APPROFONDIMENTI: VICE, L’UOMO NELL’OMBRA
VICE, L’UOMO NELL’ OMBRA
Regia di Adam McKay – USA, Gran Bretagna, Spagna, EAU, 2018 – 132′
con Christian Bale, Amy Adams, Steve Carell
La storia di Dick Cheney (Christian Bale), il vice-presidente più potente della storia americana, considerato da molti il “vero numero uno” della Casa Bianca durante l’amministrazione di George W. Bush.
Dopo La grande scommessa (2015), Adam McKay torna a parlare della recente storia americana, ispirandosi alla biografia di una delle figure più influenti della politica USA. Il regista cerca di far luce sul personaggio: non a caso nella prima sequenza un poliziotto illumina l’automobile del giovane Cheney con una torcia e nel corso della pellicola sono diversi i momenti che giocano proprio sulla contrapposizione luce-ombra. McKay costruisce il film in maniera originale: voce narrante, simbolismi, registri narrativi, giochi linguistici (addirittura un “finto finale” a metà pellicola) e visivi di vario genere.
Vincitore Oscar 2019 per Trucco e Acconciature
Paolo Castelli
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SBERLEFFO IRRIVERENTE, BIOGRAFIA (NON AUTORIZZATA) APPASSIONANTE E SORPRENDENTE: ADAM MCKAY PROVA A RACCONTARE 50 ANNI DI STORIA AMERICANA ATTRAVERSO DICK CHENEY. CON UN CHRISTIAN BALE SPAVENTOSAMENTE CAMALEONTICO
Valerio Sammarco – Cinematografo.it
Wyoming, 1963. Per la seconda volta, il giovane Dick Cheney viene arrestato per guida in stato di ebbrezza. “A quei tempi, un ragazzo del genere veniva definito un fannullone. Ai giorni nostri sarebbe definito uno stronzo”.
Ai giorni nostri (nel primo decennio degli anni 2000), quel “fannullone” è stato il presidente de facto della più grande potenza del mondo, gli Stati Uniti, ufficialmente guidata da George W. Bush.
Dopo La grande scommessa, film che entrava nei meccanismi del crack finanziario del 2008 e che gli valse l’Oscar per la migliore sceneggiatura, Adam McKay si concentra questa volta su 50 anni di politica americana: per farlo porta sotto i riflettori uno dei personaggi chiave, notoriamente “nell’ombra”, artefice del più grande cambiamento nella storia della democrazia statunitense, all’indomani dell’attacco alle Twin Towers dell’11 settembre.
Come per il film precedente, McKay si affida a Christian Bale – chiamato ad una spaventosa trasformazione camaleontica come già accaduto nel corso della sua carriera – per interpretare il protagonista, affiancandogli un altrettanto straordinaria Amy Adams: l’attrice è Lynne Cheney, moglie di Dick e vera forza motrice per la sua continua ascesa.
Con uno stile ormai riconoscibile, frantumando di nuovo le convenzioni narrative più ovvie, sgretolando la quarta parete utilizzando un narratore atipico, l’uomo della strada americano (una scelta “di cuore”, capiremo poi…), McKay realizza un’altra, incredibile partitura: Vice è un’opera jazz sorprendente, capace di saltare con disinvoltura dal terrore dell’11 settembre ai gargarismi davanti lo specchio prima di andare a dormire, mostrando senza alcun timore reverenziale gli aspetti più intimi di un uomo, da un lato marito e padre amorevole di due figlie (una delle quali lesbica dichiarata, ma mai osteggiata da Dick), dall’altro stratega senza scrupoli, capace di mistificare senza alcuna vergogna le ragioni alla base di alcune tra le pagine più dolorose della politica interna ed estera degli Stati Uniti, dalle torture di Guantanamo alla guerra in Iraq, passando per il controllo informatico e telematico dell’intera popolazione.
Sberleffo irriverente, ma non solo, Vice è una biografia (ovviamente non autorizzata) appassionante e incisiva, capace di intrattenere, certo, ma anche e soprattutto di far riflettere. È un grande film di attori, soprattutto, dove oltre ai due già citati Bale e Adams, rivestono un ruolo non secondario Steve Carell (è Donald Rumsfeld, prima mentore poi sottoposto di Cheney) e Sam Rockwell (è George W. Bush, impersonato alla stessa stregua di un burattino inesperto disposto a qualsiasi cosa pur di far colpo sul padre).
