I GIUSTI

 

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere un’etimologia.

 

 

 

Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina, che forse non gli piace.

 

 

 

Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.

 

 

 

Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

 

 

 

I giusti (Los Justos) di Jorge Luis Borges è una poesia che può essere considerata un vero tributo a tutti gli anonimi del mondo. Ai veri “grandi” della Terra che meriterebbero di avere dalla vita rispetto e riconoscimento.
Il poeta argentino attraverso questo poema enfatizza coloro che tutti i giorni della loro vita con immenso eroismo portano avanti la loro vita senza per forza avere “i riflettori” puntati addosso.
I giusti è tratta dal libro-raccolta La cifra (1981) e raccoglie quarantasei poesie scritte tra il 1978 e il 1981 da Jorge Luis Borges.
Sono molti che vivono nel mito di “saranno famosi” e lo dimostrano l’affollamento di contenitori televisivi dedicati alla ricerca dei talenti (sarebbe meglio parlare di dilettanti allo sbaraglio) e il numero di personaggi che nei social sarebbero disposti a tutto pur di essere considerati “Influencer”.
La poesia può essere divisa in due parti
La prima parte è compresa tra i versi uno e otto. Questi versi descrivono quelle persone che sono giuste perché amano o dedicano la loro anima a qualche compito legato ai sensi o alla conoscenza, come la musica, l’etimologia o la lettura. Se si guarda bene alle parole del poeta meritano la denominazione di giusti milioni di persone che tutti i giorni conducono la loro vita con semplicità, con verità, con leggerezza, ma senza rinunciare all’impegno.
La seconda parte, dal versetto nove al versetto dodici,  si concentra sulle persone che sono giuste perché possiedono uno spirito generoso e altruista.
L’ultimo verso è la chiusura perfetta, in cui Borges dichiara che è grazie a coloro che mettono da parte l’egoismo che il mondo si salva.
Sono tanti gli eroi che tutti i giorni prestano la loro vita al servizio degli altri e altrettanti che hanno fede nel rispetto, nell’ascolto, nella tolleranza, nell’accettazione dell’altro.  Sono questi “I giusti” per Borges.  

 


JORGE LUIS BORGES

Nato nel 1899 in Argentina, Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo è stato uno scrittore, poeta e giornalista tra i più prolifici del suo secolo. Avido lettore e curioso conoscitore di culture e società diverse, Borges ha accumulato durante la sua esistenza una cultura sterminata. I frequenti viaggi hanno contribuito ad aprire la sua già feconda mente. Gravi problemi alla vista non hanno mai impedito a Jorge Borges di leggere e scrivere, neanche quando questi lo porteranno alla cecità negli Anni 60. Borges nei suoi libri rifiuta il modernismo che stava prendendo piede nella sua Argentina, e questo si evince già dalla sua prima raccolta Fervore di Buenos Aires. La città fa da musa per Borges, che non ne descrive il caos o il fermento, ma ne racconta gli aspetti più intimi e romantici. Sebbene amasse particolarmente la poesia, è grazie alla narrativa che Borges diventa famoso come scrittore. Storia universale dell’infamia ne è l’esempio lampante: la raccolta contiene storie di fantasia su criminali realmente esistiti. Nomi, date ed eventi, così come la realtà dei fatti, vengono distorti dall’abile penna di Borges, tanto che il lettore non riconosce più il confine tra verità e finzione. Grazie a questa raccolta viene coniato il termine realismo magico per descrivere la prosa di Borges: per questo rimane tra le opere più importanti dell’autore. Borges è stato scrittore anche di diversi saggi, come i Nove saggi danteschi, L’invenzione della poesia. Le lezioni americane e L’idioma degli argentini. Ne Il Libro di sabbia trova spazio per la prima volta la mitologia nordica, altra tematica cardine del simbolismo di Borges.
Luna di fronte e Quaderno San Martín sono le prime raccolte di poesie pubblicate dall’autore, dedicate alla sua cara patria. Ma la più importante opera poetica di Borges è sicuramente L’altro, lo stesso, che contiene 75 poesie scritte in circa trent’anni, che sottolineano e fanno emergere l’evoluzione poetica dello scrittore Borges.
Per il suo ricco lavoro letterario, Borges sfiorò più volte il premio Nobel senza mai vincerlo: Jorge è stato un personaggio politicamente scomodo, e probabilmente per questo non gli è mai stato attribuito l’ambito premio.

