LE CITTA’ DI PIANURA
Drammatico
Regia di Francesco Sossai – Italia, Germania, 2025 – 100′
con Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla

 

 

 

 

UN ROAD MOVIE CHE RIESCE A RACCONTARE UN’ITALIA VERA CON UNA SUA ENERGIA LENTA E SUL FINALE COMMOVENTE

Cosa fare in Veneto quando sei morto? La parafrasi del titolo di un film americano della metà degli anni Novanta (“Cosa fare a Denver quando sei morto” di Gary Fleder) è evocativo del mondo richiamato da “Le città di pianura”, opera seconda di Francesco Sossai, ambientata nel lembo di terra che separa la laguna veneta dalle Dolomiti, quello che fino agli anni Novanta era la locomotiva trainante dell’economia del nord-est italiano e che, dopo la grande crisi economica del 2008, è finita per scomparire dall’immaginario collettivo al punto tale che la scena in cui i protagonisti ne disegnano il reticolo stradale e le città principali su fogli di carta velina diventa una sorta di metafora sul bisogno di certificarne l’esistenza da parte delle persone che lo abitano.
In questa specie di “terra di mezzo” si muovono Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla), due simpatici lestofanti che sembrano capaci di esorcizzare gli smacchi della vita trasformandola in una continua festa etilica di cui a un certo punto entra a far parte anche Giulio (Filippo Scotti), studente napoletano fuori sede alle prese con le sofferenze del primo innamoramento.
“Le città di pianura” costruisce da subito una sintonia tra i personaggi e il territorio: dapprima facendo corrispondere l’anonimato esistenziale dei protagonisti a quello della pianura veneta, ripresi senza un inizio e una fine come peraltro si evince dalla mancanza di riferimenti della sequenza d’apertura nella quale vediamo Carlobianchi e Doriano immersi nel buio della notte dentro l’abitacolo della macchina ferma in mezzo alla strada in attesa di capire il da farsi. In seguito, quando la conoscenza con Giulio si trasforma in amicizia, toglie alle cose e alle persone la vaghezza con cui di solito si guarda alle vite in transito, quelle sfiorate dai personaggi nel corso del loro errante incedere. Il film lo fa ambientando la scena clou all’interno della tomba Brion, il monumento funebre realizzato da Carlo Scarpa che, accogliendo i nostri nell’eccezionalità della sua modernistica architettura (contrapposta alla piatta omogeneità delle case passate in rassegna dal finestrino della macchina) diventa l’emblema di un’identità e di una bellezza nelle quali i tre viaggiatori sembrano trovare temporaneo ristoro mentre guardano con incertezza a ciò che sta fuori (campo), ossia l’insensato progresso che ha ridotto la pianura in un luogo di passaggio.
Nel mettere in scena la sua requisitoria “Le città di pianura” elabora un intelligente percorso di stratificazione visiva fatto di scarti impercettibili e però rivelatori dello stato delle cose, come lo è l’inquadratura delle macchie di vino lasciate sulla tovaglia dai bicchieri in tutto uguali all’incrocio degli anelli presenti nel monumento funebre, sintesi della relazione dialettica tra opposti che rimanda al legame tra culture diverse di cui i tre protagonisti sono espressione. Girato con un’attenzione documentaria che il regista destabilizza con distorsioni sensoriali in grado di mettere sullo stesso piano realtà e immaginazione, passato e presente, “Le città di pianura” dà vita a un’esistenza fantasmatica – di cui anche Giulio a un certo punto entra a far parte, diventando protagonista del racconto che sta ascoltando – dove la malinconia del tempo andato è compensata dalla contagiosa leggerezza che permette ai nostri di continuare a vivere, nonostante tutto.

Carlo Cerofolini – Ondacinema

Tematiche: crisi sociale, disillusione e ricerca di senso, amicizia


Impreziosito dalla colonna sonora di Krano, musicista che lavora sulla contaminazione tra country e musica tradizionale veneta, Le città di pianura è un lavoro di grande interesse e intelligenza, capace di portare alla luce un’umanità destinata a scomparire per sempre e un mood esistenziale che con lei si sta spegnendo, e di alludere così anche alle vicende più vaste che riguardano il nostro Paese.


