice. Nelle scene in cui si trovano insieme quando sono bambine potrebbero esserci – forse è pura allucinazione – delle strane corrispondenze con i biopic sulle star del rock. Sono i tanti strati di un film che rincorre ancora il tempo perduto, anche attraverso il dramma. Non c’è più Giordana solido narratore. Stavolta c’è qualcosa di più inafferrabile, forse anche confuso. Il titolo stesso, La vita accanto, fa presagire qualcosa di misterioso per il suo essere incompleto e suscitando varie domande: accanto a chi? Dove?

Simone Emiliani – Sentieri Selvaggi


L’eleganza della messa in scena è memore della perizia di un regista che ha fatto la Storia del nostro Cinema contemporaneo e pur risultando a tratti ieratico nell’incedere della narrazione, lascia lo spazio ai suoi attori per esprimere il grande talento apportato da ognuno di loro.


In La vita accanto Marco Tullio Giordana ambienta una torbida vicenda familiare nello splendido scenario di una città d’arte, Vicenza, ingaggiando la maestosa bellezza delle architetture palladiane per fare da contrappunto alle miserie, alle fragilità e alle paure umane rappresentate.


Recensioni
3,7/5 Sentieri Selvaggi
3,5/5 Cineforum
6,5/10 IMDb

 

LA NOSTRA OSPITE: MARIAPIA VELADIANO

Mariapia Veladiano è nata a Vicenza. Laureata in Filosofia e Teologia, ha felicemente insegnato lettere per più di vent’anni ed è stata preside a Rovereto e Vicenza. Collabora con “Repubblica” e con la rivista “Il Regno”.
La vita accanto, pubblicato con Einaudi Stile Libero, è il suo primo romanzo, vincitore del Premio Calvino 2010, e secondo al Premio Strega 2011.
Nel 2012 ha pubblicato, con Einaudi Stile Libero, Il tempo è un dio breve. Nel 2013 è uscito un piccolo giallo per ragazzi, Messaggi da lontano, con Rizzoli. E, ancora con Einaudi Stile Libero, Ma come tu resisti, vita, una raccolta di minuscole riflessioni sui sentimenti e le azioni.
Nel 2014 ha pubblicato Parole di scuola, edizioni Erickson. Liberissime riflessioni sulla scuola.
Nel 2016 Una storia quasi perfetta, Guanda editore. Nel 2017, LEI, Guanda editore. Adesso che sei qui, Guanda editore, è uscito nel gennaio del 2021 e ha vinto il Premio Flaiano. Quel che ci tiene vivi viene pubblicato nel 2023. Il nuovo romanzo, Dio della povere, è in libreria il 16 settembre 2025.

“L’adolescenza sorprese a tradimento la mia vita e la schiantò con la furia indifferente e sciatta di un uragano, senza che nessuno se ne accorgesse. Avevo già perso Lucilla allora, o almeno lo credevo, e anche la maestra Albertina, che aveva lasciato il posto a una schiera di professori cinerini dalla voce secca come un frustino, che chiamavano gli studenti per cognome confondendoli come i pedoni degli scacchi e come i pedoni li spostavano qua e là per la classe ogni volta che nasceva un brusio ritenuto sedizioso”. [da La vita accanto]

 

«Eccezione luminosa, in tanto frastuono di tetro splendore femminile, una bambina brutta, molto brutta, quasi deforme, esiste; è portatrice di una diversa, invisibile, profonda bellezza, ed è una invenzione letteraria, la protagonista di La vita accanto, il bel romanzo d’esordio, Premio Calvino 2010, di Mariapia Veladiano».
Natalia Aspesi, «la Repubblica»

«Questa è un’opera matura, sapiente, memorabile per la sagacia che ostenta nel trovare uno sbocco coerente a tante biografie intrecciate, e per l’altezza che attinge nel narrare la catastrofe, la tragedia e il miracolo. Ma il libro non è la storia di una donna brutta che diventa bella. Bensì di una donna che, dal mondo dove tutti, compresa lei, la sentono come brutta, si costruisce un mondo su misura, dove tutto viene ricalibrato. Perfino la coppia. Perfino la maternità».
Ferdinando Camon, «ttL»

«Il romanzo brilla per uno stile elegante, capace di precipitare il lettore in una storia
al tempo stesso surreale e plausibile».
Lara Crinò, «il Venerdì di Repubblica»

 

Il suo sito personale:

https://www.mariapiaveladiano.it/

 

MGF

 

 

 

 

 

BLACK BAG – DOPPIO GIOCO
Regia di Steven Soderbergh – USA, 2025 – 93′
con Cate Blanchett, Michael Fassbender, Marisa Abela

 

 

 

 

 

