Frate Leone era il primo discepolo di Francesco e quello a lui più vicino alla fine della sua vita.

 

Fu sacerdote presso Viterbo poi tra i compagni della seconda ora di Francesco d’Assisi. Fu vicino al Santo durante importanti momenti della sua vita, in particolare negli ultimi anni presso il Santuario della Verna.
Frate Leone, colto sacerdote e abile calligrafo, fu uno dei compagni prediletti da Francesco. Questi lo volle come suo confessore e segretario inseparabile, tanto da essere protagonista di molti episodi della vita del Santo. Frate Leone era amato da San Francesco per due virtù particolari, la semplicità e la purezza di cuore, per le quali venne chiamato dal Santo “pecorella di Dio”.

 

 

 

 

A lui San Francesco confidò la dimora della «vera e perfetta letizia», lo volle al suo fianco quando compose la Nuova Regola, e, dopo aver ricevuto le Santissime Stimmate sul Monte La Verna, elesse frate Leone, tra gli altri più semplice e più puro, lasciandogli vedere e toccare quelle sante piaghe.
A sottolineare il profondo legame tra i due, rimane come testimonianza anche la nota formula manoscritta della Benedizione che San Francesco dedicò a frate Leone, e la lettera che il Santo, in un anno imprecisato compreso tra il 1222 ed il 1226, scrisse a Frate Leone, suo prediletto che, in crisi di vocazione, aveva chiesto a Francesco di poterlo incontrare.

 

 

“A Frate Leone, frate Francesco tuo, salute e pace. Così ti dico, figlio mio, come una madre, che tutte le cose che ci siamo detti brevemente, in una parola, te le riassumo, dispongo e consiglio, e non serve che per avere consiglio tu venga a me.  Per cui ti consiglio: in qualunque modo ti sembri meglio piacere al Signore Dio e seguirne le orme e la povertà, fatelo, con la benedizione del Signore Dio e della obbedienza a me. Ma se ti è necessario, per la tua anima, e per tua ulteriore consolazione e forza, tornare da me: vieni”

 

La “chartula” della Benedizione a Frate Leone è certamente una delle reliquie più preziose conservate nella basilica di S. France­sco in Assisi. Si tratta infatti di un rarissimo autografo del Santo ( se ne trova solo un altro nel duomo di Spoleto), un foglietto scritto subito dopo la stigmatizzazione sul monte della Verna, nel settembre del 1224. Contiene, da un lato, il testo delle «Lodi di Dio Altissimo» e, dall’altro, la «Benedizione a frate Leone». Riporta anche ben visibile il “Tau”, simbolo con il quale Francesco si firmava.

 

 

«Benedicat tibi Dominus et custodiat te;
ostendat faciem suam tibi et misereatur tui.
Convertat vultum suum ad te et det tibi pacem.
Dominus benedicat frater Leo, te.»

«Il Signore ti benedica e ti custodisca,
mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te.
Rivolga verso di te il suo sguardo e ti dia pace.
Il Signore benedica te, frate Leone.»

 

Nota autografa: “Il beato Francesco scrisse di suo pugno questa benedizione per me frate Leone. Allo stesso modo fece lui, di sua mano, il segno del Tau con la sua base”.

Le parole di Francesco, musicate da L. Merlo, sono diventate uno dei più bei canti della chiesa cattolica.
Qui

https://www.youtube.com/watch?v=CN4toMq7G6Q

vi proponiamo la dolcissima interpretazione del Piccolo Coro dell’Antoniano.

E’ la nostra dedica al nuovo Pontefice Leone XIV, perché possa camminare, come fece frate Leone con il santo, sulle orme di Papa Francesco, mettendo al centro l’attenzione per gli ultimi, per la pace e per la speranza in un mondo di fratellanza.

 

Per saperne di più:

https://www.santiebeati.it/dettaglio/99337

https://www.assisiofm.it/news-come-andando-per-cammino-santo-francesco-parla-a-frate-leone-della-perfetta-letizia.html

 

MGF

PASSERO’ PER PIAZZA DI SPAGNA (Cesare Pavese 1951)

Sarà un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.

 

 

I fiori spruzzati
di colori alle fontane
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.

 

S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane –
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.

 

Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina. S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.

 

Sarai tu – ferma e chiara.

