APPROFONDIMENTI: L’APPARTAMENTO
L’APPARTAMENTO (THE APARTMENT)
Regia di Billy Wilder – USA, 1960 – 125′ Commedia – con Shirley MacLaine, Jack Lemmon, Fred MacMurray, Ray Walston, Jack Kruschen, Hal Smith.

New York. Mediocre impiegato di una gigantesca società di assicurazioni, Bud Bexter (Jack Lemmon) fa carriera prestando il proprio appartamento ai suoi superiori per le loro avventure extra-coniugali, ricevendo, in cambio, scatti di carriera. Le cose cambieranno quando il gran capo della compagnia (Fred MacMurray) si presenterà in casa del protagonista con la dolce Miss Kubelik (Shirley MacLane), di cui Bud è da sempre innamorato. Una delle migliori commedie ‘ciniche’ di Billy Wilder (scritta insieme a I.A.L. Diamond). Girato quasi completamente in interni (fotografia di Joseph LaShelle), in una New York grigia e avvolgente magnificamente ricostruita più vera del vero, che sta addosso ai protagonisti quasi soffocandoli, L’appartamento è la pellicola più amara e feroce di Wilder: gli individui si ritrovano, più per inerzia che per vero arrivismo, a sfruttarsi a vicenda nei modi più biechi e desolanti, andando a formare un grande equilibrio di ipocrisie e di egoismi. Tutto ciò, e questo è l’aspetto davvero rilevante, viene veicolato attraverso il registro della commedia leggera hollywoodiana. Grazie alle interpretazioni brillanti di Jack Lemmon e Shirley MacLaine, ai dialoghi spumeggianti e al consueto ritmo indiavolato della regia di Billy Wilder, il film scorre via leggerissimo e divertentissimo, ma, a posteriori, lascia dentro allo spettatore una profonda malinconia. Cinque Oscar (film, regia, sceneggiatura, scenografia e montaggio), più altre cinque nomination (tra cui quelle a Jack Lemmon e Shirley MacLaine).
Paolo Castelli
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UN CAPOLAVORO DELLA COMMEDIA AGRODOLCE E DELLA SATIRA SOCIALE.
Marianna Cappi – Mymovies.it
C.C. Baxter è contabile presso una grande compagnia di assicurazioni, a New York. Per tentare di fare carriera, affitta il suo appartamento ai dirigenti per i loro incontri extraconiugali, nonostante in questo modo, tra ritardi e imprevisti, non riesca quasi a vivere a casa propria. Le cose per lui si complicano terribilmente quando si innamora di Fran Kubelik, ascensorista della compagnia, amante del capo del personale, a sua volta interessato all’utilizzo dell’appartamento di Baxter.
Con L’appartamento Billy Wilder raggiunge il suo vertice creativo e, per sua stessa ammissione, non ritroverà più le stesse altezze.
L’allievo di Lubitsch, in questo film, arriva a far combaciare un meccanismo comico a dir poco sofisticato e impeccabile (a tutt’oggi un esempio insuperato) con l’umorismo berlinese delle sue origini, sfumato di coraggiosa e insindacabile amarezza. Cinismo e patetismo vanno di pari passo con un romanticismo sincero, in questa commedia in cui la massima aspirazione di un uomo è rappresentata dalla chiave della toilette dei dirigenti, si tenta il suicidio per amore e le feste non sono meno tristi di un funerale (del sogno d’amore).
Wilder incrina dall’interno i cardini del prodotto classico hollywoodiano in sede di scrittura e tematiche, e allo stesso tempo realizza un film che parla per immagini indimenticabili: impossibile non ricordare a vita la solitudine dell’impiegato C. C. Baxter nella stanza delle scrivanie infinite, impossibile non avvertire un colpo al cuore, insieme a lui, quando si riflette nello specchio rotto, o raccontare la luce che irradia Shirley MacLaine nella sua corsa finale, verso il vecchio appartamento ma con una nuova coscienza delle cose.
Ed è anche nella scelta del bianco e nero che si annidano i segreti del successo del film: in quella fotografia di contrasti, così più difficile da gestire rispetto al colore, che ha fermato il film nel tempo, rendendolo immortale. E poi gli interpreti: Jack Lemmon, il bruttino che si prende la rivincita sulle spietate regole di società, e Shirley MacLaine, così fresca e moderna da togliere la parte niente meno che a Marilyn Monroe (in realtà Wilder non considerò mai veramente la Monroe per il ruolo, nonostante l’interessamento di lei, perché giudicava che non sarebbe stata credibile). Il loro amore tra disadattati non convinse subito la critica, almeno non tutta, ma conquistò immediatamente il pubblico e vinse tre Oscar (Miglior Film, Miglior Regista e Miglior Sceneggiatura). Il fatto che Lemmon e MacLaine non siano stati premiati dall’Academy per questo film è ai primi posti nelle peggiori ingiustizie della storia del cinema.
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L’APPARTAMENTO IN SALA: IL NATALE SECONDO BILLY WILDER
Cinematografo.it
La Cineteca di Bologna riporta al cinema, restaurato, il capolavoro di Billy Wilder, L’appartamento, diretto dal maestro della commedia americana nel 1960 e interpretato dagli indimenticabili Jack Lemmon e Shirley MacLaine.
Restaurato in 4K nel 2018 (il restauro dell’immagine è stato eseguito dal laboratorio L’Immagine Ritrovata; grading e conforming dal laboratorio Roundabout Entertainment), L’appartamento arriva nelle sale italiane – dopo l’anteprima alla 32ª edizione del festival Il Cinema Ritrovato – grazie al progetto della Cineteca di Bologna per la distribuzione del classici restaurati, Il
Cinema Ritrovato. Al cinema.
