MI BASTA di Fadwa Tuqan
MI BASTA

Mi basta morire sulla sua terra,
essere sepolto in lei,
sciogliermi e dissolvermi nel suo suolo,
per poi germogliare come un fiore
con cui gioca un bambino del mio paese.
Mi basta rimanere
nell’abbraccio del mio paese,
per essere in lei come una manciata di polvere,
un filo d’erba,
un fiore.
Una poesia di grande emozione e sensibilità, scritta da una donna capace di trasformare in soli dieci versi il dolore del suo popolo in una preghiera di pace e di appartenenza.
È la voce di chi desidera soltanto poter vivere sulla propria terra, respirare la propria identità, riconoscersi in un luogo che non sia negato o cancellato.
Una poesia che è attualissima perché dà voce ad una mobilitazione internazionale per la liberazione della Palestina che non è politica, ideologica, di parte, ma un atto di civiltà. Nei suoi versi, la poetessa palestinese
sembra dare voce alla maggior parte delle persone che stanno scendendo in piazza, per chiedere la fine del massacro di un popolo. Nessuno dimenticherà mai la barbarie del 7 ottobre che ha colpito Israele e tutto il mondo, ma un intero popolo non può pagare per una minoranza violenta, assassina, senza nessuna civiltà.
Questa poesia quindi è il manifesto del popolo palestinese, ma anche di tutti i popoli a cui non viene riconosciuto il diritto di esistere, di essere cultura, memoria, radice. Non serve schierarsi per comprendere la verità profonda che abita in questa poesia. Nessuna identità collettiva può essere annientata, nessuna civiltà può dirsi tale se nega a un popolo la dignità del proprio nome e della propria terra.
FADWA TUQAN

Fadwa Tuqan è considerata “la madre della poesia palestinese”, che ha fatto della sua arte una scelta politica e una modalità di espressione di genere.
Nasce a Nablus nel 1917 da una famiglia aristocratica e conservatrice. La sua infanzia fu triste a tal punto che, nella sua autobiografia, non mancano gli aneddoti legati al suo passato e al senso di inadeguatezza verso i suoi genitori e alle loro credenze e tradizioni così antiche. Il fratello Ibrahim (anch’egli poeta) fu il faro della sua vita, dal quale apprese l’arte della poesia.
Lottò molto per la sua libertà individuale che riacquistò grazie alle lotte di emancipazione femminile e alle disgrazie che nel 1948 si abbatterono su di lei (Nakba e morte del padre); Fadwa si gettò in uno sconforto senza fine ma allo stesso tempo riacquistò pienamente la libertà tanto cercata. A seguito della Nakba e dell’instaurazione di campi profughi, le difficoltà per le donne aumentarono in maniera esponenziale, tanto che divenne impossibile conservare una propria identità o mantenere in sicurezza la propria famiglia.
In quegli anni, Fadwa andò a studiare a Inghilterra, riuscendo finalmente ad emanciparsi sia da un punto di vista personale, sia culturale, anche se anche qui percepì con brutalità la sua identità nazionale negata.
Proprio per questo Fadwa decise di tornare in quella sua Patria massacrata ed esprimere tutta la rabbia ed il dolore del suo popolo.
Nella sua arte, si fa portavoce di due realtà: quella familiare, femminile, di identità repressa e mancata, e quella sociale, di Resistenza all’occupazione. Le sue poesie incoraggiano il popolo palestinese, sostengono le sue lotte e richiamano l’amore da sempre proibito. Fu interprete del dramma della sua terra e del suo popolo.
Muore a Nablus nel dicembre 2003.
Fonte: Libreriamo
MGF