SODERBERGH IN GRAN FORMA, IN UN FILM ILLUMINATO DA MICHAEL FASSBENDER E CATE BLANCHETT

Londra. L’agente segreto George Woodhouse deve svolgere una delicata missione; il suo superiore Meacham gli ha dato infatti una settimana di tempo per indagare sulla fuga di notizie di un software top-secret dal nome in codice Severus. Tra i cinque agenti del SIS sospettati, c’è anche sua moglie Kathryn. Così, per smascherare il traditore, invita gli altri quattro a cena a casa sua: Clarissa, specialista in immagini satellitari, il suo compagno e superiore Freddie, la psichiatra dell’agenzia Joe e il suo fidanzato James, anche lui agente segreto. Droga poi il cibo per abbassare le loro inibizioni. Quella stessa sera Meacham muore per un attacco cardiaco e i sospetti di George su sua moglie aumentano quando trova un biglietto del cinema nella spazzatura. Ma Kathryn è colpevole o la posta in gioco è ancora più alta? L’uomo si trova così diviso tra l’amore per lei e il dovere nei confronti del proprio paese.
Intrigo a Londra. L’ambientazione si sposta rispetto al film che Steven Soderbergh ha diretto nel 2006 con George Clooney come protagonista. Dalla Berlino degli anni ’40 si passa alla Londra contemporanea.
Nulla è come sembra. Soderbergh mette in atto quel ‘gioco di maschere’ che spesso attraversa il suo cinema e dove i protagonisti sembrano già pronti per la finzione dello schermo, per essere altri personaggi.
Il dettaglio del biglietto del cinema nella borsa di Kathryn non solo è rivelatore ma il titolo, Dark Windows, potrebbe essere quello alternativo a Black Bag, proprio perché nasconde quelle tracce di oscurità proprie della spy-story a cui fa da contrasto quella luce persistente, sui primi piani di Michael Fassbender e Cate Blanchett che diventano figure luminose, forse la reincarnazione di quelle hitchcockiane di Cary Grant e Grace Kelly che illuminano lo schermo ogni volta che vengono inquadrati e fanno percepire sempre le tracce della loro presenza, anche nel fuori-campo: “Io osservo lei e lei osserva me”.
È uno dei meccanismi classici del cinema di spionaggio, dove non ci sono mai risposte, ma aumentano invece i dubbi e le possibili, molteplici, piste narrative. In più il gioco psicologico che George propone durante la cena, con i propositi per la persona accanto, mette in atto un altro elemento sempre funzionale e seducente del suo cinema: quello di far mettere i personaggi nei panni dell’altro, di avvertirne i pensieri, anticiparne le azioni, leggerne la mente.
Rispetto alla saga di 007, il cineasta statunitense depura ogni possibile traccia letteraria. In Black Bag – Doppio gioco, non c’è Ian Fleming, e i fitti dialoghi della sceneggiatura di David Koepp diventano l’ulteriore sfida per il regista di mostrarli come doppi, depistanti, di coglierne la crescente tensione, di sottolinearne la natura di ‘bugie vere’, di renderli anche ironici. Ma quello che riesce benissimo a Soderbergh, ancora una volta, è quello di trovare il perfetto equilibrio tra il cinema d’autore e quello d’intrattenimento.
C’è un’eleganza che non è mai forma. I colpi improvvisi (il coltello da bistecca sulla mano di Freddie), sembrano come dei gesti improvvisi in un meccanismo narrativo collaudatissimo, ma che mostra come il cinema di Soderbergh può aprirsi a improvvise sorprese. Anche Black Bag – Doppio gioco, è un film che insegue la luce. Quella delle candele dei bicchieri a tavola sembrano arrivare da lì. Sotto questo aspetto oggi il regista è l’unico, nel panorama statunitense, che può riprendere la lezione di Roger Corman dove in un film c’è parte che resta di quello (o di quelli) precedenti con momenti di grande e puro cinema, come il piano-sequenza iniziale con l’entrata di George dentro il locale.

Simone Emiliani – Mymovies

Tematiche: spionaggio, tradimento e lealtà, Matrimonio – coppia, Potere e controllo, Verità e menzogne, Identità e ruolo


Black Bag è un film di spionaggio che in realtà parla della coppia contemporanea, stretta nella morsa lavoro/privacy. Fassbender & Blanchett devono trovare una via d’uscita nel groviglio di indizi e menzogne che possa salvare il Paese, ma soprattutto il loro matrimonio. Perché in Black Bag la vita di coppia diventa l’unico “mondo” rimasto da preservare.


“Black Bag – Doppio gioco” è prima di tutto un film di divertimento, in cui ci si appassiona agli incastri millimetrici della trama – la risoluzione finale è impeccabile, cosa rarissima in un film di spionaggio – e alle interpretazioni eccellenti di Blanchett e Fassbender.
Un gioco intellettuale, di vera eleganza.