 

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF

LA CAVALCATA DELLE VALCHIRIE

 

 

Nella mitologia scandinava le Valchirie erano  le  nove figlie che Odino, il più antico e grande degli dèi, il creatore del mondo e di tutte le cose, aveva avuto da Erda, la dea della Terra.
Odino era il signore della sapienza, conoscitore delle cose antiche e profonde, della magia e delle arti, che in seguito gli uomini appresero da lui. Egli non solo conosceva i misteri dei Nove mondi e l’ordine delle loro stirpi, ma anche il destino degli uomini e il fato stesso dell’universo.
Odino era anche Sigrföðr (“padre della vittoria”), perché decideva nelle battaglie a chi dovesse andare la vittoria, e Valföðr, (“padre dei caduti”), perché erano suoi figli adottivi tutti coloro che cadevano in battaglia. Con questi due nomi egli distribuiva in battaglia la vittoria e la morte, entrambi doni graditi ai guerrieri.

 

 

Le Valchirie, anch’esse divinità, avevano il compito  di scegliere i più eroici tra i caduti e portarli nel Valhalla, dove venivano accolti dallo stesso Odino e preparati a quella che sarà l’ultima battaglia alla fine del mondo, accanto agli dei, contro le forze del caos.
Esse vengono spesso rappresentate come aitanti fanciulle dai lunghi capelli biondi, armate sopra cavalli alati, con elmo e lancia che volavano sopra i campi di battaglia.

 

 

Richard Wagner, nel corso di 26 anni (dal 1848 al 1874)  compose la musica e scrisse il libretto de L’anello del Nibelungo, una tetralogia di quattro drammi musicali che costituiscono un continuum narrativo che si svolge nell’arco di un prologo e tre “giornate”:
L’oro del Reno (prologo)
La Valchiria (prima giornata)
Sigfrido (seconda giornata)
—- Il crepuscolo degli dei (terza giornata)
Essa costituisce una delle più sterminate creazioni della storia dell’arte (15 ore di musica), e con tale opera Wagner inaugurò la sua nuova concezione drammatico-musicale, al punto che la Tetralogia può definirsi qualcosa di assolutamente nuovo.

 

 

Wagner compose quest’opera nel suo esilio a Zurigo (aveva attivamente partecipato ai moti di Dresda e perciò venne esiliato dalla Germania); egli disse che i grandi miti di quest’opera acquistarono luce e potenza dalla visione delle grandi montagne svizzere imbiancate di neve, dei panorami intatti, delle acque lacustri terse. Sono perciò sempre presenti quadri dalla natura incontaminata, popolati da creature che sembrano emergere appena con la loro coscienza dagli elementi naturali in cui vivono. La Cavalcata è una potente pagina musicale, dal ritmo travolgente e coinvolgente, che risuona intorno agli infiniti spazi celesti.
La bozza di questo brano risale al 1854 ma l’arrangiamento orchestrale fu terminato solo nel 1856. La  sua prima rappresentazione fu eseguita nel 1870 nonostante il diniego dell’autore; addirittura lo spartito fu pubblicato e venduto a Lipsia contro la sua volontà, cosa che lo obbligò a scrivere numerose lettere di protesta contro la grande casa produttrice musicale Schott.

 

 

Il tema della cavalcata si distingue particolarmente per i suoi riferimenti nella cultura popolare, ma soprattutto viene abbinata a tutto ciò che è attinente all’arte della guerra.
E’ noto che venisse passata tra le radio ad onde corte dei soldati tedeschi che pilotavano i carri armati prima degli assalti; venne utilizzata anche come colonna sonora di numerosissimi documentari di guerra di produzione tedesca (Die Deutsche Wochenschau, fu una serie ricca di cronache e testimonianze di guerra raccolte sul campo).

 

 

E’ d’obbligo a queste aggiungere anche la sequenza dell’attacco aereo da Apocalypse Now, film del 1979 diretto da Francis Ford Coppola, liberamente ispirato al romanzo di Joseph Conrad Cuore di tenebra, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes 1979 e di 2 premi Oscar nel 1980. La scena rimane celeberrima nella storia del cinema perché il tenente colonnello, durante l’attacco, fa suonare, tramite altoparlanti installati sugli elicotteri, un passo della musica di “La Cavalcata delle Valchirie” di Richard Wagner per galvanizzare il morale del suo reparto e spaventare i guerriglieri nemici; la scena è resa in modo tanto drammatico quanto realistico, fin nei dettagli.

