IL CAMPIONE

Regia di Leonardo D’Agostini – Italia, 2019 – 105′
con Stefano Accorsi, Andrea Carpenzano, Ludovica Martino

Christian Ferro (Andrea Carpenzano) gioca in Serie A ed è un fuoriclasse giovanissimo che non riesce a fare i conti con il suo carattere indisciplinato. Spesso al centro di scandali mediatici, viene costretto dalla società sportiva a superare l’esame di maturità, pena l’esclusione dalla rosa in campo. Valerio (Stefano Accorsi), un professore schivo e rassegnato, viene scelto per accompagnare il ragazzo durante gli studi.
Leonardo D’agostini firma un classico romanzo di formazione, interessante per l’ambientazione insolita in cui cala i personaggi. Il campione prende le mosse dal mondo del calcio per raccontare l’incontro/scontro tra due solitudini accomunate da un vuoto emotivo. Christian e Valerio sono facce di una stessa medaglia, un padre senza figlio e un figlio senza un vero padre.

Paolo Castelli

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SPORT MOVIE ALL’AMERICANA DALLA STRUTTURA CLASSICA, BEN SCENEGGIATO E MOLTO BEN INTERPRETATO DA ANDREA CARPENZANO.

Paola Casella – Mymovies.it

Christian Ferro sembra avere tutto dalla vita: a vent’anni, vive in una megavilla con più Lamborghini in garage, ha una fidanzata influencer, migliaia di fan adoranti e un contratto multimilionario con la AS Roma. Ma la sua brillante carriera di attaccante è messa a rischio dal carattere iracondo e dalla bravate cui si abbandona, istigato da tre amici che lo provocano accusandolo di essersi “ripulito”. Il campione infatti viene dal Trullo, quartiere periferico della Capitale, e ha alle spalle anni di miseria e degrado, un padre assente e una madre scomparsa troppo presto. Non c’è personal trainer, psicologo o life coach che tenga: Christian continua a comportarsi come un asociale, coperto dall’impunità che accompagna quei campioni cui il pubblico perdona (quasi) tutto.

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L’APPARTAMENTO (THE APARTMENT)

Regia di Billy Wilder – USA, 1960 – 125′ Commedia – con Shirley MacLaine, Jack Lemmon, Fred MacMurray, Ray Walston, Jack Kruschen, Hal Smith.

New York. Mediocre impiegato di una gigantesca società di assicurazioni, Bud Bexter (Jack Lemmon) fa carriera prestando il proprio appartamento ai suoi superiori per le loro avventure extra-coniugali, ricevendo, in cambio, scatti di carriera. Le cose cambieranno quando il gran capo della compagnia (Fred MacMurray) si presenterà in casa del protagonista con la dolce Miss Kubelik (Shirley MacLane), di cui Bud è da sempre innamorato. Una delle migliori commedie ‘ciniche’ di Billy Wilder (scritta insieme a I.A.L. Diamond). Girato quasi completamente in interni (fotografia di Joseph LaShelle), in una New York grigia e avvolgente magnificamente ricostruita più vera del vero, che sta addosso ai protagonisti quasi soffocandoli, L’appartamento è la pellicola più amara e feroce di Wilder: gli individui si ritrovano, più per inerzia che per vero arrivismo, a sfruttarsi a vicenda nei modi più biechi e desolanti, andando a formare un grande equilibrio di ipocrisie e di egoismi. Tutto ciò, e questo è l’aspetto davvero rilevante, viene veicolato attraverso il registro della commedia leggera hollywoodiana. Grazie alle interpretazioni brillanti di Jack Lemmon e Shirley MacLaine, ai dialoghi spumeggianti e al consueto ritmo indiavolato della regia di Billy Wilder, il film scorre via leggerissimo e divertentissimo, ma, a posteriori, lascia dentro allo spettatore una profonda malinconia. Cinque Oscar (film, regia, sceneggiatura, scenografia e montaggio), più altre cinque nomination (tra cui quelle a Jack Lemmon e Shirley MacLaine).

Paolo Castelli

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UN CAPOLAVORO DELLA COMMEDIA AGRODOLCE E DELLA SATIRA SOCIALE.

Marianna Cappi – Mymovies.it

C.C. Baxter è contabile presso una grande compagnia di assicurazioni, a New York. Per tentare di fare carriera, affitta il suo appartamento ai dirigenti per i loro incontri extraconiugali, nonostante in questo modo, tra ritardi e imprevisti, non riesca quasi a vivere a casa propria. Le cose per lui si complicano terribilmente quando si innamora di Fran Kubelik, ascensorista della compagnia, amante del capo del personale, a sua volta interessato all’utilizzo dell’appartamento di Baxter.
Con L’appartamento Billy Wilder raggiunge il suo vertice creativo e, per sua stessa ammissione, non ritroverà più le stesse altezze.
L’allievo di Lubitsch, in questo film, arriva a far combaciare un meccanismo comico a dir poco sofisticato e impeccabile (a tutt’oggi un esempio insuperato) con l’umorismo berlinese delle sue origini, sfumato di coraggiosa e insindacabile amarezza. Cinismo e patetismo vanno di pari passo con un romanticismo sincero, in questa commedia in cui la massima aspirazione di un uomo è rappresentata dalla chiave della toilette dei dirigenti, si tenta il suicidio per amore e le feste non sono meno tristi di un funerale (del sogno d’amore).