Da operaio elettrico senza futuro nel rurale Wyoming ad astuto burattinaio nella stanza dei bottoni degli USA, l’ascesa di Cheney inizia da lontano, come tirocinante del Congresso: già durante l’amministrazione Nixon si insinua nel tessuto politico di Washington DC (“In che cosa crediamo?” chiede ad un certo punto a Rumsfeld, ricevendo come risposta una fragorosa risata), diventando Capo dello Staff della Casa Bianca sotto Gerald Ford e, dopo cinque mandati nel Congresso, Segretario alla Difesa per George H. W. Bush.
Poi le prime avvisaglie di un cuore malandato, e la decisione di abbandonare la politica con le spalle coperte dalla posizione di CEO della petrolifera Halliburton: il film – suggerisce anche un irresistibile inserto con tanto di abbozzo di titoli di coda – potrebbe concludersi qui. Ma sarà una telefonata (“di domenica mattina!”) a convincerlo di poter tornare in pista.
Ma per accettare la carica di vicepresidente (“un ruolo inutile, si aspetta solamente che il presidente muoia”, gli ricorda la moglie) offertagli dal figlio di Bush strappa l’implicito accordo che sarebbe stato lui ad esercitare un controllo sull’esecutivo pressoché totale. Un co-presidente in tutto e per tutto. Il resto – come si dice in casi come questi – è storia.
Ed è quella che stiamo vivendo tuttora.
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VICE, L’UOMO NELL’OMBRA
Roberto Manassero – Cineforum.it
Nel 2004, quattordici anni fa, ai tempi della nefasta politica teocon, nel film The Day After Tomorrow l’esodo di massa dagli Stati Uniti travolti da una nuova glaciazione era gestito non dal presidente in carica, come sarebbe stato logico e com’era stato fino a qual momento in ogni film catastrofico di Hollywood (non ultimo Independence Day dello stesso Emmerich), ma dal vice presidente, che per l’occasione era interpretato da un attore molto simile a Dick Cheney, il vice di Bush Jr all’epoca. Perché? Perché Dick Cheney, quello vero, tre anni prima aveva gestito personalmente, da un bunker della Casa bianca, la crisi gravissima dell’11 settembre, con il presidente al sicuro nei cieli sull’Air Force One e gli uomini forti della sua amministrazione ad attuare quello che allora a molti sembrò un colpo di stato morbido e mascherato. L’ex amministratore delegato della Hollyburton, l’ex uomo forte delle amministrazioni Nixon, Ford e Bush Sr. era diventato di fatto il padre putativo della nazione, un non-eroe sottile e furbissimo (un “vice”, per l’appunto), capace però di diventare un incubo a occhi aperti per i suoi avversari e di trasformarsi nel giro di pochissimo, anche agli occhi della finzione cinematografica, nella versione sbiadita eppure infallibile del potere americano.
Quello che sarebbe avvenuto dopo avrebbe ulteriormente confermato i sospetti degli osservatori, con Cheney sempre più ascoltato e decisivo nelle decisioni di invadere l’Iraq nel 2003, di dichiarare il falso al Consiglio delle Nazioni Unite (con l’estrema umiliazione della colomba Colin Powell, costretto a metterci la faccia dagli avversari interni), di affidare ai falchi Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, Mary Matalin, David Addington e in parte Condoleezza Rice il controllo della guerra e dei suoi vantaggi economici. Un mostro, più che un uomo nell’ombra. Un Riccardo III che ha tenuto per sé il cavallo e ha finto di rinunciare al regno.
Il paragone shakespeariano è suggerito dallo stesso Vice, quando il regista e sceneggiatore Adam McKay nel momento chiave della parabola di Cheney – la chiamata di Bush Jr dopo una pausa dalla politica durante i due mandati di Clinton – fa recitare alla moglie Lynne (Amy Adams) un incredibile monologo che mescola la diabolica sete di potere di Lady Macbeth con la famelica ambizione di Riccardo III. Invece che gobbo e zoppo, il Cheney di Christian Bale, raccontato con un furbo ed efficace andirivieni temporale gestito da un narratore che rimane misterioso fino a pochi minuti dalla fine, è grasso, pingue e pelato come l’originale; in più, proprio per l’evidenza del trucco, ha l’immancabile e tragica ridicolaggine della parodia alla Saturday Night Live (di cui McKay è stato regista a inizio carriera), oltre che l’aria da villain tipica del politico repubblicano incubo del pensiero liberal e non da ultimo il gusto per il travestimento e lo sberleffo della squadra di autori e attori che fa capo alla Annapurna Productions, che qui produce e dona il suo marchio inconfondibile alla American Hustle.
