Quelli che noi definiamo come genere “film di guerra” spesso si pongono come dei veri e propri manifesti antibellici. Si tratta di capolavori di una grande bellezza intrinseca che propongono un messaggio chiaro di denuncia contro la guerra e le sue varie sfaccettature di orrore. La lista sarebbe infinita, qui ve ne proponiamo una selezione tra i più famosi.

 

LA GRANDE ILLUSIONE – Jean Renoir, 1937
Presentato alla Mostra del cinema di Venezia e nominato all’Oscar nel 1939, raggiunse un enorme successo di pubblico e di critica, ma la pellicola di Renoir fu osteggiata dai regimi totalitari fascisti e nazisti. Goebbels decretò il film come il “nemico cinematografico numero uno” a causa del dichiarato pacifismo universale messo in scena.

 

 

ROMA CITTA’ APERTA – 1945
Capolavoro del Neorealismo italiano, il film di Roberto Rossellini, ancora oggi, ha un ruolo fondamentale nella cinematografia contemporanea. Il regista ci regala una testimonianza imprescindibile dell’occupazione militare tedesca di Roma durante la Seconda Guerra Mondiale. Don Pietro, interpretato da Aldo Fabrizi e la sora Pina, ruolo che consacrò Anna Magnani, sono l’esemplificazione principale della violenza e della crudeltà di ogni guerra.

 

LA GRANDE GUERRA – 1959
Mario Monicelli dirige uno dei capolavori del cinema italiano. Un affresco allo stesso tempo ironico e drammatico della vita dei soldati italiani in cui i due principali protagonisti, Alberto Sordi e Vittorio Gassman rappresentano i sentimenti più variegati di coloro che combattano al fronte. Paura, codardia ma anche coraggio ed eroismo non voluto. Più in generale viene dipanata la stoltezza della guerra, la sua insensatezza estendibile a tutti i conflitti. Si ride amaramente di un dramma come la guerra e della relativa stupidità degli uomini.

 

IL PONTE SUL FIUME KWAI– 1957
Un film sull’insensatezza della guerra, questa volta diretto dal britannico David Lean. Durante il secondo conflitto mondiale, il tenente colonnello Nicholson, detenuto in un campo di prigionia giapponese, accetta di dirigere i suoi sottoposti nei lavori di costruzione di un ponte sul fiume Kwai, opera nella quale finora i nipponici non hanno avuto successo. Al contempo, un suo compagno che è riuscito a fuggire allerta gli Alleati del progetto di costruzione e prende parte alla missione per sabotare il ponte.

 

 

ORIZZONTI DI GLORIA – 1957
di Stanley Kubrick si svolge sul sanguinoso sfondo della Prima guerra mondiale e ne mostra l’orrore. Il regista non focalizza l’attenzione sulla guerra, ma sugli uomini. Protagonista il colonnello Dax, interpretato da Kirk Douglas, che ci ricorda che “il più nobile impulso dell’uomo è la pietà verso il prossimo”.

 

 

IL CACCIATORE – 1978
Micheal Cimino dirige Robert De Niro e Christopher Walken in un film sulla guerra del Vietnam, capolavoro assoluto del cinema di sempre grazie ad un racconto mai scontato ma sviluppato con grinta e audacia con immagini forti e crude da lasciare qualsiasi spettatore senza fiato. Al centro della pellicola, vincitore di 5 premi Oscar, tra cui miglior film e miglior regia c’è la guerra ma vista più come una sporca avventura in cui sono mostrati lo spirito con cui ogni soldato affronta e vive personalmente la drammaticità assurda del combattere.

 

APOCALYPSE NOW – 1979
Forse il film di guerra più amato dalla critica e dal pubblico e insieme la pellicola che è riuscita ad essere la più lucida nel descriverne tutta la sua  follia. Coppola mette in scena i deliri e le pazzie che portarono alla guerra del Vietnam attraverso l’enigmatico colonnello disertore Walter Kurtz (Marlon Brando) e l’insicuro e cupo capitano Benjamin Willard (Martin Sheen) che gli dà la caccia. Una discesa agli inferi o verso quel “Cuore di tenebra” che ogni essere umano sente dentro di sé quando imbraccia un fucile ed inizia ad uccidere.