Wilder incrina dall’interno i cardini del prodotto classico hollywoodiano in sede di scrittura e tematiche, e allo stesso tempo realizza un film che parla per immagini indimenticabili: impossibile non ricordare a vita la solitudine dell’impiegato C. C. Baxter nella stanza delle scrivanie infinite, impossibile non avvertire un colpo al cuore, insieme a lui, quando si riflette nello specchio rotto, o raccontare la luce che irradia Shirley MacLaine nella sua corsa finale, verso il vecchio appartamento ma con una nuova coscienza delle cose.

Ed è anche nella scelta del bianco e nero che si annidano i segreti del successo del film: in quella fotografia di contrasti, così più difficile da gestire rispetto al colore, che ha fermato il film nel tempo, rendendolo immortale. E poi gli interpreti: Jack Lemmon, il bruttino che si prende la rivincita sulle spietate regole di società, e Shirley MacLaine, così fresca e moderna da togliere la parte niente meno che a Marilyn Monroe (in realtà Wilder non considerò mai veramente la Monroe per il ruolo, nonostante l’interessamento di lei, perché giudicava che non sarebbe stata credibile). Il loro amore tra disadattati non convinse subito la critica, almeno non tutta, ma conquistò immediatamente il pubblico e vinse tre Oscar (Miglior Film, Miglior Regista e Miglior Sceneggiatura). Il fatto che Lemmon e MacLaine non siano stati premiati dall’Academy per questo film è ai primi posti nelle peggiori ingiustizie della storia del cinema.

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L’APPARTAMENTO IN SALA: IL NATALE SECONDO BILLY WILDER

Cinematografo.it

La Cineteca di Bologna riporta al cinema, restaurato, il capolavoro di Billy Wilder, L’appartamento, diretto dal maestro della commedia americana nel 1960 e interpretato dagli indimenticabili Jack Lemmon e Shirley MacLaine.
Restaurato in 4K nel 2018 (il restauro dell’immagine è stato eseguito dal laboratorio L’Immagine Ritrovata; grading e conforming dal laboratorio Roundabout Entertainment), L’appartamento arriva nelle sale italiane – dopo l’anteprima alla 32ª edizione del festival Il Cinema Ritrovato – grazie al progetto della Cineteca di Bologna per la distribuzione del classici restaurati, Il
Cinema Ritrovato. Al cinema.
L’appartamento vinse cinque Oscar (tra i quali quello per il miglior film e la miglior regia) e “le sequenze di Natale e Capodanno – come ha scritto Hellmuth Karasek – sono da annoverare tra il meglio del cinema degli anni Sessanta”.
Dall’alto dei grattacieli che scorrono sullo schermo, un io narrante ci precipita nella vita dell’impiegato delle assicurazioni C.C. Baxter, e in quel suo appartamento a pochi passi da Central Park al quale non sempre ha libero accesso – perché, in vista d’una carriera, lo presta come alcova ai suoi boss.

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IL PROFESSORE E IL PAZZO

Regia di Farhad Safinia – Irlanda, 2019 – 124′
con Mel Gibson, Sean Penn, Eddie Marsan

1879. Al Professor James Murray (Mel Gibson) viene affidata la redazione del primo dizionario al mondo che racchiuda tutte le parole di lingua inglese. Per far ciò il Professore avrà l’idea di coinvolgere la gente comune, invitandola a mandare via posta il maggior numero di parole possibili. Arrivato però ad un punto morto, riceve la lettera di William Chester (Sean Penn) un ex professore ricoverato in un manicomio. Le migliaia di parole che il Dr. Chester sta inviando per posta risultano fondamentali per la compilazione del dizionario. I due formeranno un’insolita alleanza.
Farhad Safinia, già collaboratore di Mel Gibson, allestisce un affesco classico, a partire da una intrigante storia vera, in cui due grandi star (Mel Gibson e Sean Penn) si sfidano, a distanza, in una gara di recitazione.

Paolo Castelli

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IL VOCABOLARIO REGISTICO NON BRILLA PER ORIGINALITÀ, MA LA VICENDA (VERA) È COSÌ BELLA CHE È IMPOSSIBILE NON FARSI ENTUSIASMARE.

