TIZIANO.
L’IMPERO DEL COLORE
diretto da Laura Chiossone e Giulio Boato
Con la partecipazione straordinaria di Jeff Koons

 

 

 

 

Il docufilm ripercorre quasi un secolo di vita di quel ragazzo che, all’aprirsi del 1500, in una città coperta d’oro che svetta ammiratissima sopra una foresta sommersa, scende dalle montagne del Dogado per essere ricordato come “il più eccellente di quanti hanno dipinto”. Straordinario artista e geniale imprenditore di se stesso, tanto innovativo nella composizione di un’opera quanto nel saperla vendere, Tiziano diviene in pochi anni pittore ufficiale della Serenissima e sommo artista ricercato dalle più ricche e famose corti d’Europa.

 

TIZIANO VECELLIO
IL RINASCIMENTO NEL RINASCIMENTO

Annunciazione – 1539

Tiziano Vecellio è uno degli artisti più prolifici e più largamente apprezzati del Rinascimento: per un uomo che passò buona parte della propria vita lontano da Roma, all’epoca il maggior centro artistico della Penisola, è un traguardo impressionante.
Critiche più o meno pertinenti sono state rivolte a molti artisti dell’epoca: Michelangelo dipingeva personaggi fin troppo nerboruti, Leonardo badava più alle innovazioni che alla pittura stessa… ma ben poche critiche, tranne che di gusto personale, possono essere mosse a Tiziano.

 

 

 

Trasfigurazione -1560

La sua pittura è delicata, le sfumature graduali e le figure, anche le più corpulente, restano lievi ed eteree come se fossero parte stessa del paesaggio, e non elementi di spicco.
L’origine di questo suo stile è nient’altro che il colore.
Al di fuori del Veneto, l’esecuzione di un dipinto richiedeva di prassi una lunga preparazione: prima si disegnavano bozzetti e studi di pose, poi si studiava la composizione, infine ci si approcciava alla tela o al muro e si incideva o tracciava un dettagliato disegno preparatorio.
Dei Veneti, tuttavia, si sono sempre ritrovati pochi studi e pochi disegni; non perché questi siano andati persi, abbiamo taccuini e fogli di moltissimi artisti, semplicemente la pratica del disegno preparatorio era molto meno ossessiva.
Le radiografie delle opere dei Veneti, da Giorgione a Tiziano, rivela la presenza di pochi tratti preparatori, sufficienti giusto ad evidenziare la posizione delle figure all’interno dello spazio: la delimitazione delle figure non avviene più con linee nette, bensì con il colore.

 

 

Madonna Sciarra – 1545

Tiziano è maestro di questa tecnica: se Giorgione, il primo dei grandi ad apparire sulla scena pittorica veneta, ha gettato le basi per questa pittura più materica, Tiziano l’apprende con curiosità, la fa sua e la eleva a vette irraggiungibili.
“Colore” e “Colorito” sono le parole chiave per comprendere la sua pittura: contrasti netti, decisi, accostati a sfumature delicate che quasi fondono gli elementi gli uni negli altri, a creare scene di spiccata profondità; Tiziano apprende le basi della prospettiva, impara a dipingere le figure umane e unisce la tecnica al sentimento, la scienza all’empirismo, creando una via di mezzo che sapientemente scolpisce quest’arte così materica, così viva che sembra quasi parte del reale. Di lui si dice che “accarezza la tela con il pennello”, e osservando da vicino le sue opere non si riesce a trovare una definizione migliore: gli incarnati sono così soffici, le stoffe così sottili e pregiate, che immaginare pennellate intense è quasi sacrilego.

 

Amor sacro e Amor profano – 1515

 

Nulla di più pesante di una piuma potrebbe mai sfiorare quelle superfici così incredibilmente dettagliate senza rischiare di danneggiarle, eppure sembrano quasi a portata di tocco: sono così reali e veritiere che sembra di percepire la serica consistenza delle stoffe pregiate, la sensazione più ruvida di lini e cotoni, la morbidezza di un corpo e la linea sinuosa e delicata di una gota solo appena arrossata.

