Il gruppo scultoreo del Laocoonte è forse il più magnifico che è giunto sino a noi dall’antichità; le cronache raccontano che Michelangelo Buonarroti, accorso a vedere degli scavi, abbia visto estrarre quest’opera del terreno e se ne sia innamorato a prima vista.
La scultura che conosciamo è una copia romana in marmo, mentre l’originale greco, probabilmente in bronzo, è andato perduto, fuso per fabbricare armi: una sorte comune per le statue greche, ma che in questo caso sembra quasi un’eco della storia di Laocoonte e del suo tentativo di salvare Troia.

 

Il racconto descritto da quest’opera è tanto semplice quanto struggente, l’ennesima dimostrazione di quanto gli dèi greci fossero vendicativi.
L’Eneide ci narra che, quando i Greci portarono il Cavallo di Troia davanti alle mura della città, Laocoonte, sacerdote di Apollo (o, secondo alcune versioni, di Poseidone), cercò di avvertire i concittadini, sicuro che fosse un inganno di qualche sorta. Pallade Atena, la quale nella guerra era dalla parte dei Greci, lo azzittì scagliandogli contro due enormi serpenti marini, che emersero dal mare e stritolarono lui e i suoi due figli.

 

 

Il gruppo scultoreo ritrae questo momento drammatico: il corpo di Laocoonte è contratto dal dolore, mentre uno dei serpenti gli morde il fianco. Uno dei suoi figli, sta cercando invano di liberarsi, mentre l’altro giace con la testa reclinata all’indietro, colto nel momento in cui la vita sta per lasciarlo.
È un’opera di notevole maestria, non solo per l’equilibrio di vuoti e volumi, perfettamente bilanciato, e per l’incredibile dovizia di particolari: questi sono, dopotutto, i motivi per cui ai Romani tanto piacquero le statue greche, tanto da replicarle sistematicamente per averne copia.

 

 

 

I muscoli del corpo di Laocoonte sono contratti, tesi allo spasimo, la torsione delle sue membra è quasi dolorosa da vedere, mentre per contrasto il figlio semincosciente pare già abbandonato alla morte, nonostante quella mano ancora posata sulla testa del serpente che gli sta insinuando il costato; anche l’altro figlio è in preda al dolore, sembra non riuscire a comprendere come sia possibile che anche suo padre, così grande e forte, possa essere in preda ad una tale sofferenza, impotente di fronte a questa punizione divina.

 

 

 

Ma il particolare che più colpisce, in quest’opera, è l’espressione di Laocoonte: l’artista coglie il suo volto sull’orlo di un urlo, di dolore e disperazione. Per la condanna della sua città, per la perdita dei suoi figli, per la vana perfidia vendicativa degli dèi, che per capriccio possono compiere simili atrocità

 

 

 

 

L’espressione del suo viso è stata definita dagli storici dell’arte una rappresentazione del concetto del sublime Kantiano: noi tutti usiamo il termine “sublime” come superlativo assoluto di “bello”, ma Kant vi pone un’altra accezione. Sublime è sì un bello all’ennesima potenza, ma non necessariamente qualcosa di positivo: sublime è la potenza del mare in tempesta, la corsa irrefrenabile della lava di un vulcano in eruzione, la carica distruttiva di un forte terremoto. È qualcosa che ci stupisce, e al contempo ci riempie di sentimenti contrastanti: l’amore per qualcosa di meraviglioso e il timore di fronte ad una potenza che è così incommensurabile da non poter essere del tutto compresa.

 

Il volto di Laocoonte è immortalato nell’istante appena precedente ad un urlo che sappiamo essere straziante, possiamo quasi sentirlo salire lungo la sua gola contratta, è una frazione di secondo precedente al momento in cui il suo volto si distorcerà in una smorfia insopportabile. Il perfetto equilibrio di sublime, che tocca nel profondo e ci lascia un po’ cambiati, un po’ cresciuti dopo aver assistito a qualcosa di così straordinariamente meraviglioso e terrificante.

Beatrice Fiorello

 

MGF

STAGIONI

Chi ha dimenticato l’inverno
Non merita la primavera,
Chi ha dimenticato la campagna
Non deve camminare in città.

 

 

 

La ragazza usciva sola
E amava camminare in silenzio:
Siccome non portava il cappello
Riusciva sgradita alla gente.

 

 

 

Le sue spalle curve e magre
Dicevano: io non voglio nessuno;
Io voglio soltanto
Camminare in città.
Chi non riconosce il volto
Della passione, non deve
Non deve esistere al mondo.

