NATIONAL GALLERY 200 – APPUNTI ARTISTICI

Docufilm diretto da Ali Ray e Phil Grabsky
Durata 90′
NATIONAL GALLERY 200 mostra come il potere della grande arte
risieda nella sua capacità di comunicare con chiunque,
indipendentemente dalle conoscenze storiche, dal background e
dalle convinzioni dei singoli.
Prodotto da Phil Grabsky con Exhibition on Screen, tassello dopo tassello il film cerca di mostrare come l’arte possa parlare a tutti e come tutti i visitatori possano, a loro volta, confrontarsi con le singole opere, senza sentirsi intimidite dalla loro storia e dal loro prestigio. Il tentativo dei due registi è quello di incoraggiare il pubblico a guardare coi propri occhi quadri e sculture, senza perdersi dietro la fotografia affrettata e senza rinunciare a creare un contatto personale con l’opera che hanno di fronte, per capire se ha qualcosa da raccontare che possa – in qualche modo – essere connessa alla nostra vita.
Questo museo pubblico inglese, il primo nella storia in Europa ad aprire gratuitamente per la fruizione di tutti, accoglie gli spettatori del film facendo scoprire alcuni capolavori della sua collezione – acquisita negli anni, tra denaro pubblico e donazioni private -, sia noti (come Leonardo, Bellini, Bruegel, Tiziano), sia più di “nicchia”, seppur si parli sempre di grande storia dell’arte antica e moderna (Salvator Rosa, Bartolomé Bermejo, Louis-Léopold Boilly…)
Recensione MyMovies 4/5
IL GABINETTO DELLE CURIOSITA’: LA NASCITA DEL MUSEO

Oggi siamo abituati ad avere musei in ogni città, dalle più piccole con le loro minuscole sale di opere locali e documentazioni di epoche passate, alle più grandi con i loro giganteschi atri colmi di capolavori provenienti da ogni parte del mondo.
Ma da dove arriva l’idea di stipare opere e curiosità e mostrarle al pubblico? Chi, per primo, ha deciso di radunare quadri, sculture, reperti, in un solo posto?

L’idea di museo nasce nel Rinascimento, periodo che di fatto ebbe inizio con la riscoperta dei reperti sepolti sotto a Roma: nacque la moda delle sculture in stile ellenico, ripresa dalle riproduzioni in marmo di epoca romana ritrovate sottoterra, e chiunque abitasse nella zona e avesse abbastanza denaro da potersi accaparrare un reperto corse a procurarsi il maggior numero possibile di opere.
Il passaggio dal recupero all’assunzione di artisti contemporanei, che scolpissero opere con lo stesso stile, fu decisamente breve.
Spesso, queste opere venivano poste in specifiche stanze ad esse dedicate, perché il padrone di casa potesse stupire gli ospiti mostrando loro la propria collezione, ottenuta grazie al denaro: l’arte era, ancor più di prima, diventata uno status symbol.

Più o meno nello stesso periodo, grazie al diffondersi dei prodromi di varie discipline scientifiche, alcuni collezionisti più interessati alla natura che all’arte cominciarono a collezionare reperti naturalistici: animali imbalsamati, scheletri, piante. Anche questi oggetti, spesso curiosità importate da terre lontane, trovarono posto in piccole stanze ad esse dedicate: i gabinetti delle curiosità.
Le prime notizie certe su queste stanze, che a seconda delle aspirazioni di grandeur del proprietario (nonché della sua disponibilità economica) potevano essere di varie dimensioni, risale circa al 1520: Albrecht Dürer, stimato incisore e artista dell’epoca, fece recapitare al suo committente, il principe Cristiano I di Sassonia, alcuni oggetti da lui cercati e trovati durante il suo viaggio nei Paesi Bassi: delle corna animali, gigantesche pinne di pesci, alcuni frammenti di corallo e persino un’arma proveniente dalle Indie Orientali. Questi “souvenir” erano specificatamente destinati alla Kunstkammer (stanza dell’arte) del principe.

Cristiano I è anche uno dei primissimi che seguì una sorta di filo logico per l’allestimento della propria Kunstkammer: raccolse informazioni, e si attenne al suggerimento per il quale ogni Kunstkammer che si rispetti deve avere alcuni elementi specifici: sculture e dipinti, curiosità locali e provenienti da paesi lontani, e reperti di animali strani e curiosi, come palchi di corna, artigli, piume… naturalmente, all’epoca non era così facile collegare un reperto alla propria origine (capitò persino con delle reliquie!), pertanto la sezione zoologica di queste stanze fa spesso sorridere. In alcuni casi, si trovano ancora vecchi collage di ossa e tessuti spacciati per scheletri di fate: oggi possiamo pensare a questi strafalcioni con un sorriso, ma per l’epoca una creatura mitologica doveva essere un notevole pezzo da collezione!

L’elezione dei gabinetti delle curiosità a status symbol, col progredire dei tempi, si espanse dalla nobiltà alla borghesia: e a ben pensarci, chi meglio di un mercante, per raccogliere cimeli da ogni angolo del mondo? Le Wunderkammern (stanze delle meraviglie) borghesi spesso contenevano più cimeli naturalistici che arte, ma contribuirono alla diffusione di quest’abitudine alla raccolta ed esposizione di pezzi unici; il desiderio di mostrare la propria ricchezza probabilmente fece il resto, portando poco a poco all’apertura al pubblico di queste stanze delle meraviglie, dove anche oggi, al modico prezzo di un biglietto d’ingresso, tutti noi possiamo godere di arte, storia e natura.
E a ben pensarci è straordinario: se non ci fossero i musei, dovremmo girare il mondo per vedere cose nuove, anche solo una statua greca o un pesce che vive solo nelle acque del Pacifico. Invece, grazie al desiderio dei potenti di mostrare la propria ricchezza, eccoci a godere delle meraviglie del mondo con niente più che un’oretta in treno, un biglietto d’ingresso e un pranzo al sacco. Per una volta, le manie di grandeur della classe nobile sono permeate nel tessuto dell’intera società, e hanno aperto mondi che altrimenti ci sarebbero stati preclusi.
Per cui, quando andrete in vacanza e comprerete l’ennesimo magnete per il frigorifero, ricordatevelo: un tempo, il vostro souvenir dalla montagna sarebbe stato esposto in una Wunderkammer, quindi crepi l’avarizia! Dobbiamo portare avanti la tradizione museale!
Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali
MGF