 

 

Assunta – 1518

Tra tutti i colori della sua palette, una tinta in particolare si distingue: il rosso.
Ora acceso e vibrante, ora tenue e quasi pastello, il rosso sembra un leitmotiv ricorrente della sua arte: da veli e toghe ai capelli delle fanciulle ritratte come allegorie, un biondo ramato che ancora oggi porta il nome di “rosso Tiziano”. È un colore piuttosto difficile da utilizzare: così acceso, quasi violento, il simbolo universale di pericolo, non sempre si può immaginare di inserirlo in una composizione senza inevitabilmente attrarre l’occhio.
Eppure, Tiziano ci gioca con semplicità, ora intensificandolo per chiamare l’occhio, ora stemperandolo al rosa o al corallo per confonderlo con lo sfondo, tutto magistralmente incorniciato dalle sfumature di ombra, che delicatamente armonizzano personaggi e paesaggio, fondendoli senza per ciò confonderli, creando quei magistrali scenari che fanno sentire lo spettatore quasi imbarazzato, un po’ voyeur, come se si fosse improvvisamente aperta una finestra su una scena che sarebbe dovuta restare intima, privata, riservata a pochi eletti.

 

 

Tiziano ci mostra temi sacri e profani, paesaggi e architetture, ci chiama a testimoni che la Fede e la spiritualità non sono temi distanti e troppo complessi per le persone qualsiasi; con la carezza del suo pennello le porta dinanzi a noi, ci fa avvicinare abbastanza da spingerci a sperimentare la sensazione tattile con i nostri occhi, dimostra con la delicatezza che contraddistingue la sua arte che non serve toccare per credere, basta solo sfiorare appena, con uno sguardo che è amore.

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF

 

VANITÀ

D’improvviso
è alto
sulle macerie
il limpido
stupore
dell’immensità

 

E l’uomo
curvato
sull’acqua
sorpresa
dal sole
si rinviene
un’ombra
Cullata e
piano
franta

Vallone il 19 agosto 1917

Sono ormai anni che Giuseppe Ungaretti incontra solo “macerie”. La guerra creata dagli uomini porta solo rovina e distruzione. L’animo umano finisce inevitabilmente per imbarbarirsi. La bellezza dell’essere scompare, tutto ciò che si vive durante il conflitto è barbarie.
Ma, quel giorno, Giuseppe Ungaretti alzando la testa sopra le rovine generate dalla forza distruttiva degli uomini, guardando il cielo, rimane colpito, incantato dall’immensità del Creato.
Vanità è un atto di coscienza dei limiti dell’uomo. La riflessione di Giuseppe Ungaretti dovrebbe essere condivisa e acquisita da tutto il genere umano per evitare che la follia distruttiva continui a prendere il sopravvento. 
La consapevolezza di quanto siamo “piccoli” potrebbe e dovrebbe spingere gli esseri umani a “fare squadra” per sopravvivere al dominio dell’assoluto. 
La bellezza del Creato andrebbe vissuta con armonia e amore. Quell’ombra sull’acqua può trasformarsi in luce, se si prende coscienza della nostra fragilità. La vita dell’uomo sulla terra è come quell’ombra finisce per sparire e disperdersi nel fluire veloce del tempo. 
Non bisogna mai dimenticare, ci vuol far capire Ungaretti, che l’uomo è un passeggero mortale di una natura immortale e mette in evidenza la manifesta fragile precarietà dell’uomo e la sua vanità nel mondo.

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF

MI BASTA

Mi basta morire sulla sua terra,
essere sepolto in lei,
sciogliermi e dissolvermi nel suo suolo,
per poi germogliare come un fiore
con cui gioca un bambino del mio paese.
Mi basta rimanere
nell’abbraccio del mio paese,
per essere in lei come una manciata di polvere,
un filo d’erba,
un fiore.

 

Una poesia di grande emozione e sensibilità, scritta da una donna capace di trasformare in soli dieci versi il dolore del suo popolo in una preghiera di pace e di appartenenza.
È la voce di chi desidera soltanto poter vivere sulla propria terra, respirare la propria identità, riconoscersi in un luogo che non sia negato o cancellato.
Una poesia che è attualissima perché dà voce ad una mobilitazione internazionale per la liberazione della Palestina che non è politica, ideologica, di parte, ma un atto di civiltà. Nei suoi versi, la poetessa palestinese
sembra dare voce alla maggior parte delle persone che stanno scendendo in piazza, per chiedere la fine del massacro di un popolo. Nessuno dimenticherà mai la barbarie del 7 ottobre che ha colpito Israele e tutto il mondo, ma un intero popolo non può pagare per una minoranza violenta, assassina, senza nessuna civiltà.
Questa poesia quindi è il manifesto del popolo palestinese, ma anche di tutti i popoli a cui non viene riconosciuto il diritto di esistere, di essere cultura, memoria, radice. Non serve schierarsi per comprendere la verità profonda che abita in questa poesia. Nessuna identità collettiva può essere annientata, nessuna civiltà può dirsi tale se nega a un popolo la dignità del proprio nome e della propria terra.