 

Il regista Francis Ford Coppola, se non copiò lo spunto, fece un’associazione mentale analoga a quella che molti anni prima, nel ’44, aveva ispirato un documentarista della propaganda nazista.
La scoperta è venuta fuori dagli archivi del NO-DO, il notiziario spagnolo equivalente ai nostrani cinegiornali Luce, che veniva proiettato nelle sale cinematografiche prima dei film tra il il 1942 e il 1981. Al caso dedica un lungo articolo il quotidiano El País. Era il 3 gennaio 1944 quando agli spettatori fu proposto un reportage sull’aereo da trasporto militare tedesco Messerschmitt 321: per quel paio di minuti scarsi che magnificavano i velivoli della Luftwaffe nelle evoluzioni in volo e negli atterraggi, fu scelto l’accompagnamento musicale della celeberrima Cavalcata.

 

 

Ma se l’associazione più antica tra aerei e Cavalcata risale al documentario del ’44, l’impiego di quel brano in un film riporta ancora più indietro, all’epoca del primo conflitto mondiale. Fu nel 1915 che Joseph Carl Breil e D. W. Griffith lo inserirono nel climax della pellicola Nascita di una nazione, per solennizzare la carica di cavalleria del Ku Klux Klan che salva i bianchi dall’ira dei neri.
Avvenne, testimoniano libri e reportage, durante la seconda Guerra del Golfo: l’agenzia Reuters il 21 giugno 2003 da Baghdad batteva la notizia che le truppe statunitensi si motivavano per le missioni belliche guardando e riguardando Apocalypse Now. Partivano all’assalto, riferiva la Reuters, “con la Cavalcata delle Valchirie che ancora gli echeggiava nelle orecchie assieme al rombo degli elicotteri“.

 

Per rivedere la scena iconica di Apocalypse Now:

https://www.youtube.com/watch?v=iOFVhwzDkJE

 

Fonti: agi.it  –   amici-del-loggione.blogspot.com

 

MGF

 

PAROLE

Siate cauti con le parole,
anche con quelle miracolose.
Per le miracolose facciamo del nostro meglio,
a volte sciamano come insetti
e non lasciano una puntura ma un bacio.
Possono essere buone come dita.
Possono essere sicure come la roccia
su cui incolli il culo.

 

Ma possono essere margherite e ferite.
Io sono innamorata delle parole.
Sono colombe che cadono dal tetto.
Sono sei arance sacre sedute sul mio grembo.
Sono gli alberi, le gambe dell’estate,
e il sole, il suo volto appassionato.

 

 

 

 

Ma spesso non mi bastano.
Ci sono così tante cose che voglio dire,
tante storie, immagini, proverbi, ecc.

 

 

Ma le parole non sono abbastanza buone,
quelle sbagliate mi baciano.
A volte volo come un’aquila
ma con le ali di un passero.

 

 

 

Ma cerco di averne cura
e di essere gentile con loro.
Le parole e le uova devono essere maneggiate con cura.
Una volta rotte sono cose impossibili da aggiustare.

 

 

Siate cauti con le parole, scriveva Anne Sexton e, in un momento storico come il nostro, in cui il potere stesso del linguaggio e il significato del lavoro culturale vengono così spesso sminuiti e ridotti ad attività di poco conto, è importante ricordarlo.
Le parole hanno un peso e nessuno lo sa meglio di chi scrive, che è abituato a maneggiarle ogni giorno. Chi scrive sa che le parole possono essere leggere e soffici come piume, affilate come coltelli, laceranti come proiettili. Le parole sono importanti, sino alla loro ultima vocale, perché hanno il potere di nominare e, dunque, di forgiare il nostro immaginario. Hanno una potenzialità immensa che sfocia nel sortilegio e quindi vanno utilizzate con cura, con senso della misura, con accortezza.
Lo sapeva bene la poetessa americana premio Pulitzer Anne Sexton, che con le parole viveva, delle parole si nutriva, e proprio a quella che era l’essenza stessa della sua vita dedicò una delle sue poesie più famose Words, tradotta in italiano semplicemente come “Parole”, contenuta nella raccolta The Awful Rowing Toward God (1975).
Le “parole” nella poesia hanno una consistenza materica diventano oggetti e poi sensazioni e, nel finale,  Anne fa un paragone audace, le compara alle uova e si raccomanda di “maneggiarle con cura” perché una volta rotte “sono impossibili da riparare”, poiché diventano altro.
Il linguaggio è davvero capace di aprire squarci nella realtà, di dischiudere prospettive, ma anche di creare ferite irreparabili.
Noi che leggiamo oggi le sue parole sentiamo la forza di un sortilegio che attraversa il tempo e le epoche per narrarci una verità sacra, immortale, che pare scolpita nella pietra. Ricordiamoci di avere cura del linguaggio, di dare alle parole il giusto peso.