(Cesare Pavese 1951)

 

Pavese restituisce appieno l’atmosfera vitale e gioiosa della più bella Piazza di Roma, accogliente come un salotto a cielo aperto. Il campo semantico della luce è dominante così come quello del movimento. Tutto è “chiaro”, la luce stessa appare smarrita ed errante, le strade si aprono inneggiando al movimento, mentre tutt’attorno è una sinestesia di suoni, odori, colori dalla vivacità primaverile. Il tumulto che – nel finale scopriamo essere soprattutto interiore – si arresta nell’incontro: così come i passanti si fermano una volta giunti in cima alla scalinata per ammirare il panorama su Roma, così Pavese si ferma in estatica contemplazione dinnanzi alla donna amata.
Il tumulto delle strade, lo scalpiccio perenne dei passanti che percuote senza sosta le vie della capitale, si placa e, con esso, anche il battito nel cuore. Persino il rumore appare dolce, come il profumo dei fiori a primavera, tanto intenso che stordisce e ottunde i sensi.
Il verso finale della poesia, isolato da tutto il resto, “Sarai tu – ferma e chiara”, ha senso di per sé stesso e ci rivela il vero scopo della ricerca con quel “tu” improvviso che prima non era stato annunciato e ora si rivela, sorprendente come un incontro agognato che risponde a una lunga attesa. La luminosità era ciò che contraddistingueva anche il bel volto scolpito di Constance Dowling, i capelli biondi lo incorniciavano come un’aureola donandole un’aria angelica: “ferma e chiara”, appunto.
Tutt’attorno è silenzio: pur volendo scrivere una poesia d’amore, Pavese è riuscito a creare un verso capace di spegnere i rumori cittadini e di immortalare, in una istantanea dall’effetto prodigioso, la bellezza eterna di Piazza di Spagna nel suo granitico splendore.

 

CESARE PAVESE

Cesare Pavese è stato uno dei più importanti autori di successo del Novecento. Nato come poeta, Pavese ha saputo spaziare lungo il corso dell’intera carriera, terminata con la vittoria del Premio Strega nel 1950 con la trilogia di racconti “La bella estate”, pochi mesi prima del suicidio.
Nato nel 1908 nelle Langhe, le colline del Piemonte, Cesare Pavese fu l’ultimo di cinque figli; ancora fanciullo, perse tre fratelli e il padre. La fragilità e l’insicurezza che lo caratterizzarono per il resto della vita sono probabilmente dovuti a questo primo e torvo periodo.
Nonostante la sua insicurezza cronica, Pavese si dimostrò un brillante studente al Liceo Classico di Torino, dove ebbe per professore Augusto Monti, uomo illuminato e antifascista. Terminato il liceo, si iscrisse alla facoltà di Lettere, dove ebbe come compagni universitari personaggi come Giulio Einaudi e Leone Ginzburg, futuro marito di Natalia, e frequentò corsi di letteratura americana.
Lo studio di quest’ultima, che si discosta notevolmente dal tradizionalismo italiano, fu per lui fondamentale: di lì a pochi anni gli permise non soltanto di divenire un ottimo traduttore, ma di operare all’interno della casa editrice Einaudi come direttore editoriale, portando in Italia importanti successi statunitensi.
Disinteressato alla politica del suo tempo, Pavese prese le distanze dai suoi amici e contemporanei, attivisti nella lotta contro il fascismo. Lo scrittore faticò sempre a prendere una posizione e questo sarà per lui motivo di disagio. Gli eventi esterni lo spinsero a iscriversi al partito fascista prima e a quello comunista poi, non per convinzione personale, ma per utilità.
Il suo successo come scrittore crebbe parallelamente ai suoi tormenti privati e personali, al punto da determinarne la fine: il suo corpo venne ritrovato in una stanza d’albergo di Torino nel 1950. Lo scrittore si tolse la vita a soli 42 anni.
Cesare Pavese, uno degli autori più significativi della letteratura italiana del Novecento, ha lasciato un’impronta indelebile grazie al suo stile di scrittura inconfondibile e ai temi profondi e universali delle sue opere. La sua prosa, essenziale ma carica di lirismo, si distingue per la capacità di catturare le sfumature dell’esperienza umana, spesso attraverso una riflessione intima e malinconica sull’esistenza. La terra, il paesaggio del Piemonte, in particolare delle Langhe, diventa non solo una semplice ambientazione, ma assume un ruolo simbolico, rappresentando le radici, l’identità e l’inalterabilità del tempo.

