Bella come Beirut.
Triste come l’Iraq.
Esausta come la Siria.
Distrutta come lo Yemen.
Ferita come la Libia.
Demolita come L’Ucraina.
Dimenticata come la Palestina.

                                                                                                                                             Nasir Karim

Beirut – Libano
Iraq
Siria
Yemen
Libia
Ucraina
Palestina

 


Nasir Karim, nato a El Jadida, è di origine marocchina. Da anni vive e opera a Spoleto (Umbria), dove è presidente dell’associazione interculturale “Tre Mondi”. Ex campione di basket, traduttore e interprete tra la lingua araba e l’italiano del ministero di giustizia e promotore di iniziative per l’integrazione tra popoli e culture, il suo intento principale è quello di far avvicinare il più possibile le culture araba e italiana per far capire a tutti che possono convivere nel rispetto reciproco. Le attività di convergenza, di politica ad ampio raggio e di integrazione tra i popoli di Nasir Karim è talmente nota e riconosciuta da essere stato insignito della prestigiosa onorificenza di “Ambasciatore di pace e fraternità”.

La missione, sin dall’atto fondativo, dell’Associazione Interculturale Tre Mondi è l’integrazione in tutte le sue forme e declinazioni fungendo da spazio di incontro comunitario..  Nella sua sede a Spoleto,oltre ad uno spazio di meditazione e preghiera destinato ai praticanti della religione musulmana, italiani e stranieri potranno imparare l’arabo grazie a dei corsi completamente gratuiti.

Se volete seguire Nasir Karim su Facebook:

https://www.facebook.com/nasir.karim.3/

 

MGF

 

APRILE

Prova anche tu,
una volta che ti senti solo
o infelice o triste,
a guardare fuori dalla soffitta
quando il tempo è così bello.
Non le case o i tetti, ma il cielo.

 

Finché potrai guardare
il cielo senza timori,
sarai sicuro
di essere puro dentro
e tornerai
ad essere felice.

 

 

Aprile di Anna Frank nasce dentro uno spazio chiuso, ma non è una poesia sulla chiusura. È un testo sull’apertura possibile, anche quando tutto sembra negarla.
Dentro questi versi si muove una tensione fortissima tra ciò che limita e ciò che libera. Da una parte la soffitta, che non è solo un luogo fisico ma la condizione di una vita sospesa, costretta, minacciata. Dall’altra il cielo, che diventa immediatamente qualcosa di più di uno spazio naturale: è una dimensione interiore, una possibilità di respiro.
Il cuore della poesia non è la fuga, ma lo sguardo. Non il cambiamento della realtà, ma il modo in cui la si attraversa. Ed è proprio per questo che il messaggio di Anna Frank arriva fino a noi con una forza intatta. Perché parla a tutte quelle situazioni in cui la vita si restringe. Non solo nelle condizioni estreme che lei ha vissuto, ma anche nelle forme più silenziose e quotidiane di smarrimento, di fatica, di perdita di senso.
Leggere Aprile di Anna Frank non significa solo analizzare dei versi scritti ottant’anni fa, ma scoprire un vero e proprio manuale di resistenza emotiva. In un’epoca come la nostra, dove l’incertezza e il rumore digitale spesso ci tolgono il respiro, Anna ci indica una via d’uscita che non richiede passaporti, ma solo coraggio interiore.

 

Fonte: Libreriamo

 

MGF

ALLELUJA

Le campane hanno spezzato
le funi che le tenevano legate.
La terra ha sobbalzato,
s’è aperta e versa fiori.

 

 

E i fiori vanno in processione,
si affollano per le valli,
strisciano per i muri,
si annidano nei crepacci,
si arrampicano sulle pergole,
si affacciano agli orli dei sentieri.

 

 

Le farfalle sciamano, volano,
ruotano, prese nel gaio vortice.
Gli uccelli si sono ridestati tutti
insieme battendo l’ali.