Marianna Cappa – Mymovies.it

Dopo anni di stallo, nel 1879, la grande impresa di redazione dell’Oxford English Dictionary trovò nuova linfa, e vide più tardi la luce della pubblicazione, grazie al lavoro infaticabile del professor James Murray e dei volontari di tutto il mondo a cui si era appellato, nella ricerca di individuare e spiegare ogni parola della lingua inglese. Tra questi, il più solerte e affidabile mittente di schede, era un uomo che si firmava W.C. Minor, che Murray scoprì risiedere nel temibile manicomio di Broadmoor. Anni prima, infatti, vittima di una gravissima paranoia, Minor aveva ucciso per errore un passante, scambiandolo per il suo persecutore immaginario, e lasciando la moglie di lui vedova con sei figli da sfamare.

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GLI UCCELLI

Regia di Alfred Hitchcock – USA, 1963 – 120′
Drammatico – con Jessica Tandy, Rod Taylor, Suzanne Pleshette, Tippi Hedren, Veronica Cartwright

A San Francisco, un brillante avvocato (Rod Taylor) invita l’affascinante e ricca Melanie (Tippi Hedren) a passare dei giorni in villeggiatura a Bodega Bay, per festeggiare il compleanno della sorellina (Veronica Cartwright). Durante la festa, uno stormo di gabbiani attacca gli invitati: sarà soltanto l’inizio di un terribile incubo in cui gli uccelli seminano il terrore tra gli esseri umani.
Tratto da un racconto di Daphne du Maurier, modificato da Alfred Hitchcock e dallo sceneggiatore Evan Hunter, Gli uccelli è probabilmente il film più estremo del regista inglese che, mai prima d’allora, si era spinto tanto in là nelle innovazioni degli effetti speciali pre-digitali e nel ricorrere al para-normale. L’angoscia nasce, in particolar modo, dall’incapacità di capire il motivo di un’aggressione (perché gli uccelli attaccano gli uomini?). Il montaggio è frenetico e il film risulta senza pause o cali di ritmo. Sorprendentemente, la si potrebbe definire una pellicola quasi sperimentale, viste le innovazioni nella colonna sonora: oltre al lavoro del compositore Bernard Herrmann e allo stormire dei volatili, il regista si è avvalso di una pista sonora elettronica all’avanguardia. La suspense, però, cresce grazie al serrato dispositivo visivo (movimenti della mdp, punti di vista, composizioni…) ed è persino più palpabile nelle sequenze di quiete che in quelle dinamiche (basti pensare alla scena della cabina telefonica o al finale).

Paolo Castelli

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GLI UCCELLI, DI ALFRED HITCHCOCK

Simone Emiliani – Sentieriselvaggi.it

Forse il primo vero blockbuster. Con un finale così aperto, minaccioso, che ci poteva partire una saga. Per fortuna ci hanno provato in pochi (René Cardona jr. nel 1987 e Rick Rosenthal, che si è fermato Alan Smithee nel 1994) e hanno fatto danni colossali. Perché forse quel finale, con Melania che deve essere portata in ospedale per le cure e gli uccelli appostati sulla macchina, poteva dar vita ad altri quattro o cinque film. Ma appare al tempo stesso intoccabile.

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I FIGLI DEL FIUME GIALLO

Regia di Jia Zhangke – Cina, Francia, Giappone, 2018 – 141′
con Zhao Tao, Liao Fan, Zheng Xu

Qiao (Zhao Tao), una ex ballerina, è innamorata di Bin (Liao Fan), un gangster locale nella città mineraria cinese di Datong, che ha conosciuto una profonda crisi. Durante uno scontro campale tra gang rivali, Qiao spara un colpo di pistola per proteggere Bin: questo atto di fedeltà le costerà cinque anni di prigione. Uscita dal carcere, la ragazza si rimette in cerca di Bin.
Con I figli del fiume Giallo il cineasta cinese Jia Zhang-ke prosegue il suo discorso sulla Cina contemporanea e sui suoi stravolgimenti radicali e dolorosi. Partendo da alcune riprese realizzate in anni precedenti il film si impernia intorno a Zhao Thao, moglie e attrice ricorrente nel cinema del regista, meravigliosa e ineccepibile nella sua interpretazione e in grado di reggere il film tutto sulle sue spalle.

Paolo Castelli

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UNA STORIA D’AMORE E DI ONORE LUNGA 17 ANNI, IN CUI JIA RIVISITA TEMPI E LUOGHI DEL PROPRIO CINEMA

Emanuele Sacchi – Mymovies.it

Datong, 2001. Qiao e Bin gestiscono una bisca, finché un agguato attenta alla vita di Bin. Per salvarlo Qiao spara in aria e viene arrestata. Uscirà di prigione cinque anni dopo, ma Bin ha cambiato vita a Fengjie e non vuole più vederla.

L’autoreferenzialità è parte integrante del cinema d’autore. Spesso costituisce una cifra stilistica o una chiave interpretativa, anziché un difetto.
Nel cinema di Jia Zhang-ke l’elemento ricorsivo-riflessivo ha guadagnato sempre maggiore importanza, fino a un film in cui è possibile leggere in tralice l’intero suo percorso di cineasta, come I figli del fiume giallo.

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