In tempi di trumpismo riandare con la memoria alle vergogne dei tecoon fa un certo effetto: è storia di ieri ma sembra preistoria, scalzata dall’’invasione del sovranismo populista di questi ultimi anni e prima ancora, per fortuna, dalla calma serafica di Obama. Eppure è l’origine del pantano odierno, anche grazie alla chiarezza con cui McKay spiega come la politica di Cheney sia stata sempre guidata dalla complessa teoria del unitary executive, la dottrina, cioè, che rivendica per il presidente il diritto di controllare l’intero braccio esecutivo, aprendo così a una sorta di dittatura anche qui morbida e camuffata.
Come in La grande scommessa, che cercava di spiegare con grafici e gusto del cazzeggio la crisi economica globale, McKay fa la chiosa al suo stesso film. Della commedia sceglie il lato più moraleggiante e mette insieme ironia, giornalismo, fact checking e mascherata per dimostrare come la Storia sia sì una tragedia, ma soprattutto come di norma le gesta di chi la compie facciano parte di una gigantesca farsa.
E se le imitazioni del SNL mettono in mostra il lato osceno del potere rivelando però anche un atteggiamento complice, da privilegiati della grande macchina dello spettacolo americano, il cinema – anche quando hollywoodiano e compiaciuto come questo – non si piega alla doppia lettura della parodia (che avvicina la maschera al modello reale) e mette distanza fra sé, il soggetto e lo spettatore. Il Cheney di Vice è ridicolo ma mai divertente; è un arrampicatore mediocre e calcolatore che riempie Washington di suoi uomini e suoi uffici per controllare il controllabile e che arriva al potere dopo un passato da ubriacone senza obiettivi diversi da quelli ovvi e basilari del benessere e del comando (per sé e per la sua cricca).
L’ironia di McKay, prima di essere un vezzo, diventa così uno strumento narrativo infallibile; un’annotazione incessante che illustra la confusione della Storia e svela senza mezzi termini la vergogna del male, che è peggio, forse, della stupidità di un miliardario col ciuffo.
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LA SOLITUDINE DEL VICE
Potenze nell’ombra, riserve, apprendisti o mentori: i vicepresidenti Usa da Teddy Roosevelt a Joe Biden, ora che contano meno di un tempo.
Quando George W. Bush si rivolgeva al suo vice, lo chiamava quasi sempre per nome: “Cosa ne pensi di questo, Dick?”. Cheney invece gli rispondeva chiamandolo “Mr President”. Persino quello che oggi viene ricordato come il vicepresidente più influente della storia americana sapeva bene qual era il suo posto, che il suo potere era indissolubilmente legato alla deferenza nei confronti del capo. Nel 2009, mentre Barack Obama prendeva il posto che fu di Bush, Dick Cheney era impegnato a passare il testimone a Joe Biden, l’attuale vicepresidente uscente. Si presentò alla cerimonia (perché alla Casa Bianca esiste una cerimonia di passaggio di consegne anche per i vicari) in sedia a rotelle, spiegando di essersi spezzato la schiena a furia di fare scatoloni: «Anche tu probabilmente sarai messo così, alla fine del tuo mandato, caro Joe».
Biden e Cheney hanno avuto due parabole assai diverse, eppure a tratti simili. Quest’ultimo potentissimo: «Sono un genio del male che agisce dietro le quinte», disse una volta tra il serio e il faceto; il «management» della Casa Bianca, lo chiamava Karl Rove. Il primo messo in ombra fin dall’inizio da Hillary, evidente erede, nonché frenemy, del presidente: un «guerriero felice che però fatica ad avere influenza e rilevanza», l’aveva descritto, in un bel ritratto crepuscolare, Glenn Thrush su Politico. Entrambi più anziani dei loro boss, più dei mentori sottoposti che degli apprendisti.
Entrambi, poi, senza la prospettiva nemmeno lontana di diventare presidente. Cheney per assenza d’ambizione e manifesta impopolarità (negli ultimi mesi non poteva sopportarlo più neppure Bush, come ha raccontato, impietosamente, Peter Baker del New York Times). Biden non per scelta, ma per colpa di un fato beffardo che l’ha voluto Numero Due in momento in cui il Numero Uno aveva già un successore designato. Nel suo profondo, rivela Thrush dopo averlo incontrato, Biden non ha mai abbandonato i suoi sogni presidenziali, ma è stato scoraggiato, tra le altre cose, «dal ridimensionamento dei parametri di un lavoro che mi ha descritto come un derivato, uno che si ispira a qualcun altro, “un riflesso del potere del presidente”».
