TEMPESTA

 

Giorgione, al secolo Giorgio Barbarelli da Castelfranco, nonostante la breve vita (morì di peste a poco più di trent’anni) è uno dei maggiori esponenti della pittura veneta dell’alto Rinascimento, e La Tempesta è forse la più famosa delle sue opere.

Diversamente dai pittori rinascimentali del centro Italia, i veneti avevano una particolarità: il disegno preparatorio non era così accurato, anzi era solo una lieve traccia, un tratto leggero giusto per definire l’equilibrio della scena prima di dipingerla. Questo concedeva loro di poter rendere con molto più realismo gli elementi naturali, che risultano così molto più reali e vividi di quelli rappresentati in precedenza.

 

 

La Tempesta – Giorgione (1506-1508)

Quest’opera, enigmatica ed eterea, rappresenta una donna che allatta un bambino in una radura nel mezzo di un bosco; al loro fianco, oltre il letto di un piccolo torrente, una guardia, e sullo sfondo un castello e delle rovine. Nel cielo, un fulmine squarcia le nuvole.

Allievo di Bellini e contemporaneo di Tiziano, Giorgione è il punto di svolta per la pittura veneta: in primo luogo, è lui ad aver introdotto dettagli paesaggistici di così ampio rilievo. Prima di allora, il paesaggio era sempre stato un mero contorno, mentre con lui diventa protagonista, forse anche grazie all’incontro con Leonardo da Vinci, il quale aveva trascorso buona parte della propria permanenza in Nord Italia a studiare la resa realistica dei paesaggi e la teoria dei “piani d’aria”.

In quest’opera, il paesaggio è protagonista tanto quanto i personaggi: è interessante notare il dualismo tra la campagna e la città sullo sfondo, una contrapposizione che fa eco a quella tra la madre che allatta e la guardia, che la accentua e definisce.

 

Giorgione, inoltre, è anche il primo ad aver introdotto soggetti che non siano né religiosi né letterari; per quanto abbia dipinto anche Veneri e Madonne, oltre ad alcuni ritratti, questi non sono gli unici temi dei suoi dipinti.

 

Il tema di quest’opera, che forse all’epoca era chiaro, è invece oggi fumoso, ma i pareri concordano nel puntare l’attenzione sulle contrapposizioni che la bilanciano: oltre a quelle già enunciate, mi piace sottolineare anche il dettaglio delle espressioni, annoiata quella della guardia e in allerta quella della madre, quasi come ci fosse qualcosa di atavico all’orizzonte, qualcosa che può essere percepito con maggiore intensità da una madre, tesa alla protezione del proprio bambino, come si nota anche dalla postura, ricurva e chiusa, proprio come se intendesse farsi scudo.

 

 

E il pericolo c’è, lontano, alto in cielo: un fulmine. Una tempesta è in arrivo, e presto bisognerà lasciare l’ombrosa radura per trovare rifugio, per mettere al sicuro quel bambino ancora in fasce, che mi piace vedere come la metafora di un futuro ancora incerto che sta appena appena sbocciando.

 

 

Trovo questo quadro straordinariamente attuale, nella sua semplicità ricca di dettagli: la città e le rovine, la madre pronta a proteggere il figlio, il soldato annoiato… e il tutto è circondato da una fitta foresta, al contempo scudo e pericolo, e tutto è collegato dal profondo letto del torrente, che si limita a scorrere da monte a valle, noncurante, solo proseguendo il corso dell’acqua, immutato da migliaia di anni.

 

 

E lì, nel cielo scuro e cupo di nubi così dense che sembra quasi di sentire il basso rombo del tuono, il fulmine, l’istante accecante prima dello scoppio; un momento di sospensione, un respiro trattenuto nell’aria giallastra e carica di ozono, gl’istinti di preservazione atavici che si risvegliano.

E la domanda, che presto troverà risposta: il temporale sta per abbattersi, o il cielo tornerà sereno?

Ma la donna, simbolo di tutte le madri del mondo, è in allerta, pronta a proteggere il suo bambino, costi quel che costi: così, noi siamo tenuti a proteggere ciò che amiamo e che da noi dipende. Dal fulmine e dalla tempesta, dal soldato e dalle rovine, dal fiume e dal bosco.
E forse anche un po’ da quella cosa che ci piace chiamare “civiltà”.