Fonti: sololibri.net – virgilio.it

 

MGF

 

PIENA FIORITURA

 

Si erge carico di fiori il pesco,
non tutti diventeranno frutto.
Risplendono chiari come spuma rosata
attraverso l’azzurro e la fuga di nuvole.

 

 

 

Simili a fiori si schiudono i pensieri,
centinaia ogni giorno,
lasciali fiorire! Lascia a ogni cosa il suo corso!
Non chiedere qual è il guadagno!

 

 

 

Vi deve pur essere gioco e innocenza
e dovizia di fiori,
altrimenti per noi sarebbe
troppo piccolo il mondo
e la vita non un piacere.

 

 

Dedichiamo questi versi a tutti nostri ragazzi perché possano scoprire e vivere la ricchezza di tanti sogni.
Una “Piena fioritura’ da percepire come attesa e come senso della vita stessa.
Alcuni fiori non diventeranno frutti ma la vita sarà vissuta nella passione per realizzarli.


 

HERMAN HESSE

Hermann Hesse nasce il 2 luglio 1877 a Calw, nel Württemberg (Germania), da genitori ferventi religiosi e missionari in India.
Abbandona ben presto gli studi di teologia e tenta vari mestieri. Nel frattempo, si appassiona alla letteratura e alla filosofia, acquisendo una profonda istruzione da autodidatta.
La sua attività letteraria inizia nel 1899, con la pubblicazione di una raccolta di poesie. Nel 1911 inizia un lungo viaggio in Oriente, toccando Ceylon, Singapore e Sumatra, ma senza arrivare in India; il libro Viaggio in India (1913) è pertanto frutto di una conoscenza indiretta di quel Paese, della sua fervida fantasia e di una visione piuttosto mitizzante e trasfigurata di quel mondo.
Per Hermann Hesse, l’India rappresenta una metafora del viaggio verso le profondità dell’Io. I protagonisti di molte delle sue opere sono infatti alla ricerca di se stessi, in continuo conflitto fra la vita istintuale e quella spirituale, tra ragione e sentimento. Il suo interesse per il misticismo orientale non deriva dalla ricerca di risposte spirituali o religiose, ma dall’apprezzamento verso quelle filosofie che sono, prima di tutto, insegnamento di uno stile di vita e di comportamento.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale, Hermann Hesse ha una grave crisi spirituale e si schiera con gli intellettuali pacifisti. In quegli anni e negli anni immediatamente successivi, compone i suoi libri più maturi: L’ultima estate di Klingsor (1920); Siddharta (1922); Il lupo della steppa (1927), un romanzo drammaticamente autobiografico; Narciso e Boccadoro (1930), in cui affronta, con grande sensibilità, il tema del contrasto tra la vita dello spirito e quello dei sensi; infine, Il gioco delle perle di vetro (1943), una vicenda fantastica che approda alla visione utopistica di un mondo sereno in cui tra l’ascetismo e la vita si attua una sintesi superiore.
Nel 1946 riceve il premio Nobel per la letteratura.
Raggiunta la fama letteraria, Hermann Hesse si stabilisce in Svizzera, dove rimane fino alla morte che lo coglie il 9 agosto 1962.

 

 

MGF

 

                       

La Messa di Requiem in Re minore per soli, coro ed orchestra K 626 è l’ultima struggente composizione di  Mozart, che morì per cause non definite la notte tra il 5 e il 6 dicembre del 1791, a soli 35 anni e poche ore dopo aver composto il Lacrimosa, che conclude la III sequenza della Messa di Requiem.

 

La Messa di Requiem, rimasta incompiuta per la morte dell’autore, fu completata successivamente da Franz Xaver Süssmayr, allievo di Mozart, al quale il compositore affidò tutte le note del componimento prima di morire.
L’opera è legata alla controversa vicenda della sua morte avvenuta il giorno successivo al completamento delle parti vocali del Lacrimosa.

