Commedia
Regia di Antonio Albanese – Italia, 2026 – 90′
con Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese, Niccolò Ferrero

 

 

 

 

UNA COMMEDIA FUORI CONTROLLO CHE RACCONTA, IN CHIAVE TEATRALE, FOLLE E DIVERTENTE, UNA GENERAZIONE “SCONFITTA”, TENERA E UMANA.

Lavoreremo da grandi di Antonio Albanese è un film illuminante nella sua decadente ma bellissima parabola umana, in un riflesso che diventa metafora di una “generazione sconfitta”. In mezzo, la ricerca esatta dell’assurdo, bagnata (anzi, inzuppata) nell’acqua dolce – la citazione al suo esordio registico, datato 1997, è notevole – di una provincia che diventa perfetto palcoscenico in cui tutto cambia pur restando uguale, generando quel perfetto cortocircuito che ha fatto grande la commedia all’italiana. Un film matto, mattissimo, che sfrutta l’architrave di una “fatalità” per generare una storia letteralmente “fuori controllo”, nonché inaspettata nella visione naif del regista, in cui il ridicolo “dilaga” fino a diventare un’esplosione di assurda e originalissima comicità.
Come spiega Albanese, che ha scritto il film insieme a Piero Guerrera, Lavoreremo da grandi parte da quella provincia bellissima “dove non accade nulla di nulla”: il lago d’Orta, che bagna diversi piccoli comuni. Al centro della storia Umberto, musicista fallito con troppe ex moglie; il figlio Toni, appena uscito da galera; Beppe, idraulico con una madre fin troppo premurosa; poi Gigi, sbronzo fin su alla parrucca bionda lasciatagli in eredità da una zia ricchissima. A interpretarli, con sincerità e incanto, lo stesso Albanese, e poi rispettivamente Niccolò Ferrero, Giuseppe Battiston e Nicola Rignanese. Correndo sul filo dell’ineluttabile, i quattro – miserabili, teneri, impacciati – si ritrovano a vivere una notte scombinata e imprevedibile.
Dietro Lavoreremo da grandi, fin dal titolo, l’elogio che commisera il fallimento, umanizzando ed esaminando – senza presunzione alcuna – gli anfratti di una vita a metà, vissuta senza essere compresa a pieno (con una domanda: l’istinto è meglio della ragione?), onorando però l’indolenza, la dolcezza e la pigrizia ancora prima che l’azione. Di contro al precedente – e notevole – Cento domeniche, e chiaramente più vicino a Un uomo d’acqua dolce, Albanese non si tira indietro e anzi avanza plasmando una follia narrativa in cui il senso del comico e del tragico sbracciano, rubandosi a vicenda la scena, come a teatro.
Sì, perché Lavoreremo da grandi, anche grazie alla scenografia di Marco Belluzzi e Anna Ranci Ortigosa, sembra una pièce dell’Off-Broadway, radicata però nel più profondo degli immaginari italiani, dove i personaggi, i dialoghi, i toni si mescolano diventando specchio di un modo che conosciamo e riconosciamo, declinato secondo un approccio cinematografico che riprende gli echi delle commedie anni Sessanta (ma dentro ci sono pure Marco Ferreri, Dino Risi) finendo per citare indirettamente Luis Buñuel o i Fratelli Coen (e scusate se è poco).
Se i quattro personaggi che giocano in scena – perché di un gioco si tratta – sfuggono alle responsabilità, girando (e aggirando) attorno a una colpa che diventa pretesto e contesto, Albanese con coraggio e passione (doti non scontate, soprattutto nel nostro cinema) si imbarca – letteralmente – in un intermezzo comico (e quindi umano) che non ha paura di esagerare, puntando a un divertimento dal mozzico amaro, e quindi ancora più vero, colorato e struggente. Affidando il senso esatto del film, in fine, alle note e alle parole di Marrakech: “Avevamo solamente il sogno di una vita diversa, tanto noi la pace l’abbiamo già persa”. Applausi.

Damiano Panattoni – Movieplayer

Tematiche: Fallimento Generazionale e Personale, Amicizia, Solidarietà Maschile, Provincia, Immobilità, Confine tra Commedia e Tragedia


I film di Antonio Albanese non sono mai carini: sono funambolici, esilaranti, inaspettati e imprevedibili, e di volta in volta scatenati o riflessivi, attuali e politici oppure favolistici. Esprimono il suo sguardo sul mondo, un mondo un po’ sbilenco che pur nelle sue anomalie e nei suoi spauracchi è tutto da scoprire. Antonio Albanese ci ha insegnato a riderne, e finché riusciremo a ridere, anche solo 10 minuti al giorno, saremo sicuramente salvi.


Antonio Albanese torna ai toni stralunati e fuori scala degli esordi (con tanto di indiretta citazione a “Uomo d’acqua dolce)”, puntellando senza egocentrismo una “generazione” sfinita, sconfitta e impigrita. Una sorta di pièce teatrale di provincia, che vive grazie a un cast sincero e appassionato, e dosato nell’umore e nei toni, generando un cortocircuito capace di “dilagare” in un film inaspettato e irresistibile.