 

La ragazza che fumava, sdraiata
Sul divano, che taceva sola,
Non bisogna dimenticarla
Se pure è finito il suo tempo,
Se il suo corpo ha dato dei figli
Come una donna può fare.
Chi ha veduto il cielo al tramonto
Non deve dimenticare il mattino,

 

 

Poiché la vita che ci è data
È questa: morire e nascere,
Nascere e morire, ogni giorno.

 

 

 

 

La ragazza che usciva in silenzio

Non c’è più, ma forse i suoi figli,
Nati dal suo corpo, un giorno
Vorranno uscire da soli,
In silenzio, a sfidare la gente.

 

 

 

 

Stagioni fu scritta da Natalia Ginzburg  agli inizi del 1941, mentre si trovava a Pizzoli, in Abruzzo, dove seguì il marito Leone Ginzburg, che vi era stato mandato al confino politico. Fu pubblicata sulla rivista Darsena Nuova nel 1946.
Stagioni è una poesia sul rispetto della propria storia, sulla dignità del dolore, sulla libertà individuale e sulla continuità tra le generazioni. È anche un inno sommesso ma potente alla dignità e all’identità femminile. La ragazza che sfidava la società diventa madre, ma non perde valore, il suo spirito vive nel desiderio di libertà dei suoi figli.
Stagioni inizia con un chiaro invito alla memoria “Chi ha dimenticato l’inverno/Non merita la primavera” dove è chiaro il riferimento al fatto che bisogna sapere imparare dalle esperienze negative, alle sofferenze che la vita pone davanti. E quindi per rinascere, la primavera appunto, per ritrovare la gioia, la felicità, la serenità bisogna appoggiarsi a ciò che è stato.
Poi protagonista diventa la “ragazza” e qui si evince che fa riferimento alla sua vita passata, e dalle caratteristiche che l’autrice esprime della giovane emerge lo spirito ribelle, libero e allo stesso tempo fragile e vulnerabile.
E’ come se l’autrice volesse rivendicare la voglia di manifestare la sua esistenza, di ribellarsi alle condizioni di annullamento che molte volte la società impone e affermare sé stessa così com’è.
L’ultima parte della poesia si apre a una visione più ampia, la ragazza ha avuto figli, è cambiata, eppure non va dimenticata. Il suo spirito vive forse nei figli che un giorno “vorranno uscire da soli, / in silenzio, a sfidare la gente.” La vita è presentata come un ciclo continuo di “morire e nascere”, ogni giorno, in un eterno ritorno dove ogni stagione ha un senso e una dignità.

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF

IL FILM

IL CONCERTO è un film del 2009 diretto da Radu Mihaileanu.
Ambientata fra Mosca e Parigi all’epoca di Breznev, quando il regime sovietico contemplava la pulizia etnica, la storia racconta di Andrei Filipov (Aleksej Guskov), un famosissimo direttore d’orchestra del Bolshoi. All’apice del successo, il musicista viene licenziato in quanto non ha espulso tutti i musicisti ebrei dalla sua orchestra. La sua ultima esibizione è stata addirittura interrotta sul palco da un ottuso gerarca di partito.
Viene così privato di quanto più ama, ma rimane nel teatro come uomo delle pulizie. Ventinove anni dopo è ancora lì e mentre lustra l’ufficio del direttore si accorge di un fax: il Theatre du Chatelet ha invitato l’orchestra del Bolshoi a esibirsi a Parigi. La sua mente è attraversata da una folle idea: ricostruire la sua vecchia orchestra e falsificando i documenti, presentarsi nella capitale francese come direttore. Recuperati i suoi vecchi amici, quasi tutti in condizioni di povertà, li prepara all’esecuzione del celebre concerto in Re maggiore op. 35 per violino e orchestra di Chaikowskij. Gli sgangherati, ma geniali musicisti, approdano a Parigi tra avventure tragicomiche, dove Andrei porrà una condizione allo Chatelet: vuole come solista la giovane e brillante violinista francese Anne-Marie Jacquet (Melanie Laurent), e non solo per la sua bravura…
Nel film “Il Concerto”, il brano principale eseguito è il Concerto per violino e orchestra in re maggiore, op. 35 di Čajkovskij. In particolare, viene eseguito un lungo e commovente estratto del secondo movimento, l’Andante, e il finale.

