Regia di Andrea Di Stefano – Italia, 2025 – 125′
con Pierfrancesco Favino, Tiziano Menichelli, Giovanni Ludeno

 

 

 

 

UNA COMMEDIA AGRODOLCE CHE VUOLE SEDURRE GLI SPETTATORI A TUTTI I COSTI E PROBABILMENTE CI RIUSCIRÀ.

“Il Maestro è un omaggio ai mentori imperfetti, feriti ma pieni di cuore”. Così Andrea Di Stefano, noto attore e regista – tra i suoi titoli “L’ultima notte di Amore” (2023) –, nel raccontare il suo nuovo film “Il Maestro”, presentato fuori Concorso all’82a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia (2025). Un film sul rapporto maestro e allievo, ma anche padre e figlio, che si gioca dentro e fuori il campo da tennis. Un racconto di formazione livido e insieme arioso, il viaggio verso l’adolescenza e l’età adulta di un tredicenne che impara ad ascoltarsi e a trovare la propria voce interiore, sbaragliando aspettative familiari e pressioni sociali. Un viaggio oltre la paura e il pregiudizio alla scoperta della felicità. Interpretato straordinariamente da Pierfrancesco Favino e dal giovane Tiziano Menichelli, nel cast anche Giovanni Ludeno, Dora Romano, Valentina Bellè.
La storia. Estate, fine anni Ottanta. Il tredicenne Felice Milella, allenato tra dedizione e pressione dal padre Pietro, spera di poter fare il salto di qualità come tennista. Per affrontare i tornei nazionali la famiglia investe i propri risparmi per ingaggiare un maestro professionista, l’ex gloria del tennis italiano Raul Gatti. Felice e Raul si mettono così in macchina seguendo un fitto programma di tornei stilato da Pietro. Tappa dopo tappa i due impareranno a conoscersi, superando reticenze e pregiudizi, menzogne e verità, solitudini e insicurezze. Un viaggio vibrante, azzardato e liberatorio…
“È un viaggio attraverso il dolore della crescita – commenta il regista – la potenza dell’insegnamento e la bellezza dei legami umani; una commedia all’italiana per chiunque creda ancora che il mondo possa essere migliore, una lezione alla volta”. Andrea Di Stefano fa centro con un film-romanzo di formazione “imperfetto” e luminoso. Racconta anzitutto il rapporto maestro e allievo nel perimetro dello sport, ma in maniera atipica. Raul Gatti è un tennista che ha perso l’occasione della vita, un tormento che non lo abbandona in età adulta, relegandolo in un’esistenza irrisolta e triste. Quando si trova faccia a faccia con il giovane Felice rilegge il suo passato, tra opportunità ed errori, provando ad aggiustare il proprio percorso di vita. Il ragazzo gli fornirà energie nuove, pulite, spingendolo a fronteggiare i propri demoni e a riconciliarsi con la vita.
Dall’altro lato, Felice è un tredicenne apparentemente sereno, in verità “ostaggio” del sogno di gloria paterno: ama il tennis, ma non sa se vuole dedicarsi esclusivamente a quello; è suo padre Pietro ad essere ossessionato dalla vita da campione. Felice si adatta per non deludere il genitore, perché è più facile assecondare i sogni altrui piuttosto che dar voce ai propri. L’incontro però con un maestro sopra le righe, brillante e cialtrone, lo fa uscire dalla sua zona di sicurezza, dai rigidi schemi tracciati dal padre. Felice viene letteralmente buttato in mare aperto, senza protezioni, il mare della vita; e il maestro Raul Gatti è l’unico a insegnargli a nuotare. Un incontro sulle prime traumatico, vertiginoso, ma alla lunga foriero di umanità e dolcezza. Raul insegna a Felice che spesso la vita è difficile, sbeccata e dolorosa, ma è comunque una straordinaria opportunità da abbracciare con fiducia e coraggio.
Andrea Di Stefano compone un film denso e profondo servendosi di lampi di leggerezza e note malinconiche; un romanzo di formazione ruvido, non patinato, ma dai riverberi acuti e in un certo senso educativi.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Adolescenza, Amicizia, Amore-Sentimenti, Educazione, Famiglia – fratelli sorelle, Famiglia – genitori figli, Matrimonio – coppia, Sport


Oltre a essere il ritratto di un mondo oramai scomparso (la storia è collocata negli anni Ottanta), più vicino anche temporalmente a quello raccontato dalla grande commedia italiana a cui non a caso il film di Di Stefano guarda, “Il maestro” incrocia il racconto di due anime per dare vita a una sorta di romanzo di formazione in cui l’incontro tra l’allievo e il suo mentore fa sanguinare vecchie ferite e regala consapevolezze in duplice direzione.