 

LA SCELTA DI SOPHIE – 1982
Alan J. Pakula ci offre uno sguardo su che cosa ha rappresentato l’orrore della guerra per chi è riuscito a sopravvivere ai campi di sterminio nazista. Ambientato a New York nel 1947, il film ruota intorno a Sophie Zawistowska, una donna polacca reduce da Auschwitz, Gradualmente lo spettatore entra nei ricordi della protagonista, culminanti nella “scena della scelta”. La guerra non c’è, non ci sono uccisioni ma soltanto l’eco vivido di quella che Arrigo Levi chiamava la “demolizione” dell’essere umano.

 

 

PLATOON – 1986
Oliver Stone ci regala uno dei più bei film di guerra mai realizzati, anzi, come oramai viene definito, l’ anti-war film per eccellenza, capace di essere intrinsecamente antisistema ma di vincere per la sua brutale autenticità due premi Oscar (miglior film e regia.). La pellicola, infatti, ripercorre le reali vicende che il regista ha passato in Vietnam dal 1967 al 1968. Il soldato Chris Taylor parte volontario per il Vietnam con forti ideologie, ma una volta raggiunto il territorio dovrà affrontare la crudeltà della guerra e delle armi.

 

FULL METAL JACKET – 1987
Stanley Kubrick ha raccontato molte volte la guerra. Con questo film ha cercato di focalizzarsi soprattutto sugli aspetti celebrali e mentali del conflitto. Prima della guerra vera e propria (affrontata nella seconda parte del film), quella che colpisce è la parte inziale del film in cui il regista mostra allo spettatore come si crea un vero soldato- killer e la conseguente perdita completa di umanità. Il finale film dove i marines avanzano in un paesaggio in fiamme, cantando la canzone di Topolino è la dimostrazione di quanto teorizzato.

 

SCHINDLER’S LIST – 1993
La lista di Schindler è un film del prodotto e diretto da Steven Spielberg e interpretato da Liam Neeson, Ben Kingsley e Ralph Fiennes. È la vera storia di Oscar Schindler, un industriale tedesco che, mettendo a rischio la propria vita e la propria carriera, riesce a salvare migliaia di ebrei da un tragico destino. Il film è stato girato interamente in bianco e nero, fatta eccezione per quattro scene: quella che tutti si ricordano è quella della bambina con il cappottino rosso.

 

 

LA SOTTILE LINEA ROSSA – 1998
di Terrence Malick è un film che parla di guerra, ma che evoca la pace: mostra il conflitto per quello che è, crudele e senza quell’aura epica. Il protagonista del film, James Caviezel, sembra più un messaggero di pace che un soldato. Attraverso i suoi monologhi interiori spinge a riflettere sulla vera natura dell’essere umano.

 

 

SALVATE IL SOLDATO RYAN – 1998
è un film diretto da Steven Spielberg con protagonista Tom Hanks. È del 1998. Seconda guerra mondiale: una madre americana sta per ricevere nello stesso giorno la notizia della morte di tre dei suoi figli su diversi fronti della guerra. Il comandante in capo generale Marshall dà ordine che il quarto fratello, Ryan, sbarcato in Normandia, venga rintracciato e portato a casa. Il film ha ottenuto 11 candidature e vinto 5 Premi Oscar.

 

 

BASTARDI SENZA GLORIA – 2009
Un film di guerra diverso dagli altri non poteva che realizzarlo Quentin Tarantino che ci mostra una Seconda guerra mondiale insolita, ironica e tragicomica, inserendo anche elementi di crudeltà e ferocia. Alla compagnia dei cosiddetti bastardi, otto soldati ebrei appartenenti a diverse unità dell’esercito americano, viene assegnato il compito di spargere il terrore tra le truppe naziste, con lo scopo di uccidere qualsiasi soldato tedesco che incontrino.

