NON CI RESTA CHE VINCERE
Regia di Javier Fesser – Spagna, 2018 – 124′
con Javier Gutiérrez, Sergio Olmo, Julio Fernández

Marco (Javier Gutierrez) è il coach in seconda dell’Estudiantes, team di basket madrileno di serie A. L’ennesimo scontro a suon di pugni, a bordo campo, e l’allenatore capo lo fa uscire di scena. Non pago della lite Marco, alticcio, tampona perfino un’automobile della polizia. Finirà licenziato dal suo lavoro e condannato a nove mesi di servizi sociali durante i quali dovrà allenare una squadra di disabili. Prima cercherà in ogni modo di sottrarsi dall’obbligo, ma poi darà senso alla sua esperienza e competenza professionale aiutando gli altri con generosità.

Le premesse sono ovviamente melense e trite, ma Javier Fesser e David Marques allo script impongono un ritmo rapidissimo con un piglio a tratti dissacrante, in altri momenti gioiosamente folle ma con grande rispetto e tenerezza per i suoi attori/personaggi.

Paolo Castelli

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FESSER CENTRA L’OBIETTIVO: IL FILM DIVERTE, COMMUOVE E FA PENSARE.

Giancarlo Zappoli – Mymovies

Marco Montes è allenatore in seconda della squadra di basket professionistica CB Estudiantes. Arrogante e incapace di rispettare le buone maniere viene licenziato per aver litigato con l’allenatore ufficiale durante una partita. In seguito si mette alla guida ubriaco e ha un incidente. Condotto davanti al giudice, viene condannato a nove mesi di servizi sociali che consistono nell’allenare la squadra di giocatori disabili “Los Amigos”. L’impatto iniziale non è dei migliori e Marco cerca di scontare la sua condanna con il minimo sforzo convinto di trovarsi di fronte a dei buoni a nulla dai quali non potrà ottenere risultati apprezzabili. Progressivamente i rapporti cambieranno.


Una premessa è necessaria per questo film che ha fatto staccare tre milioni di biglietti in Spagna. La premessa consiste di fatto in una domanda: perché cambiare un titolo perfettamente aderente alla vicenda come è quello originale (Campeones) in una banale imitazione (per di più incongruente) del titolo del duo Benigni/Troisi?
Detto ciò l’ultima opera di Javier Fesser centra l’obiettivo di divertire facendo pensare. Gli attori della squadra di basket non ‘interpretano’ i ruoli di disabili ma ‘sono’ disabili. Questo ha consentito o addirittura suggerito una flessibilità della sceneggiatura che ha visto inserire in montaggio scene che hanno preso vita direttamente nel corso delle riprese.

Perché questo è un film che non sfrutta i disabili per far ridere pur consentendoci di divertirci (e non poco) dinanzi alle loro reazioni. C’è un profondo rispetto nei loro confronti perché li si racconta come sono e, attraverso la figura di Marco, si portano sullo schermo i pregiudizi che i cosiddetti normodotati nutrono (talvolta negandolo a se stessi) nei loro confronti. Lo schema della sceneggiatura ha un sapore di deja vu ma viene declinato con grande originalità consentendosi anche svolte inaspettate perché si percepisce quanto, anche le situazioni più ”cinematografiche’ siano innervate da una sensibilità molto attenta anche ai dettagli.

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NON CI RESTA CHE VINCERE

Giulia Lucchini – Cinematografo.it

Ha fatto staccare tre milioni di biglietti in patria ed è candidato per la Spagna alla corsa Oscar per il miglior film straniero. Il successo di questo film che vede protagonisti attori disabili nei panni di una squadra di basket è davvero meritato.

La commedia di Javier Fesser, noto per i suoi film Camino, vincitore di sei Premi Goya, e Mortadello e polpetta contro Jimmy lo Sguercio, fa ridere e riflettere al tempo stesso, è leggera e profonda, emoziona e commuove.

Protagonista è il bravissimo Javier Gutierrez, qui nei panni di Marco Montes, un allenatore di una squadra di basket professionista. Arrogante e litigioso, un giorno viene sorpreso alla guida in stato di ebbrezza e viene di conseguenza condannato alla pena di dover svolgere un lavoro socialmente utile. Per ordine del giudice dovrà organizzare una squadra composta da persone con una disabilità intellettiva. Non la prenderà molto bene: difficile insegnare a giocare insieme a persone così diverse.

C’è chi ha paura dell’acqua e non si fa la doccia da mesi, chi si incanta per qualche minuto fissando un punto qualunque del soffitto, chi è ipocondriaco e pensa sempre di avere qualche malanno, chi tira la palla solo all’indietro e chi invece è bravissimo a fare canestro, ma si rifiuta di giocare. Ognuno ha le proprie particolarità e i propri problemi. Ma chi non ne ha?