Una spy-story classica con tracce di Hitchcock e 007, elegante e seducente, dove nulla è quello che sembra. Il perfetto equilibrio tra il cinema d’autore e quello d’intrattenimento.


Recensioni
3,7/5 MYmovies
4/5 ComingSoon
4/5 Sentieri Selvaggi

LO SPIONAGGIO OLTRE LA FINZIONE

 

Al di là del campo di battaglia, la strategia e l’intelligence svolgono un ruolo vitale in qualsiasi conflitto. Nella trama della storia, lo spionaggio ha svolto un ruolo di primo piano in più occasioni, cambiando talvolta drasticamente il corso degli eventi. Anche se spesso associamo lo spionaggio alle trame di film o romanzi, la realtà è che è molto presente nel nostro mondo.

Sapete che esistono varie tipologie di spie?
Le spie interne sono individui che fanno parte dell’organizzazione o del governo nemico. La loro posizione consente loro di avere accesso a informazioni altamente sensibili e riservate.
Le spie di turno sono nemici catturati che sono stati persuasi a lavorare per conto di coloro che li hanno catturati. Questi tipi di spie possono essere incredibilmente preziosi grazie al loro accesso e alla conoscenza interna del nemico.
Le spie di sopravvivenza sono agenti inviati in territorio nemico allo scopo di raccogliere informazioni. Il loro nome deriva dal fatto che devono sopravvivere in territorio nemico per lunghi periodi di tempo.
Le spie della morte sono coloro che raccolgono informazioni sapendo che, una volta scoperte, il loro destino sarà quasi certamente la morte. Sono agenti che si infiltrano nelle file nemiche per diffondere disinformazione, seminare discordia e operazioni di sabotaggio.

 

Nella lunga storia dello spionaggio, alcune figure si distinguono per il loro coraggio, intraprendenza e contributo all’arte dell’inganno.
Mata Hari, il cui vero nome era Margaretha Geertruida Zelle, era una famosa ballerina e cortigiana esotica dell’inizio del XX secolo. Il suo fascino e il suo talento per la seduzione l’hanno portata in un mondo di intrighi internazionali durante la prima guerra mondiale. Lavorando per la Germania come spia, Hari divenne una figura misteriosa . Fu arrestata dai francesi nel 1917, condannata per spionaggio e giustiziata.

 

Harold Adrian Russell “Kim” Philby è una delle spie più famose della Guerra Fredda. Membro del famigerato gruppo di spionaggio noto come “Cambridge Five”, Philby ha lavorato per l’MI6 britannico mentre agiva come doppio agente per l’Unione Sovietica. Per decenni, Philby ha passato informazioni cruciali al KGB, inclusi dettagli sulla strategia della NATO e sulle operazioni di intelligence occidentali. Il suo tradimento fu finalmente scoperto nel 1963, ma riuscì a fuggire a Mosca prima di essere arrestato.

 

Aldrich Ames, un ex ufficiale della CIA, è una delle spie più famose della storia americana. Dalla sua posizione con la CIA, Ames ha spiato per l’Unione Sovietica per quasi un decennio prima di essere scoperto nel 1994. Durante questo periodo, Ames ha compromesso una serie di operazioni di intelligence della CIA e ha rivelato l’identità di varie fonti di intelligence statunitensi, molti dei quali furono successivamente giustiziati. Ames è stato condannato all’ergastolo nel 1994 e si trova tuttora in carcere.

 

Julius ed Ethel Rosenberg erano una coppia americana condannata e giustiziata nel 1953 per spionaggio per conto dell’Unione Sovietica. I Rosenberg furono accusati di aver passato informazioni sulla bomba atomica ai sovietici durante la seconda guerra mondiale, in uno dei casi più controversi della guerra fredda. Furono giustiziati sulla sedia elettrica, diventando gli unici cittadini statunitensi ad essere stati giustiziati per spionaggio durante la pace.

 

 

Sidney Reilly, a volte chiamato “la migliore delle spie”, era un agente segreto britannico nato in Russia che operava all’inizio del XX secolo. La sua vita è avvolta nel mistero e nella leggenda, con storie del suo coraggio e astuzia che rivaleggiano con qualsiasi fiction di spionaggio. Si ritiene che Reilly abbia svolto un ruolo cruciale in diversi importanti eventi geopolitici, inclusa la caduta dello zar russo Nicola II. La sua vita e le sue imprese hanno ispirato numerose opere di narrativa, tra cui Ian Fleming per il suo personaggio di James Bond.

Fonte: Espiamos.com

 

 

MGF