A volte comica, altre drammatica, ma sempre con una dolcezza di fondo che rende la visione coinvolgente ed emotiva lungo le sue quasi due ore di durata a ritmo dosato, quella di Di Stefano è un’ode alla bellezza dei legami umani che ci ricorda, prima di tutto, come nessun uomo è e può essere un’isola, anche se lo vorrebbe con tutto sé stesso.


Un’opera vitale, che recupera una certa tradizione di cinema italiano agrodolce e non ha paura degli azzardi, proprio come la lezione del suo strepitoso protagonista.

 

Recensioni
3,2/5 MyMovies
4/5 Sentieri Selvaggi
3,5/5 ComingSoon

 

ELOGIO DELLA NORMALITÀ. IL FENOMENO SINNER

Negli ultimi anni, il tennis italiano ha vissuto una trasformazione radicale. Al centro di questa rivoluzione c’è un nome: Jannik Sinner. Da promessa silenziosa a superstar internazionale, il giovane altoatesino è diventato molto più di un atleta. È un fenomeno mediatico, un brand, e, forse senza volerlo, anche un simbolo.
Sinner non è solo uno dei tennisti più forti al mondo. È anche la rappresentazione di un ideale sportivo che sembrava perduto: dedizione, disciplina, silenzio, umiltà.

Non ci sono eccessi nelle sue dichiarazioni, non ci sono polemiche nei suoi atteggiamenti. In un’epoca in cui la spettacolarizzazione domina ogni sport, Sinner ha conquistato tutti non facendo spettacolo, ma semplicemente giocando meglio di chiunque altro.
La vittoria di Wimbledon 2025, che lo ha consacrato tra i più grandi della storia del tennis italiano e internazionale, ha segnato uno spartiacque. Non solo per il valore sportivo dell’impresa, ma per l’impatto simbolico che ha avuto. Un italiano che vince il torneo più prestigioso del mondo, sull’erba sacra di Londra, con eleganza e freddezza, è qualcosa che va oltre la cronaca sportiva.
E proprio questa sua apparente “non personalità” televisiva, così distante da ciò che normalmente attira i riflettori, è diventata il suo punto di forza. Con Sinner, anche il tennis ha smesso di essere uno sport “di nicchia” in Italia. Fino a pochi anni fa, la disciplina era considerata secondaria rispetto a calcio, Formula 1 o MotoGP. Oggi, ogni sua partita è un evento nazionale. I dati d’ascolto delle sue finali e semifinali hanno superato record storici, con milioni di spettatori collegati a ogni ora del giorno (e della notte). Non si tratta solo di sportivi appassionati. Sinner ha saputo attrarre un pubblico trasversale, dai più giovani agli over 60, da chi non ha mai seguito una partita prima d’ora a chi è tornato a farlo dopo anni.

Questo “effetto-Sinner” ha avuto ripercussioni concrete anche sul territorio: iscrizioni ai circoli di tennis in crescita, aumento di investimenti nel settore, maggiore copertura televisiva e giornalistica. Il tennis è finalmente tornato a essere uno sport di primo piano, trascinato da un ragazzo che comunica soprattutto con le racchette, non con le parole.
Quello che rende il fenomeno Sinner ancora più interessante è che Jannik non è un comunicatore nel senso tradizionale, eppure comunica eccome. I suoi silenzi, i suoi sguardi concentrati, la timidezza quasi imbarazzata davanti alle telecamere: tutto contribuisce a costruire un personaggio raro, che piace proprio perché non cerca mai di piacere. È la dimostrazione vivente che non serve essere istrionici per essere vincenti, e che l’eleganza – nello stile di gioco e nei modi – può ancora fare la differenza.
In un mondo dove tutto è immediatamente condiviso, raccontato e spesso gridato, Sinner è l’anomalia che funziona. Il “bravo ragazzo” che non ha bisogno di reinventarsi, né di raccontare drammi personali per farsi ascoltare. È sufficiente guardarlo giocare per capire chi è. E questo, oggi, è forse il suo più grande merito.

Fonte: ScopriNetwork.it

 

MGF