Beatrice Fiorello

 

MGF

BOLERO

Ida Rubinstein

Nel 1927 la celebre ballerina Ida Rubinstein chiese a Maurice Ravel (1875 – 1937) di comporre un balletto.
Ravel scelse il Bolero attratto dall’ossessività ritmica e dalla semplicità melodica  di questa danza spagnola che nel Settecento si era diffusa in Europa.
La prima esecuzione del Bolero avvenne il 22 Novembre 1928 e ottenne un successo clamoroso.
A livello emotivo il Bolero di Ravel appare estremamente forte e coinvolgente grazie al poderoso crescendo orchestrale che caratterizza tutto lo sviluppo dell’opera.
Se timbro e dinamica sono due parametri fondamentali della musica del ventesimo secolo, allora il Bolero ne è una degna annunciazione e Ravel il suo profeta.

 

STRUTTURA

Il brano è strutturato in due temi principali: A e B esposti da diversi strumenti dell’orchestra.
Il Boléro è in Do maggiore, e comincia letteralmente pianissimo, come indicato sugli spartiti. Il tamburo introduce la base ritmica che accompagnerà tutto il brano, le viole e i violoncelli lo accompagnano in pizzicato (cioè suonati con le dita, senza l’archetto), e un flauto esegue per la prima volta il celebre tema, indicato spesso come A. Ravel si ispirò alla danza tradizionale spagnola conosciuta proprio come boléro, che si pensa abbia origine araba e che è caratterizzata da una scansione ritmica in 3/4 (in cui, quindi, la battuta è composta da tre battiti della durata di un quarto). Il tema A dura diciotto battute, dopo le quali viene ripetuto una seconda volta ma da un clarinetto, mentre il flauto si aggiunge al tamburo per la base ritmica. Al terzo giro, un fagotto esegue il secondo tema, il B, che si basa su una scala diversa e contiene alcune note che richiamano immediatamente atmosfere arabe. Poi il tema B viene eseguito di nuovo, da un clarinetto.

Pian piano, in un crescendo che rende il Boléro sempre più imponente, si aggiungono molti strumenti, dagli ottoni come la tromba ai legni come l’oboe agli archi come i violini. Ravel incluse anche il sax tenore, uno strumento poco comune nella musica orchestrale ma tipico del jazz, di cui era un appassionato.

Per tutto il brano la melodia rimane esattamente la stessa, così come l’andamento ritmico: l’unica variazione arriva nelle ultimissime battute, in cui c’è un brusco passaggio alla tonalità di Mi maggiore, che dopo cinque battute ritorna sul Do maggiore.
Qui potete ascoltarlo in tutta la sua potenza:

https://www.youtube.com/watch?v=N9Ceer_SfUU
Wiener Philharmoniker Maurice, Ravel Bolero, diretto da Gustavo Dudamel

 

 

Recentemente è stato il brano corale di chiusura del film L’orchestra Stonata (titolo originale En Fanfare), da noi proiettato a fine maggio. Un finale dal fortissimo impatto emotivo, in cui, in un bellissimo teatro, due idee diverse di far musica, quella dell’orchestra diretta da Tribaut e quella della banda musicale di Walincourt diretta da Jimmy, troveranno una perfetta consonanza in un ritmo travolgente, sostenuto con gran forza dalle persone presenti.

Qui il finale “rubato” da uno spettatore anonimo.. le immagini non sono il massimo, ma forse ritroverete la stessa emozione di quando lo avete visto nel nostro cinema!

https://www.youtube.com/watch?v=tjPkWOzWnM0

 

 

 