Lo stesso allenatore scopre di non esserne immune. Non solo ha paura di prendere l’ascensore, ma dal punto di vista affettivo è talmente frenato che, pur tenendoci ancora molto, non riesce a sbloccare la situazione con la sua ex fidanzata Sonia (Athenea Mata). La lezione del film, che apprenderà per primo lo spocchioso Montes, è proprio questa: ogni persona ha i propri limiti, non solo quelli che lui inizialmente chiama con disprezzo i “mongoloidi”, ma anche i così detti “normodotati”. Insieme si può provare a superarli. Vincere non è arrivare primi, ma è soprattutto giocare la propria partita. E questo è il vero canestro nella vita. 

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NON CI RESTA CHE VINCERE

Ondacinema.it

Nei “Campeones” dello spagnolo Javier Fesser sono stipate ovvietà che hanno ragione di esistere e verità alle quali dare una benemerita voce.
In primo luogo non vi è dubbio che non sono mai abbastanza le rappresentazioni di disabili vincolate da giusti messaggi. Il cinema ha a tal proposito un invidiabile e rischioso campionario di possibilità: quella di restituire attraverso voci e corpi la centralità del disabile, quella di cucirgli una storia a sua immagine e somiglianza, quella di condurre la stessa attraverso un insegnamento che partendo dalle realtà marginali arriva all’uomo poco attento se non ignaro dei desideri e delle emozioni di questa umanità non sufficientemente raccontata.
In “Non ci resta che vincere” è di lampante semplicità l’accostamento che fungerà da partenza e da costante dell’insieme: quella che può legare chi è costretto da patologie e impedimenti a condurre una vita che fatica ad integrarsi con gli imperanti flussi della società consumistica allo sport (agonistico e non), attività nella quale riversare un proprio status ed una propria indole in modo da uniformarla al vivere comune secondo una proverbiale ottica dell’ “unione fa la forza”.
La squadra dei disabili di “Los amigos” è anche un’armata Brancaleone scapestrata, irregolare, impregnata di tic, insicurezze o eccessi di spavalderia.

Come la commedia dell’arte insegna, a scardinare la piattezza del vivere quotidiano irrompe nella vita dei ragazzi l’ “altro”, un uomo la cui esistenza è dominata da un fare condotto da una esponenziale carica di stress psicofisico. Lo stesso logorìo che ha condotto l’uomo, allenatore professionista di successo, intercettato al volante in guida in stato di ebbrezza, ad assemblare, gestire ed allenare una squadra di persone affette da deficit mentale. Inutile specificare che lo scontro/confronto tra due realtà cambierà l’uomo, inizialmente titubante, ancor più che la scombiccherata squadra.
L’insegnamento che maturerà in Marco rimetterà dunque in discussione il valore della disciplina agonistica, cristallizando la componente di sportività generalmente data per scontata ma a conti fatti puntualmente ignorata. E, di conseguenza, naturale giungerà l’arricchimento umano: nel proprio staccare la spina dalla risaputa ripetività giornaliera, fermandosi e conoscendo una realtà a sé estranea, saprà imparare a conoscere l’altro nonché se stesso.
Come si diceva in precedenza, le varie componenti contenutistiche che emergono da questo film spagnolo, successo al botteghino nazionale, sono di intaccabile valore. Ad avvalorarne la bontà è la risposta che giunge dalla obbligatoria domanda che ci si pone in taluni casi, ovvero: lo spettatore ride per le disabilità dei protagonisti o con essi ride per le dinamiche che si innescano tra personalità e storie raccontate? Sotto questo punto di vista indubbia è la buona fede e la mancanza di cinismo dell’operazione. Ed innegabili sono le risate che il film riesce a donare con discreta genuinità.[…] “Non ci resta che vincere” resta un film al quale si può voler bene. E gli attori/personaggi che lo attraversano sono i veri grandi autori e campioni della sua narrazione.