 

 

Stendhal parla di un anonimo committente che incaricò Mozart, malato e caduto in miseria, di comporre in quattro settimane una messa da requiem, dietro compenso di cinquanta ducati. L’anonimo committente si scoprì poi essere il conte Franz von Walsegg: nella sua corte nei pressi di Vienna egli disponeva di una piccola orchestra e, per onorare la memoria della defunta moglie, voleva eseguire una messa funebre.

Franz Xaver Süssmayr

 

Completato quasi certamente entro la quaresima del 1792, il Requiem venne ritenuto per un certo periodo opera del solo Mozart anche per il fatto che la calligrafia di Süssmayr risulta essere molto simile a quella di Mozart: fino agli inizi degli anni novanta del XX secolo si riteneva infatti che l’indicazione, posta in testa alla prima pagina, recitante “di me W.A Mozart mppa. 1792″ fosse stata apposta da Mozart stesso.

 

Il Requiem di Mozart fu eseguito per la prima volta a Vienna nel 1792, con la partitura ancora una volta redatta da Süssmayer, come “autentica” opera di Mozart. Il promotore, il conte Walsegg, da quel momento scompare nell’ombra della storia, e l’opera quale “testamento musicale di Mozart”, ammirata come la sua ultima grande composizione, resta a documentare l’ispirazione e l’arte del geniale musicista.

Fu probabilmente solo con l’edizione a stampa di Johann Anton Andrè del 1827 che parte dei dubbi vennero fugati: forse per la prima volta nella storia della musica, una partitura venne pubblicata con un commento critico nel quale si tentava di stabilire con certezza ciò che è certamente di Mozart e ciò che è di pugno d’altri; l’edizione Breitkopf indicò poi con una M il materiale sicuramente mozartiano e con una S quello attribuito a Süssmayr.

Fra i momenti di maggiore ispirazione drammatica spicca sicuramente il Lacrimosa, il brano più struggente e conosciuto di tutto il Requiem.
Fu composto in Re Minore ed in 12/8. Il compositore riesce, attraverso l’utilizzo di brevi frasi di crome ascendenti e discendenti assegnate ai violini e contornate da una scrittura corale di ampio respiro, a creare un effetto di pianto a stento trattenuto, di preghiera umile e devota,  le voci hanno un impasto molto scuro e molto drammatico, e l’Amen conclusivo in Forte esprime tutto il fervore religioso dell’autore. Mozart mostra una sensibilità e un coinvolgimento emotivo che si avvicinano a quelle del secolo successivo . E’ una musica molto carica, molto densa, drammaticamente e drammaturgicamente importante.

Il Lacrimosa è da sempre considerato un banco di prova per direttori d’orchestra: sbagliarne il tempo significherebbe perderne tutta la drammaticità.

 

“Lacrimosa dies illa,
Qua resurget ex favilla,
Judicandus homo reus.
Huic ergo parce, Deus: Pie Jesu, Domine,
Dona eis requiem. Amen.”

“Giorno di pianto
quello in cui risorgerà tra le faville il colpevole,
per essere giudicato.
Abbi pietà di costui, o Dio. Pio Gesù, Signore,
dona loro l’eterno riposo. Così sia.”

 

 

 

Vi lascio il link per ascoltare la magistrale interpretazione del Lacrimosa eseguito dalla Wiener Philarmoniker con direzione di Herbert von Karajan

https://www.youtube.com/watch?v=Y9hL78g3Sj8

 

 

Redatto da MGF su varie fonti

MADONNA DEI PELLEGINI – Caravaggio (1604-1606)

 

Un’opera che all’epoca fece scandalo, perché Caravaggio cercava i suoi modelli tra i poveri: feccia, sporchi, spesso anche criminali.
L’opera fu rifiutata dal committente, proprio perché la modella era stata riconosciuta come una donna che esercitava la prostituzione.

Come Papa Francesco, Caravaggio prendeva gli ultimi del mondo e li elevava alla divinità, come il Cristo accoglieva e perdonava; e il saluto al nostro caro Pontefice che torna alla Casa del Padre è la stessa preghiera di San Francesco d’Assisi, per il tramite della Madonna che lui tanto amava: che con gli ultimi del mondo sia lieto il nostro passo, seguendo il suo dolce esempio.

 

Beatrice, tutto lo staff e la direzione del Cinema Fratello Sole

 

MGF