FONTE: sololibri.net

 

ANNE SEXTON

Il 4 ottobre del 1974 Anne Sexton dopo essere stata in compagnia di Maxine Kumin, sua amica, collaboratrice e amante, tornò a casa, scese in garage, chiuse tutto, entrò nell’auto, accese il motore e la radio e si lasciò morire. Dopo diversi tentativi di suicidi finalmente la poetessa considerata pioniera di una lirica disinibita, sensuale, dirompente, nonché icona (suo malgrado) dei movimenti femministi, era riuscita a mettere fine a una vita difficile, segnata da un disturbo bipolare, sempre in bilico tra i successi dell’arte e il disastro della vita privata.
Poetessa statunitense (Newton 1928 – Weston, Massachusetts, 1974), approdò alla scrittura come forma di psicoterapia dopo lunghi periodi di degenza (in concomitanza con la maternità era rimasta vittima di gravi squilibrî), entrò in contatto con W. D. Snodgrass e R. Lowell. Da queste esperienze nacque la raccolta di versi To Bedlam and part way back (1960), cui seguì All my pretty ones (1962). La sua poesia, di tipo “confessionale” come quella dei suoi maestri e dell’amica S. Plath, è attraversata dal motivo dell’assenza e da immagini ricorrenti di morte, non di rado filtrate da un’ironia che ne stempera l’aggressività. Confermate le sue doti con Live or die (1966), Love poems (1969) e Transformation (1971), negli anni che precedono la morte per suicidio pubblicò altre raccolte di versi (The book of folly, 1972; The death notebooks, 1974) che tuttavia tradiscono un’involuzione del linguaggio. Al postumo, disperato The awful rowing toward God (1975), si aggiunsero 45 Mercy Street (1976) e Anne Sexton. A self portrait in letters (1977), entrambi a cura della figlia Linda. In Italia una scelta delle sue poesie è apparsa in La doppia immagine e altre poesie (1989).

Fonte: enciclopedia delle donne.it

 TEMPESTA

 

Giorgione, al secolo Giorgio Barbarelli da Castelfranco, nonostante la breve vita (morì di peste a poco più di trent’anni) è uno dei maggiori esponenti della pittura veneta dell’alto Rinascimento, e La Tempesta è forse la più famosa delle sue opere.

Diversamente dai pittori rinascimentali del centro Italia, i veneti avevano una particolarità: il disegno preparatorio non era così accurato, anzi era solo una lieve traccia, un tratto leggero giusto per definire l’equilibrio della scena prima di dipingerla. Questo concedeva loro di poter rendere con molto più realismo gli elementi naturali, che risultano così molto più reali e vividi di quelli rappresentati in precedenza.

 

 

La Tempesta – Giorgione (1506-1508)

Quest’opera, enigmatica ed eterea, rappresenta una donna che allatta un bambino in una radura nel mezzo di un bosco; al loro fianco, oltre il letto di un piccolo torrente, una guardia, e sullo sfondo un castello e delle rovine. Nel cielo, un fulmine squarcia le nuvole.

Allievo di Bellini e contemporaneo di Tiziano, Giorgione è il punto di svolta per la pittura veneta: in primo luogo, è lui ad aver introdotto dettagli paesaggistici di così ampio rilievo. Prima di allora, il paesaggio era sempre stato un mero contorno, mentre con lui diventa protagonista, forse anche grazie all’incontro con Leonardo da Vinci, il quale aveva trascorso buona parte della propria permanenza in Nord Italia a studiare la resa realistica dei paesaggi e la teoria dei “piani d’aria”.

In quest’opera, il paesaggio è protagonista tanto quanto i personaggi: è interessante notare il dualismo tra la campagna e la città sullo sfondo, una contrapposizione che fa eco a quella tra la madre che allatta e la guardia, che la accentua e definisce.

 

Giorgione, inoltre, è anche il primo ad aver introdotto soggetti che non siano né religiosi né letterari; per quanto abbia dipinto anche Veneri e Madonne, oltre ad alcuni ritratti, questi non sono gli unici temi dei suoi dipinti.