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GLI INSUPERABILI, CALCIO E DISABILITÀ ASSIEME, IN UNA FORMULA FINALMENTE VINCENTE CON OGGI 400 RAGAZZI IN TUTTA ITALIA

“AMMETTO LA SCONFITTA E LE MIE DIVERSE QUALITA’, NON ME NE VERGOGNO. MI VERGOGNEREI SOLO DI NON COMBATTERE E PROVARCI CON TUTTO ME STESSO”:

Queste parole racchiudono tutto quello che significa prendere parte al progetto delle Scuole Calcio Insuperabili Reset Academy. Cos’è questo progetto? Qualcosa di straordinario che mai in Italia era venuto alla luce prima del 2012. Un progetto rivolto ai ragazzi con disabilità cognitiva, relazionale, sensoriale, comportamentale, fisica e motoria.
Non si parla però di una semplice organizzazione che si prende cura di ragazzi affetti da disabilità. Nelle Scuole Calcio degli Insuperabili si seguono i ragazzi, ma si vuole da loro il massimo, lasciando da parte il pietismo e il mero assistenzialismo. “Non bisogna accontentarsi, solo perché sono ragazzi affetti da disabilità. Cercando di trarre da loro il massimo, si cerca di affermare il loro diritto di avere un ruolo nello sport e soprattutto nella società”. Questo è stato il pensiero che ha portato Davide Leonardi, fondatore degli Insuperabili, nel 2012, ad aprire la prima scuola calcio a Torino. Si è partiti con 4 iscritti ed ora gli Insuperabili possono contare su più di 300 atleti dislocati nelle diverse sedi in tutta Italia. Un risultato incredibile, arrivato grazie anche alla collaborazione con la Reset Group e soprattutto con le Reset Academy. Un progetto unico, rivolto al mondo del calcio giovanile. Nato dalla passione, dall’esperienza dei fondatori (in primis Marcello Lippi), ma soprattutto dalla consapevolezza che il calcio giovanile ha bisogno di nuovi riferimenti e guide a cui ispirarsi, la Reset Academy ha realizzato un modello di insegnamento nuovo perché crede che il calcio debba rispettare i nuovi stili di vita, di gioco e di apprendimento dei giovani che lo praticano.
Tutto questo non poteva che trovare terreno fertile nella collaborazione con gli Insuperabili che fondano proprio la loro attività sul lavoro e sulla ricerca continua del miglioramento. Non si parla solo di campo, ma il team che segue i ragazzi è multidisciplinare e affianca competenze tecnico-sportive, psico-educative e manageriali che interagiscono e si confrontano nel corso della stagione, perché la formazione del ragazzo deve essere a 360° e non si deve fermare al rettangolo verde. Attraverso il calcio, il progetto mira a garantire la crescita e l’integrazione di ragazzi con disabilità all’interno della società. Individuando nel calcio uno strumento di socializzazione e integrazione che con il divertimento e l’allenamento può portare miglioramenti al livello di salute psico-fisica, alla soddisfazione personale e più in generale alla qualità della vita del singolo atleta.
Il calcio diviene così un motivo ed una base di partenza: non è un caso che oltre al progetto di allenamento dei ragazzi, ci sia poi anche un progetto dedicato alle famiglie. L’obiettivo è quello di creare una rete di contatti tra le famiglie che cresca in collaborazione con le squadre di atleti, i team di lavoro e la società, ASL territoriali e associazioni legate ai ragazzi/e.
A conferma di quanto tutto questo lavoro non sia solo incentrato sul calcio, ad Ottobre 2016 è stato inaugurato ed avviato lo Shop degli Insuperabili a Torino, Via Montevideo 6.  Il Progetto prevede l’inserimento di 4 ragazzi con disabilità con mansioni specifiche nelle differenti fasi del processo distributivo: vendita al cliente, spedizione, logistica e confezionamento prodotti. Quindi, non si cerca solo la semplice realizzazione sportiva dei ragazzi, ma si vuole dare loro anche la possibilità di avere un lavoro, di dargli la chance di poter essere come tutti gli altri senza nessuna distinzione.


“Io Gioco Pulito” ha voluto fortemente dedicare energie, tempo e spazio per essere Media Partner degli Insuperabili: “Questa esperienza, questa opportunità di portare i nostri lettori a conoscenza di quanto di eccezionale è stato e verrà ancora costruito all’interno del progetto “Insuperabili”, è una coesione di intenti praticamente naturale e che vive di genuina spontaneità” (Giorgio Mottironi – Resp. Marketing IoGiocoPulito).
Una piattaforma come “Io Gioco Pulito” che è sempre alla ricerca dei valori più autentici e belli dello sport, non poteva rimanere indifferente davanti a una realtà che sta cercando in tutti i modi di affermare con i propri sforzi principi che vanno al di là dello sport e che coinvolgono e permeano la vita di tutti i giorni.
Gli Insuperabili, vogliono dimostrare che proprio nella diversità sta la forza di poter superare degli ostacoli che sembrano insormontabili ma che con il lavoro, la dedizione e la passione possono sembrare meno impossibili e delle volte addirittura scomparire del tutto.

Massimiliano Guerra – iogiocopulito.it

Visita il sito:

http://www.insuperabili.eu

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MGF