 

 

Alleluja! – le campane che hanno
spezzato le funi suonano a festa,
a gran voce.
Valli e monti si rimandano
gli echi festosi.
Alleluja

 

 

Si assiste a un vero e proprio giubilo della natura. Il poeta ligure inserisce, all’interno delle strofe, il termine fiori; l’atmosfera che pervade la poesia è festosa: la terra sobbalza e, in un tumulto di gioia, si spacca quasi versando gemme dappertutto. Il clima di festa che si scorge nell’intera poesia si manifesta specialmente negli elementi naturali: i fiori si riversano nelle valli, nei crepacci, nelle scarpate dei sentieri divenendo cangianti. E’ la Pasqua che si manifesta nel gaudio primaverile: le farfalle e gli uccelli partecipano alla felicità della resurrezione con danze aeree mentre risuona l’Alleluja dalle campane; una melodia che rimanda suoni di echi festosi, diffondendoli tutt’intorno.

Fonte: metropolitanmagazine

 

ANGIOLO SILVIO NOVARO

Angiolo Silvio Novaro (Diano Marina, 1866 – Oneglia, 1938) è stato un poeta, scrittore e imprenditore ligure, noto per la sua poesia lirica e le opere per l’infanzia, tra cui Il Cestello (1910). Esordì con romanzi veristi e si distinse per una vena intima e religiosa. Fratello di Mario, fu anche imprenditore nell’azienda olearia P. Sasso & Figli.
Autodidatta, pubblicò racconti giovanissimi. Nella sua “Casa Rossa” a Oneglia produsse gran parte della sua opera, lavorando anche come traduttore. Oltre al già citato Il Cestello, è famoso per Il fabbro armonioso (1919), dedicato al figlio Jacopo, morto nella Prima Guerra Mondiale. La sua poesia Che dice la pioggerellina di marzo? è stata per decenni un classico dei sussidiari scolastici. Amico di intellettuali come Verga e d’Annunzio, curò la rivista aziendale dell’olio Sasso, trasformandola in un importante spazio culturale.Nel 1929 fu nominato Accademico d’Italia.
Novaro è considerato un poeta della “piccola cosa”, capace di narrare la quotidianità con sensibilità religiosa.

 

MGF

PASSIONE E MORTE DI GESU’

 

Il Cristo alla Colonna è l’unico dipinto su tela del Bramante di cui si sappia.
È un’opera devastante nella sua semplicità: sul corpo del Cristo non ci sono ancora i segni della flagellazione, ma ha una corda attorno al collo e il suo viso, contratto e smunto, il colorito quasi verdastro, lascia supporre che Gesù stia anticipando quello che sta per succedere. Sullo sfondo, una coppa dorata, che molti studiosi interpretano come un riferimento al “Calice” che Gesù aveva chiesto fosse allontanato dalle sue labbra nel Giardino del Getsemani.
Ecco, il calice è ancora lì, la sua preghiera è stata vana, quasi a ricordare all’umanità intera che, a volte, le preghiere non possono essere esaudite: un fine più alto ci aspetta, ma prima dobbiamo tenere salda la nostra fede. Dobbiamo capire che non possiamo esimerci dal bere da questo Calice, che nessuno ce lo potrà allontanare dalle labbra se vogliamo poi crescere e risorgere.
E, nei momenti di paura, potremo ricordare lo sguardo angosciato, terrorizzato del Salvatore, che affronta la passione con tutta la dignità che riesce a trovare, per salvare l’umanità. E sentirlo nostro fratello nel dolore.

 

 

