APPROFONDIMENTI: DOLOR Y GLORIA
DOLOR Y GLORIA
Regia di Pedro Almodóvar – Spagna, 2019 – 113′
con Antonio Banderas, Asier Etxeandia, Leonardo Sbaraglia

Salvador Mallo (Antonio Banderas) è un regista cinematografico ormai sul viale del tramonto. In un presente prostrato dal peso del tempo, gli restano solo i ricordi: la sua infanzia negli anni ’60, quando emigrò con la sua famiglia a Paterna, in provincia di Valencia, ma anche il desiderio del cinema che gli sconvolse l’infanzia e un vecchio amore che ritorna.
Con Dolor y Gloria, Pedro Almodóvar firma un autoritratto, che fa il pieno di malinconia ma non dimentica di produrre un bilancio esistenziale di notevole sincerità espressiva sulla sua figura, su ciò che resta dell’ispirazione quando il senso di vuoto prende il sopravvento e la vita si tramuta in un concentrato di stanchezza, precarietà e malessere. Bellissime le immagini di anatomia in computer-animation realizzate da Juan Gatti.
Paolo Castelli
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ALMODÓVAR TORNA AD ESSERE PEDRO LASCIANDOSI ANDARE SUL PIANO EMOTIVO.
Giancarlo Zappoli – MyMovies.it
Il regista Salvador Mallo si trova in una crisi sia fisica che creativa. Tornano quindi nella sua memoria i giorni dell’infanzia povera in un paesino nella zona di Valencia, un film da cui aveva finito per dissociarsi una volta terminato e tanti altri momenti fondamentali della sua vita. Almodóvar (come si definisce ormai in forma icastica da tempo nei titoli di testa dei suoi film) torna ad essere Pedro (anche se sotto le mentite spoglie di Salvador Mallo) e ci parla di sé, del proprio malessere, della difficoltà di portare avanti il pavesiano mestiere di vivere sotto il cielo di Madrid. Lo fa tenendo sotto controllo quel tanto di automanierismo che progressivamente si era insinuato nel suo cinema e, soprattutto, lasciandosi andare sul piano emotivo. Ciò che non era accaduto in La mala educaciòn, film anch’esso legato al suo vissuto giovanile, avviene qui. Grazie anche alla scelta del giusto alter ego.
Come Federico Fellini aveva trovato in Marcello Mastroianni chi poteva tradurre al meglio il se stesso cinematografico così Pedro Almodóvar ha nell’amico e attore Antonio Banderas una persona a cui può trasferire il proprio sentire più intimo con la certezza di non essere mai tradito, neppure in un incontrollato battere di ciglia.
Perché non è facile mettersi a nudo dinanzi a milioni di persone raccontando senza edulcorazioni il proprio periodo di dipendenza dall’eroina così come lo stretto legame con una figura materna la cui perdita ancora si fa sentire in profondità. Si parla di un film rinnegato e poi riabilitato per finire con il prenderne di nuovo le distanze in Dolor y gloria. Si mostra come il teatro, con il suo contatto diretto con il pubblico, abbia una valenza ancestrale che conserva in maniera misteriosa anche quando è il cinema che lo mette in scena. Perché sicuramente questo è un film a cuore aperto in cui la speranza di poter rinascere dal liquido salvifico ma anche amniotico è dichiarata già in apertura ma è anche una matura e complessa riflessione sul cinema e sulla sua possibilità di esprimere ciò che può sembrare quasi indicibile.
Quanta consapevolezza dello scorrere del tempo si avverte nell’incontro con l’amore di giorni che furono in cui gli sguardi e i gesti trasmettono l’interiorizzazione del dono di un’esperienza che ha coinvolto entrambi i partner facendoli maturare sul piano sentimentale! Ma quanto anche, contemporaneamente, si sperimenta il ‘sentire’ che il passare degli anni non può fare altro che conservarne il ricordo, senza sperare in un riaccendersi della passione di un tempo, in un presente che ha favorito percorsi differenti. Il bambino che un tempo insegnò a leggere a un giovane muratore, giunto sulla soglia dei settant’anni aiuta anche noi a ‘leggere’ offrendosi come un libro aperto in cui compitare le lettere dell’alfabeto più nascosto: quello dei sentimenti.
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UN FILM AUTOBIOGRAFICO TOCCANTE E DOLOROSO SULLA PRESA DI COSCIENZA DEL TEMPO CHE PASSA.