Nei decenni scorsi, nell’era di Reagan, dei due Bush e di Clinton, la vicepresidenza ha conosciuto una fase di grande rilevanza, spesso un trampolino verso la candidatura alla Casa Bianca: Bush senior fu vicepresidente durante i due mandati di Reagan, prima di essere eletto egli stesso commander-in-chief; Al Gore ci provò, e perse per un soffio (non dilunghiamoci su tutto il dossier del riconteggio in Florida); Cheney non si candidò ma fu, come si diceva, il «più potente nella storia». L’era Obama sembra invece avere ridimensionato il ruolo, sarà forse la coolness monopolizzante del capo, sarà che i tempi sono cambiati così come sono cambiati i media e l’economia del successo.
In realtà, spiega nel suo saggio The American Vice Presidency: From Irrelevance to Power il giornalista politico Jules Witcover, in origine quella del vicepresidente degli Stati Uniti era stata concepita come una carica secondaria, priva di un vero ruolo nell’esecutivo, le cui uniche funzioni erano sostituire il presidente in caso di morte, malattia o dimissioni, nonché di presiedere al Senato. A tutti gli effetti delle riserve, soldati in panchina nel caso capitino imprevisti. «Non sono nulla, eppure potrei essere ogni cosa», disse una volta John Adams, il vicario di George Washington. Il primo vicepresidente nella storia degli Usa è stato anche il secondo presidente, non a caso: dopo i due mandati del leader della Rivoluzione (1789–97), Adams si candidò e vinse le elezioni.
Stando a una ricostruzione della Cnn, sono 14 i vicepresidenti americani diventati presidenti. Di questi, otto lo sono diventati in seguito alla morte del commander-in-chief, come nel caso di Lyndon B. Johnson dopo l’assassinio di Kennedy a Dallas, e Harry S. Truman quando Roosevelt fu stroncato dalla poliomielite. Poi c’è stato Gerald Ford, succeduto a Richard Nixon dopo le sue dimissioni. Gli altri sono stati semplicemente eletti allo scadere del mandato del loro capo: i sopracitati John Adams e George H. W. Bush, certo, ma anche Thomas Jefferson nel 1800 e Martin Van Buren nel 1836. All’elenco dei vicepresidenti che hanno vinto un’elezione presidenziale andrebbero però anche aggiunti Theodore Roosevelt e lo stesso Lyndon Johnson: saliti al potere svolgendo la loro funzione di riserva, entrambi poi sono stati rieletti a un secondo mandato.
Van Buren fu anche il primo vicario a essere scelto personalmente da un candidato alla Casa Bianca, in questo caso Andrew Jackson. Ma è stato soltanto a partire dagli anni Settanta, sostiene Witcover, che i numeri due hanno cominciato a svolgere un ruolo attivo e decisivo nelle amministrazioni Usa. Queste mansioni di primo piano, una centralità nell’ombra che ha toccato il suo picco con Cheney, sono state in parte sminuite proprio da Biden, si diceva. Resta da chiedersi se questo trend, il «ridimensionamento dei parametri», continuerà anche con il turno di Pence, o se il grado di influenza dei gregari tornerà agli antichi splendori.
di Anna Momigliano – rivistastudio.com
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LA “SORELLA MINORE” DELLA CASA BIANCA: LA SCONOSCIUTA RESIDENZA DEL VICE PRESIDENTE USA

Nelson Rockefeller, Walter Mondale, Dan Quayle, Al Gore, Dick Cheney, Joe Biden… e ora Mike Pence. Forse non tutti questi nomi sono così noti, ma per almeno quattro anni queste persone sono state le seconde figure più potenti del mondo. All’ombra del presidente degli Stati Uniti, storicamente i vice presidenti della nazione più potente del pianeta hanno svolto un ruolo meramente simbolico e rappresentativo.
Senza potere esecutivo, sono stati una figura ombra, come la loro residenza ufficiale, Number One Observatory Circle, la sconosciuta “sorella minore” della Casa Bianca.
Costruita nel 1893 secondo lo stile della regina Anna, l’immobile si trova nel parco del Naval Observatory di Washington Dc e inizialmente era la residenza del capo della Marina degli Stati Uniti.
Nel 1974 il Congresso ha autorizzato l’uso “temporaneo” come residenza del vicepresidente degli Stati Uniti.
Da oltre quattro decenni l’immobile continua ad ospitare tale carica e ha già ricevuto il repubblicano Mike Pence, mano destra del nuovo presidente Donald Trump. Il suo primo inquilino è stato Nelson Rockefeller, che ha pagato di tasca propria la ristrutturazione di questa splendida residenza che ha ben 33 camere.
Per vedere l’articolo originale in lingua inglese:
http://www.architecturaldigest.com/story/dick-and-lynne-cheneys-historic-washington-dc-house
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MGF