 

Il tema di quest’opera, che forse all’epoca era chiaro, è invece oggi fumoso, ma i pareri concordano nel puntare l’attenzione sulle contrapposizioni che la bilanciano: oltre a quelle già enunciate, mi piace sottolineare anche il dettaglio delle espressioni, annoiata quella della guardia e in allerta quella della madre, quasi come ci fosse qualcosa di atavico all’orizzonte, qualcosa che può essere percepito con maggiore intensità da una madre, tesa alla protezione del proprio bambino, come si nota anche dalla postura, ricurva e chiusa, proprio come se intendesse farsi scudo.

 

 

E il pericolo c’è, lontano, alto in cielo: un fulmine. Una tempesta è in arrivo, e presto bisognerà lasciare l’ombrosa radura per trovare rifugio, per mettere al sicuro quel bambino ancora in fasce, che mi piace vedere come la metafora di un futuro ancora incerto che sta appena appena sbocciando.

 

 

Trovo questo quadro straordinariamente attuale, nella sua semplicità ricca di dettagli: la città e le rovine, la madre pronta a proteggere il figlio, il soldato annoiato… e il tutto è circondato da una fitta foresta, al contempo scudo e pericolo, e tutto è collegato dal profondo letto del torrente, che si limita a scorrere da monte a valle, noncurante, solo proseguendo il corso dell’acqua, immutato da migliaia di anni.

 

 

E lì, nel cielo scuro e cupo di nubi così dense che sembra quasi di sentire il basso rombo del tuono, il fulmine, l’istante accecante prima dello scoppio; un momento di sospensione, un respiro trattenuto nell’aria giallastra e carica di ozono, gl’istinti di preservazione atavici che si risvegliano.

E la domanda, che presto troverà risposta: il temporale sta per abbattersi, o il cielo tornerà sereno?

Ma la donna, simbolo di tutte le madri del mondo, è in allerta, pronta a proteggere il suo bambino, costi quel che costi: così, noi siamo tenuti a proteggere ciò che amiamo e che da noi dipende. Dal fulmine e dalla tempesta, dal soldato e dalle rovine, dal fiume e dal bosco.
E forse anche un po’ da quella cosa che ci piace chiamare “civiltà”.

Beatrice Fiorello

 

MGF

BOLERO

Ida Rubinstein

Nel 1927 la celebre ballerina Ida Rubinstein chiese a Maurice Ravel (1875 – 1937) di comporre un balletto.
Ravel scelse il Bolero attratto dall’ossessività ritmica e dalla semplicità melodica  di questa danza spagnola che nel Settecento si era diffusa in Europa.
La prima esecuzione del Bolero avvenne il 22 Novembre 1928 e ottenne un successo clamoroso.
A livello emotivo il Bolero di Ravel appare estremamente forte e coinvolgente grazie al poderoso crescendo orchestrale che caratterizza tutto lo sviluppo dell’opera.
Se timbro e dinamica sono due parametri fondamentali della musica del ventesimo secolo, allora il Bolero ne è una degna annunciazione e Ravel il suo profeta.

 

STRUTTURA

Il brano è strutturato in due temi principali: A e B esposti da diversi strumenti dell’orchestra.
Il Boléro è in Do maggiore, e comincia letteralmente pianissimo, come indicato sugli spartiti. Il tamburo introduce la base ritmica che accompagnerà tutto il brano, le viole e i violoncelli lo accompagnano in pizzicato (cioè suonati con le dita, senza l’archetto), e un flauto esegue per la prima volta il celebre tema, indicato spesso come A. Ravel si ispirò alla danza tradizionale spagnola conosciuta proprio come boléro, che si pensa abbia origine araba e che è caratterizzata da una scansione ritmica in 3/4 (in cui, quindi, la battuta è composta da tre battiti della durata di un quarto). Il tema A dura diciotto battute, dopo le quali viene ripetuto una seconda volta ma da un clarinetto, mentre il flauto si aggiunge al tamburo per la base ritmica. Al terzo giro, un fagotto esegue il secondo tema, il B, che si basa su una scala diversa e contiene alcune note che richiamano immediatamente atmosfere arabe. Poi il tema B viene eseguito di nuovo, da un clarinetto.