MAURICE RAVEL

Joseph-Maurice Ravel (Ciboure, Ziburu in basco, 7 marzo 1875 – Parigi, 28 dicembre 1937) è stato un compositore e pianista francese. È famoso principalmente per il suo lavoro per orchestra Boléro, e per la celebre orchestrazione, nel 1922, dei Quadri di un’esposizione di Modest Mussorgsky.
Maurice Ravel nacque nei pressi di Biarritz, nella regione basca francese, ai confini con la Spagna; la madre era basca, e il padre un inventore e imprenditore svizzero. All’età di sette anni, il giovane Maurice iniziò a studiare il pianoforte, e iniziò a comporre cinque o sei anni più tardi. I genitori lo incoraggiarono in quest’attività, e lo mandarono a studiare al Conservatorio di Parigi.
Durante i suoi studi Ravel incontrò e frequentò numerosi compositori giovani e innovativi, che usavano chiamarsi Apaches per la loro vita sregolata; il gruppo era famoso per la sua forte inclinazione al consumo di alcolici.
Studiò musica con Gabriel Fauré per quattordici straordinari anni. In questo periodo, Ravel provò diverse volte a vincere il prestigioso premio Prix de Rome, inutilmente.
Nel 1932 Ravel fu coinvolto in un incidente d’auto piuttosto grave a seguito del quale la sua produzione artistica diminuì sensibilmente. A causa di un’atrofia cerebrale, le sue condizioni peggiorarono inesorabilmente fino al 1937 quando, il 18 dicembre, fu operato alla scatola cranica. L’intervento non ebbe alcun esito e Ravel morì dieci giorni più tardi, lasciando a tutti un ricordo di lui come un musicista appassionato.
Ravel si considerò sotto molti aspetti un neoclassico: egli utilizzò, infatti, tecniche e strutture compositive tipicamente tradizionali e diatoniche, con una precisione matematica tanto ammirata, senza mai sconfinare nell’atonalità, per proporre le sue armonie nuove ed innovative.
Fu influenzato da Debussy, ma in realtà Ravel fu ispirato anche dalla musica russa e spagnola, e dal jazz degli Stati Uniti, come si evidenzia dal movimento intitolato Blues della sua sonata per violino e pianoforte e dal clima del Concerto in Re per pianoforte con sola mano sinistra e orchestra, dedicato al pianista Paul Wittgenstein mutilato in guerra.
Come strumentista ed arrangiatore per orchestra, Ravel studiò con grande perizia e meticolosità le possibilità espressive dei singoli strumenti, per poterne determinare gli effetti: fu questa la caratteristica che permise il successo delle sue trascrizioni per orchestra, sia delle sue composizioni per pianoforte sia di quelle degli altri compositori,
Egli curò con estrema meticolosità la scrittura dei suoi manoscritti: Stravinskij lo definì l’”orologiaio svizzero”, per la complessità e precisione dei suoi lavori.

 

Fonte: https://liberliber.it/

Fonte https://blogdelsuono.weebly.com/

 

MGF

 

APPENDICE I

Mi ritrovo in questa stanza
col volto di ragazzo, e adolescente,
e ora uomo. Ma intorno a me non muta
il silenzio e il biancore sopra i muri
e l’acque; annotta da millenni

 

un medesimo mondo. Ma è mutato
il cuore; e dopo poche notti è stinta
tutta quella luce che dal cielo
riarde la campagna, e mille lune

 

non son bastate a illudermi di un tempo
che veramente fosse mio. Un breve arco
segna in cielo la luna. Volgo il capo
e la vedo discesa, e ferma, come
inesistente nella stanca luce.

 

E cosi la rispecchia la campagna
scura e serena. Credo tutto esausto
di quel perfetto inganno: ed ecco pare
farsi nuova la luna, e – all’improvviso –
cantare quieti i grilli il canto antico.

 

Nella poesia ricorrono quelli che saranno i nuclei tematici dell’opera di Pasolini: il senso tragico della storia, l’innocenza perduta dell’infanzia e del mondo contadino, poesia e lingua come uniche ancore di salvezza.
La poesia inizia subito con un dichiarato intento da parte dell’autore: quello di riflettere sulla propria esistenza e dell’accorgersi di essere diventato tutto d’un tratto da adolescente a uomo. A non mutare, però, è ciò che lo circonda, il paesaggio intorno a lui e in generale il mondo. Ciò che è mutato davvero è il suo cuore, il suo sentimento interiore, a cui si affianca la consapevolezza di vivere un tempo che non è suo, che non gli appartiene.
L’attenzione del poeta si rivolge quindi alla luna, “ferma, come inesistente nella stanca luce” che illumina la campagna, dando la sensazione ingannevole che tutto sia sereno e tranquillo. Ma, all’apparenza, la luna sembra farsi nuova, generando “il canto antico” dei grilli fino ad allora quieti.
Il componimento si snoda nella continua antitesi fra dentro e fuori, tra percezione soggettiva e estraneità oggettiva del mondo, tra individuo e natura attraverso il gioco cromatico di alternanza tra luce e buio e attraverso la dimensione atemporale del mondo contrapposta alla temporalità dell’io che percepisce l’esterno in modo nuovo, disilluso. Sono bastate poche notti al poeta per non credere più alla bellezza della natura il cui colore ormai è sbiadito; molte notte invece non sono bastate a illuderlo di poter possedere il suo tempo.
La vita della luna, che disegna un arco nel cielo per poi discendere e arrendersi stancamente, cedendo il passo alla campagna scura e serena, fa parte dell’inganno perfetto della natura.
Ma all’improvviso sembra nascere una nuova luna e sembra che i grilli cantino il canto antico. La conclusione rappresenta una nuova illusione che spezza il silenzio della stanza e rende il poeta testimone del mistero della vita della natura, ridestando la solitudine di vivere, un motivo assai caro al poeta.