Mauro Donzelli – Comingsoon.it
Pedro Almodovar scandisce il trascorrere del tempo da una carriera intera. La fame di futuro degli anni ’80, con il suo cinema trasgressivo che rispondeva alla fine del franchismo con la Movida madrilena, accelerando ritmi e tempi per recuperare quanto perso negli anni della dittatura. I suoi ultimi film, invece, sono spesso rivolti al passato, alle radici di provincia delle donne con cui è cresciuto, alla sua mala educacion.
Dolor y gloria sembra uno di questi film, con le solite tematiche e un continuo corteggiare o respingere la nostalgia, qualche volta con compiacimento, come negli ultimi tentativi meno riusciti. Invece no, invece Dolor y gloria è diverso da tutti gli altri, così come è diverso il ruolo della musa di tanti film (con questo sono otto): Antonio Banderas.
Passato attraverso la trasformazione del novello Frankenstein de La pelle che abito, da una decina d’anni ha cambiato letteralmente pelle, come spesso gli è capitato lo ha fatto davanti al suo pubblico, in un film che è anche una seduta di psicanalisi. Qui Banderas non è più oggetto degli sguardi del pubblico, ma è soggetto che pensa e agisce, diventando in maniera completa Almodovar stesso, in un percorso più vicino all’autofiction letteraria che al semplice autobiografismo
Salvador Mallo, questo il suo nome, è un regista stanco e provato dalla vita. Gli acciacchi – e la paura della malattia – sono gli unici compagni di una quotidianità da recluso in una casa in cui i colori accesi dell’arredamento sembrano soffocati da uno strato di depressione. Sono i colori di una vita precedente di eccessi e successi, ma anche di una serie di esperienze che lo tormentano, ora che ha tutto il tempo che vuole, sotto forma di sensi di colpa e ferite non suturate. Dopo alcuni lavori di indagine sul suo passato, tanto elaborati nella struttura quanto semplicistici nella realizzazione, Almodòvar scarnifica la sua sceneggiatura sfrondando ogni orpello inutile, raggiungendo un grado di semplicità esemplare; un film di incontri, reali e onirici, con tre personaggi (e categorie) del suo passato, e della vita di ognuno di noi. […]
Almodovar gioca con auto ironia sul passato del suo alter ego, che ha evitato le droghe negli anni degli eccessi giovanili, salvo iniziare a farsi di eroina oggi, più per non pensare al corpo segnato da acciacchi e malattie. “I pettegolezzi invecchiano come le persone”, dice Salvador in cerca di rappacificazione con il suo attore in passato tanto odiato.
Ne viene fuori un bilancio esistenziale, per il regista ma anche per lo stesso Banderas, ormai alle spalle i ruoli da latin lover e recentemente colpito da un infarto. “Ti si vede in faccia che hai visto la morte da vicino”, gli ha detto Almodovar proponendogli questa nuova collaborazione. Dolor y gloria è un film sulla maturità, momento chiave di un percorso di elaborazione del proprio passato che lo porta a chiedere scusa, a chiudere i conti lasciati aperti. Niente nostalgia, ma tanta consapevolezza e accettazione, al punto da non voler cadere nell’errore di rincorrerlo, questo passato di gloria. Rimane il dolore, la consapevolezza della dipendenza forzata dalla scrittura, dal cinema, da quella fuga artistica in un altromondo che gli ha permesso di diventare quello che è oggi.
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DOLOR Y GLORIA
Martina Baroni – Cinematographe.it
Un fiume, delle donne che cantano, un bambino sulla schiena della sua mamma. Un’immagine evocativa quella con cui si apre Dolor y gloria, film di un Pedro Almodóvar ritrovato, che concepisce l’opera come summa di un lavoro e di una vita trascorsa, assimilata, rimaneggiata e proiettata su di uno schermo bianco. “Il cinema della mia infanzia sapeva di pipì. Di gelsomino. E di brezza d’estate.”. Sono i ricordi del protagonista, di un regista che negli occhi tristi di Antonio Banderas trova la stanchezza ideale per esprimere un’esistenza divisa e compenetrata tra fare arte e vivere l’arte, che nel suo film più sperimentale l’autore sembra suddividere idealmente in blocchi e che, a modo di flusso vitale, si condizionano e sovrappongono a vicenda.