 

AMERICAN SNIPER – 2014
Il film che ha scosso Hollywood appena uscì, portando sullo schermo la storia di un cecchino americano impegnato in Iraq. Durante il film dovrà combattere una doppia battaglia: sul campo nemico e in famiglia. Diretto da Clint Eastwood, la pellicola è la storia vera del cecchino Chris Kyle, diventato la “leggenda” all’interno dell’esercito americano per aver ucciso centinaia (precisamente 160) di persone. Il film è una denuncia alla guerra in Iraq, che ha risucchiato vite e petrolio per dare vita ad altri orrori ben più gravi.

 

DUNKIRK – 2017
Il regista Christopher Nolan dirige un vero e proprio capolavoro al limite dell’impresa cinematografica, ovvero quella di portare sullo schermo l’evacuazione di migliaia di soldati intrappolati nella città francese di Dunkerque. Raccontata da tre punti di vista differenti (aria, terra, mare), il film più che sulla sceneggiatura punta emotivamente a restituirci l’aspetto e visivo e sonoro di quelli che vissero sulla propria pelle quell’immane sconfitta.

 

 

1917 – 2019
1917 lo ricordiamo soprattutto per la grande regia di Mendes. Come dimenticare il piano sequenza che fa attraversare in maniera vorticosa il campo di battaglia a noi spettatori? Il film racconta la Prima guerra mondiale e ci porta dentro le trincee come forse non era mai stato fatto prima, mostrandoci orrori e paure.

 

 

 

Fonti: Sky – Cinematographe

 

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HO DIPINTO LA PACE

 

 

Avevo una scatola di colori,
brillanti, decisi e vivi.
Avevo una scatola di colori,
alcuni caldi, altri molto freddi.

 

 

Non avevo il rosso per il sangue dei feriti,
non avevo il nero per il pianto degli orfani,
non avevo il bianco per il volto dei morti,
non avevo il giallo per le sabbie ardenti.

 

Ma avevo l’arancio per la gioia della vita,
e il verde per i germogli e i nidi,
e il celeste per i chiari cieli splendenti,
e il rosa per il sogno e il riposo.
Mi sono seduta,
e ho dipinto la pace.

 

 

La poesia è stata scritta da Talil Sorek, all’epoca giovane poetessa Israeliana  diventata famosa in tutto il mondo con questa poesia evocativa sul senso della fratellanza. La poesia fu scritta durante la guerra dello Yom Kippur, un conflitto armato combattuto dal 6 al 25 ottobre 1973 in cui furono coinvolti Egitto, Siria e Israele. Talil Sorek era tredicenne quando ha scritto questa poesia. Attraverso un’immagine molto semplice, Talil ci fa riflettere su ciò che può significare questa parola in una zona come il Medio Oriente, teatro di molte terribili guerre: attraverso i colori “molto freddi” evidenzia lo strazio provocato dalla guerra, mentre con i “colori brillanti, decisi e vivi” esprime il desiderio di una tregua che consenta la speranza di un sereno futuro. 
Talil Sorek ci fa pensare come è giusto, oggi come ogni giorno, ricordare quanto la guerra sia inaccettabile. Vivere con la costante minaccia di bombardamenti, sopravvivere tra le rovine di paesi e città, vedere annullata la propria vita per bambini, giovani, vecchi, uomini e donne perché senza più capacità di futuro è disumano. Ricordare, parlare, affrontare discorsi quali la guerra, i grandi conflitti geopolitici o il terrorismo è un lavoro necessario.

 

Fonte: Libreriamo.it

 

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TU ED IO

Un momento di felicità,
tu ed io seduti sulla veranda,
apparentemente due, ma un’anima sola, tu ed io.

Sentiamo l’acqua che scorre della vita qui,
tu ed io, con la bellezza del giardino
e il canto degli uccelli.

 

Le stelle ci osserveranno
e mostreremo loro
cosa significa essere una sottile luna crescente.

Tu ed io, disinteressati, saremo insieme,
indifferenti alle oziose speculazioni, tu ed io.
I pappagalli del cielo sgranocchiando zucchero
mentre ridiamo insieme, tu ed io.