PIER PAOLO PASOLINI


Nasce nel 1922 a Bologna ma trascorre l’infanzia e l’adolescenza nel nord Italia, in particolare a Casarsa, in Friuli (regione di origine della madre). Non ha un’infanzia molto serena a causa dei contrasti con il padre che preferisce il fratello Guido rispetto a lui: tutto ciò sarà alla base di un profondo conflitto edipico che lo segnerà per tutta la vita.
Il 1945 è un anno nodale: viene messo in carcere a causa del suo attivismo antifascista, perde il fratello Guido, partigiano. Nell’autunno dello stesso anno però, si laurea in lettere all’università di Bologna, con una tesi su Pascoli, autore che ammira per lo sperimentalismo linguistico.
Finita l’università, inizia a insegnare in una scuola media in Friuli e diventa segretario di sezione del PCI. Accusato di atti osceni in luogo pubblico e di abuso di minori, subisce un processo e l’espulsione dal PCI e dall’insegnamento. Durante il processo rende nota la sua omosessualità e a seguito di ciò, il padre lo ripudia. L’unica a rimanergli accanto è la madre, che lo segue a Roma. Superati i primi anni di difficoltà economiche egli comincia a insegnare in un parificato. A Roma conosce molti intellettuali, entra nel mondo del cinema e scrive uno dei suoi romanzi più conosciuti, “Ragazzi di vita”, una storia controversa per cui ancora una volta subirà un processo per pornografia. Molti sono gli intellettuali che in questi anni difficili gli sono vicino, tra cui Contini, Ungaretti e Calvino. Nel 1955 fonda con alcuni amici “L’Officina”, una rivista aperta allo sperimentalismo formale e politicamente impegnata nella quale tratta le più attuali e impellenti tematiche sociali: dai cambiamenti prodotti dallo sviluppo economico da parte delle masse popolari (sempre più omologate dal sistema capitalistico, dal consumismo e dalla televisione) alle nuove forme di organizzazione industriale, alla delusione per la fine del clima eroico della resistenza e al conformismo dominante anche nei partiti di sinistra.
Nella notte del 2 novembre 1975 Pasolini, al culmine di una notorietà legata anche al suo anticonformismo, viene ucciso sul Lido di Ostia. Ancora oggi è aperta l’inchiesta.

Fonte: Libreriamo.it

MGF

LA STRADA CHE NON ANDAVA IN NESSUN POSTO

All’uscita del paese si dividevano tre strade: una andava verso il mare, la seconda verso la città e la terza non andava in nessun posto. Martino lo sapeva perché lo aveva chiesto un po’ a tutti e da tutti aveva ricevuto la stessa risposta:
“Quella strada lì? Non va in nessun posto. E’ inutile camminarci”.
“E fin dove arriva?”. “Non arriva da nessuna parte”.
“Ma allora perché l’hanno fatta?”. “Non l’ha fatta nessuno, è sempre stata lì”.
“Ma nessuno è mai andato a vedere?”. “Sei una bella testa dura: se ti diciamo che non c’è niente da vedere…”.
“Non potete saperlo se non ci siete mai stati”.

Era così ostinato che cominciarono a chiamarlo Martino Testadura, ma lui non se la prendeva e continuava a pensare alla strada che non andava in nessun posto. Quando fu abbastanza grande, una mattina si alzò per tempo, uscì dal paese e senza esitare imboccò la strada misteriosa e andò sempre avanti. Il fondo era pieno di buche e di erbacce e ben presto cominciarono i boschi.
Cammina cammina la strada non finiva mai, a Martino dolevano i piedi e già cominciava a pensare che avrebbe fatto bene a tornarsene indietro quando vide un cane.

Il cane gli corse incontro scodinzolando e gli leccò le mani, poi si avviò lungo la strada e ad ogni passo si voltava per controllare se Martino lo seguiva ancora. Finalmente il bosco cominciò a diradarsi e la strada terminò sulla soglia di un grande cancello di ferro. Attraverso le sbarre Martino vide un castello e a un balcone una bellissima signora che salutava con la mano.

Spinse il cancello, attraversò il parco e sulla porta trovò la bellissima signora. Era bella, vestita come una principessa e in più era allegra e rideva: “Allora non ci hai creduto”.
“A che cosa?”. “Alla storia della strada che non andava da nessuna parte”.
“Era troppo stupida e secondo me ci sono più posti che strade”. “Certo, basta aver voglia di muoversi. Ora vieni ti farò vedere il castello”.