 

 

IL CONCERTO PER VIOLINO E ORCHESTRA IN RE MAGGIORE OP. 35

PËTR IL’IČ ČAJKOVSKIJ

Il Concerto per violino e orchestra in re maggiore op. 35 è l’unico concerto per violino del compositore russo . Ha sempre avuto una storia abbastanza particolare fin dalla sua apparizione: apprezzato ed acclamato dal pubblico per la sua capacità di coinvolgere e di trascinare gli ascoltatori e al contrario costantemente avversato dalla critica colta che l’ha sempre considerato una composizione di second’ordine, sia dal punto di vista formale che del contenuto, ritenuto eccessivamente patetico e talora anche rozzo; infine temuto dagli esecutori (addirittura il violinista che l’avrebbe dovuto eseguire alla première rinunciò all’incarico) per le sue difficoltà tecniche.
Con il passare del tempo i giudizi di pubblico e critica sono andati convergendo, ritenendo che il concerto per violino non rappresenti il massimo capolavoro del compositore russo, ma sia comunque un’opera certamente gradevole e anche apprezzabile sotto il profilo musicale; analogamente il concerto è entrato stabilmente nel repertorio di tutti i più grandi violinisti, che ne fanno spesso un cavallo di battaglia per dimostrare le proprie capacità virtuosistiche.

 

Chaikovsky scrisse il suo unico Concerto per violino e orchestra nei mesi di marzo e aprile del 1878; e si trattò dell’ultima composizione di rilievo prima di una lunga e sofferta crisi creativa. Il compositore, trentottenne, era reduce dal grande sforzo produttivo di due capolavori, la Quarta Sinfonia e l’Eugenio Onieghin, che avevano visto la luce l’anno precedente. Ma il 1877 era stato anche l’anno nel quale si erano verificati due eventi destinati a modificare sensibilmente il corso della vita del musicista, e, in parte, a turbare la sua delicata psicologia: il breve e disastroso matrimonio, e la concessione disinteressata di una rendita annuale da parte della mecenate Nadezda von Meck.
Tuttavia, se a proposito di Chaikovsky si è sempre messa in rilievo la stretta connessione fra eventi biografici e creazione artistica, il Concerto op. 35 non reca traccia nel suo contenuto espressivo delle agitate vicende private dell’autore. Esso fu redatto sulle rive del lago di Ginevra, nel corso di una vacanza volta a riprendersi dal trauma matrimoniale.

 

Assai complesse furono invece le vicende relative alla prima esecuzione. Ispiratore e primo dedicatario del lavoro fu Josif Kotek, amico e allievo del maestro; ma costui, che pure era intervenuto con pareri tecnici nella fase della stesura, si tirò indietro a partitura compiuta. Anche il celebrato virtuoso Leopold von Auer rifiutò il battesimo della composizione, ritenendo ineseguibile la parte solistica. A interpretare la première, il 4 dicembre 1881 a Vienna – ben tre anni e mezzo dopo il compimento dell’opera – fu Adol’f Davidovič Brodskij; Hans Richter dirigeva la Filarmonica di Vienna. Adol’f Brodskij diventò paladino della diffusione del Concerto, e il compositore gli dedicò giustamente la partitura.
Il giudizio della critica non è sempre stato benevolo; le accuse più frequenti sono state quelle di superficialità e di carenza di gusto.
La “carenza di gusto” non è dovuta a inettitudine, ma alla ricerca di una nuova vitalità espressiva, mediante la presenza di motivi di danza e di ascendenza gitana. E l’equilibrio organico della partitura mostra il calcolo preciso di ogni effetto, la perfetta consapevolezza dei propri scopi da parte dell’autore.

 

 

Il concerto è articolato in tre movimenti:
1. Allegro moderato (Re maggiore)
2. Canzonetta. Andante (Sol minore)
3. Finale. Allegro vivacissimo (Re maggiore)

Il primo movimento, “Allegro moderato”, si avvale di una calibrata dialettica fra solista e compagine orchestrale, che sfrutta una invenzione melodica lirica e pregnante; la cadenza, come in Mendelssohn, è prima della ripresa e non al termine. La centrale “Canzonetta (Andante)” è un Lied di impronta popolare, basato sulla tenera cantabilità del solista. Il Finale (“Allegro vivacissimo”) è una pagina di trascinante vitalità, dove l’elemento zigano si converte in strepitoso virtuosismo; ma non mancano, nei vari episodi, pause liriche di raffinato lirismo, prima che la partitura venga suggellata da una brillante coda ad effetto.

 

Ed ecco il finale del film Il Concerto, con la musica di Chaikovsky.