È, infatti, dalla memoria che il film parte, per svilupparla poi nel suo proseguire e ritornare con prepotenza sul finale di una storia che, partita da uno solo, diventerà presto di tutti. Come quella fotografia quotidiana delle donne che lavano i panni, con l’acqua che da sempre è rinascita e celebrazione del ricordo, Almodóvar inquadra la provenienza umile del suo protagonista, la genuinità di un paese lontano dal lusso urbano, che si alimentava a contatto con la terra, con gli elementi primi. Naturali come il talento di Salvador, la sua predisposizione al canto, ma anche alla cultura, alla scoperta, alla conoscenza. L’attitudine per un futuro che lo avrebbe condotto lontano dalla grotta che gli faceva da casa, ma da cui si poteva comunque osservare il cielo.
Il filo del Salvador bambino, torna con insistenza nella prima parte di Dolor y gloria, per poi attenuarsi nella sua centralità narrativa quando a sopraggiungere sono i dolori, le droghe, i rancori di una carriera momentaneamente fermata. Ma il ritratto che Salvador ha di sé e di cui gli spettatori entrano a conoscenza attraverso le rimembranze del personaggio, ha il sapore di un racconto che proviene direttamente dal suo regista. Non quello fittizio, bensì quello reale, dietro la macchina da presa e dentro il testo da mettere in scena. Ricordi che provengono da Pedro Almodóvar e che sono legati – e legano allo stesso tempo – la concezione di crescita alla capacità allusiva del cinema, che torna, ritorna, viene spiegata e invocata, e che nel giovanissimo Salvador passa anche dal canto durante gli anni di studio, fino all’insegnamento amatoriale della scrittura e della lettura al muratore del suo paese.
L’esplorazione di un passato che vuole risvegliare il protagonista, si cristallizza perciò nel secondo blocco narrativo di Doloy y gloria, che si prefigge di delineare la sofferenza fisica del personaggio, la quale gli impedisce, così, di poter mettersi nuovamente alla prova. E quando la tua vita è il cinema e non puoi più dirigere, nulla ha più senso. Salvador cerca rifugio e solo la droga, come ricovero dai dolori della carne che lo posseggono, sembra dargli minima pace. Ma la dipendenza per il protagonista è un’altra, è quell’arte che, non potendo attuarsi nel presente, Salvador rivive nel passato. Così, il protagonista, si riavvicina al quell’attore che ha detestato per troppo tempo, che ha rovinato il suo film trent’anni prima, ma che oggi gli sembra più azzeccato che mai.
Il dolore fisico, il dolore interiore, il dolore di non poter salvare chi ami
Nel bel mezzo di Dolor y gloria Pedro Almodóvar va, dunque, mischiando più elementi eppure tutti riconducibili ad un unico fattore, il primo e solo per Salvador. La settima arte. Ancora una volta, ancora di più. Nel dover ripresentare al pubblico un’opera degli anni precedenti, nell’ansia di non poter più girare qualcosa di originale, Salvador affronta il freno che gli impedisce di agire liberamente e decide di distaccarsi da tutto. Da quello che ha girato, non presentandosi al dibattito con il pubblico. Da quello che ha scritto e di cui non vuole prendere il merito e che finisce per mettere in scena proprio quell’attore che aveva odiato. Afferma Almodóvar: “Se devo calcolare quanto tasso di autobiografia c’è in Dolor y gloria posso dire che si tratta del 40%, ma per quello che riguarda un livello più profondo, si tratta del 100%.” […]
Le due madri di Salvador/Pedro Almodóvar
E, così, arriva la madre. Presente da sempre, dal primo momento, ma più reale nella terza parte del film, più autentica perché entrata a far parte del mondo di Salvador che, per tutta la pellicola, abbiamo imparato a conoscere meglio, quello della depressione e della mancanza di fiducia. Una figura materna che Almodóvar ha sempre reiterato nella sua filmografia e che, come per la significativa importanza di Antonio Banderas nel ruolo di Salvador Mallo, ha il medesimo senso semantico nell’aver fatto indossare i vestiti smunti e stropicciati della madre dalla sua musa, Penelope Cruz. Interpretazione a doppio livello: quello che per tutto il film ci viene mostrato, una reminiscenza dell’infanzia e una donna tipicamente spagnola, tipicamente incentrata sull’integrità del figlio. E quello che, all’ultima inquadratura, ci viene presentato come uno scarto rispetto a tutto quello che fino a quell’istante avevamo creduto reale. Salvador sta rimettendo in scena la vita trascorsa da piccolo, il lavaggio dei vestiti nell’acqua, il trasferimento da un paese all’altro, fino alla grande città.