L’appartamento vinse cinque Oscar (tra i quali quello per il miglior film e la miglior regia) e “le sequenze di Natale e Capodanno – come ha scritto Hellmuth Karasek – sono da annoverare tra il meglio del cinema degli anni Sessanta”.
Dall’alto dei grattacieli che scorrono sullo schermo, un io narrante ci precipita nella vita dell’impiegato delle assicurazioni C.C. Baxter, e in quel suo appartamento a pochi passi da Central Park al quale non sempre ha libero accesso – perché, in vista d’una carriera, lo presta come alcova ai suoi boss.
Come ha scritto Paola Cristalli, nel suo volume La commedia americana in cento film: “È un incipit in prima persona, statistico nella presentazione degli argomenti e confidenziale nel tono, che colloca e isola il narratore all’interno del proprio mondo. Dallo stesso C.C. “Bud” Baxter veniamo a sapere che siamo nel novembre del 1959; che lui è uno degli otto milioni di abitanti della città di New York; che è uno dei 31.259 impiegati della sua compagnia d’assicurazioni; che il suo stipendio è di 94 dollari e 70 la settimana, più i benefits; che vive in un appartamento a pochi passi da Central Park, 84 dollari d’affitto al mese (“niente di stravagante, intendiamoci, ma confortevole, l’ideale per uno scapolo”), al quale però non sempre ha libero accesso. Dall’alto dei grattacieli che scorrono sullo schermo, una plongée di parole ci precipita nella vita di C.C. Baxter: poi, come sempre in Wilder, la voce svanisce, il soggetto si ritrae, la narrazione diventa oggettiva, ma dentro quella vita siamo stati attratti una volta per sempre”.
“Ricordo molto, molto bene come è nato L’appartamento”, ha raccontato Billy Wilder. “Vidi Breve incontro di David Lean, e nel film Trevor Howard era il protagonista. Un uomo sposato ha una relazione con una donna sposata, e usa l’appartamento di un compagno per i suoi scopi sessuali. Ho sempre avuto in testa che l’amico di Trevor Howard, che appare solo in una o due piccole scene, che torna a casa e si getta sul letto caldo che gli amanti hanno appena lasciato, sarebbe stato un personaggio molto interessante. Ne presi qualche appunto, e anni dopo, dopo aver finito A qualcuno piace caldo, volevamo fare un altro film con Jack Lemmon. Mi capitò tra le mani quella nota, e ci mettemmo a parlare del personaggio, incominciammo la struttura, attaccammo con i tre atti, gli altri personaggi; e elaborammo lo schema, e quando avemmo abbastanza materiale allora lo passammo a Mr. Lemmon e a Walter Mirisch e alla United Artists”.
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BILLY WILDER
Samuel Wilder nacque nella cittadina di Sucha, nell’impero austro-ungarico – oggi chiamata Sucha Beskidzka, in Polonia – il 22 giugno del 1906 e da giovane studente si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza, dalla quale approdò alla sua prima professione di giornalista. Collaborò per qualche tempo presso un quotidiano di Vienna prima di trasferirsi a Berlino per lavorare come reporter presso il principale tabloid della città. Ma il suo impegno nel giornalismo durò poco. Già nel 1929 iniziò a scrivere sceneggiature cinematografiche collaborando spesso con il regista tedesco Robert Siodmak. Divenne famoso nel giro di poco tempo, ma quando nel 1933 Adolf Hitler salì al potere, la carriera di Wilder, ebreo, fu improvvisamente interrotta e fu costretto a fuggire dalla Germania. A portarlo prima a Parigi, poi negli Stati Uniti furono le leggi razziali del nazismo. I suoi parenti, rimasti in Europa, morirono nei campi di concentramento.
Wilder giunse a Hollywood povero in canna e senza sapere una parola di inglese. Assieme al grande attore Peter Lorre condusse un’esistenza quasi di stenti, mantenendosi con sporadiche collaborazioni a sceneggiature di film di serie B. Continuò a scrivere sceneggiature fino al 1942 quando per la prima volta ebbe occasione di dirigere il film The Major and the Minor con Ginger Rogers. Poi fu la volta di La fiamma del peccato, uno degli esempi più nobili del genere noir, e tre anni dopo Giorni perduti, il primo film a trattare in modo aperto e diretto il tema dell’alcolismo. Questo film vinse quattro Oscar per migliore regia, film, sceneggiatura e attore protagonista.
Ma nonostante la notorietà, la guerra costrinse Wilder ad abbandonare il cinema fino al 1948 quando riprese a lavorare dietro alla cinepresa. L’enorme successo era appena dietro alle porte. Nel 1950 realizzò un classico, Il viale del tramonto, anche questo un film che conquistò ben tre Oscar. Nella sua lunga carriera Wilder portò a casa sei statuette d’oro, per regia e sceneggiatura, ma di nomination ne ottenne molte di più, oltre a numerosissimi altri premi e riconoscimenti ai festival del cinema di Berlino, Cannes, New York e Venezia.
Regista eclettico, fu a suo agio nella Hollywood dei generi, dal noir alla commedia brillante, dove ha offerto alcuni dei film più belli della storia del cinema americano: da Sabrina a Quando la moglie è in vacanza e Irma la dolce, fino a quegli indimenticati capolavori che sono L’appartamento e A qualcuno piace caldo, entrambi interpretati dal suo attore feticcio, Jack Lemmon, l’attore che insieme a Walter Matthau lo accompagnerà anche nella sua poco riuscita ultima opera: Buddy Buddy (1981).
Billy Wilder è morto a West Los Angeles, a 95 anni, il 27 marzo del 2002 per le conseguenze di una polmonite.
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Se stai per dire alla gente la verità, sii divertente altrimenti ti uccideranno. (Billy Wilder)
MGF