Quando il film finisce, con i protagonisti che mangiano un gelato sotto le montagne e che finalmente hanno ritrovato, nella memoria, il “segreto del mondo” a cui avevano pensato giorni prima, la sensazione è quella di una malinconia soffusa, velata da una gioia del cuore per questa storia semplice.


Il film di Sossai sembra un “indie” americano anni Settanta, ma gli ambienti sono profondamente italiani, così come sono riconoscibilmente reali i due protagonisti che appartengono non al loro “territorio”, ma proprio alla loro terra – quella “parola che nessuno usa più”.

 

Recensioni
3,4/5 MyMovies
3/5 Cineforum.it
4/5 ComingSoon

LA CRISI FINANZIARIA DEL 2008 NELLA CINEMATOGRAFIA

Nonostante sia l’industria di cinema più grande del mondo e nonostante sia specializzata in grandi film di carattere fantastico, storie impossibili, effetti speciali e racconti fantastici, Hollywood è uno dei sistemi di produzione più reattivi nei confronti dell’attualità.

TRA LE NUVOLE (2009)
George Clooney è un tagliatore di teste, di lavoro si reca nelle società e licenzia le persone per conto dei capi. Nel film le molte persone a cui fa il letale discorso, quello che lui è bravo a recitare perché è il suo lavoro, non sono attori, sono vere persone che hanno perso il lavoro in quella medesima maniera, congedati da uno sconosciuto per conto della società per cui lavoravano. Era passato un anno dalla tragedia del fallimento della Lehman Brothers e già Jason Reitman era sul pezzo.

 

 

 

I LOVE SHOPPING (2009)
Tratto dall’omonimo romanzo il film del 2009 metteva in metafora quel che stava accadendo con una pregnanza rara. La commedia leggerissima raccontava di una maniaca dello shopping che arriva a spendere soldi che non ha, finendo indebitata e quindi in crisi. Attraverso questo metaforone quel che veniva messo in scena era il più grande scenario americano di quegli anni (il film esce nel 2009, il che significa che è stato scritto e girato prima del fallimento delle banche d’investimento). Non solo, I love shopping propone anche una via d’uscita. Tutto il film infatti è un gigantesco spot sul sistema capitalista, sull’esigenza di spendere e consumare per far girare l’economia. Nessuno in tutta la storia vuole infatti tenere soldi da parte, ma tutti sono contenti solo quando hanno speso.

 

THE COMPANY MEN (2010)
Senza fare nomi e cognomi ma lavorando di metafora The Company Men racconta cosa accade quando tutto crolla. Manager e agenti ricchissimi si trovano sul lastrico, licenziati da un giorno all’altro.
Invece che fare un racconto dei fatti e degli eventi, questo film preferisce fare un racconto sentimentale che metta in scena non tanto quel che accade ma quali sono i sentimenti in ballo durante una crisi.

 

 

TOO BIG TO FAIL (2011)
Forse il film più completo e dettagliato ma anche il più complesso. Con diversi grandi attori sottratti alla pensione (James Woods, William Hurt), Too Big to Fail si concentra sui tre mesi tra Agosto e Ottobre del 2008 facendo ordine negli eventi della crisi e cercando di adottare tutti i diversi punti di vista necessari.
Anche qui il titolo mette sulla giusta pista per capire quale sia la tesi di fondo, ovvero l’assurdità del principio secondo il quale le grosse banche sarebbero per sempre rimaste in piedi e avrebbero potuto sopportare ogni tipo di crisi o debito perché, semplicemente, “troppo grandi per fallire”.

 

 

INSIDE JOB (2010)
L’opera più completa ed esaustiva in materia, vincitrice di un premio Oscar per il miglior documentario è stato anche tra i primi film sul genere ad uscire. Charles Ferguson divide tutto in capitoli, spiega con calma e utilizza realmente gli strumenti del suo genere (il documentario) e del racconto audiovisivo per fare un racconto comprensibile di una realtà complessa e sfaccettata.

 

 

 

 

Fonte: Wired.it

 

MGF