1° CLASSIFICATO – Simone Di Lella

Motivazione:  Nei suoi versi, raccolti in quattro quartine, il giovane poeta si avvale di rime, allitterazioni, metafore, similitudini, per riflettere sul valore della verità. Una verità che, pur scomoda, dolorosa, a volte aspra e sgradevole, va accolta “perché è una chiave nascosta” che ci consente di affrontare la vita con il cuore e la mente liberi. Pregnanti sono le immagini delle similitudini: “a volte arriva improvvisa, come un pugnale silenzioso che colpisce alle spalle” “brucia come una ferita aperta e il cuore vorrebbe fuggire”.

SINCERITÀ

La verità non è sempre gentile
a volte arriva improvvisa,
come un pugnale silenzioso
che colpisce alle spalle

Fa male,
brucia come una ferita aperta,
e il cuore vorrebbe fuggire
da quella lama sottile

Eppure la verità va accolta,
anche quando fa tremare senza sosta
perché è una chiave nascosta
capace di aprire ogni porta

Eppure la verità va accolta,
anche quando fa tremare senza sosta
perché è una chiave nascosta
capace di aprire ogni porta

 

2° CLASSIFICATO – Jonathan Herrera

Motivazione: L’Autore, in venti brevi versi, riflette su cosa sia la libertà. La realtà virtuale che sembra avvolgere e perfino trasportare in un mondo nuovo le menti dei più giovani – privandoli, però, di momenti di vita vera, di pensiero individuale e di rapporti con gli altri – è un limite alla vita personale, intima e affettiva. Se lo schermo del mondo social illude di essere parte di una comunità accogliente e felice, in realtà la vita vera, le persone, la natura, i sentimenti e il confronto con gli altri sono l’unico vero mondo in cui “perdersi e ritrovarsi” riscoprendone la bellezza e la profondità. La poesia è un invito a vivere con spontaneità e coraggio la meravigliosa avventura della quotidianità.

LIBERTÀ DALLO SCHERMO

Cammino come un fantasma
con in mano il mio cellulare
mentre mille notizie false mi bombardano
e mi fanno stare male.

Ma se alzo gli occhi
dallo schermo
scopro che non sono solo
in questo universo.

Scopro
che ho degli amici
e che insieme
possiamo renderci felici.

Scopro
che quando sono triste
e non so cosa fare,
ho delle persone che mi possono aiutare.

Così non ho più bisogno
del mio cellulare
e come un gabbiano finalmente libero
posso volare verso il mare.

3° CLASSIFICATO – Camila Fuentes

Motivazione: L’Autrice va scoprendo nel suo giovane vivere che le scelte nei comportamenti sono determinanti e offrono bivi di crescita. Chi è timido, riservato, educato soccombe alle prepotenze altrui e spesso preferisce cedere il passo piuttosto che prevaricare. A volte, però, riuscire a vincere la paura permette di difendere un’idea, di denunciare il sopruso. La poesia è un invito alla scelta coraggiosa che apre alla sicurezza e alla libertà.

IMPARO A VOLARE

A volte la verità è come un sasso in tasca,
pesa e stropiccia la giacca.

E’ un nodo alla gola che non vuole uscire,
è tutto quel peso che non puoi dire.

Preferisci star zitta e fare un sorriso,
ma è solo una maschera che copre il tuo viso.

Poi prendi fiato e trovi il coraggio
di accendere il sole nel tuo paesaggio

E quando la voce finalmente si alza,
la paura si spezza, la notte si scalza

E allora capisco, mentre il buio scompare
la verità pesa…
ma insegna a volare.

MENZIONE SPECIALE – Celeste Sforte

Motivazione: Il componimento mostra la dialettica tra verità che ci rende fieri e la più ovvia scorciatoia, la ‘menzogna’. La menzogna però non è presentata come una ‘magia’ efficace, ma solo come un ostacolo all’amicizia e alla libertà dello spirito, le uniche che ci rendono felici.

LA VERITÀ

La verità
è la più grande felicità:
ti senti leggero
ti senti fiero
ti senti vero

Le menzogne
sono solo rogne
e le bugie
non fanno magie.

Essere sinceri
fa avere amici veri

La verità
è la più grande libertà.

 

MGF

 

PARABOLA DELLA PICCOLA ONDA

 

Una piccola onda se ne andava felice per il mare: era contenta, allegra, si sentiva frizzante e potente, si abbandonava al gioco della corrente, si lasciava increspare dal vento. Era proprio felice di essere un’onda.
Ad un certo punto vide però, laggiù in lontananza, la scogliera e poi la spiaggia e si accorse che le altre onde, quelle che erano andate avanti, lì si infrangevano e di loro non rimaneva più nulla.
Cominciò a sentirsi triste: se avesse potuto sarebbe tornata indietro, nel mare profondo, da dove non si vede terra; oppure avrebbe voluto fermarsi là dove si trovava, frenare pur di non andare avanti…
Un’onda più grande le passò vicino e le chiese: “Che ti succede? Come mai sei tanto triste?”, e la piccola onda le rispose: “Ma non vedi che fine faremo? Anche tu che sei un’onda così grossa sei destinata a romperti laggiù”.
Sorrise la grande onda e disse: “Tu non sei onda, sei oceano!”

 

 

E’ una famosa parabola di Rumi sulla natura dell’anima. Il mistico paragona l’esistenza individuale a una piccola onda che, pur credendosi separata dal resto, scopre che la sua vera essenza non è la sua forma passeggera, ma l’immensità dell’oceano stesso.
L’onda si percepisce come un’entità singola, indipendente, e teme la sua scomparsa quando si avvicina alla riva (la fine terrena o il cambiamento). Rumi ci ricorda che non siamo semplici entità separate che lottano contro la vita, ma parte integrante del divino.
E quando l’onda smette di identificarsi unicamente con la sua forma effimera e si infrange, si accorge di non essere mai stata separata dal grande mare. L’ego si dissolve nell’oceano dell’amore cosmico.
La metafora centrale riflette uno dei concetti cardine del pensiero quantistico e mistico di Rumi: l’illusione della separazione. La sofferenza umana nasce dal credersi frammenti isolati (l’onda) destinati a finire, ignorando di far parte di una totalità eterna (l’oceano).