 

C’erano più di cento saloni zeppi di tesori. C’erano diamanti, pietre preziose, oro, argento e ad ogni momento la bella signora diceva: “Prendi, prendi quello che vuoi… Ti presterò un carretto per portare il peso”. Martino non si fece pregare e ripartì col carretto pieno.
In paese, dove l’avevano già dato per morto, Martino fu accolto con grande sorpresa.
Scaricato il tesoro il carro ripartì. Martino fece tanti regali a tutti e dovette raccontare cento volte la sua storia. Ogni volta che finiva, qualcuno correva a casa a prendere cavallo e carretto e si precipitava giù per la strada che non andava da nessuna parte.

 

Ma quella sera stessa tornarono uno dopo l’altro, con la faccia lunga per il dispetto: la strada per loro finiva in mezzo al bosco in un mare di spine. Non c’era né cancello, né castello, né bella signora. Perché certi tesori esistono soltanto per chi batte per primo una strada nuova.

 


In questa fiaba moderna scritta da Gianni Rodari e appartenente alla raccolta Favole al Telefono (1962), la morale tradizionale viene ribaltata e la trasgressione del giovane Martino che, solo, ha il coraggio di percorrere una strada nuova, non viene punita ma ricompensata.

Un piccolo/grande insegnamento di vita racchiuso in una favola fresca e coinvolgente: trovare il coraggio e la determinazione per intraprendere qualcosa che mai nessuno ha fatto prima di noi, “perché certi tesori esistono soltanto per chi batte per primo una strada nuova”.

 

MGF

CEDRI

I miei occhi di bambina videro
– già molti anni addietro – elevarsi
fino alle nuvole un volo
di verde progressivo
che l’aria intorno
riempiva di balsamo
con tranquilla insistenza.

 

Il silenzio si percepiva come una
musica interrotta all’improvviso,
e nel mio petto cresceva
lo stupore.
La voce del padre, allora,
si piegò al mio orecchio
per dirmi, sottovoce:
“Sono i cedri del Libano
figlia mia.

 

Da mille anni, forse
da due volte mille, essi crescono
ai piedi di Dio.
Conserva la loro immagine
nella mente e nel sangue.
Non dimenticare mai
che hai osservato da vicino
la Bellezza”.

 

E da quel momento
così lontano,
qualcosa in me si rinnova
e trema
quando incontro nelle pagine
di un libro
la loro memorabile immagine.

 

 

 

MEIRA DELMAR

Olga Isabel Chams Eljach – meglio conosciuta con lo pseudonimo Meira Delmar – nacque a Barranquilla, Colombia, il 21 agosto 1922 e morì sempre a Barranquilla il 18 marzo 2009. Fu poetessa e insegnante.
Discendente da emigrati libanesi, crebbe in un ambiente culturale stimolante e ricevette una solida formazione accademica. Studiò latino e musica alla Universidad del Atlántico e belle arti in Italia. La sua passione per la scrittura emerse presto, e durante gli anni ’40 e ’50, contribuì attivamente al movimento letterario noto come “Generazione del ’48” in Colombia.
La sua poesia si distingue per la profondità emotiva, l’introspezione e la sensibilità nei confronti dell’amore, della natura e delle sfide della vita. I suoi versi sono spesso carichi di simbolismo e riflessioni filosofiche. Tra le sue opere più celebri si trova il suo primo libro di poesie, Óleo de mujer con sombrero (1949), che ottenne un notevole successo e contribuì a consolidare la sua reputazione come poetessa di talento.
Meira Delmar trascorse parte della sua vita all’estero, in Paesi come Messico, Francia e Stati Uniti, dove ebbe modo di entrare in contatto con altre influenze culturali che arricchirono ulteriormente la sua opera poetica. Durante il suo soggiorno in Francia, fece parte del gruppo surrealistico e scrisse opere influenzate da questa corrente artistica.
Nel corso della sua carriera, Meira Delmar ricevette vari riconoscimenti, tra cui il Premio Nacional de Poesía nel 1979 e il Premio Nacional de Literatura nel 1997. La sua poesia è stata tradotta in diverse lingue, consentendo al suo lavoro di raggiungere un pubblico internazionale.

Non si sposò mai perché, secondo le sue stesse parole, “aspettava l’amore, e non è mai arrivato”. La ricompensa a questa assenza tuttavia fu non solo la fortuna di avere grandi amici, ma anche l’ispirazione che fece di questa attesa il filone d’oro della sua poetica, attraversata da una sensualità di fondo: così ha analizzato i percorsi dell’amore e dell’oblio, descrivendo la vita con toni pacati e una gozzaniana nostalgia per ciò che non può essere. Della sua poesia la scrittrice colombiana Águeda Pizarro ha detto che “si legge come si osserva un tramonto sul mare. Ci illumina con il ricordo del giorno passato e della coscienza, tornasole come lo è il tramonto della notte che segue”.

MGF