E ciò che è ancora più sorprendente
è che mentre siamo qui insieme, tu ed io
siamo in questo momento in Iraq e nel Khorasan.
In una forma su questa terra
e in un’altra forma in una dolce terra senza tempo.

 

 

 

Tu ed io è una poesia d’amore di Jalal al-Din Rumi che celebra un momento condiviso di perfetta felicità e unità tra due individui nella natura, tra la bellezza di un giardino e la musica degli uccelli. La semplicità del linguaggio trasmette la profonda gioia e il legame sperimentato dalla coppia.
L’attenzione al momento presente e l’esperienza condivisa di dettagli sensoriali, come l’acqua che scorre e il canto degli uccelli, creano un senso di immediatezza e intimità. L’universalità del tema della felicità e l’ambientazione atemporale conferiscono alla poesia un fascino senza tempo, che risuona in tutte le culture e in tutte le epoche.
Questa poesia in particolare non è solo una storia d’amore o una poesia sull’amore e la felicità. È una poesia sulla connessione universale, sulla bellezza di stare insieme e sull’unità delle anime umane.
In Tu ed io, Rumi racconta le intense emozioni di due anime che amano appartenersi. L’amore, così come l’amicizia, nella poesia diventano un fenomeno meraviglioso e ogni verso del poema ci offre l’idea di che cosa realmente è l’unione di due anime che si amano, che si vogliono bene.
Il vero amore è un’emozione che può far battere due cuori insieme, può avvicinare le persone e lascia i suoi segni sulla terra per sempre. Il vero amore è qualcosa che trascende il tempo e lo spazio. Rivoluziona le dimensioni spazio temporali. Rumi ci definisce l’amore universale, quello assoluto, cosmico. “Tu ed io” ribadisce un’appartenenza che va oltre ogni cosa anche immaginata. È un’esperienza totalizzante. Il poeta parte dal ” “tu” e non dall’”io”: l’amore, l’amicizia  richiedono rispetto, tolleranza, accettazione, comprensione, c’è sempre bisogno di considerare l’altro che esiste.


JALAL al-DIN RUMI

Jalal al-Din Rumi(Balkh 1207 – Konya 1273), conosciuto anche come Mawlāna (“Nostro Signore”), è stato un poeta e mistico persiano. Nato nell’odierno Afghanistan, fu l’ideatore del sufismo (corrente di pensiero musulmana ,che apparenta l’esperienza mistica dei musulmani a quella di tutte le altre religioni, con un’apertura modernissima, ancor oggi non molto seguita in quel mondo). Scrisse moltissimo, oltre trentamila versi, oltre a sei libri contenenti più di 40.000 strofe. Celebri il Masnavi, definito un Corano in lingua persiana. Si ricorda, inoltre, Fīhi mā fīhi (“Vi è ciò che vi è”), opera in prosa che raccoglie i detti dell’autore. Dopo la sua morte, i suoi seguaci praticarono un rito collettivo: la danza rituale, attraverso la quale raggiungere stati superiori di coscienza. La poesia di Rumi è di una attualità straordinaria, sembra scritta ieri e i suoi sono insegnamenti che ancora oggi ci parlano e ci coinvolgono.

 

Fonte: Libreriamo.it

 

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È UNA TALE BELLEZZA NEL MONDO

 

È una tale bellezza nel mondo
E non ne sei mai sazio
E lei ti serba fedeltà
E tu la scorgi sempre nuova:

 

 

La vista di creste alpine,
Nel mare verde vie dentro al silenzio,
Un ruscello che salta sulle rocce,
Un uccello che canta nel buio,

 

 

Un bambino che ride ancora nel sogno,
Un brillare di stelle di notte d’inverno,
Un rosso tramonto su un limpido lago
In corona di pascoli e neve ghiacciata,

 

 

Un canto carpito a una siepe per via
Un saluto scambiato ai viandanti,
Un pensiero all’infanzia,
Un tenero e desto perenne dolore,

 

 

Che di notte grazie alla pena
Ti allarga il cuore fattosi stretto
E oltre le stelle pallide e belle
Ti crea un regno remoto di nostalgie.