Pian piano, in un crescendo che rende il Boléro sempre più imponente, si aggiungono molti strumenti, dagli ottoni come la tromba ai legni come l’oboe agli archi come i violini. Ravel incluse anche il sax tenore, uno strumento poco comune nella musica orchestrale ma tipico del jazz, di cui era un appassionato.

Per tutto il brano la melodia rimane esattamente la stessa, così come l’andamento ritmico: l’unica variazione arriva nelle ultimissime battute, in cui c’è un brusco passaggio alla tonalità di Mi maggiore, che dopo cinque battute ritorna sul Do maggiore.
Qui potete ascoltarlo in tutta la sua potenza:

https://www.youtube.com/watch?v=N9Ceer_SfUU
Wiener Philharmoniker Maurice, Ravel Bolero, diretto da Gustavo Dudamel

 

 

Recentemente è stato il brano corale di chiusura del film L’orchestra Stonata (titolo originale En Fanfare), da noi proiettato a fine maggio. Un finale dal fortissimo impatto emotivo, in cui, in un bellissimo teatro, due idee diverse di far musica, quella dell’orchestra diretta da Tribaut e quella della banda musicale di Walincourt diretta da Jimmy, troveranno una perfetta consonanza in un ritmo travolgente, sostenuto con gran forza dalle persone presenti.

Qui il finale “rubato” da uno spettatore anonimo.. le immagini non sono il massimo, ma forse ritroverete la stessa emozione di quando lo avete visto nel nostro cinema!

https://www.youtube.com/watch?v=tjPkWOzWnM0

 

 

 

MAURICE RAVEL

Joseph-Maurice Ravel (Ciboure, Ziburu in basco, 7 marzo 1875 – Parigi, 28 dicembre 1937) è stato un compositore e pianista francese. È famoso principalmente per il suo lavoro per orchestra Boléro, e per la celebre orchestrazione, nel 1922, dei Quadri di un’esposizione di Modest Mussorgsky.
Maurice Ravel nacque nei pressi di Biarritz, nella regione basca francese, ai confini con la Spagna; la madre era basca, e il padre un inventore e imprenditore svizzero. All’età di sette anni, il giovane Maurice iniziò a studiare il pianoforte, e iniziò a comporre cinque o sei anni più tardi. I genitori lo incoraggiarono in quest’attività, e lo mandarono a studiare al Conservatorio di Parigi.
Durante i suoi studi Ravel incontrò e frequentò numerosi compositori giovani e innovativi, che usavano chiamarsi Apaches per la loro vita sregolata; il gruppo era famoso per la sua forte inclinazione al consumo di alcolici.
Studiò musica con Gabriel Fauré per quattordici straordinari anni. In questo periodo, Ravel provò diverse volte a vincere il prestigioso premio Prix de Rome, inutilmente.
Nel 1932 Ravel fu coinvolto in un incidente d’auto piuttosto grave a seguito del quale la sua produzione artistica diminuì sensibilmente. A causa di un’atrofia cerebrale, le sue condizioni peggiorarono inesorabilmente fino al 1937 quando, il 18 dicembre, fu operato alla scatola cranica. L’intervento non ebbe alcun esito e Ravel morì dieci giorni più tardi, lasciando a tutti un ricordo di lui come un musicista appassionato.
Ravel si considerò sotto molti aspetti un neoclassico: egli utilizzò, infatti, tecniche e strutture compositive tipicamente tradizionali e diatoniche, con una precisione matematica tanto ammirata, senza mai sconfinare nell’atonalità, per proporre le sue armonie nuove ed innovative.
Fu influenzato da Debussy, ma in realtà Ravel fu ispirato anche dalla musica russa e spagnola, e dal jazz degli Stati Uniti, come si evidenzia dal movimento intitolato Blues della sua sonata per violino e pianoforte e dal clima del Concerto in Re per pianoforte con sola mano sinistra e orchestra, dedicato al pianista Paul Wittgenstein mutilato in guerra.
Come strumentista ed arrangiatore per orchestra, Ravel studiò con grande perizia e meticolosità le possibilità espressive dei singoli strumenti, per poterne determinare gli effetti: fu questa la caratteristica che permise il successo delle sue trascrizioni per orchestra, sia delle sue composizioni per pianoforte sia di quelle degli altri compositori,
Egli curò con estrema meticolosità la scrittura dei suoi manoscritti: Stravinskij lo definì l’”orologiaio svizzero”, per la complessità e precisione dei suoi lavori.

 

Fonte: https://liberliber.it/

Fonte https://blogdelsuono.weebly.com/

 

MGF