 

FADWA TUQAN

Fadwa Tuqan è considerata “la madre della poesia palestinese”, che ha fatto della sua arte una scelta politica e una modalità di espressione di genere.
Nasce a Nablus nel 1917 da una famiglia aristocratica e conservatrice. La sua infanzia fu triste a tal punto che, nella sua autobiografia, non mancano gli aneddoti legati al suo passato e al senso di inadeguatezza verso i suoi genitori e alle loro credenze e tradizioni così antiche. Il fratello Ibrahim (anch’egli poeta) fu il faro della sua vita, dal quale apprese l’arte della poesia.
Lottò molto per la sua libertà individuale che riacquistò grazie alle lotte di emancipazione femminile e alle disgrazie che nel 1948 si abbatterono su di lei (Nakba e morte del padre); Fadwa si gettò in uno sconforto senza fine ma allo stesso tempo riacquistò pienamente la libertà tanto cercata. A seguito della Nakba e dell’instaurazione di campi profughi, le difficoltà per le donne aumentarono in maniera esponenziale, tanto che divenne impossibile conservare una propria identità o mantenere in sicurezza la propria famiglia.
In quegli anni, Fadwa andò a studiare a Inghilterra, riuscendo finalmente ad emanciparsi sia da un punto di vista personale, sia culturale, anche se anche qui percepì con brutalità la sua identità nazionale negata.
Proprio per questo Fadwa decise di tornare in quella sua Patria massacrata ed esprimere tutta la rabbia ed il dolore del suo popolo.
Nella sua arte, si fa portavoce di due realtà: quella familiare, femminile, di identità repressa e mancata, e quella sociale, di Resistenza all’occupazione. Le sue poesie incoraggiano il popolo palestinese, sostengono le sue lotte e richiamano l’amore da sempre proibito. Fu interprete del dramma della sua terra e del suo popolo.
Muore a Nablus nel dicembre 2003.

 

Fonte: Libreriamo

 

MGF

CERTE COSE LE PUOI CAPIRE SOLO D’INVERNO

Certe cose le puoi capire
solo d’inverno
quando non ci sono fiori
e il sole a lungo si nasconde.
Le cronache dal mondo
parlano di vari delinquenti
che diventano capi di Stato.
Lo dico a te che non hai timore
di andare alla radice delle cose.
La poesia consiste in questo:
puntare in alto non per mestiere
ma per necessità.

 

È una poesia coraggiosa e la condividiamo con voi con grande piacere. Siamo nell’inverno di tempi davvero grigi ma non c’è semina e il pane non matura sotto la neve. La Poesia, come afferma qualcuno altro, è la crepa nel muro che ci permette di intravedere il cielo.

 

FRANCO ARMINIO

Franco Arminio è poeta, scrittore e regista italiano (nato a Bisaccia nel1960), noto anche come “paesologo” poiché attivo difensore dei piccoli paesi e delle aree interne contro lo spopolamento. Ha raccontato i piccoli paesi d’Italia descrivendo con estrema realtà la situazione soprattutto del Mezzogiorno d’Italia. Animatore di battaglie civili, collabora con diverse testate locali e nazionali e ha realizzato vari documentari. E’ del 2003 Viaggio nel cratere in cui Arminio racconta l’Irpinia di oggi e la zona del ‘cratere’, quella colpita dal grande terremoto del 1980, riuscendo a coniugare uno stile narrativo straordinario all’impegno civile e all’indagine psicologica. Negli ultimi anni ha pubblicato molti libri, con notevole successo di critica e crescente apprezzamento dei lettori. Tra gli altri: Vento forte tra Lacedonia e Candela (2008, Premio Stephen Dedalus per la sezione Altre scritture), Nevica e ho le prove. Cronache dal paese della cicuta (2009), Cartoline dai morti (2010), Terracarne (2011), Geografia commossa dell’Italia interna (2013) e Lettera a chi non c’era (2021). Arminio è inoltre autore di raccolte di versi, tra le quali Le vacche erano vacche e gli uomini farfalle (2011), Stato in luogo (2012), Cedi la strada agli alberi. Poesie d’amore e di terra (2017, premio Brancati 2018), Resteranno i canti (2018), L’infinito senza farci caso (2019), La cura dello sguardo (2020), Studi sull’amore (2022), Sacro minore (2023), entrambi nel 2024 Canti della gratitudine e, con G. Bormolini, Accorgersi di essere vivi. Un breviario per chi ha perso la via (2025)

 

MGF

SULLA TERRA

Io non ho mai desiderato
essere una stella del firmamento
celeste, o come spirito eletto
silente sorella degli angeli.
Mai distaccata dalla terra,
mai amica del cielo.