Il nuovo film di Antonio Albanese parte da una costruzione del genere, per poi imprimervi dentro una situazione che si nutre di momenti assurdi, di un’escalation particolare di imprevisti e situazioni, anche sopra le righe, restando comunque e sempre vicino ai suoi protagonisti, in un racconto di generale delicatezza.

 

Recensioni
3,5/5 Movieplayer
7,5/10 Everyeye Cinema
3,5/5 ComingSoon

 

ANTONIO ALBANESE REGISTA

Tutti i suoi personaggi nascono dal disagio di una società che li ha messi all’angolo e costretti all’alienazione: è la capacità dell’interprete a renderli pronti a mostrare la vulnerabilità sotto lo sberleffo. Più si ride forte, più si soffre in silenzio.

 

 

L’esordio come regista arriva con L’Uomo d’Acqua Dolce nel 1996. Il primo film da regista di Antonio Albanese usa uno dei suoi personaggi più acclamati: Epifanio, personaggio timido e gentile con spessi occhiali da vista, al centro di una trama sottile con il protagonista felice marito e padre che perde la memoria e torna a casa dopo cinque anni. Qui non si chiama Epifanio ma Antonio: e ha perso la memoria, il tempo, e non il cuore. L’Uomo d’Acqua Dolce è una commedia in linea con il mondo artistico di Albanese, con le emozioni in punta di penna che rievocano il cinema muto di Jacques Tati, l’espressività laconica e la gestualità dei cartoni animati.

 

Nel 1999 esce La fame e la sete, un secondo film di quelli nati sull’urgenza del successo degli esordi. Tornano infatti le maschere e i personaggi: al centro questa volta c’è Alex Drastico, accompagnato però da Ivo Perego e Pacifico. Il film riceve diverse nominations su diversi premi, anche come miglior attore protagonista ai David di Donatello. Al centro del racconto c’è sempre un mondo imbarbarito dipinto con ironia, tra un ottimismo tronfio scalfito dalla crisi di fiducia dell’uomo postmoderno, mentre a denunciare l’imbarbarimento del nostro stare al mondo ci pensa l’inconsapevolezza opportunista di Alex Drastico.

 

La terza regia arriva nel 2002, con Il nostro matrimonio è in crisi: niente più maschere, perché inizia la trasformazione di Albanese. Il film è infatti uno spartiacque: prima di tutto perché dopo ci sarà una lunga pausa dalla regia e poi perché come spesso fisiologicamente accade i personaggi sullo schermo iniziano a mostrare la corda e si intravede il tentativo di inquadrare storie più costruite e drammaturgicamente più risolte. Inizia infatti da qui un lunghissimo percorso di Albanese che come interprete di film altrui decostruisce e ricostruisce il suo stile espressivo.

 

 

Tutto confluisce allora in Contromano nel 2018, il quarto film da regista, che segna un distacco netto dalle sue produzioni precedenti: un distacco preceduto e preannunciato dalla regia della serie I Topi, fondamentale (quanto ingiustamente dimenticato dal pubblico e dalla critica) proprio perché il primo vero progetto nel quale il genio di Albanese può liberarsi e rivelarsi appieno.

 

 

 

Antonio Albanese torna dopo cinque anni nel 2023 dietro la macchina da presa proseguendo nel percorso di cinema civile che caratterizza la sua carriera di artista e racconta con sensibilità una storia universale, che ha riguardato migliaia di piccoli risparmiatori, traditi dall’avidità e dai crack bancari. Cento domeniche (quelle in cui Antonio ha lavorato per tutta la vita) è convenzionale, quasi scolastico nelle transizioni fra un scena e l’altra, ma ha anche intuizioni bellissime e in qualche modo visionarie Albanese ha lavorato al soggetto per due anni, dopo che l’autore ha ascoltato un’intervista a una vittima dei tanti crac bancari, che dal 2008 in poi hanno spinto sul lastrico migliaia di risparmiatori onesti e fiduciosi, preda delle speculazioni di banche spregiudicate. Ha scelto di ambientarla nella provincia di Lecco, di dove è originario, tra cui il Comune natio di Olginate. Il cantiere nautico mostrato nel film è lo stesso in cui ha lavorato Albanese prima di intraprendere la carriera professionale.

Lavoreremo da grandi, sesta regia cinematografica di Antonio Albanese, è un film di spettri, di apparizioni improvvise, di allucinazioni. Una commedia stralunata sotto ipnosi. Dopo la parentesi più politica di Cento domeniche, il comico-cineasta sembra tornare con questo nuovo film alle atmosfere degli esordi. Anche in Lavoreremo da grandi c’è un evento improvviso che fa saltare tutti gli equilibri nella vita dei protagonisti. Sembra un cinema d’altri tempi, quasi la rivisitazione di una commedia teatrale francese anni ’30 adattata per il grande schermo.Ma resta comunque una commedia intelligente e ispirata, dove la disperazione è appena accennata, ma scorre sempre sottotraccia.

 

MGF