Fonte: Magiadellopera.com

 

MGF

 

E NON CHIEDERE NULLA

Ora invece la terra
si fa sempre più orrenda:

il tempo è malato
i fanciulli non giocano più
le ragazze non hanno
più occhi
che splendono a sera.

 

 

E anche gli amori
non si cantano più,
le speranze non hanno più voce,
i morti doppiamente morti
al freddo di queste liturgie:

ognuno torna alla sua casa
sempre più solo.

 

 

Tempo è di tornare poveri
per ritrovare il sapore del pane,
per reggere alla luce del sole
per varcare sereni la notte
e cantare la sete della cerva.
E la gente, l’umile gente
abbia ancora chi l’ascolta,
e trovino udienza le preghiere.

 

 

E non chiedere nulla.

David Maria Turoldo
(da “O sensi miei…” – Poesie, 1948-1988)

 

Facile è intuire in queste poche righe le due realtà che spesso sono ignorate, anzi temute e sbeffeggiate nella società contemporanea: la povertà e la sobrietà.
Il benessere, il godimento, il consumo frenetico sembrano essere il ‘bisogno’ dell’uomo moderno. La ricerca delle realtà più sofisticate, artificiose, costose domina la vita dell’uomo rendendola ansiosa. Non si apprezza più il valore del distacco, non si assapora più la spontaneità delle cose modeste, non c’è più spazio per riflettere e tacere! “non chiedere nulla..”: noi ora siamo diventati sempre più pretenziosi, esigenti,insoddisfatti. Sempre alla ricerca di un tornaconto personale. Reclamiamo dagli altri quello che riteniamo nostro diritto, divenendo aggressivi e pieni di ira. Avremmo invece bisogno di ritrovare la pacata capacità di gustare ciò che ci è donato, a partire dalla vita stessa. Scegliere la semplicità e l’essenzialità è il grande segnale della vera grandezza d’animo. Così, semplicemente, umilmente, forse potremo ritrovarci uscendo dalla smarrimento.

 

MGF

Vincent van Gogh – Girasoli – 1888 – National Gallery

 

Vincent Van Gogh dipinse molti vasi di girasole: un tema insolito, una natura morta (a giudicare dallo stato di alcuni dei girasoli dipinti, non si tratta solo di una descrizione artistica!), soprattutto per un artista come Vincent, che si era sempre concentrato più su paesaggi e persone. Oggi non è strano pensare al collegamento tra Van Gogh e i girasoli, perché sono diventati forse tra le sue opere più iconiche… eppure, sono anche tra le più inusuali.

Nelle sue lettere al fratello Théo, Vincent scrisse di aver pensato di dipingere qualcosa per abbellire la casa, la sua in primis, ma anche quelle di eventuali compratori: piccole opere, semplici semplici, dipinte con i colori della terra e del sole, da appendere al muro per ravvivare una stanza, niente di più. Nessuna pretesa, nessuna aspirazione a temi aulici, solo la voglia di rendere un po’ più colorata la vita; e forse questo desiderio è, di fatto, il filo conduttore dell’opera di Van Gogh.

 

Cercava i colori, sia fisicamente sia metaforicamente, e cercava di imprimerli su tela. Non c’è alcun messaggio di tematiche pompose nelle sue opere, solo il suo modo di vivere e la ricerca spasmodica di qualcosa di bello, qualcosa che lo spingesse a vivere un altro giorno, nella speranza di trovare un’altra scintilla di gioia, e poi un’altra, e un’altra, e un’altra ancora, fin quando tutte insieme non gli avrebbero illuminato la vita intera.
Ho sempre trovato particolare la scelta dei girasoli, soprattutto unita al sostanziale bicromatismo in scale di tenui tinte gialle e marroni che Vincent usava per questi quadretti: più che ravvivare, attirano lo sguardo e poco altro.

Di recente, tuttavia, ho scoperto un piccolo aneddoto sui girasoli: quando è nuvoloso, invece di volgersi verso un sole che non si vuol far vedere, i girasoli voltano la corolla gli uni verso gli altri. Sono certa che Vincent, nella sua instancabile osservazione della natura, se ne fosse accorto.
E mi piace pensare che, scegliendo proprio i girasoli e decidendo di usare dei toni così poco accesi, Vincent stia ricordando, a se stesso e anche a noi, che in quelle mattine in cui il sole sembra proprio rifiutarsi di sorgere, possiamo trovare conforto in un volto amico.

 

Beatrice Fiorello