Il Cristo Crocifisso di Dalì è, a mio parere, una delle rappresentazioni più impressionanti mai dipinte della Crocefissione. La prospettiva è estrema, esagerata, quasi un anamorfismo, e la cosa più sconvolgente è che lo sguardo dello spettatore va dall’alto in basso.
Siamo abituati, nell’arte ma anche nella vita di ogni giorno quando entriamo in chiesa, a vedere il crocifisso dal basso verso l’alto, a scorgere uno scorcio del volto sofferente del Cristo, mentre l’occhio si sofferma sistematicamente sulle mani e sui piedi perforati dai chiodi, sulla ferita nel costato.
Dalì, invece, ce lo presenta dall’alto; di Lui vediamo il capo chino e la schiena incurvata in una posizione quasi dolorosa da guardare; le braccia distese sembrano quasi una supplica perché il dolore finisca, un urlo muto da un corpo così provato che non conserva più nemmeno un filo di voce.
Ma ai suoi piedi si stende un lago calmo. Due pescatori hanno lanciato le reti da riva, e sembrano quasi godersi l’alba ormai imminente di una giornata che si preannuncia serena e soleggiata, con le nubi che già cominciano a dissiparsi all’orizzonte: è la calma della Salvezza, la quieta fiducia che, dopo una notte di tentativi infruttuosi, potremo gettare la rete e ritirarla piena di doni.

 

 

 

 

Il Cristo Morto di Mantegna è l’apoteosi dell’iconografia del Compianto sul Cristo Morto. Gesù è rappresentato già sdraiato sulla pietra, coperto dal sudario; una boccetta posata di fianco al Suo capo simboleggia che è già stato cosparso di oli e profumi, e alla Sua sinistra due figure, probabilmente Maria Maddalena e Giovanni, piangono la Sua morte.
La prospettiva è anche qui estrema, e rappresenta, di fatto, un trompe-l’oeil: camminando intorno al quadro, questo acquisisce tridimensionalità, dando l’impressione di spiare all’interno del sepolcro, coinvolgendo lo spettatore nella scena e innalzandolo a personaggio.

 

Il crudo realismo del dipinto è incredibile, quasi osceno nella sua puntualità, ma non voyeuristico: il nostro sguardo è inesorabilmente attratto dai segni dei chiodi nei piedi, non dei meri segni rossi ma veri e propri squarci nella carne, che è grigiastra e palesemente immota, morta. La testa è abbandonata sulla pietra tombale, sul volto ancora un’ombra della sofferenza patita.
L’immagine genera una sensazione di pietà soverchiante: c’è quasi la tentazione di unirsi ai piangenti, di contribuire a ungere con riverenza quel Corpo che ha portato su di Sé i nostri peccati.
Ma il sole tramonta sul venerdì, e presto dovremo lasciare qui l’Uomo che amiamo, nell’obbligo mai così pesante di rispettare il Sabato, portando con noi la speranza sempre viva che, quando torneremo nel mattino della domenica, troveremo la pietra spostata, il sepolcro vuoto e il Cristo Risorto.

 

Beatrice Fiorello

 

MGF

 

 

 

La Passione di Cristo secondo San Marco per solisti, coro, orchestra e organo , è il primo oratorio composto da Lorenzo Perosi e presentato in prima assoluta nella chiesa di Sant’Ambrogio a Milano il 9 agosto 1897 in occasione di un convegno di musica sacra. Ci fu una precedente esecuzione della prima parte a Venezia , all’inizio di agosto. Perosi lo dedicò al compositore Ferruccio Menegazzi , all’alpinista e musicologo Francesco Lurani e al compositore Marco Enrico Bossi.

 

 

La prima aveva lasciato una profonda impressione. Perosi basa il linguaggio musicale sul canto gregoriano, utilizzando sempre testi semplici e moderati, sia per l’orchestra che per i solisti, con gli interventi del coro che svolgono il ruolo di commentatori.
Si dice che Massenet , dopo aver ascoltato il finale, abbia esclamato: “Lorenzo Perosi è davvero il Bach italiano!”
Questa composizione è divisa in tre sezioni, scritte in periodi diversi durante lo stesso anno 1897:
I. La Cena del Signore (Cap. XIV, versetti 17-26)
II L’Orazione al Monte (Cap. XIV, versetti 33-43)
III La morte del Redentore (Cap. XV, versetti 25-37)
Dopo la sua prima esecuzione, fu rappresentata a Santa Maria delle Grazie a Milano tra il 2 e il 5 dicembre 1897 in occasione del Congresso di musica sacra.

