LA “TEMPESTA” – GIORGIONE
TEMPESTA

Giorgione, al secolo Giorgio Barbarelli da Castelfranco, nonostante la breve vita (morì di peste a poco più di trent’anni) è uno dei maggiori esponenti della pittura veneta dell’alto Rinascimento, e La Tempesta è forse la più famosa delle sue opere.
Diversamente dai pittori rinascimentali del centro Italia, i veneti avevano una particolarità: il disegno preparatorio non era così accurato, anzi era solo una lieve traccia, un tratto leggero giusto per definire l’equilibrio della scena prima di dipingerla. Questo concedeva loro di poter rendere con molto più realismo gli elementi naturali, che risultano così molto più reali e vividi di quelli rappresentati in precedenza.

Quest’opera, enigmatica ed eterea, rappresenta una donna che allatta un bambino in una radura nel mezzo di un bosco; al loro fianco, oltre il letto di un piccolo torrente, una guardia, e sullo sfondo un castello e delle rovine. Nel cielo, un fulmine squarcia le nuvole.
Allievo di Bellini e contemporaneo di Tiziano, Giorgione è il punto di svolta per la pittura veneta: in primo luogo, è lui ad aver introdotto dettagli paesaggistici di così ampio rilievo. Prima di allora, il paesaggio era sempre stato un mero contorno, mentre con lui diventa protagonista, forse anche grazie all’incontro con Leonardo da Vinci, il quale aveva trascorso buona parte della propria permanenza in Nord Italia a studiare la resa realistica dei paesaggi e la teoria dei “piani d’aria”.
In quest’opera, il paesaggio è protagonista tanto quanto i personaggi: è interessante notare il dualismo tra la campagna e la città sullo sfondo, una contrapposizione che fa eco a quella tra la madre che allatta e la guardia, che la accentua e definisce.
Giorgione, inoltre, è anche il primo ad aver introdotto soggetti che non siano né religiosi né letterari; per quanto abbia dipinto anche Veneri e Madonne, oltre ad alcuni ritratti, questi non sono gli unici temi dei suoi dipinti.
Il tema di quest’opera, che forse all’epoca era chiaro, è invece oggi fumoso, ma i pareri concordano nel puntare l’attenzione sulle contrapposizioni che la bilanciano: oltre a quelle già enunciate, mi piace sottolineare anche il dettaglio delle espressioni, annoiata quella della guardia e in allerta quella della madre, quasi come ci fosse qualcosa di atavico all’orizzonte, qualcosa che può essere percepito con maggiore intensità da una madre, tesa alla protezione del proprio bambino, come si nota anche dalla postura, ricurva e chiusa, proprio come se intendesse farsi scudo.

E il pericolo c’è, lontano, alto in cielo: un fulmine. Una tempesta è in arrivo, e presto bisognerà lasciare l’ombrosa radura per trovare rifugio, per mettere al sicuro quel bambino ancora in fasce, che mi piace vedere come la metafora di un futuro ancora incerto che sta appena appena sbocciando.

Trovo questo quadro straordinariamente attuale, nella sua semplicità ricca di dettagli: la città e le rovine, la madre pronta a proteggere il figlio, il soldato annoiato… e il tutto è circondato da una fitta foresta, al contempo scudo e pericolo, e tutto è collegato dal profondo letto del torrente, che si limita a scorrere da monte a valle, noncurante, solo proseguendo il corso dell’acqua, immutato da migliaia di anni.
E lì, nel cielo scuro e cupo di nubi così dense che sembra quasi di sentire il basso rombo del tuono, il fulmine, l’istante accecante prima dello scoppio; un momento di sospensione, un respiro trattenuto nell’aria giallastra e carica di ozono, gl’istinti di preservazione atavici che si risvegliano.
E la domanda, che presto troverà risposta: il temporale sta per abbattersi, o il cielo tornerà sereno?
Ma la donna, simbolo di tutte le madri del mondo, è in allerta, pronta a proteggere il suo bambino, costi quel che costi: così, noi siamo tenuti a proteggere ciò che amiamo e che da noi dipende. Dal fulmine e dalla tempesta, dal soldato e dalle rovine, dal fiume e dal bosco.
E forse anche un po’ da quella cosa che ci piace chiamare “civiltà”.
Beatrice Fiorello
MGF