Il finale si sovrappone in un gioco che Dolor y gloria ha perseguito per tutto il suo realizzarsi. Come Pedro Almodóvar riprende quel ricordo, così anche Salvador replica il gesto, in un cortocircuito testuale e di concezione che stupisce per la sua limpidezza e la sua poeticità. La vecchia madre, che vuole morire nel suo letto, nel suo paese, si contrappone con la giovinezza lavoratrice eppure rigogliosa della più giovane Cruz. Una donna, quella avanti con l’età, arrivata ai suoi ultimi giorni, con cui chiarirsi e a cui chiedere scusa per l’ultima volta; un rapporto difficile, ma di cui Salvador non avrebbe mai potuto fare a meno. E, sui due piani del racconto, è in uno solo che si incontrano le madri di Salvador: nel cinema, quello in cui la vecchia madre non voleva comparire, mentre la nuova, Penelope Cruz, ne riveste i panni.
Un continuo rimando a ciò che è reale e ciò che è immaginazione, come l’arte influenza la vita e come, a sua volta, la vita non può che influenzare l’arte. Pedro Almodóvar penetra nel contenuto e così fanno anche i suoi attori, per un quadro, per un’esistenza che non è mai stata stata più vera come quando la si propone al cinema.
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PEDRO ALMODOVAR – GENIO ESPAÑOL

Pedro Almodóvar Caballero nasce a Calzada de Calatrava (Castiglia La Mancia, Spagna) il 24 settembre del 1951. Quando il piccolo Pedro ha solo otto anni, la sua famiglia lascia la città natale ed emigra in un’altra provincia spagnola. Vive dunque la sua infanzia e la sua adolescenza in Estremadura, per poi nuovamente trasferirsi in una città più grande, Madrid, alla fine degli anni ’60.
Stavolta però Pedro non si lascia semplicemente guidare dalle decisioni della famiglia, ma comincia ad avere le idee ben chiare circa quello che desidera fare: sfogare la sua prorompente creatività ed entrare nel mondo del cinema. Irrequieto ed instabile, a sedici anni interrompe gli studi, inizia a lavorare come impiegato presso una compagnia telefonica per mantenersi (ci passerà ben dodici anni della sua vita), ma nel frattempo inizia a dedicarsi alle riprese di documentari, filmati amatoriali e cortometraggi, oltre che alla pubblicazione di fumetti e racconti in riviste underground; fra le molteplici attività di quel periodo, partecipa anche come attore ad alcuni spettacoli della compagnia “Los Goliardos” e frequenta una punk rock-band (ricordi di questa esperienza si ritrovano in molti dei suoi film). Il suo primo cortometraggio risale al 1974, cui ne seguiranno una decina prima del suo esordio nel lungometraggio, che arriva nel 1980. E’ l’inizio della sua folgorante carriera, grazie ad uno stile ricco ed incisivo. In quei primi anni ’80, fra l’altro, entra a far parte del movimento underground che genererà il fenomeno della “movida” e che rinnoverà il panorama artistico, musicale e culturale di Madrid. Rispetto alla produzione di Almodovar, quelli sono gli anni in cui gira i primi film realmente distribuiti in grande stile: “Pepi, Luci Bom e le altre ragazze del mucchio” e “Labirinto di passioni”. Nel 1983 alternando in una mescolanza creativa cinema, musica e scrittura, forma il duo Almodóvar-McNamara, che pubblica un disco, e crea il personaggio di Patty Diphusa, porno-star che racconta le proprie avventure sulla rivista “La Luna de Madrid”. Seguono i film “L’indiscreto fascino del peccato”, “Che ho fatto io per meritare questo?!”, “Matador” e “La legge del desiderio”. Nel 1987 insieme al fratello Agustin fonda una casa di produzione.
Con “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” giunge la consacrazione a livello internazionale, coronata con una nomination all’Oscar e una lista interminabile di premi e riconoscimenti in tutto il mondo. I film seguenti sono successi in tutto il mondo: “Lègami!”, “Tacchi a spillo”, “Kika”, “Il fiore del mio segreto” e “Carne Tremula”.
Nel 2000, dopo la Palma D’Oro nel 1999 a Cannes come miglior regista per “Tutto su mia madre”, riceve l’Oscar per lo stesso film, a coronamento di un successo planetario sia di critica che di pubblico. I più recenti “Parla con lei”, “La mala educación”, “Volver”, “Gli abbracci spezzati”, completano la sua filmografia.
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Pedro Almodovar a Cannes 2019: Il cinema mi ha salvato la vita
Intervista al regista in gara per la Palma d’Oro con Dolor y Gloria
Antonella Catena – Amica.it
Dica la verità: Dolor y Gloria racconta più quello che ha fatto e detto o che avrebbe desiderato fare e dire?