 

Qui, sulla terra,
sono uno stelo di pianta
che vive nutrita dal vento,
dal sole e dall’acqua.

 

 

Carica di desiderio e dolore
rimango qui, sulla terra,
accolgo l’elogio delle stelle
e la carezza dei venti.

 

 

Guardo dalla mia piccola finestra:
non fatta d’eterno, nient’altro
che l’eco di un canto sono.

 

E solamente l’eco di un canto
cerco nel gemito d’amore
più puro ancora
del silenzio del dolore.
Un nido non cerco
nella stilla di rugiada
posata sul giglio del mio corpo.

Sulle pareti della mia casa,
della mia vita, i passanti
lasciano tracce di ricordi,
con nere penne d’amore:
un cuore trafitto da una freccia,
una candela consumata,
pallidi segni taciturni
su confuse e folli missive.

Per ogni bocca che mi ha baciata
è nata una stella, nella notte
che scendeva sul fiume dei ricordi.
Perché mai desiderare le stelle?

 

Questo è il mio canto,
più deliziata, più felice
non fui mai come ora
prima d’ora, mai come ora.

 

Il messaggio centrale di Sulla terra è un radicale atto di presenza, la rivendicazione esplicita a poter vivere la propria umanità godendo della semplicità che la vita terrena offre tutti i giorni. Rinunciare al proprio diritto di esistere e di vivere la propria umanità è la peggiore repressione che può subire qualsiasi umano.
In un contesto culturale e religioso che spesso esalta il sacrificio, l’aldilà e la mortificazione del corpo, Forough Farrokhzad ribalta la gerarchia dei valori. La sua non è una ribellione fatta di slogan, ma un appello a poter vivere la propria esistenza terrena. Di poter esistere in questa mondo godendo delle piccole cose che la vita sa offrire, per primo l’amore.
Il suo rifiuto del cielo, di poter ambire a diventare “una stella del firmamento” non è ateismo, ma amore sacro per l’esistenza, per la vita terrena, quel dono che molte volte viene tacciato di essere una colpa.
Il dolore e il piacere non sono colpe, ma il nutrimento stesso della vita (come l’acqua per la pianta). L’accettazione della propria mortalità è l’essenza al diritto di poter abitare questo mondo, in modo libero e felice. Per l’autrice gli umani non sono stelle fisse, ma canti che vibrano e poi svaniscono, e in questa fragilità risiede la  vera bellezza.

 

FORUGH FARROKHZAD

Forugh Farrokhzad (Teheran, 1934 – Teheran, 1967) è stata una poetessa, regista e scrittrice femminista iraniana, una delle rappresentanti più importanti e controverse della modernità iraniana.
In un brevissimo arco di vita Forugh Farrokhzad ha lasciato un segno profondo nella cultura non solo del suo paese ma di tutto il mondo: celebrata come una figura di rottura e ribellione, è stata traduttrice e cineasta, ma soprattutto una grandissima poetessa.
Si sposa giovanissima, poi lascia il marito per dedicarsi interamente alla scrittura e all’arte, sia in patria che in Europa. Nel 1963 scrive e dirige un corto di venti minuti, La casa è nera, ambientato in un lebbrosario, che accende un vivissimo interesse nel mondo cinematografico, mentre le sue raccolte poetiche suscitano scandali ed entusiasmi in un Iran ancora fortemente legato alla tradizione. L’ultimo libro pubblicato in vita, Una rinascita, è considerato un capolavoro del modernismo persiano.
Muore a Teheran nel 1967, a causa di un incidente automobilistico.
Letta oggi, nel clima di persecuzione che circonda le donne iraniane impegnate a cambiare le regole del loro mondo, suona come una straordinaria anticipatrice, ma è stata ed è un’artista senza tempo e fuori dal tempo, che ha vivificato la nobilissima tradizione poetica del suo paese raccontando passione e dolore, tormenti intimi e sussulti dell’anima. I suoi versi sono stati a lungo banditi in Iran, pur circolando sempre sottobanco, e sono tuttora fortemente censurati.

 

Fonti:

Libreriamo – Collettivo Culturale Tuttoilmondo

 

MGF