 

 

 

Per saperne di più di Jalal al-Din Rumi vi rimandiamo ad un’altra nostra pubblicazione:

TU ED IO di Jalal al-Din Rumi

 

MGF

A MIO PADRE

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,

 

io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.
Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:

 

“Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno”. Tu vedevi il mondo
nel novilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.

 

 

 

La lirica “A mio padre” di Alfonso Gatto (1909-1976) fa parte della raccolta “Il capo sulla neve”. Si tratta di un libretto pubblicato nel 1947 per le Edizioni Milano Sera che raccoglie 20 poesie di argomento resistenziale composte a partire dal 1943. “Il capo sulla neve” dà voce ad angoscia, orrore, speranze che accompagnarono la lotta di liberazione sullo sfondo di una Milano sepolta dalla neve nei due inverni gelidi del 1944 e del 1945. La città meneghina assurge a simbolo di morte e dolore collettivo, perché la tragedia di guerra non risparmia nessuno.
Rispetto ad altre liriche dedicate alla figura genitoriale, “A mio padre” presenta la specificità di intrecciare l’evocazione intimistica con lo scenario resistenziale.

ALFONSO GATTO

Alfonso Gatto nacque nel 1909 a Salerno, proveniente da una famiglia di marinai e di piccoli armatori. Si iscrisse alla facoltà di Lettere e Filosofia di Napoli, ma non arrivò mai a conseguire la laurea. Fin da giovanissimo si dedicò alla poesia tanto che la sua prima raccolta in versi fu pubblicata nel 1939. Il 1934 segna una svolta cruciale perché andò a Milano in cerca di fortuna dove svolse mille mestieri. Qui scontò alcuni mesi nel carcere di San Vittore per cospirazione in quanto militante comunista. Trasferitosi a Firenze diresse per due anni insieme a Vasco Pratolini la rivista Campo di Marte, quartier generale dell’esperienza ermetica fiorentina. Intanto l’editore Guanda di Modena gli pubblica il secondo libro di poesie intitolato “Morto ai paesi” che lo consacra come una delle voci più rappresentative della sua generazione. Torna a Milano per dedicarsi più attivamente alla lotta antifascista. Nell’immediato secondo dopoguerra fu redattore dell’Unità e di altre testate comuniste, ma si distaccò dal partito nel 1951. Fu pittore, critico d’arte e di letteratura. Fu anche attore per Pasolini, Rosi, Monicelli. Continuò l’attività giornalistica come inviato speciale e gli ultimi vent’anni della sua vita li visse a Roma. Morì ad Orbetello in provincia di Grosseto in seguito a un incidente stradale. Ebbe una vita intensa, conobbe la miseria e il successo e un’attitudine al nomadismo che sfruttò come inviato speciale in Europa. Malgrado l’amore per Milano che fece sua, Salerno rimase il suo centro di gravità ricordata con nostalgia in numerose liriche. Alfonso Gatto, come dimostra questa lirica, oltrepassa l’ermetismo fondendo l’autobiografia a temi civilmente impegnati.

 

Fonte: SoloLibri.net

 

MGF

MADRE

La parola più bella
sulle labbra del genere umano è “Madre”,
e la più bella invocazione è “Madre mia”.
E’ la fonte dell’amore, della misericordia,
della comprensione, del perdono.
Ogni cosa in natura parla della madre.

 

La stella Sole è madre della terra
e le dà il suo nutrimento di calore;
non lascia mai l’universo nella sera
finchè non abbia coricato la terra
al suono del mare e al canto melodioso
di uccelli e acque correnti.

 

 

E questa terra è madre degli alberi e dei fiori.
Li produce, li alleva, e li svezza.
Alberi e fiori diventano
madri tenere dei loro grandi frutti e semi.

 

 

La parola “madre” è nascosta nel cuore
e sale alle labbra
nei momenti di dolore e di felicità,
come il profumo sale dal cuore della rosa
e si mescola
all’aria chiara e nell’aria nuvolosa.

 

Probabilmente è la parola che più pronunciamo nella nostra vita, quella che in molti hanno detto per la prima volta da piccoli: “madre”, cinque lettere che esprimono appieno il concetto di vita, la madre è colei che genera, che da vita.
Madre è “fonte dell’amore, della misericordia, della comprensione, del perdono” secondo il poeta Gibran. Infatti, non esiste un amore incondizionato e pure tanto forte quanto quello di una mamma, capace di comprendere e perdonare tutto quello che fanno i propri figli: esiste un esempio più forte di amore senza pretese e aspettative se non quello di una madre?
Tutto ciò che troviamo in natura “parla della madre”. I fiori nascono dalle piante, le piante nascono dai semi, i cuccioli di orso e di qualsiasi altro mammifero nascono da una madre, che istintivamente è portata a prendersene cura e a difenderlo dai pericoli esterni.
Il concetto di nascita in natura è intrinseco a quello di madre: non a caso si parla di “madre natura” per indicare la comune personificazione della natura focalizzata intorno agli aspetti di donatrice di vita e di nutrimento, incarnandoli nella figura materna.
Non c’è amore più naturale e spontaneo di quello che una madre prova per il proprio figlio: ricordiamocelo ogni giorno, non solo una volta l’anno.

 

Fonte: Libreriamo

 

MGF