 

 

È una tale bellezza nel mondo è una poesia di Hermann Hesse che svela non una teoria astratta e incomprensibile, ma una semplice lezione sulla vita che tutti possono facilmente comprendere. Attraverso immagini concrete, vicine a tutti, l’autore tedesco ci svela la chiave del suo messaggio. La bellezza del mondo non è qualcosa da inseguire lontano, ma una presenza quotidiana che accompagna la vita di tutti e che, se s’impara a riconoscere, può cambiare il modo di vivere dell’intera umanità.

Hermann Hesse intende sottolineare che la bellezza non ci abbandona mai, resta fedele, eppure si mostra ogni volta diversa. La bellezza non dipende dalle circostanze esterne, ma dalla capacità di rinnovare lo sguardo. Chi sa osservare non si stanca mai della vita, perché ogni giorno custodisce una promessa di novità. Montagne, mare, corsi d’acqua, canti nel silenzio: sono immagini essenziali, che non hanno bisogno di spiegazioni. Hesse sceglie ciò che appartiene a tutti, ciò che ognuno può incontrare lungo il cammino.

La bellezza della Terra non risiede nel grandioso, ma nella sua armonia quotidiana: nei paesaggi che ci accompagnano da sempre e che, se solo impariamo a guardarli, sanno parlarci con un linguaggio universale. Il verso sull’“uccello che canta nel buio” diventa una delle metafore più potenti: anche quando regna l’oscurità, c’è sempre una voce capace di rompere il silenzio e ricordarci che la speranza non muore. È la natura che insegna la più grande delle lezioni: la vita continua a fiorire anche dentro la notte, e noi possiamo specchiarci in essa per ritrovare fiducia.

Fonte: Libreriamo.it

 

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AGOSTO

Fu il giorno più bello dell’estate,
Ora, di fronte alla casa silenziosa
Tra il profumo e il dolce canto degli uccelli
Suona perduto per sempre.

 

 

In quest’ora dal suo corno ricolmo
Versa con voluttà in rosso sfarzo
L’estate i suoi raggi d’oro
E festeggia l’ultima sua notte.

 

 

 

Agosto è una poesia di Hermann Hesse che possiamo considerare un piccolo gioiello lirico, che sintetizza e mette in evidenza, attraverso l’atmosfera del mese estivo che accompagna alla fine dell’estate, tutta la malinconia e la bellezza di una stagione felice che si chiude nel suo massimo splendore, mentre già si avverte il presagio del tempo che passa e si dissolve. Hesse inizia con un tono che trapela malinconia. Quel giorno, il più bello, è già passato. Non lo vive, lo ricorda. E lo fa da una casa silenziosa, simbolo sia di un presente più quieto e riflessivo, sia della distanza emotiva con cui si osservano i momenti felici solo dopo che sono finiti. L’esperienza sensoriale è potente, profumi e canti si intrecciano in un quadro vivo. Ma quel giorno “suona perduto per sempre”. Il verbo suonare richiama la musicalità dell’istante, è un’eco, un’armonia svanita che continua a risuonare nella memoria.
Poi la scena diventa mitologica. L’estate è una divinità generosa che, attraverso un corno dell’abbondanza, sparge luce, bellezza, calore. L’uso dei termini voluttà, sfarzo, oro sottolinea la sensualità del momento. È l’apice dell’esperienza emotiva, che proprio nel suo culmine comincia a dissolversi. Non c’è un addio cupo, ma un’estrema celebrazione. È l’ultima notte, vissuta con intensità e consapevolezza. Proprio perché sta finendo, quella gioia si fa ancora più bruciante e memorabile. In questo Hesse anticipa uno dei suoi grandi temi futuri: la bellezza è inseparabile dal suo svanire. È un addio lieve, che lascia però nell’anima del lettore una traccia eterna: la consapevolezza che la felicità vera è irripetibile, e proprio per questo profondamente vera.

 

Fonte: Libreriamo.it

 

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