Io parto sempre da qualcosa che mi succede. Ma non racconto quello. E non penso mai a quello che avrei potuto fare. A quello che sarebbe potuto essere. Non posso definire questo un film autobiografico. Perché alla fine lo sono tutti. E non lo è nessuno. Tutti partono da quello che ho vissuto e visto. Ma sullo schermo non è mai esattamente come è andata nella mia vita…
E’ la terza volta che il protagonista di un suo film fa anche lui il regista…
Dolor y Gloria potrebbe essere la chiusura della trilogia. Trentadue anni dopo La legge del desiderio. In mezzo c’è stata La mala educacion. Tre registi. Tre film in cui la realtà e il cinema si mescolano. Il cinema inteso come finzione. E pervasi dal desiderio… Però è come se fossero stati scritti, pensati e girati da tre Pedro diversi.
Si riferisce al tempo che è passato? Come pensa di essere cambiato in questi anni?
Io sono sempre lo specchio del mondo in cui vivo. Cambio perché lo fa il mondo, la Spagna, Madrid dove abito, la via dove c’è casa mia. Non riesco a descrivere come sono cambiato. Ma sento di essere diverso. Per fortuna. Sul lavoro non è cambiata la mia ossessione per la scrittura, cambio mille volte le sceneggiatura. Ma sono diversi i personaggi, il tono, i contenuti. Sono diventato meno barocco. Vado al semplice, all’essenziale. Questo film lo è, come già Julieta…
Se il suo protagonista Salvador Milla non è Almodovar, è stato fin da subito Antonio Banderas?
Quando li scrivo, i miei personaggi non hanno mai un volto. Non il volto di un attore. Qui forse Penelope Cruz era già la madre da giovane, ma Salvador no. Poi avevo in testa una serie di nomi. Antonio era il primo della lista. Ma magari non poteva… Per fortuna mi ha detto sì. Perché, man mano passavo dalla parola alle immagini, Salvador aveva la sua faccia, il suo corpo…
Nel film veste come lei…
Anche la casa in cui vive è identica alla mia. Se faccio un film su un regista non posso non pensare alla mia esperienza di regista. Vestirlo come me e farlo muovere in una casa come la mia, rendeva tutto più semplice. Diciamo che è stata una scelta pratica. Certo abbiamo dovuto realizzare delle copie di certe miei magliette perché Antonio è magro… Ma le scarpe e alcuni vestiti sono proprio i miei. Gli ho anche detto che avrebbe potuto imitarmi: gesti, certi tic che ho. Si è rifiutato. Alla fine certe cose che succedono nel film sono successe anche a me. Ma non ho mai vissuto in una grotta, non mi sono mai innamorato di un minatore, non ho mai provato l’eroina… Alcune di queste cose però mi sarebbero potute succedere.
È più uomo da rimpianti o da rimorsi? È più doloroso pensare a quello che non ha fatto o a certe cose che invece ha fatto e non rifarebbe?
Nessuna delle due cose. Non ci penso, perché sono entrambi legati a una certa idea di religione che coincide con la punizione. Il peccato, il castigo…
Nel film la madre fa cose bellissime e ne dice di terribili…
Aiuta il figlio a crescere, lo capisce più di tutti gli altri… Questo da bambino. Poi è vero, quando i due sono adulti e uno di fronte all’altra, lei gli dice cose terribili. Io so di non essere l’uomo che mia madre sognava diventassi… Ecco, anche se lei non è mai stata così dura con me, io so che da me lei desiderava altro… Però io non mi pento mai. Non penso di dovermi scusare di niente. Anche gli errori sono stati una fonte di esperienza. Io sono anche quelli. Perché dovrei pentirmi? Le cose anche umilianti che succedono alla madre nel film non c’entrano con me direttamente. È una denuncia di com’era la Spagna dei primi Anni 60. Sembrava di essere ancora durante la guerra, anche se era finita da 20 anni. C’era una arretratezza tale che le donne davvero erano umiliate.
Ma anche se non è un’autobiografia, qual è l’episodio più vero di Dolor y Gloria? Qualcosa che le è successo e vediamo nel film?
La scena iniziale. Antonio/Salvador immerso nell’acqua, con gli occhi aperti. Sospeso… La cosa che amo di più fare in assoluto, d’estate, è immergermi nell’acqua e mettermi così… Senza peso. Sensa pensieri. Ma quando ho scritto la scena, me ne è tornata in mente un’altra. Io piccolo, con mia madre e le nostre vicine che lavavano i panni nel ruscello. E ho scritto anche questa.