 

LORENZO PEROSI

 

Lorenzo Perosi, nato a Tortona, fu un musicista attento, uomo e religioso dalla profonda spiritualità e interprete musicale intelligente. La sua vita fu immersa tra l’arte e la fede. Amò la musica, come i suoi cinque fratelli, tutti coinvolti attivamente e pienamente. Fin da giovanissimo si fece “terziario” (chiamato a compiere il suo cammino aderendo pienamente alla spiritualità francescana), e poi entrò anche al Liceo Musicale di Santa Cecilia di Roma e seguì ancora un corso di studi a distanza col Conservatorio di Milano. Fu maestro di canto all’Abbazia di Montecassino; si diplomò al Conservatorio di Milano e continuò a studiare nella città di Ratisbona.

 

Divenne poi maestro di cappella a Imola e l’anno seguente direttore della Cappella Marciana della Basilica di San Marco a Venezia. Dopo essere diventato nel 1895 sacerdote, Papa Leone XIII lo nominò direttore perpetuo della Cappella Musicale Pontificia Sistina, carica che ricoprì fino alla sua morte nel 1956.
Perosi lasciò un grande segno, sia perché era una personalità e un maestro musicalmente straordinariamente dotato e preparato, sia perché particolarmente sensibile e appassionato, oltre che continuamente attivo nella musica soprattutto religiosa corale.
Compose moltissima musica per la liturgia, dando così un enorme contributo al repertorio musicale cattolico.

Dedito molto alla forma dell’Oratorio e dei mottetti, ha interpretato quello che stava succedendo dall’inizio del Novecento in Italia e in Europa. Uomo aperto e irriducibilmente curioso, pur nelle sue vesti di “povero prete”, fu una personalità molto inserita nella società dell’epoca e aggiornato ai suoi tempi.
La musica di Perosi ci svela una pietà solida: uno spazio della vita dell’Uomo alla preghiera e all’aspetto della spiritualità. Una vera proposta di legame con la vita della Chiesa e il vivere con il “sentore di Dio”. Mai esposto, Perosi, pur con la sua grande apertura verso gli altri e verso l’espressione musicale, rimase sempre nell’ombra, riservato e delicato. Proprio questi aspetti della sua personalità li ritroviamo puntualmente anche in tutta la sua musica religiosa composta. I suoi mottetti, moltissimi dei quali brevi, delicatissimi e leggeri come “acquerelli”, e allo stesso tempo intensi, sono tra le sue composizioni più eseguite ancora oggi dai cori liturgici e non solo.

 

ET HYMNO DICTO

Il brano Et hymno dicto (tradotto dal latino: “E, cantato l’inno”) è un’espressione biblica tratta dai Vangeli di Matteo (26,30) e Marco (14,26) che descrive il momento conclusivo dell’Ultima Cena, quando Gesù e gli apostoli intonano i salmi rituali e si recano al Monte degli Ulivi
Perosi inserisce le parole del “Lauda Sion”, unendo idealmente l’istituzione dell’Eucaristia al cammino verso il Getsemani e compie due scelte significative: utilizza la forma fugata che porta ad immaginare un’uscita dal Cenacolo caotica, affannosa e disordinata, e l’inizio del tema della fuga, ritmicamente marcato ed accentuato, esprime il battito del cuore di questi personaggi in ansia che non sanno cosa accadrà da lì a poco. Il pathos emotivo che Perosi riesce a creare è davvero intensissimo. Sulle parole conclusive (et hymnis et canticis)viene pensato questo intensissimo crescendo sia di sonorità che di intensità, finalmente omoritmico, che ben descrive il sentimento degli Undici che terminano la loro cena cantando e lodando il Signore nonostante il timore per il futuro.

 

Et, hymno dicto, exierunt in montem Olivarum.
Lauda Sion Salvatorem, Lauda ducem et pastorem
In hymnis et canticis!

E, detto l’inno, andarono al monte Oliveto.
Loda, o Sion, il Salvatore, loda il duce ed il pastore
cogli inni e coi cantici!

 

 

per l’intera PASSIONE SECONDO SAN MARCO

http://www.youtube.com/watch?v=f3KgE1vZtvs

 

 

MGF